Uno dei romanzi più strani mai scritti viene finalmente ripubblicato: persino chi trova semplice il Finnegans Wake di Joyce avrà difficoltà con Obsoleto, dell’artista italiano Vincenzo Agnetti.


(Questo testo è tratto da “Obsoleto”, di Vincenzo Agnetti. Ringraziamo Diaforia per la gentile concessione)

di Bruno Corà

Gli artisti che nel XX secolo hanno scritto a rincalzo della propria arte sono numerosi. Ma sono davvero pochi, anzi rari, quelli che hanno prodotto opere letterarie autonome. Mi vengono alla mente Alfred Kubin con il romanzo L’altra parte (1908), Giorgio de Chirico con il suo Ebdòmero (1911), Oskar Kokoschka con L’Assassino speranza delle donne (1908), Alberto Savinio con Hermaphrodito (1918) e Pablo Picasso con la pièce teatrale Le désir attrapé par la queue (1941). A questa tradizione decisamente ‘poetica’ ritengo che appartenga Vincenzo Agnetti con il suo Obsoleto, romanzo che qualifica immediatamente tanto le sue concezioni artistiche quanto il suo talento eversivo e le straordinarie doti visionarie e letterarie.

Quando Vincenzo Agnetti pubblica Obsoleto in quel cruciale 1968, ricordo che non vi furono reazioni di rilievo: l’ingresso nella scena artistico-letteraria di una frequenza poetica inedita come la sua – se si escludono i suoi testi critici – lasciava tutti di sasso. Nessuno osò opporsi all’enigmatica apparizione né tantomeno sostenerne l’affermazione, salvo qualcuno come Corrado Costa che lo recensì e gli amici più stretti. Enrico Castellani aveva infatti aderito prontamente a vestire il romanzo con una sua ‘superficie’ monocroma ricavata nel cartoncino della copertina e Vanni Scheiwiller, oltre che averne editato l’opera, aveva firmato la risguardia del libro con poche lapidarie formule: «Con questo romanzo lo scrittore tende a fissare lo stato comunicativo-operativo, che non può essere né fatto, né discusso, né significato». La nota editoriale metteva talmente il lettore al corrente del suo rischio di potersi trovare di fronte all’annullamento della ‘ragione descrittiva’ che i pochi che s’avventurarono a leggere quel romanzo interamente, intendo fino all’ultima pagina, compresero di essere entrati in una dimensione immaginaria totalmente innovativa, compromissoria e obbligante a prendere atto di una realtà che a ben pensarci aveva la struttura delle interiezioni individuali, della complessità inconscia di ognuno e di quell’indicibilità che solo ai poeti riesce di pronunciare.


Nonostante in quello stesso secolo Roussel e Jarry, Marinetti e Joyce, Pound e Beckett avessero già fatto saltare in aria ogni norma di unità ideativa grammaticale, sintattica e di composizione tipografica, Agnetti recava un’ulteriore spallata alla residuale e già manomessa integrità della forma romanzo


Il volumetto, come lo definì lo stesso Scheiwiller che ne aveva curato l’edizione con premura amichevole, era il numero 1 della nuova collana denarratori. In verità, nessuno fu esente, alla prima lettura di quel testo, dal provare sconcerto, poiché, nonostante in quello stesso secolo Roussel e Jarry, Marinetti e Joyce, Pound e Beckett avessero già fatto saltare in aria ogni norma di unità ideativa grammaticale, sintattica e di composizione tipografica, Agnetti recava un’ulteriore spallata alla residuale e già manomessa integrità della forma romanzo, introducendo nel suo lavoro brani di prosa comparabili a un’ininterrotta sequenza di cadavres exquis o ai risultati derivati da quelle stesse macchine di combinatorietà e nonsenso che erano i suoi Principia, già approntati sin dal 1967.

Obsoleto, infatti, precede tanto i Principia, 1967 che la Macchina drogata, 1968 e ovviamente i suoi prodotti Oltre il linguaggio, 1969, Aritmetica, 1969, Cometa, 1969 e Semiosi, 1969.

Nel romanzo c’è un soggetto fantasmatico che commenta, considera, evoca, riferisce, congettura, descrive, farnetica di una relazione uomo-donna controversa, ma in alternanza a soggetti plurali che egualmente agiscono compiendo spesso azioni che rispondono a pulsioni assurde se non improbabili. La dissociazione degli eventi costruita da Agnetti domina i diciotto capitoli che compongono il romanzo. L’opera, secondo me, non richiede una lettura tradizionale. Senza l’obbligo di dover iniziare a leggere dall’inizio alla fine, si possono così scorrere le sue pagine e rinvenire in esse trame logiche di breve durata alternate a periodi privi di senso o di stupefacente irrealtà. Nella memoria dell’autore ricordo e oblio si succedono indifferentemente. Le due condizioni del pensiero si contendono la materia dell’esperienza e del vissuto nel flusso di situazioni che recano continuamente immagini ed eventi normalissimi e paradossali.

In tutto il sincopato svolgimento del romanzo, che non può dirsi veramente narrativo almeno secondo un’ordinaria consecutio temporum, non sono poche le occasioni in cui Agnetti riesce anche a strappare, nella sostanziale assurdità delle azioni descritte, un’irrefrenabile ilarità. Molti sono i neologismi coniati e introdotti dall’artista, come pure i termini inventati e impronunciabili spesso privi di significato.


Obsoleto è il poema della memoria che ritiene dimenticando, che metabolizza con l’oblio pensieri, intenzioni, eventi, trasformando ogni attimo di vissuto in frammento incollocabile e irriferibile.


La prosa messa in campo alterna differenti tecniche e qualità narrative: da quella profetica a quella scientifica, dai modi verbo- iconici a quelli onomatopeici, dal genere romanzato allo sceneggiato producendo estraniazione e disorientamento, ma anche mettendo a nudo la sostanziale vulnerabilità del linguaggio, la sua ambiguità congenita al punto da non poter più pretendere di pronunciare l’obiettività presunta del reale. Agnetti padroneggia una elementarità lucida del significato delle parole ma lascia spazio anche alla manifestazione della banalità comune poiché diffida di qualsiasi ortodossia.

Obsoleto è il poema della memoria che ritiene dimenticando, che metabolizza con l’oblio pensieri, intenzioni, eventi, trasformando ogni attimo di vissuto in frammento incollocabile e irriferibile.

In Obsoleto e nella sua lunga gestazione (circa cinque anni) Agnetti depone gran parte della sua futura azione. È in esso che vengono concretamente portate alla ribalta tutte le contraddizioni dei ‘luoghi comuni’ del linguaggio, le sue molteplici contraddittorietà, le sostanziali enigmaticità dell’entità di Tempo e Spazio, enunciati sovente nel cortocircuito eversivo dei modi passato, futuro e presente, come a pag. 29 dove scrive: «Arrivarono all’ora prestabilita con quasi due ore di anticipo» oppure a pag. 89, dove si legge «Finché lo vedo sempre più di rado e un bel mattino incontrandolo per caso vengo a sapere che è morto». O, infine, come a pag. 174, dove si ripetono le prime quindici righe del testo iniziale del romanzo. (I numeri delle pagine richiamate sono quelli della prima edizione).

Obsoleto è un libro coraggioso e disinibito di un outsider come pochi in Italia negli anni di Emilio Villa e Carmelo Bene.

Da una scrittura alluvionale in cui la narrazione è travolta da un’illogica e disarticolata continuità, la lingua passata nel cristallo della mente prismatica di Agnetti, prima di naufragare nel nonsenso, ha tracciato altri sentieri praticabili dalla vita con nuovi criteri. Dimenticato l’apprendimento della cultura come obiettivo demisticatorio dell’uso fattone dal Potere, essa, come il cibo, secondo Agnetti deve tornare a trasformarsi in energia per l’azione poetica.

Nelle pagine di Obsoleto spesso la parola cede il passo alla formazione di alcune immagini, composizioni grafiche o perfino alla pagina completamente bianca o a quella completamente nera. Nelle due ultime pagine le composizioni dei clichés in piombo vengono deliberatamente passate sotto una lima che rende illeggibile il testo, favorendo l’immagine possibile dell’obsolescenza.

Molte altre pagine servirebbero a mettere in risalto le invenzioni di questo incredibile romanzo, fosse anche solo dare riscontro all’apertura-chiusura di finestre davvero inquietanti per la loro cifra probabilmente non priva di un quid esoterico!

Ma l’artista autore della catastrofe concepita ed espressa cinquant’anni fa in Obsoleto è il naufrago superstite e protagonista sulla zattera dell’arte della quale, a partire da questo romanzo, traccerà un nuovo e rivoluzionario cammino, tuttora in corso.


In copertina: Libro dimenticato a memoria, di Vincenzo Agnetti (courtesy Archivio Vincenzo Agnetti).