Immaginiamo gli alieni come degli esseri simili a noi, ma è un errore dovuto all’influenza della fantascienza


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon sotto licenza Creative Commons 4.0)

di Philip Ball

 

Mi stupisce quanto sembriamo conoscere gli alieni. Fondano civiltà ultra tecnologiche, guidano astronavi in giro per la galassia, costruiscono strutture di raccolta energetica intorno alle stelle e ci lanciano fasci di saluti interstellari. Quando le nostre trasmissioni li raggiungeranno non possiamo sapere se saranno lì ad attendere senza fiato il prossimo episodio di Glee – ma potrebbe anche essere.

Come facciamo a sapere tutto questo? Non certo con l’usuale metodo che la scienza adopera per scoprire le cose, ovvero l’osservazione, ma semplicemente perché ci sembra ovvio. Dunque perché lo abbiamo visto al cinema, o perché è quello che avremmo fatto noi. Vale a dire: quando speculiamo su che aspetto abbiano le avanzate civiltà extraterrestri, in realtà parliamo solamente di noi stessi.

L’inclinazione a ipotizzare la vita su altri mondi a nostra immagine e somiglianza risale alla proto-fantascienza del 17° secolo, come ad esempio nel romanzo L’Altro Mondo o Gli stati e gli imperi della Luna (1657 ) di Cyrano de Bergerac, dove lo scrittore francese raffigura un paesaggio lunare abitato da giganteschi uomini-animali che in qualche modo sono riusciti a creare una società di corte molto simile a quella europea, in cui discutono di Aristotele e di teologia cristiana. Da allora è sempre stato più o meno così. Gli imperi galattici della Fondazione (1942-1993) di Isaac Asimov, di Star Wars e Star Trek  sono popolati, per quel che riguarda psicologia e desideri, da creature decisamente simili agli esseri umani del tardo 20° secolo, nonostante abbiano le antenne o le branchie.

Lo scorso settembre tali ipotesi auto-riflessive sulle civiltà aliene si sono spostate dallo schermo alle riviste scientifiche, quando l’astronoma Tabetha Boyajian, e i suoi colleghi dell’Università di  Yale, utilizzando il telescopio spaziale Kepler, ha riferito che la luce proveniente da una stella chiamata KIC 8462852 mostra intense variazioni di luminosità, così rapide da non poter essere facilmente spiegate da un qualche processo naturale già noto. Boyajian ipotizza che la causa possa essere uno sciame di comete fitto a sufficienza per bloccare la luce della stella, ma Jason Wright, un astronomo della Pennsylvania State University, propone, in accordo con alcuni colleghi, una curiosa quanto improbabile alternativa: il tremolio di KIC 8462852 potrebbe essere l’ombra di una gigantesca struttura costruita da ingegneri alieni.

L’idea di una struttura attorno a una stella è stata proposta nel 1960 dal fisico di origine britannica Freeman Dyson. Egli sostenne che una qualunque civiltà con sufficienti capacità tecniche costruirebbe una vasta struttura solare nello spazio, così da poter alimentare la propria enorme domanda di energia. Il commento di Wright sulla possibilità concreta di una “sfera di Dyson” intorno a KIC 8462852 è stato molto cauto, ma non si può mantenere la calma su qualcosa come la scoperta degli alieni. Ben presto l’ipotesi capeggiava sulle prime pagine di tutto il mondo. Altri ricercatori hanno iniziato a sintonizzarsi alla ricerca di eventuali messaggi provenienti da KIC 8462852. Queste ricerche, focalizzate su onde radio e impulsi laser, segnali che usiamo anche noi, mettono ancor più in evidenza il costante narcisismo del nostro sforzo.

Da quando gli scienziati hanno iniziato a cercare gli alieni, li hanno sempre concepiti a nostra immagine e somiglianza. La ricerca ha avuto inizio senza dubbio con un articolo pubblicato su Nature nel 1959 a firma dei fisici Giuseppe Cocconi e Philip Morrison, che sostenevano che “vicino ad alcune stelle simili al Sole ci sono civiltà con interessi scientifici e possibilità tecniche molto superiori rispetto a quelle attualmente disponibili sulla Terra”. I due scienziati postularono inoltre che tali alieni avrebbero “stabilito un canale di comunicazione che un giorno ci sarebbe stato noto”. Tali segnali alieni sarebbero molto probabilmente sotto forma di onde radio corte, onnipresenti in tutto l’Universo e che potrebbero contenere un messaggio evidentemente artificiale, come ad esempio “una sequenza di piccoli numeri primi di pulsazioni, o semplici somme aritmetiche”.

Certo,  non è un suggerimento irragionevole, ma è evidente che si tratta del risultato di due intelligenti scienziati che si chiedono: “Cosa faremmo noi?” La proposta di Cocconi e Morrison di cercare dei segnali familiari provenienti da tecnologie note, ha pesantemente condizionato la ricerca di intelligenze extraterrestri (SETI) sin da subito. Oggi, Avi Loeb, astronomo dell’Università di Harvard, pensa che potrebbe essere utile cercare tracce di clorofluorocarburi (CFC) nelle atmosfere di pianeti alieni, a quanto pare nella convinzione che gli alieni abbiano frigoriferi come i nostri (o che vadano pazzi per la lacca per capelli). Altri scienziati hanno proposto di trovare gli alieni cercando l’inquinamento luminoso delle loro città; le loro astronavi alla Enterprise spinte da antimateria, o le radiazioni di una guerra nucleare extraterrestre. Sembra tutto terribilmente… umano.

La difesa più ovvia è che, se si ha intenzione di perdere tempo col SETI, si dovrà pur cominciare da qualche parte. Abbiamo voglia di cercare la vita altrove, probabilmente per via dei nostri istinti di esplorare l’ambiente e propagare la specie. Se – e questo sembra piuttosto probabile – tutta la vita complessa dell’universo ha origine attraverso un processo evolutivo darwiniano, non è ragionevole immaginare che si sia evoluta per essere curiosa ed espansionista? Eppure non tutte le società umane sembrano intenzionate a diffondersi oltre il villaggio, e che la selezione darwiniana continui ad essere la forza predominante dell’umanità del prossimo millennio, (per non parlare di un milione di anni) è tutto da vedere.

Il problema nel basare il SETI sulle proiezioni dei nostri impulsi e invenzioni è che costringiamo il pensiero lungo un sentiero molto angusto. Questo approccio nacque ancor prima che Morrison e Cocconi ponessero le basi di SETI. Nel 1950 il fisico italiano Enrico Fermi rifletteva con alcuni colleghi circa l’esistenza di alieni intelligenti che esplorano il cosmo. Se degli alieni fossero in grado di viaggiare tra le stelle, sicuramente ci avrebbero individuato e sarebbero venuti a dare un’occhiata, e dunque «Dove sono tutti quanti?». Il “paradosso” di Fermi è  citato ancora oggi come spiegazione del perché  debba essere così rara la vita intelligente nell’Universo. Tra le possibili soluzioni offerte dal SETI Institute, e il nome dice tutto sugli  obiettivi, c’è: “Gli alieni hanno fatto un’analisi costi-benefici che dimostra che i viaggi interstellari sono troppo costosi o troppo pericolosi”. Forse “la galassia è urbanizzata [ma] noi siamo in un sobborgo noioso”. O forse la Terra viene conservata come “una mostra per i turisti o i sociologi alieni”.

È divertente – mi sembra quasi di conoscere questi alieni.

Tali mancanze di immaginazione significano che si debba tacere su quel che le civiltà aliene potrebbero fare? Niente affatto. Credo che questa forma di speculazione sia uno dei vantaggi che la nostra specie si è guadagnata per aver gettato un minimo di luce nel cosmo. Ma come possiamo andar oltre il solipsismo e i tropi di Hollywood?

Un suggerimento è di non farsi distrarre troppo dalla fantascienza. Molta di questa letteratura è splendida, ma non dimentichiamo che si tratta di narrazione, che ha bisogno di personaggi e trame con cui possiamo identificarci. E così i classici, da Dune di Frank Herbert (1965) e La fine dell’infanzia di  Arthur C. Clarke (1953) fino agli elaborati futuri di Kim Stanley Robinson e Iain M. Banks, hanno sempre padroni e dittatori, eroi ed eroine, flotte di astronavi e imperi. La stessa sfera di Dyson è stata prefigurata – ed esplicitamente ispirata – al romanzo di Olaf Stapledon Star Maker (1937). Quando applichiamo racconti umano-centrici al SETI, dobbiamo ricordarci che stiamo solo guardando un’immagine distorta. Tale avvertimento potrebbe spingerci ad essere più audaci e fantasiosi nel pensare la vita aliena, nonché a riflettere a quello che potrebbe essere un modo più rigoroso di esplorare la gamma delle sue possibilità.

Scavando un po’ più a fondo è possibile trovare delle ipotesi più creative su come degli alieni intelligenti potrebbero esistere restando invisibili. Forse gli esseri super-avanzati abbandonano il mondo fisico e dimorano nei recessi di altre dimensioni. Forse si disintegrano in una swarm intelligence disincarnata, come il Black Cloud del romanzo di fantascienza dell’astronomo Fred Hoyle (1957) – un raro esempio di uno scienziato molto inventivo in narrativa. Forse la vita di un alieno iper-intelligente ci sembrerebbe incomprensibilmente noiosa o complicata.

O forse gli alieni regrediscono a forme di vita più semplici, come i discendenti umani simili a foche sdraiati sulle rocce del romanzo di Kurt Vonnegut Galápagos (1985), che però trovano ancora divertenti le scoregge, dunque anche loro non sono poi così diversi da noi.


Philip Ball è uno scrittore di fantascienza inglese, i cui lavori sono stati pubblicati su Nature, New Scientist e Prospect, tra gli altri. Il suo ultimo libro è Invisible: The Dangerous Allure of the Unseen.
Copertina, Baj Enrico: Meccano verde – Acquatinta. Courtesy Pananti. Traduzione di Francesco D’Isa.

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