Nonostante (e contro) il dilagante puritanesimo, è necessario preservare le opere d’arte.


di Enrico Pitzianti

Negli Stati Uniti una petizione chiede al Metropolitan Museum of Art, il Met, la rimozione di un’opera del pittore francese Balthus, al secolo Balthasar Kłossowski de Rola, che raffigura una giovane ragazza di cui si vede, per via della posa scomposta, la biancheria intima. Il soggetto è femminile e adolescente e questo è bastato alla promotrice, Mia Merril, per dichiarare di essere rimasta “scioccata” dalla vista di “Thérèse Dreaming” un dipinto, vale la pena ricordarlo, del 1939.

La notizia, però, più che nella richiesta di rimozione (sono tante le richieste di censura, anche nel mondo dell’arte), sta nel successo che ha riscosso e nel motivo per cui la si è domandata. Nella petizione, infatti, si legge che “considerato l’attuale clima di molestie sessuali[…] Il Met sta romanticizzando il voyeurismo e l’oggettificazione dei bambini.” E se suona come un’accusa di promozione della pedofilia, be’, è perché lo è.

Insomma, ci sarebbe un “clima di molestie”, quello dello scandalo Weinstein e del #metoo per intenderci, che oggi imporrebbe dei vincoli speciali da applicare a qualsiasi campo, anche a quello dell’arte.

Ci sono però diverse buone ragioni per dubitare della bontà della proposta di Mia Merril. La prima è che anche i giovani in certi contesti hanno il diritto di mostrarsi in intimo: esistono, per esempio, dei contesti come le spiagge, dove si è tenuti ad accettare la presenza di infanti e adolescenti svestiti senza scandalizzarsi. Le cose stanno così per delle buone ragioni, perché se si pubblicizzassero i pannolini con neonati in muta da sub sarebbe solo un’operazione ipocrita e non certo anti-pedofilia. La verità è che le mutande dei giovani esistono ed evitare di ritrarle non fermerà né cambierà i pedofili. Dopotutto, più a monte, ci si potrebbe chiedere come mai dovrebbe essere pornografica la nudità infantile, se non si prova attrazione pedofilia? E proprio in questo senso si era espresso lo stesso Balthus, rimandando al mittente le accuse, e precisando che la malizia sta negli occhi di chi osserva.

Ecco la versione integrale, altrimenti su Facebook ci censuravano.

Questo vale, a maggior ragione, per i personaggi fittizi che abitano le opere d’arte, mondi ineffabili e lontani dal costume in voga, dove un’eventuale regolamentazione dei temi o dei valori non può che tradursi nella volontà di imbrigliare l’immaginario degli artisti.

La seconda ragione è che non è drammatizzando la paura della sessualizzazione potenziale che si disinnesca la minaccia della molestia. Se così fosse la soluzione sarebbe semplicissima, basterebbe nascondere i minori e applicare meticolosamente una già fallimentare ricetta fatta di burqa e clausura femminile. È facile prevederne l’esito: non funzionerà.

C’è un terzo motivo, quello del “cosa fare” delle opere d’arte dei cattivi. Ammesso che Balthus si possa definire tale (e non ci sono prove a carico se non quelle di un pericoloso e disinformato “tribunale popolare”), è un errore censurarle, almeno per i sei motivi di cui aveva parlato Francesco D’Isa.

Merril, la promotrice della petizione, intervistata dal Daily Mail, si lancia in una riclassificazione dell’opera dell’artista francese, sostenendo che lei definirebbe l’opera di Balthus “più come pornografica che come arte vera e propria”. Un’insensatezza, certo, e rincuora che il museo newyorkese abbia già risposto attraverso le parole di Ken Weine, il responsabile della comunicazione, precisando che non rimuoverà il dipinto. È bastato uno di quei discorsi dal sapore diplomatico, un po’ di circostanza, per chiarire che sì, l’arte è utile anche perché si discuta in modo costruttivo e informato, ma, per farla breve, la risposta è no. Thérèse resta dov’è, almeno per ora (prima cioè che ci sia un’altra petizione, con più firme e meno motivi, per il museo, per resistere al fuoco incrociato dei social network).

Rincuora molto meno, invece, che il puritanesimo e il moralismo tipici delle società anglosassoni (che hanno permesso alle destre di ritrovarsi tra le mani uno strumento potentissimo come la retorica contro il politicamente corretto) stiano diventando una regola generale in tutto l’Occidente. Era l’ultima delle cose che avremmo dovuto importare, ma tant’è. In Italia la strada era stata già spianata da una certa retorica perbenista e giustizialista ed eccoci qui, a ribadire l’ovvio: che l’arte va tenuta nei musei e che chi non vuole vedere un’opera di Balthus può semplicemente evitare di andare a quella mostra.

Bisognerebbe tenere a mente che questo meccanismo di censura morale definita come “necessaria” funziona anche al contrario: l’arte considerata “degenerata” del nazismo, ad esempio, era percepita come tale dalla morale pubblica e se oggi non lo è più, è solo perché è cambiata la morale per cause storiche (cioè i nazisti hanno perso la guerra). A ripensare a questo cambio di prospettiva vengono i brividi, ma aprire le porte alla censura morale delle opere d’arte significa scommettere tutto sull’immutabilità della storia. La voglia di eliminare tutto ciò che ci disturba deve ricordarci che nell’ombra rimane una domanda: quale morale è il giudice se non quella delle maggioranze e dei vincitori?

Quasi si vorrebbe incontrare Mia Merril durante una passeggiata tra le vie della grande mela, per dirle cordialmente che non è così che si esorcizza il male: la pedofilia non si combatte coprendo i bambini e le molestie non si estinguono evitando le minigonne. Un po’ come non si diventa nazisti leggendo i libri di storia e non ci si trasforma in assassini leggendo i gialli. Ma probabilmente, proprio per via del “clima di molestie” di cui parla la stessa Merril, farlo verrebbe etichettato come mansplaining e darebbe lo spunto a un’ennesima petizione. Poco male, per ora; la sognante Thérèse resta dov’è e magari, chissà, la stessa polemica che ha rischiato di farla rimuovere attrarrà più visitatori ad ammirarne la beatitudine.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto,  Artnoise e di Dude Magazine. Scrive per Il Foglio e cheFare. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
In copertina: Therese sogna, di Balthus