In Virgilio, Roma si vanta di essere fondata da un profugo che, dipendesse da molti, sarebbe stato ricacciato nella Libia di Didone. (English version here)


di Edoardo Rialti

Forsan et haec olim meminisse iuvabit.

Forse un giorno sarà bello ricordare anche questo.

Virgilio

Come fulmine in cristallo la chiamata venne.

A che? Lo avrebbe poi la roccia sinuosa del cammino

mostrato e occultato mille volte.

M. Luzi

Per amica silentia lunae, con gli amici silenzi della Luna… questo pezzo non l’ho scritto al mare, di notte. Eppure è lì che l’ho pensato. Meglio ancora, che l’ho contemplato. Quella stessa luna piena che si libra sul golfo etrusco illuminava anche l’ultima notte felice di Troia, la morte in mare di Palinuro il timoniere, la sortita di Eurialo e Niso.

Tu, dea, tu praesens nostro succurre labori,/ astro rum decus et nemorum Latonia custos.

Tu, o dea, tu presente soccorri il nostro travaglio, slpendore degli astri  e guardiana, o figlia di Latona.


Spesso occorre gettare uno sguardo indietro, per riuscire davvero ad andare avanti. Indietro e dentro di noi. È in fondo questo il nocciolo de La Strada di Mccarthy, col padre e figlio che arrancano tra le rovine di un mondo avvelenato, dove i pochi superstiti sembrano ridotti solo a dividersi tra cacciatori e prede, parimenti folli e disperati. L’alternativa è invece continuare a camminare, e “portare il fuoco”. Sedersi ogni sera al proprio povero bivacco, e raccontarsi delle storie che vengono da molto lontano.

Come notava George Steiner, i migliori critici sono davvero gli scrittori. Non perché questi notino questioni e scelte che i filologi e i professori ignorino, ma perché niente penetra davvero in un’opera d’arte come un’altra creazione. Per questo nessuno forse ha capito davvero Virgilio come Dante, Tasso e appunto McCarthy. La Strada non riecheggia o cita Enea, Julo e il sacro fuoco di Vesta, sottratto alla catastrofe di Troia. Ci espone alla stessa dinamica, ci getta, per dirla con Montale, nella stessa verità.

Virgilio sta al crocevia della cultura occidentale. Sintesi e maturità del mondo antico (T. S. Eliot), fino al pieno ‘800 il suo peso superava di gran lunga quello di Omero. È praticamente onnipresente, dalle lacrime con cui lo leggeva Agostino a Dante, Petrarca e l’intero Rinascimento. Alla parziale caduta in disgrazia sotto i Romantici (e il loro culto del “primitivo” Omero) segue la grande riscoperta-rilettura del ‘900, tanto che H. Broch ne farà l’emblema dello strazio dell’artista davanti all’inesorabile incompiutezza dell’opera d’arte.

Sotto il fascismo, Virgilio ha patito la stessa sorte di Nietzsche in Germania. Ci si è riempiti la bocca di omaggi formali e sontuosi, che ne distorcevano in modo miserabile lo sguardo e il pensiero. Anche oggi, fascisti e tradizionalisti d’ogni risma si riempiono la bocca con le glorie della classicità col culto dei padri e degli avi, con la missione civilizzatrice di Roma, contrapposta alle minacce dell’invasione razziale e ideologica, alla degnazione dei costumi e alla resa all’Oriente. Come notava Lewis, raramente i cosiddetti neopagani conoscono una parola di greco. Questo pezzo ha dunque una sua occasione immediata, e ideologica, direbbe Pasolini: mostrare come Virgilio e l’Eneide stiano esplicitamente da tutt’altra parte della barricata, e con una intensità e chiarezza che strappano persino un sorriso beffardo. Come nei gialli classici, l’arma del delitto è così in bella vista, che spesso non la si nota nemmeno. Quel Italiam fato profugus che campeggia nel secondo-terzo verso del proemio dell’Eneide, quasi a condensarne il cuore in tre semplici parole. Esatto.

Italiam fato profugus. – Esule in Italia per destino

Dosso Dossi, Enea e Acate sulla costa libica, 1520

Potremmo fermarci qui, e limitarci a notare che per il Vate, a fondare Roma è stato un profugo mediorientale arrivato in barca sulle nostre coste (“Abbiamo lo stesso sangue di Enea” blateravano sui social i fascisti di Forza Nuova. E qualcuno ha semplicemente ribattuto “Cioè Turco?”). Potremmo trovarci nella farsesca e infame condizione di non riconoscere una delle storie che insegniamo in tutti le medie e liceo, proprio mentre si svolge davanti ai nostri occhi. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. In Virgilio c’è davvero un fuoco, una consegna, un’eredità decisiva per la civiltà e la cultura europea e mondiale, con una serie di intuizioni e di domande che commuovono e al tempo stesso turbano e sfidano, nella nostra ricerca di stereotipate e facili ricette e certezze. Un passato per interpretare il caos del presente, oltre i muri delle nostre percezioni immediate e ottuse. Un lascito e un orizzonte per come leggere i segni che costellano il mondo, scrutare i presagi che si annidano non solo nei voli delle aquile ma anche tra le rughe o nelle pupille di chi ci raggiunge su un barcone, lacero e sporco. E di tutto questo c’è più bisogno che mai, oggi, come ieri. Perché, lo vedremo insieme, ogni grande storia, non importa quanto remota per origine o ambientazione, è sempre una memoria del futuro.

Semper cedentia retro quarenda – I campi da ricercare, e che sempre si ritraggono

Molle atque facetum (Satira 10) lo definiva già il sodale Orazio. Con Virgilio il “dolce stil nuovo” già esplorato dalla poesia neoterica compie un salto quantico. Anche i topoi più triti, i particolari scontati assumono una luce nuova. Il suo poema epico era atteso e preannunciato da amici con aspettativa febbrile. Cedite Romani scriptores, cedite Graii, | Nescio quid maius nascitur Iliade, festeggiava l’ammirato Properzio. Per molti aspetti, Virgilio costituisce uno dei primi artisti nel senso più maturo e puro del termine. Il latino con lui raggiunge delle vette tali da rendere difficile scegliere cosa non citare. Dalle fonti conosciamo anche il suo riservo, l’omosessualità schiva (“Partenia”, la verginella celibe, come lo chiamavano, che appunto prediligeva la dolcezza di “Partenope”-Napoli agli schiamazzi e intrighi di Roma), la tensione nervosa e la precisione ossessiva (in questo molto simile a Manzoni).

Come rispose una volta Pasolini in un dibattito pubblico sulla sua Medea, in fondo si dirige sempre lo stesso film, così come si scrive sempre la stessa poesia. Virgilio non è certamente l’autore di un unico libro, ma è vero che anche la sua arte ruota intorno ad alcuni poli fissi, che si approfondiscono e ritornano, ancora e ancora, come le onde sulla spiaggia. “La stessa sensibilità in quadri diversi”. Come diceva Nietzsche, Se si ha carattere si ha anche una propria esperienza interiore, che ritorna sempre. E In Virgilio ricorrono e si approfondiscono sempre gli stessi nodi centrali, personali e collettivi, letteralmente dal primo all’ultimo verso. Che incalzano e sfuggono, proprio come le coste dell’Italia agognate da Enea: Ausionae semper cedentia retro quarenda. Non è certo un mero caso se la prima Ecloga delle Bucoliche si apre con un pastore che piange il suo Nos Patria fugimus. E se la stessa Ecloga si chiude con le stesse umbris del verso finale dell’Eneide.

Nos patriam fugimus – Noi lasciamo la terra dei padri.

Le Bucoliche, che si offrono già perfette, già capolavoro come la Vita Nova di Dante, sono poema della primavera piena di speranza. Virgilio le ambienta in un’Arcadia da lui definitivamente consacrata a mito universale e che tornerà poi come comunità ideale anche dell’Eneide. I suoi pastori sono una comunità di canto e poesia, in cui traluce non poco, forse, persino degli otia epicurei della Napoli di Sirone e Filodemo di Gadara. Eppure, neppure l’amata quiete epicurea, neppure la poesia bastano. La Storia, con la sua polvere, sangue e sudore, col suo carico di morte e contraddizione, incombe. Già dai monti calano le ombre, appunto, e non tutti hanno dove ripararsi. Per un pastore-poeta che (come Virgilio) è stato sottratto alle espropriazioni dei veterani per l’intercessione di un potente (leggi: Ottaviano), ce ne sono molti altri che invece non ce l’hanno fatta, e devono lasciare per sempre ciò amano. Nos patriam fugimus. Noi lasciamo la terra dei padri. Già le Bucoliche si aprono con una patria riscattata e perduta, con un ritrovamento e un esilio. E anche l’amore, ben prima di devastare la reggia di Didone, è già pari rovina per il gregge e il custode del gregge. L’ultima Ecloga si chiude proprio con l’amico poeta Gallo che si aggira inconsolabile. Ci sono ferite, private e pubbliche, che si sanno già insanabili.

Crudelia retro fata vocant – Lo spietato destino mi richiama

Le Georgiche segnano o dovrebbero segnare per Virgilio il momento di massima adesione dell’ideologia augustea (il vero Andreotti del mondo antico); dopo il trionfo di Azio si avverte la necessità di una rinnovata coesione ideologica e l’attento ministro della cultura, Mecenate, commissiona a Virgilio la realizzazione di un grande poema esiodeo che esalti il ceto medio italico e i valori tradizionali dell’identità romana, in esplicita chiave anti Lucreziana (sebbene le citazioni del corrosivo epicureo siano presentissime). Assumendo una diversa prospettiva stoica, la fatica del lavoro viene addirittura interpretata come un dono della divina mente di Giove ai mortali, e non come una conseguenza d’una condanna come in tutti i miri sull’Eden perduto.

Eppure anche questa marcia trionfale deve nascondere un grido di dolore. Anche questo corteo sfavillante deve evitare di guardare troppo a lungo ai suoi margini, se non vuole incrociare una sagoma che si allontana tra le ombre. Al pari delle Bucoliche, anche questo poema doveva chiudersi con elogio dell’amico-poeta Gallo, divenuto addirittura Prefetto d’Egitto. Ma Gallo era caduto in disgrazia presso Augusto, che sapeva essere gelido e implacabile (il povero Ovidio l’avrebbe imparato a sue spese). Alla fine, fu il Potere e non l’Amore a far suicidare il cantore. La conclusione fu rimossa. Mossa dolorosa di piaggeria? In realtà, a sostituirla è una storia di efficienza collettiva (le api) che sorge però come espiazione per una tragedia e sconfitta privata, quella di Orfeo e Euridice, dove l’amore e la poesia arrivano quasi a sconfiggere la violenza della Storia. Quasi. Crudelia retro fata vocant. Lo spietato destino mi richiama. Per chi sappia leggere attentamente, i riferimenti alla X Ecloga e a Gallo sono piú che espliciti. Inoltre, Virgilio vi sperimenta in versione circoscritta quella che sarà la grande scelta alla base dell’Eneide: preferire il mito alla storia, da una parte evitando così il “servo encomio” della calaque, e dall’altra affidandosi all’unica dimensione perenne dell’esistenza umana, dove poter contemplare davvero il misterioso nodo di speranze, credenze e angosce che percorrono l’esistenza di tutti e ciascuno: il mito.

Era stato il Teocrito e l’Esiodo latino. Adesso, risalendo “dalle foci alle sorgenti” (direbbero H. U. Von Balthasar e Mario Luzi), avrebbe tentato di diventare Omero, proprio come desiderava Augusto. Ma, a ben vedere, forse no.

Medias acies mediosque per ignis invenere viam. – Una vita tra le fiamme e gli eserciti.

Raffaello Sanzio e aiuti, Incendio di Borgo, 1514

Al pari di Milton, anche Virgilio vuole “giustificare” le ragioni di un ordine divine del cosmo e della storia, che ha come asse centrale la missione di Roma. Eppure lo splendido studio di Antonio La Penna, una delle glorie della nostra filologia latina, si intitola proprio “L’impossibile giustificazione della Storia”. Nelle ambizioni di Augusto, Virgilio avrebbe dovuto comporre un poema epico sulla pax che egli aveva finalmente assicurato al mondo romano, e certamente nell’Eneide c’è una ferma condanna degli orrori della storia contemporanea, dalle guerre civili all’Oriente di Antonio e Cleopatra. Augusto pare addirittura il Messia profetizzato per sanare una sorta di “peccato originale”, il Furor e l’Invidia che, dai tempi di Romolo e Remo, arriveranno fino alle contese fratricide degli anni dei triumvirati. Però, nella sua scelta di sottrarsi al presente, di essere apparentemente inattuale, perché concentrato sul perenne e sui fondamenti mitici della società, questa stessa lettura provvidenziale è quasi sommersa dalla pietà per i costi che esige, per i sacrifici umani di cui è costellata. Non sono solo il male e gli avversarsi di Roma a mietere vittime innocenti. Tutto il testo è percorso dunque da una forte polemica politica, da una delusione sottaciuta ma non meno sentita o straziante.

La cornice, o meglio ancora l’orizzonte, è l’effettiva introduzione dell’epica nella letteratura occidentale, così almeno come è stata intesa nella cultura europea fino al pieno ‘700. Lo stesso Omero è stato riletto in chiave virgiliana. Come notava C. S. Lewis, Virgilio introduce “Il Grande Soggetto”, che non è più una vicenda eroica particolare in cui si riflette il perenne flusso della vita, come nei Greci, ma qualcosa di nuovo e definitivo, che viene da molto lontano e che in qualche modo coinvolge il mondo intero. Non si può non citare per esteso quel capolavoro di esegesi che è la sua lettura del proemio:

Il terzo paragrafo del poema (I,2-33) ci fornisce esempi di pressochè tutti i metodi con cui l’autore fa sostenere alla sua vicenda relativamente semplice il peso di un tale destino. Notate le parole chiave. Cartagine è una città antica, contrapposta da lontano alla foce del Tevere. Virgilio sta già estendendo la sua storia nel tempo e nello spazio. Giunone confidava di conferirle impero sulla Terra, se il Fato l’avesse concesso, ma ha già avuto notizia che un giorno (olim) il seme Troiano la schiaccerà. Le intere Guerre Puniche fanno così la loro comparsa. Ma Giunone non pensa solo al futuro. Un conflitto piú antico ancora le angustia la mente- ripensa ai suoi Achei contro le mura di Troia, al Giudizio di Paride, a Ganimede esaltato a onore immortale. Come vedete non siamo all’inizio. La vicenda su cui ci imbarchiamo si perde in un passato ancora più remoto. Gli eroi di cui seguiremo le avventure sono ciò che resta (reliquia) di un ordine piú antico, distrutto prima che si alzasse il sipario; sopravvissuti e, come fossero fantasmi, braccati (ed ecco tornare l’ampiezza dello spazio) maria omnia circum, mentre Giunone sbarra loro la via del Lazio, portandoli lontano, a vagare sulla spuma straniera. Tanto pesava fondare la gente romana. Il punto decisivo qui è moles, il peso. Questi uomini non combattono di loro spontanea volontà come eroi omerici; questi suono uomini con una vocazione, uomini sulle cui spalle è stato deposto un fardello.

Su questo sfondo, una scelta-intuizione narrativa parimenti grandiosa per ironia e provocazione: a fondare la civiltà che per Virgilio doveva costituire il vertice e la soluzione del cammino umano (Imperium sine fine dedi) c’è un esule fuggiasco, uno sconfitto, uno scarto che, al apri del pastore della prima Ecloga, può parimenti piangere Nos patria fugimus. È a lui che il Fato chiede di essere il seme evangelico che deve spezzarsi per portare molto frutto: uno spezzarsi che è scandito dalle due parti del poema, rispettivamente di sei libri ciascuna, e che ha come asse appunto la discesa nel regno dei morti. Nella fuga da Troia le tre scansioni temporali dell’esistenza personale e collettiva sono riassunte plasticamente nell’immagine di Enea che regge il padre sulle spalle e accompagna per mano il figlioletto. Passato, presente e futuro. Fino alla discesa agli inferi, dove ritroverà appunto il padre ormai defunto, la grande comprensibile tentazione del fuggiasco sarà quella di ripiegarsi sul passato. I Troiani superstiti vagano per il mare stanchi e laceri come spettri. È il dramma di ogni fondatore, quello di trovare nelle ceneri del passato il seme del futuro, dentro e fuori di sè.

Nella distruzione di Troia, il vecchio Anchise vorrebbe essere lasciato a sua volta lì a morire. È solo quando scorge un segno sui capelli del nipote, che accetta di partire, e continuare a scrutare il mondo in cerca di altri segni, auguria, auspicia, che permettano di fare un altro passo, e un altro passo ancora. Il Terzo Libro del poema, col Mediterraneo percorso a tappe da questi uomini e donne stanchi, con la Terra Promessa che si mette progressivamente a fuoco tra profezie, errori e maledizioni, oggi dovrebbe essere recitato da un Siriano o Somalo per tornare a stagliarsi in tutta la sua forza e il suo strazio.

Eppure. Virgilio ancora una volta non ci dispiega un’avanzata solo luminosa, per quanto difficile. Egli vuole- o vorrebbe- scrutare e accompagnare il mistero di questo processo nei dolori e nelle contraddizioni della storia. Anche Il Fato semina lutti a piene mani. Alla fine del poema le diverse volontà divine (Giove, Venere, Giunione…) si armonizzano e conciliano. Quelle umane no. Persino nell’aldilà la teodicea, la giustificazione provvidenziale si inceppa. Didone che è impazzita e morta per amore, resta piagata da una ferita insanabile, e si allontana da Enea che le tenda le braccia e implora una riconciliazione. L’elenco dei sacrificati sull’altare del Destino percorre l’intero poema, i giovani morti ante diem, Creusa, prima moglie di Enea, che deve sparire per cedere il suo ruolo a Lavinia, Palinuro il saggio cocchiere che cade in olocausto a Nettuno per assicurare l’approdo, Rifeo, il piú giusto e devoto dei Troiani che viene massacrato a Troia (e quel, “agli Dei parve altrimenti” tormentò tanto Dante da fargli audacemente inserire quel pagano mitologico nell’occhio dell’Aquila della Giustizia, in Paradiso). E non solo nello schieramento di Enea. Anche i suoi avversari, che in modo piú o meno consapevole si oppongo ai disegni del Fato, sono sempre raccontati con una profonda, dolente immedesimazione. Nessuno è “l’antagonista” della propria storia. Ci sono ragioni che cozzano in modo inesorabile, e la giustizia e l’importanza d’una posizione non sviliscono necessariamente un punto di vista completamente diverso e alternativo. Non solo e ovviamente Didone (che è davvero il doppio speculare di Enea: a sua volta una profuga e vedova, fuggita da una città dell’Oriente, e che, donna e sola, è riuscita a fondare una città e un impero) ma anche Mesenzio, il tiranno spregiatore degli dei, il vecchio condottiero tenebroso che prega solo la sua mano (uno degli splendidi atei titanici che ispireranno Dante, Tasso e Milton) e che ha due unici amori, il figlio Lauso e il fido cavallo Rebo. Persino Turno, il nuovo tracotante Achille, che uccide il giovane Pallante. È una delle ironie tragiche del poema che, formalmente, il giovane principe Rutulo che vuole cacciare “l’invasore straniero” che minaccia di strappare donne e terre, sia contrapposto al pius Aeneas, come il feroce Achille al nobile troiano Ettore (che di Enea è parente); tuttavia, a osservare meglio i fili della trama, è proprio Enea a dover formalmente assumere il ruolo prima dell’assai meno nobile troiano Paride, nel sottrarre una fanciulla già promessa sposa e nello scatenare una guerra cruenta tra popolazioni in pace, e poi addirittura di Achille stesso, nel vendicare con spietata durezza la morte del giovane Pallante. Ettore invece nella narrazione proietta sempre più la sua ombra magnanima su Turno stesso, che si fa portavoce di quelle semplici e oneste virtú italiche che erano al centro proprio delle Georgiche. Dante capì questo cortocircuito come nessun altro, quando fa affermare al “suo” Virgilio: a fondare l’Italia non sono stati solo gli eroi vittoriosi, ma anche gli altri.

Tutto questo converge su quel finale incompiuto che, col senno di poi, ha assunto un sentore quasi inevitabile. Come potevano essere risolte delle contraddizioni così intense, delle corrente così forti e contrastanti? Nell’esitazione di Enea davanti a Turno supplice, e poi nella rabbia scatenata dalla vista del balteo di Pallante che gli fa improvvisamente affondare la lama nel petto avversario, giustizia e ingiustizia, valore e furore, sono fusi per sempre. E l’anima dello sconfitto, superbo e valoroso, sprezzante ma onesto, vola tra le stesse ombre che si protendevo dai monti della prima Ecloga delle Bucoliche, molti anni prima.

Via invia – Una via dove non sembra esserci via

Achille Funi, Scena dall’Eneide, 1930

Davanti a dinamiche così profonde, qualunque tentativo, appunto, di conclusione risulterebbe ultimamente risibile. Ci sono tuttavia due immagini che, ritengo, dobbiamo continuare a contemplare. La prima è, se vogliamo, un grande monito sociale, e riprende quanto accennavo polemicamente già all’inizio. Se non siamo in grado di scorgere un re in esilo in ogni profugus che il Fato spinge sulle nostre coste, in fuga dalla fame e dalla guerra, qualunque discorso sulla trasmissione della tradizione e della cultura si rivela semplicemente per quel che è, cioè la sistematica ignoranza di ciò che brandisce come una clava ideologica, un mero pre-testo per restare ancora alle proprie previe e comode sicurezze ottuse, “assorbiti nei pensieri della propria quiete”, come già irrideva Manzoni. Fascisti, leghisti, tradizionalisti cattolici farebbero bene a non arruolare Zeus protettore degli Ospiti e dei Mendicanti (e neppure il Cristo che predicava “Ero straniero e mi avete accolto”), se non vogliono incappare nell’arco d’oro di Ulisse travestito da straccione, o sotto il gladio dell’esule troiano. Proprio la gloria della loro amatissima Roma si vanta di essere fondata da chi, dipendesse da loro oggi, sarebbe stato ricacciato nella Libia di Didone. Medias acies mediosque per ignis invenere viam. Si sono fatti strada tra le armi e il fuoco. C’è forse un verso piú capace di questo di esprimere la vita quotidiana di milioni di persone, in questo nostro mondo?

A scanso di equivoci, credo di aver già mostrato come il testo stesso di Virgilio abbia tutta la profondità per avvisarci già che accogliere i profugos è tutt’altro che facile. Che ci saranno costi, ferite, contraddizioni. Che a qualcuno verranno comunque inflitti dei torti, magari radicali. In questo senso la parola Fato, Destino, ha una valenza persino piú neutra e onesta, se vogliamo, di “Provvidenza” che invece si affanna a voler chiudere i conti con segno positivo, addirittura vittorioso. Il Fato è semplicemente ciò che non possiamo evitare di affrontare e vivere, e solo superficiali e demagoghi possono illudersi o illudere che questo movimento globale di popoli e persone sia evitabile.

La seconda immagine ci riguarda tutti in modo forse piú intimo e non meno importante, e ci soccorre proprio nelle eventuali difficoltà, piccole e grandi, di accettare tutta questa moles, il peso questo impegno.

Dopo che Enea è disceso nel regno dei morti e gli è stata narrata la futura gloria di Roma, egli deve bere dal Fiume Lete e dimenticare quanto visto. Tuttavia, nello scudo forgiatogli da Vulcano, quegli stessi eventi sono istoriati nell’oro. Egli contempla le armi divine, e non capisce perché, ma quelle immagini oscure gli suscitano un moto di gioia misteriosa. Egli non lo può sapere, ma sono una memoria del futuro. E se nella prima parte del poema, egli si era messo il padre sulle spalle, adesso “in sulla spalla/ alza la fama e il fato dei nipoti.”

C’è forse qualcosa di più commovente che sperare e lottare per combattere e viaggiare, avendo sulle nostre spalle il peso non piú e non solo del passato, ma anche del futuro?

Queste due immagini sono al fondo inestricabili. Avevano ragione il padre  e il figlio della Strada di McCarthy. Non c’è davvero tesoro più necessario di questo, in un mondo dove nessuno può ancora credere che il Fato degli altri uomini non ci riguardi: tendere le mani al fuoco, e lasciare che una storia cantata duemila anni fa, in un simile momento di crisi collettiva, ci aiuti ancora una volta a cogliere una speranza con cui fare un altro passo, e un altro passo ancora, tra le armi, le acque e il fuoco. Via invia, diceva Virgilio. Una via dove non sembra esserci via.


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.
Copertina: Abdalla Al Omar, Donald, 2016.