Essere dei vegetariani flessibili potrebbe giocare a favore del vegetarianesimo stesso.


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon sotto licenza Creative Commons)

di Alberto Giubilini

È uno scenario piuttosto comune. Un vegetariano viene invitato a casa di un amico per cena. Il padrone di casa dimentica che l’ospite è vegetariano e gli pone davanti una braciola di maiale. Che deve fare il vegetariano? Probabilmente i suoi sentimenti saranno disgusto e repulsione. I vegetariani spesso sviluppano tale attitudine nei confronti del cibo a base di carne, un atteggiamento estremo che rende più facile la scelta di evitare la carne.

Supponiamo, però, che il vegetariano superi il disgusto e decida di mangiare la braciola, magari per cortesia verso il suo ospite. Ha fatto qualcosa di moralmente riprovevole? È molto probabile che quella che gli viene servita non sia carne che è stata allevata seguendo i vari criteri di “umanità” che la renderebbero lecita per alcuni (ma non tutti) i vegetariani. Più probabilmente sarà il prodotto di un allevamento intensivo eticamente aberrante. Mangiare della carne in queste circostanze potrebbe non essere un atto di ciò che il filosofo Jeff McMahan chiama “carnivorismo benigno”. Dunque l’ospite vegetariano ha sbagliato e ha infranto il proprio codice morale?

La maggior parte dei vegetariani si preoccupa per la sofferenza degli animali causata dal consumo di carne, o per l’impatto dell’allevamento industriale sull’ambiente. Per semplicità, prenderò in considerazione solo il primo caso, la sofferenza degli animali, ma lo stesso ragionamento potrebbe essere applicato ad altre conseguenze negative delle attuali pratiche degli allevamenti intensivi, tra cui, ad esempio, le emissioni di gas a effetto serra, l’uso inefficiente del territorio, di pesticidi, fertilizzanti, carburante, mangime e acqua, nonché l’uso di antibiotici che causano l’aumento della resistenza nei batteri di allevamento, che vengono poi trasmesse agli esseri umani.

Poiché mangiare carne in genere incentiva la pratica degli allevamenti intensivi, dove gli animali vengono uccisi e fatti vivere in condizioni orrende, mangiare carne può contribuire alla sofferenza degli animali (o alle altre conseguenze negative sopracitate). Ora, se concordiamo che uno dei buoni motivi per essere vegetariani è il fatto che mangiare carne in una certa misura incoraggia pratiche che provocano sofferenza agli animali, a prima vista potrebbe sembrare che mangiare carne soltanto di rado è moralmente ammissibile (ma si veda il filosofo Shelly Kagan per un controargomento), perché è molto probabile che mangiare carne occasionalmente non avrà alcun impatto sulla quantità di sofferenza inflitta agli animali.

Tuttavia, nel non mangiare carne, in particolare quando viene offerta in presenza a dei non-vegetariani, i vegetariani mandano un messaggio. Nel rimanere fedeli al loro impegno etico, segnalano che c’è qualcosa di sbagliato nell’essere carnivori, e inducono le altre persone a prendere in considerazione la moralità della propria abitudine. Forse riescono anche a persuadere qualcuno che il consumo di carne è sbagliato. In altre parole, l’impatto positivo di essere un vegetariano, in termini di riduzione della sofferenza degli animali, potrebbe essere amplificato qualora il vegetarianismo fosse pubblicamente difeso e dimostrato in determinati contesti sociali. Viceversa, fare delle eccezioni potrebbe trasmettere il messaggio che mangiare carne, dopotutto, non è poi così male. Se anche i vegetariani a volte mangiano carne, mangiare carne non può essere così riprovevole, no? Allo stesso modo, forse, l’ospite che ha mangiato la braciola di maiale era moralmente nel torto perchè ha inviato un messaggio sbagliato alle persone che sono state a cena con lui.

Ma non è semplice come sembra. Evitare la carne in tutte le circostanze, anche quelle in cui si trova l’ospite vegetariano, è una strategia che può ritorcersi contro la causa. Plausibilmente, il messaggio “giusto” da inviare ai non-vegetariani è uno che aumenti le probabilità che il maggior numero possibile degli ospiti rinunci alla carne o almeno riduca il suo consumo di questa pietanza. Se le persone percepiscono il vegetarismo come una posizione che non permette eccezioni, probabilmente ci saranno meno probabilità che diventino vegetariane. Una posizione morale flessibile è più attraente di una che non ammette eccezioni. È più probabile che qualcuno si convinca a diventare un “vegetariano flessibile” – che si astiene cioè dal mangiare carne con alcune eccezioni – piuttosto che diventi un vegetariano rigido, perché per un carnivoro essere un vegetariano flessibile è preferibile, dal punto di vista morale, alla sua versione più estrema.

Quindi l’ospite vegetariano che mangia carne quando gli viene sporadicamente offerta dimostra a chi la offre che è possibile essere un vegetariano (flessibile), e, allo stesso tempo, godersi di tanto in tanto un po’ di carne senza sentirsi in colpa. Questo rende certamente il vegetarianismo (flessibile) più accessibile e attraente di quanto lo sarebbe stato se l’ospite si fosse rifiutato di mangiare carne. Certo, mangiando carne solo occasionalmente si potrebbe perdere il diritto di farsi chiamare un “vegetariano”, ma potrebbe non essere così importante. Ciò che conta è che un mondo con molte persone che mangiano carne occasionalmente è di gran lunga preferibile al mondo in cui attualmente viviamo, dove ci sono relativamente pochi vegetariani e una vasta maggioranza dei carnivori.


Alberto Giubilini è ricercatore presso la Oxford Martin School e la facoltà di filosofia University of Oxford. È co-editore, con Julian Savulescu, Steve Clarke, C A J Coady e Sagar Sanyal, di The Ethics of Human Enhancement (2016).
Copertina: The meat paintings, Rebecca Scott
Traduzione italiana di Francesco D’Isa

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