Il problema del movimento #metoo è che o si è a favore o si è contro. Eppure le critiche sono fondamentali per indirizzare un cambiamento culturale.


di Enrico Pitzianti

Un’amica mi chiede: “ma tu perché stai dalla parte dei molestatori?” La domanda mi turba perché vorrei che fosse evidentemente assurda. Poi penso: com’è possibile che io sembri davvero “dalla parte dei molestatori”?

La risposta che mi sono dato è questa: dev’essere dovuto al fatto che, condividendo sui social post scettici su alcuni aspetti dell’ondata di denunce di molestie, ho dato l’impressione di essere “contrario” al trend di denunce seguito al caso Weinstein nella sua interezza. Ma io non sono in disaccordo, mi limito a gioire per il progressivo raggiungimento della parità tra i sessi (che in occidente è in divenire da decenni, non certo da ieri) e preoccuparmi per i trend mediatici, perché questi generalizzano e uccidono la profondità dei discorsi politici facendo sì che, in modo sommario, vengano cancellati preventivamente film e spettacoli degli accusati – o addirittura che quei film vengano pubblicati comunque, ma senza il nome del regista accusato – tutto in nome di un opportunismo aziendale che sfrutta il puritanesimo e il moralismo popolare (un tempo si chiamava “damnatio memoriae”). Un moralismo che, personalmente, trovo sbagliato.


Perché sembrano esserci solo due posizioni possibili (annuire acriticamente o denigrare l’intera faccenda) riguardo questa ondata di #metoo e denunce di molestie? L’unica risposta che riesco a darmi è che quando manca la calma (e nelle “rivoluzioni”, comprese quelle culturali, succede spesso) la complessità diventa una zavorra.


Ciò su cui ho seri dubbi, dicevo, sono i trend mediatici, gli hype che tengono certi argomenti a galla a costo di semplificare enormemente il linguaggio usato per trattarli. Lo stesso meccanismo del vecchio gossip di provincia: conta “ciò di cui tutti parlano”, non la verità. Una verità che nel mondo dei social subisce fortemente l’influenza dell’hype e degli interessi degli utenti, come suggerisce la questione delle cosiddette “bolle di filtraggio”. Questi trend di “selezione per interessi” sono gli stessi a cui si devono idee tanto diffuse quanto irragionevoli, come quelle che danno linfa ai populismi, il complottismo, l’anti-politica, il radicalismo religioso o politico – oppure magari altre idee diffusissime in passato, cavalcate mediaticamente senza la possibilità di opporvisi e oggi dimenticate: chi se la ricorda la bolla degli albanesi che sembravano essere tutti pericolosi criminali negli anni ‘90?

Ecco, credo che la domanda giusta allora sia questa: perché sembrano esserci solo due posizioni possibili (annuire acriticamente o denigrare l’intera faccenda) riguardo questa ondata di #metoo e denunce di molestie? L’unica risposta che riesco a darmi è che quando manca la calma (e nelle “rivoluzioni”, comprese quelle culturali, succede spesso) la complessità diventa una zavorra, snocciolare dubbi e dettagli diventa roba da cerebrali e ossessivi che temporeggiano rischiando di perdere il treno del cambiamento – o, peggio, si insinua che dietro questa indecisione ci sia la volontà di ostacolare una propria perdita di potere in quanto maschi. Esatto, accuse e argomenti ad personam tanto diffusi che lo stesso direttore de Il Post, testata che dedica una certa attenzione alle tematiche femministe, scrivendo sul suo blog chiosa: Però io sono maschio, intanto”.


Mi capita spesso di osservare battaglie che generalmente considero giuste e limitarmi a metterne in dubbio certi aspetti. E pur capendo chi mi fa notare che il mio atteggiamento sia da guastafeste, mi sono sempre sentito più utile da critico che da yesman.


Tornando all’accusa della mia amica, ragionandoci un po’, sono partito da un fatto assodato: nessuno si direbbe mai “a favore delle molestie”. Lo stupro, insieme alla pedofilia che è anch’essa un abuso sessuale, è forse il più odiato dei reati in assoluto. Chi è accusato di omicidio, ad esempio, non è sottoposto a uno sdegno pubblico severo quanto quello subito da stupratori e pedofili. Questi sono proprio quelli che rischiano di più in termini di violenze e ritorsioni sia in società che all’interno delle stesse strutture carcerarie. Ma se siamo tutti così schifati dalle molestie com’è possibile che una donna chieda a un suo amico (che sarei io) come mai “sta dalla parte dei molestatori”? L’unica risposta che riesco a darmi è che, dal punto di vista comunicativo, questa battaglia anti-molestie risponda alla vecchia regola del “o con me o contro di me”. C’è un dentro o un fuori, nessuna via di mezzo, e se si hanno delle critiche da fare si è fuori.

Mi capita spesso di osservare battaglie che generalmente considero giuste e limitarmi a metterne in dubbio certi aspetti. E pur capendo chi mi fa notare che il mio atteggiamento sia da guastafeste, mi sono sempre sentito più utile da critico che da yesman. E più va veloce il treno delle rivoluzioni in cui mi si dice che dovrei affrettarmi a salire più mi irrigidisco e mi convinco che è giusto essere degli scettici perenni. Ho paura che se alla mia amica dicessi questo verrei inchiodato da un aut-aut e dovrei limitarmi a dirmi felice di questa battaglia collettiva contro le molestie. Non lo dico, anche se in un certo senso è vero. Meglio pensare a qualcosa che comprenda sia la mia generale approvazione che i dubbi sui metodi.

Magari potrei metterla così: se questa battaglia diventa una questione di quantità di denunce e non di qualità, sorgono dei problemi. Uno su tutti è quello di cosa sia la molestia. Fino a qualche mese fa eravamo tutti d’accordo: la parola chiave è “consenso”. Dove c’è consenso non c’è molestia e dove non c’è consenso c’è molestia, per questo togliersi il preservativo non consensualmente durante un rapporto consensuale è comunque considerabile come uno stupro, perché il consenso è quello che conta più di ogni altra cosa.

Nelle pratiche BDSM, per esempio, può esservi violenza, ma non si tratta di molestie se ci si è accordati dando il proprio consenso. Oggi però, dopo il caso Weinstein sembra che il discrimine non sia il consenso, ma il potere. Dove c’è potere non importa se c’è stato il consenso, lì potrebbe esserci stata molestia. Ecco che sul New York Times, tra le accuse di molestie al comico Louis C.K., può essere inclusa anche la vicenda di una donna a cui, alla fine degli anni ‘90, venne chiesto dal comico di assistere a una masturbazione, una richiesta a cui la donna acconsentì, salvo poi decidere di denunciare pubblicamente quella vicenda in quanto “lui abusò del suo potere” spiegando la sua denuncia così: “credo che la gran parte del motivo per cui dissi di sì sia la cultura”.

La vicenda del comportamento di C.K. – ancora più inopportuno perché avvenuto all’interno dell’ambito lavorativo – mi fa venire un dubbio: se oggi una donna famosa e influente usasse la sua figura pubblica (amicizie altolocate, fama, soldi, eccetera) per portarmi a letto, e io acconsentissi, potrei, un domani, denunciarla per molestie?

La risposta è che probabilmente non potrei, innanzitutto perché la morale pubblica mi vedrebbe come un privilegiato (maschio, più o meno cisgender), non una vittima, e poi perché non c’è stato un vero e proprio ricatto se la donna non ha espressamente esplicitato che io, acconsentendo, avrei ottenuto un posto di lavoro o tratto qualche altro vantaggio. Ma questi ricatti subdoli, sfuggenti e difficili da incasellare sono onnipresenti: chi sposa o frequenta qualcuno di ricco e influente ne trae sempre beneficio, anche se non si tratta di un posto di lavoro. Veronica Lario ha tratto del suo matrimonio (dovrei scrivere divorzio) con Silvio Berlusconi un patrimonio immenso, dobbiamo considerarla una vittima di una molestia? Non le era stato promesso un posto di lavoro, certo, ma il potere era palpabile. O, alternativamente, possiamo immaginare una Veronica Lario per nulla influenzata dal potere e dai soldi di Berlusconi nell’aver scelto di diventare sua moglie?


Grazie ai trend comunicativi si possono ottenere ottimi risultati, come ridiscutere la legge che prevede solamente sei mesi per poter denunciare uno stupro, e se è vero che mettere i puntini sulle “i” delle denunce può rallentare questi passaggi allora forse è giusto che si semplifichi con tweet e hashtag. Le bolle comunicative però hanno dei difetti.


E se invece partissi spiegando alla mia amica che: figuriamoci, capisco bene l’utilità di semplificare il discorso politico, schiacciarlo dentro slogan e hashtag, in modo da far andare le cose più svelte (iniziando così si capirebbe che le mie critiche non sono pretestuose e che non intendo affossare in toto il discorso anti-molestie?). Aggiungerei che il formato ridotto serve a una diffusione rapida delle idee, per questo esiste la propaganda politica, gli striscioni, i manifesti e così via. Ed è un bene, sostengono in molti, che ora si vada veloce.

Può essere vero, ma cosa pensare di slogan che propongono che ora “ci si dovrebbe concentrare solo sulle vittime”, o addirittura che non ci si dovrebbe chiedere se chi denuncia dice o no la verità o – ancora peggio – che chi se lo chiede è d’intralcio? A me viene da pensare: “un momento, calma tutti quanti, non buttiamola in rissa che non sono cose da risolvere coi cori da curva nord”.

Grazie ai trend comunicativi si possono ottenere ottimi risultati, come ridiscutere la legge che prevede solamente sei mesi per poter denunciare uno stupro, e se è vero che mettere i puntini sulle “i” delle denunce può rallentare questi passaggi allora forse è giusto che si semplifichi con tweet e hashtag. Le bolle comunicative però hanno dei difetti. Calza a pennello un esempio recente: il giornalista della RAI che ha preso la testata da Roberto Spada a Ostia ha detto in modo molto lucido che l’arresto che ne è seguito è ipocrita perché in Piazza Gasparri di nasi se ne rompono ogni giorno. Non è la testata o il naso spaccato che hanno portato a quel fermo, ma l’indignazione pubblica davanti a un video divenuto virale. Senza il video non ci sarebbe stata nessuna indignazione e questo è un male, perché la giustizia non può seguire l’emotività popolare, deve invece essere imparziale e fare ciò che è giusto, non ciò che il sentore popolare ritiene urgente. Altrimenti Ostia, dopo le manifestazioni dei mesi scorsi (manifestazioni pre-elettorali) tornerà a sparire da sotto i riflettori e il degrado e la violenza avranno solamente preso una pausa. Così vanno le bolle comunicative: prima tutto, poi niente.

Oltre alla volubilità dei trend mediatici c’è la questione del garantismo. Qui per farla breve potremmo dire che, per gli stupratori e i pedofili di cui si parlava prima, il garantismo valga un po’ meno e la vendetta sia un metodo punitivo che la società tende ad accettare. Se, di nuovo, sottoponessimo al giudizio popolare le possibilità del ritorno all’uso della pena di morte, gli ansiosi di vendetta ne auspicherebbero il ritorno proprio per stupratori e pedofili. Tutte e due le categorie che vengono etichettate come “porci” (un insulto, con chiare radici religiose, che non a caso viene usato per i reati che hanno a che fare con la sfera sessuale). I primi se la prendono con le donne, i secondi coi bambini. Questo binomio donne-bambini è ciò che la società più retrograda santifica e considera intoccabile proprio come conseguenza di un certo maschilismo di derivazione patriarcale, (ma il sistema patriarcale non lo stavamo combattendo?)

In queste ultime settimane però gli scettici cominciano a venir fuori con meno vergogna. Dopo i casi di evidente neopuritanesimo come le accuse ad Aziz Ansari, la richiesta di censura di un quadro di Balthus e il cambio del finale della Carmen, sembra che il problema delle ondate mediatiche ed emotive stia venendo fuori senza che chi si espone sia tacciato di preoccupazione da privilegiati. Leggendo di questi episodi mi convinco che la stessa amica che mi incalzava ha certamente i miei stessi dubbi. E io, come lei, ho le stesse speranze per un futuro senza molestie.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto. Collabora con Il Foglio, Esquire Italia e cheFare.
In copertina: “Il bacio”, Pablo Picasso, 1969.