La strana storia di Nikolaj Fëdorov, il cosmista russo che voleva abbattere la morte, acquisire il potere assoluto sulla Natura, far risorgere tutti gli antenati e colonizzare l’Universo.


(Questo testo è tratto da “I Cosmisti russi”, di George M. Young. Ringraziamo Tre Editori per la gentile concessione)

di George M. Young

«Ecco un sant’uomo», disse Lev Nikolaevič. «Non possiede nulla. Cede subito alla biblioteca tutti i libri che compra o che gli sono donati. A casa dorme sopra un baule coperto di giornali in una cameretta affittatagli da una donna anziana. Naturalmente è vegetariano, anche se, timido e modesto qual è, non gli piace parlarne. Sappiate, però, che ha una sua teoria!»
E Tolstoj iniziò a raccontarci qualcosa di strano: Fëdorov non riesce in alcun modo ad accettare che gli uomini muoiano e che coloro i quali ora ci sono molto cari un giorno scompariranno senza lasciare traccia, perciò ha sviluppato una teoria secondo cui la scienza, con un gigantesco balzo in avanti, scoprirà un metodo per estrarre dalla terra i resti, le particelle dei nostri antenati, per poi riportarli in vita.

Dal taccuino di V.F. Lazursky, 13 luglio 1894

Per tutta la sua vita e per gran parte del secolo successivo alla sua morte, Fëdorov e rimasto pressoché sconosciuto. Tuttavia dopo la fine del periodo sovietico è diventato, almeno nel suo paese, uno dei personaggi più conosciuti della storia del pensiero russo. Anche se probabilmente soltanto pochi studiosi molto seri hanno letto gran parte della sua opera, tutti coloro che hanno una sufficiente conoscenza della storia intellettuale russa sanno una cosa molto importante a proposito di questo eccentrico bibliotecario moscovita, un tempo sconosciuto.

L’unica idea

Come nella famosa dicotomia (suggerita a Sir Isaiah Berlin da un frammento attribuito all’antico poeta greco Archiloco) fra la volpe, che sa molte cose, e il riccio, che ne sa una grande, Nikolaj Fëdorov era un pensatore che aveva un’unica grande idea. Credeva che tutti i problemi conosciuti avessero un’unica radice nel problema della morte, e che nessuna soluzione ad alcun problema sociale, economico, politico o filosofico si sarebbe dimostrata adeguata finché non fosse stato risolto il problema della morte. Una volta trovata la soluzione a tale problema, si sarebbero trovate di conseguenza anche quelle che avrebbero permesso di risolvere tutti gli altri.
Tutti i suoi scritti, raccolti sotto il titolo Filosofiia obshago dela, (La filosofia dell’Opera Comune) sono dedicati a una soluzione del problema della morte. Egli credeva che qualsivoglia questione, quantunque triviale in apparenza, fosse in sostanza e letteralmente una questione di vita o di morte. Qualsiasi considerazione, quale che sia l’argomento a cui si riferisce, come lo sviluppo della calligrafia, o l’abbigliamento femminile, o la storia completa della specie umana, conduce all’unica medesima conclusione: la decomposizione è la regola universale è la ricomposizione è il compito umano. Ovunque guardi, Fëdorov vede manifestazioni del principio naturale di decomposizione, eppure, con inesauribile ottimismo, considera ogni esempio di decomposizione come una nuova occasione per iniziare il compito umano della ricomposizione.


Per Fëdorov, l’uomo ‘‘quale dovrebbe essere’’ non solo è immortale, bensì impegnato nel compito di portare l’immortalità a tutti gli altri uomini.


«Anche se sono in disaccordo su ogni altra cosa, tutte le filosofie concordano su una cosa», scrisse Fëdorov. «Tutte ammettono la realtà della morte e la sua ineluttabilità, persino nei casi in cui riconoscono che nel mondo nulla è reale. I sistemi più scettici, i quali dubitano persino del dubbio medesimo, s’inchinano dinanzi alla realtà della morte». Dunque Fëdorov si colloca in una posizione contraria all’intera storia della filosofia, sostenendo che la morte non è una certezza inevitabile, bensì dipende dalle condizioni. «La morte è una proprietà, una condizione […] ma non una qualità senza la quale l’uomo cessa di essere ciò che è e ciò che dovrebbe essere.».
Per Fëdorov, l’uomo ‘‘quale dovrebbe essere’’ non solo è immortale, bensì impegnato nel compito di portare l’immortalità a tutti gli altri uomini.

Fëdorov parla di due forme di morte. Quella a cui dedica maggiore attenzione è la morte intesa come decomposizione. Così nell’universo fisico, come nella società, nella famiglia o nell’individuo, le particelle si separano le une dalle altre, i legami interiori si dissolvono, l’interezza si frantuma. Il compito di tutta l’umanità è quello di riportare alla totalità e alla vita ciò che la natura decompone e conduce alla morte. Nel mondo attuale, l’opposto della decomposizione non è l’integrità, bensì la fusione, a sua volta una forma di morte, in cui ogni unità perde la propria individualità e la propria particolarità, e tutte le parti separate si amalgamano in una massa senza vita. Fëdorov vede sia la morte per fusione sia la morte per decomposizione presenti ovunque: nei movimenti della massa, nelle cieche alleanze che rispondono alle grida di guerra, e nei singoli villaggi le cui vite sono divorate dalle città. In questo caso il compito consiste nel decentralizzare, nel trasformare la massa informe e senza vita in unità viventi. Il mondo ‘‘qual è’’ opera secondo i principi della decomposizione e della fusione. Tutto si disgrega in parti prive di connessione, oppure si amalgama in grandi entità prive di vita. L’‘‘Opera Comune’’ consiste nell’invertire il naturale flusso della vita verso la morte come decomposizione e verso la morte come fusione, per ripristinare ovunque l’interezza, la quale assicura sia l’integrità dell’unità sia l’unità della totalità.


Il progetto della resurrezione letterale, attiva, fisica, rappresenterebbe un grande passo verso la soluzione di molti altri problemi che oggi appaiono insolubili. Le energie e le risorse attualmente orientate alla guerra sarebbero dirottate verso la resurrezione.


Il modello, o icona, dell’universo ‘‘quale dovrebbe essere’’ è la mistica consustanzialità della santa Trinità, ovvero, nelle parole della liturgia ortodossa, ni slijanno ni razdel’no, «né fusa né decomposta», perfetta come il tre e l’uno, una e trina. In termini odierni, il progetto di Fëdorov può essere descritto come un tentativo di trasformare l’universo del Big Bang in un universo in stato di quiete. Nell’utopia di Fëdorov ( il quale non la considerava affatto tale, bensì semplicemente il mondo ‘‘quale dovrebbe essere’’) non vi è nascita né morte, bensì un graduale ritorno alla vita di tutti, letteralmente, coloro che sono vissuti. La vita nell’unità di tutta l’umanità deve includere coloro che ora sono morti. Interrompere l’opera di unificazione dopo avere liberato dalla morte unicamente i vivi sarebbe, secondo Fëdorov, un atto di egoismo e d’immaturità. Invece la maturità e la moralità esigono che i figli e le figlie restituiscano ai genitori la vita che da essi hanno ricevuto. «Il dovere della resurrezione unisce il memento mori, come fatto più deplorevole, e il memento vivere, come scopo necessario e inevitabile».

Nell’unire tutti i viventi nell’opera per sopraffare l’unico loro vero nemico, ossia la morte, il progetto della resurrezione letterale, attiva, fisica, rappresenterebbe un grande passo verso la soluzione di molti altri problemi che oggi appaiono insolubili. Le energie e le risorse attualmente orientate alla guerra sarebbero dirottate verso la resurrezione.
I nemici storici giudicherebbero possibile, anzi, necessario, assistersi reciprocamente. Con la resurrezione dei morti, i miscredenti, i quali in teoria potrebbero trovare inaccettabile il cristianesimo, diverrebbero in pratica seguaci di Cristo. La resurrezione dei morti sarebbe un processo lungo e graduale, ma anche la realizzazione finale di un progetto universale. Il filosofo Vladimir Solov’ëv calcolò che un tale processo avrebbe potuto richiedere migliaia di anni e lo riferì a Fëdorov, il quale spiego: Nel riportare alla vita i propri immediati predecessori, tutte le generazioni incontrerebbero difficoltà assolutamente equivalenti, perché l’atteggiamento dell’attuale generazione nei confronti dei propri padri è esattamente il medesimo dei suoi nonni verso i loro padri. Anche se con tutta probabilità il primo risorto ritornerà alla vita quasi subito dopo la morte, e sarà seguito da coloro la cui decomposizione sarà scarsamente evidente, ogni nuova esperienza nello svolgimento di questo compito procederà per fasi successive sempre più facili. La conoscenza aumenterà con ogni persona risorta e giungerà al culmine quando l’intera specie umana sarà risalita alla prima persona morta. Inoltre per i nostri bisbisnipoti sarà incomparabilmente più difficile riportare in vita i loro padri di quanto lo sarà per noi e per i nostri bisbisnonni, perché per la resurrezione dei nostri padri impiegheremo tutte le precedenti esperienze accumulate nel corso dell’opera e avremo la collaborazione di coloro che avranno provveduto alla nostra resurrezione. Cosi fra tutti avrà il compito più facile il primo figlio di uomo che dovrà procedere alla resurrezione di suo padre, il progenitore dell’intera specie umana.
Dunque la prima fase potrebbe consistere semplicemente in poco più della breve resurrezione temporanea di una persona appena morta. Dato che tutta la tecnologia scientifica, tutta l’organizzazione sociopolitica, in verità, tutte le conoscenze e le capacita di azione dell’umanità intera, sarebbero gradualmente orientate verso lo scopo della resurrezione, col tempo diverrebbero possibili rinascite più durature. In seguito si potrebbero sintetizzare i corpi, e infine, sostiene Fëdorov, si potrebbero ricreare persone intere da minime tracce di pulviscolo ancestrale, il recupero delle quali sarebbe affidato, sempre secondo Fëdorov, a squadre di ricerca inviate sulla luna, sui pianeti e nei luoghi più remoti dell’intero universo, che infine sarebbero colonizzati dagli antenati risorti, i cui corpi sarebbero modificati in modo tale da renderli capaci di sopravvivere in condizioni in cui attualmente la vita umana sarebbe impossibile. In tal modo i regni della spiritualità e della razionalità si estenderebbero a regioni cosmiche attualmente giudicate prive di vita e si risolverebbe il problema malthusiano della sovrappopolazione della Terra. Dunque l’esplorazione spaziale non dovrebbe essere fine a se stessa; né dovrebbe essere motivata meramente dalla curiosità, oppure dallo spirito di avventura o di conquista, bensì dovrebbe porsi uno scopo determinato: la sconfitta della morte da parte della vita per tutta l’umanità.


Altri obiettivi, come l’istituzione di piccoli musei locali, sono meno grandiosi e più realizzabili. Comunque è importante sottolineare fin dall’inizio che tutti i progetti di Fëdorov sono interconnessi, orientati allo scopo ultimo della resurrezione dei morti.


Il singolo grande progetto della resurrezione include innumerevoli progetti minori, alcuni dei quali (come l’unione di tutte le nazioni in un’unica unità politica governata da un autocrate russo) costituiscono in se stessi imprese vaste e complesse, per non dire improbabili.
Altri obiettivi, come l’istituzione di piccoli musei locali, sono meno grandiosi e più realizzabili. Comunque è importante sottolineare fin dall’inizio che tutti i progetti di Fëdorov sono interconnessi, orientati allo scopo ultimo della resurrezione dei morti, e necessari al compimento dell’opera, almeno nella sua mente. I progetti scientifici non possono essere compresi se li si separa da quelli religiosi, politici, sociologici, artistici ed economici. In contrasto con alcuni suoi seguaci, Fëdorov sottolinea ripetutamente che il progresso tecnologico può condurre unicamente al disastro se perseguito indipendentemente dal progredire nella morale, nelle arti, nel governo e nella spiritualità, nonché se coltivato per se stesso o per propositi diversi dalla resurrezione degli antenati. Inoltre, di nuovo in contrasto con alcuni altri pensatori cosmisti, egli crede che il solo sviluppo spirituale, senza la tecnologia scientifica, potrebbe condurre soltanto in un vicolo cieco.

Molti pensatori prima e dopo Fëdorov hanno proposto l’una o l’altra delle sue idee, ma nessuno, tranne lui, ha saputo unirle in un’unica grande concezione, come la grande cosa del riccio. Fëdorov era convinto che il suo progetto fosse pratico e realizzabile. Alla domanda se mai sarebbe stato possibile orientare tutte le forze e tutte le conoscenze umane verso un unico scopo, egli rispose semplicemente di guardare attorno. «Nel momento presente, tutto serve alla guerra. Non esiste una sola scoperta che non sia studiata dai militari nell’intento di applicarla alla guerra, né una sola intenzione che essi non tentino di dirigere verso impieghi militari». Un ordine e un’economia mondiali tesi verso un unico scopo esistono già: non occorre fare altro che cambiare l’orientamento e lo scopo. Uno degli esempi preferiti di Fëdorov, ripetuto varie volte nelle migliaia di pagine dei suoi scritti, concerne gli esperimenti americani per provocare la pioggia nei periodi di siccità sparando cannonate in cielo, ovvero un semplice riorientamento della mira da orizzontale a verticale, da armi di distruzione a strumenti di salvezza. Tale mutamento, semplice ma radicale, dell’orientamento, da orizzontale a verticale, ricorre in tutti gli scritti di Fëdorov a simboleggiare il riorientamento necessario in ogni campo di attività: dalla cultura ‘‘zoomorfica’’ orizzontale degli animali umani alla posizione verticale del monumento e di chi, in lutto, è in piedi dinanzi alla tomba; dall’orizzontalità della ferrovia alla verticalità dell’aerostato oggi e dell’astronave domani.
Fëdorov insiste che i suoi progetti non sono affatto fantasie utopiche, bensì compiti ragionevoli, necessari, pratici e realizzabili. Non pretende di sapere, per esempio, in qual modo i futuri biologi creeranno corpi sintetici, tuttavia insiste che se essi si assumeranno il compito di creare corpi sintetici, come dovrebbero, allora avranno la possibilità di trovare la soluzione, e la troveranno. Egli crede che il potenziale creativo dell’umanità sia illimitato. A lungo andare, le persone possono portare a termine il loro compito, sia che si tratti di un modo migliore per sterminare o per preservare, per estendere e per ripristinare tutta la vita umana. Nei suoi scritti, Fëdorov individua centinaia di modi diversi in cui stiamo ora operando per la nostra stessa distruzione, e argomenta che in ciascun caso l’unico modo per non distruggere noi stessi sarebbe quello di trasformare radicalmente il nostro scopo di consapevole e inconsapevole autoannientamento in uno scopo di consapevole autoperfezionamento. L’unico modo per riuscirvi, subito, con la massima urgenza, consiste nel cambiare in ogni modo il nostro orientamento da orizzontale a verticale, interrompere ciò che stiamo facendo, qualunque cosa sia, e incominciare a tentare di resuscitare i morti.

Primo discepolo; Dostoevskij e Tolstoj

Nei primi anni sessanta dell’Ottocento, tutti i giovani intellettuali russi parlavano del lungo e ampolloso romanzo didattico di Černyševskij, Che fare?, i cui protagonisti, Rakhmetov e Vera, erano stati concepiti come modelli positivi, emulabili dalla gioventù russa. In deliberato contrasto con gli ‘‘uomini superflui’’, attraenti e talentuosi ma velleitari, che sono ben noti a tutti gli studiosi di letteratura russa, Rakhmetov é un ‘‘uomo nuovo’’, retto, impeccabile, inflessibile, altruisticamente dedito alla ‘‘causa’’ di creare comunità utopiche e infine di compiere una trasformazione rivoluzionaria della società russa. Modello della nuova donna russa, Vera collabora alla trasformazione del paese creando una cooperativa di cucitrici, in cui tre ragazze divengono a poco a poco consapevoli dei benefici del vivere e del lavorare in comune.


“Così conversando, Nikolaj Fëdorovič rivelò una completa visione del mondo che mi era perfettamente nuova e che esigeva l’unificazione dell’intera specie umana per un’opera di resurrezione universale, alla quale mi votai subito e per sempre.”


Quest’opera, e gli scritti di Nikolaj Aleksandrovič Dobroljubov e di Dmitrij Ivanovič Pisarev, due giovani compagni ‘‘nichilisti’’ di Černyševskij, ebbero un impatto enorme sulla generazione di studenti degli anni sessanta del XIX secolo. In tutta la Russia, migliaia di ex studenti che vivevano in stanzette sporche e ingombre di libri, a sottolineare le pagine di Mill, di Comte, di Darwin e del Kraft und Stoff di Ludwig Buchner, e si definivano ‘‘socialisti’’, ‘‘scientisti’’, ‘‘deterministi’’, ‘‘nichilisti’’, o semplicemente ‘‘nuovi’’, discutevano, progettavano e sporadicamente tentavano di agire in modo concreto per contribuire a una radicale trasformazione della Russia in una società vagamente socialista, materialista e utopica. Alcuni di questi giovani rivoluzionari e sedicenti rivoluzionari si riunivano in gruppi più o meno segreti per discutere e scambiare idee e opere letterarie, nonché per progettare le azioni future. Agli inizi del 1864, uno di questi ex studenti, Nikolaj Pavlovič Peterson, allora ventenne e membro di un gruppo con sede a Mosca, che in seguito sarebbe stato conosciuto come l’Organizzazione, giunse a Bogorodsk, in apparenza per insegnare matematica, ma principalmente per diffondere la propaganda rivoluzionaria. Egli scrive:

Un membro del mio gruppo mi riferì che nella scuola di Bogorodsk insegnava un maestro, un certo Nikolaj Fëdorovič Fëdorov, un altruista che viveva in modo tale da ricordare Rakhmetov, un uomo di intelligenza e onestà insolite. A quell’epoca credevamo che qualunque uomo intelligente e onesto non potesse non essere dalla nostra parte. Cosi, una volta giunto a Bogorodsk, il 15 marzo 1864, mi recai subito da Nikolaj Fëdorovič. Era sulla quarantina, cioè aveva quattro anni più di Lev Nikolaevič, era scapolo e viveva come un asceta. Aveva rinunciato al letto e persino al cuscino. Mangiava ciò che gli cucinavano i suoi affittacamere, semplici mercanti, ovvero il cibo modesto e sano di cui loro stessi si nutrivano. Osservava la quaresima e digiunava nei giorni prescritti. Non manifestava mai esigenze particolari ed era sempre soddisfatto di ciò che riceveva. Al nostro primo incontro gli dissi tutto di me stesso e gli spiegai per quale scopo ero diventato maestro di scuola. Allora lui rispose: «Non capisco di cosa ti preoccupi. Dopotutto non potrai mai procurare, a coloro per cui sei in apprensione, nulla più del benessere materiale, poiché non riconosci alcun altro benessere. Nel frattempo, operando per procurare tale benessere agli altri, vi rinuncerai per te stesso, e per questo sei pronto a sacrificare persino la vita. E se invece il benessere materiale non fosse più importante per coloro di cui ti preoccupi di quanto lo sia per te? A quale scopo ti angosci tanto?» Nel corso della nostra conversazione mi disse che i cosiddetti grandi principi della grande rivoluzione francese, libertà, eguaglianza e fraternità, sono il prodotto di un pensiero estremamente superficiale, o persino di un’assenza di pensiero, perché la fraternità non può derivare dalla libertà di soddisfare i propri capricci, né dal desiderio invidioso di eguaglianza. Soltanto la fraternità conduce alla libertà, perché i fratelli che si amano reciprocamente non invidiano il fratello che si eleva al di sopra di loro e non tentano di abbassarlo al loro livello, e il fratello che si è innalzato al di sopra degli altri non tenta di elevare tutti gli altri al suo livello. Per questa ragione dobbiamo cercare innanzitutto la fratellanza, anziché lasciarla per ultima dopo la libertà e l’eguaglianza, come hanno fatto i sostenitori di libertà, eguaglianza e fraternità. Dobbiamo cercare innanzitutto la fratellanza, e il resto seguirà. Tuttavia non può esistere fratellanza senza paternità e senza terra del padre, perché soltanto per via dei padri siamo fratelli, e dunque l’amore filiale e paterno dev’essere collocato al di sopra di tutto, e da esso scaturirà l’amore fraterno. Così conversando, Nikolaj Fëdorovič rivelò una completa visione del mondo che mi era perfettamente nuova e che esigeva l’unificazione dell’intera specie umana per un’opera di resurrezione universale, alla quale mi votai subito e per sempre. Nikolaj Fëdorovič rimase a Borodsk non più di tre mesi, eppure quei tre mesi mi arricchirono più di tutta la vita trascorsa sino ad allora e mi fornirono una solida base per il resto della mia esistenza.

Così un giovane rivoluzionario divenne il primo discepolo di Fëdorov. Due anni più tardi, nel 1866, in connessione con il fallito tentativo, da parte dello studente Dmitrij Vladimirovič Karakozov di assassinare lo zar Alessandro II, Fëdorov fu arrestato perché Peterson, prima di incontrarlo, era appartenuto allo stesso gruppo rivoluzionario in cui Karakozov militava. Poco dopo il tentato omicidio, Peterson, Fëdorov e alcuni altri sodali di Karakozov furono arrestati e interrogati. Durante gli interrogatori, Peterson e tutti gli altri giovani rivoluzionari testimoniarono che Fëdorov aveva partecipato alle loro riunioni, però aveva contestato strenuamente le loro convinzioni e aveva tentato in ogni modo possibile di persuaderli a rinunciare alle loro attività rivoluzionarie. Di conseguenza tutte le accuse contro di lui furono ritirate e Fëdorov fu subito rilasciato. Karakozov fu impiccato e gli altri cospiratori furono condannati a varie pene detentive. Sei mesi di carcere furono inflitti a Peterson.


Il vostro pensatore intende la resurrezione direttamente e letteralmente, come implica la religione, cioé una resurrezione reale, in cui l’abisso che ci divide dagli spiriti dei nostri antenati sarà colmato e vinto dalla morte vinta, e i morti risorgeranno non soltanto intellettualmente o allegoricamente, bensì concretamente, in persona, realmente nel corpo? (Dostoevskij)


Il racconto di Peterson indica, e le testimonianze dei giovani rivoluzionari confermano, che nel 1864 Fëdorov aveva già concepito le linee principali del suo progetto di resurrezione attiva. Infatti, in un articolo su Tolstoj del 1892, lui stesso scrisse di averlo ideato già nel 1851, quando frequentava ancora il liceo, ma forse incominciò a perfezionarlo nei suoi scritti soltanto quando inizio a dettare i propri testi a Peterson, divenuto suo amanuense. Separati per lavoro nel corso dell’anno, maestro e allievo si incontrarono regolarmente in occasione delle vacanze e durante l’estate. Per molti anni, in questi periodi, Fëdorov affidò le sue idee alla scrittura. Fu Peterson, come egli stesso dichiarò, a farle conoscere a Dostoevskij e a Tolstoj.
Fu nel 1876, nella sua qualità di curatore del Diario di uno scrittore per il periodico Il cittadino, che Dostoevskij ricevette per la prima volta un manoscritto di Peterson. Per anni questi aveva cercato invano di persuadere Fëdorov a tentare di pubblicare alcuni dei testi che gli aveva dettato. Infine, all’insaputa del maestro, aveva deciso di agire e ai primi del 1876 aveva inviato a Dostoevskij un proprio manoscritto in cui illustrava alcune idee che potevano essere soltanto di Fëdorov. Nel Diario di uno scrittore del marzo dello stesso anno, Dostoevskij pubblicò alcuni estratti del manoscritto, senza nominare Peterson, e li corredò di un commento in cui dichiarava di trovare le idee interessanti, ma «isolate». Infatti i pensieri dell’anonimo autore, che pure auspicava una «genuina comunione fra gli uomini», erano esempi di quello stesso «isolamento», di quella stessa «scomposizione chimica della nostra società nei suoi componenti», che anche Dostoevskij aborriva. Dunque lo scrittore giudicava il manoscritto sintomatico della medesima condizione che si proponeva di diagnosticare. Un anno più tardi, quando Dostoevskij ricevette un altro manoscritto di Peterson, in cui era contenuto un resoconto più dettagliato delle idee di Fëdorov, la sua risposta fu molto diversa:

Innanzitutto una domanda: chi è il pensatore di cui mi avete inviato le riflessioni? Se possibile, rivelatemi il suo vero nome. Ha suscitato grandemente il mio interesse. Mi raccomando, ditemi qualcosa di più dettagliato su di lui come persona: tutto, se potete. Permettetemi di dire che in sostanza sono completamente in accordo con tali idee: le ho lette come se fossero mie. Oggi le ho lette (anonimamente) a Vladimir Sergeevič Solov’ëv, un giovane filosofo che attualmente tiene lezioni di religione a cui partecipano quasi mille studenti. L’ho atteso appositamente per leggergli la vostra esposizione delle idee del vostro pensatore, dato che trovo la sua visione molto simile. Discutendone abbiamo trascorso due belle ore. Lui apprezza molto le idee del vostro pensatore e desidera dire quasi le stesse cose nella sua prossima lezione (deve tenerne ancora quattro di un ciclo di dodici). Ora tuttavia ho una domanda amichevole, seppure difficile, che desidero porvi sin da dicembre.
Nel vostro resoconto di questo pensatore, la cosa più essenziale, senza dubbio, e il dovere di resuscitare gli antenati. Se si adempisse a questo dovere, allora le nascite cesserebbero, e avrebbe inizio la prima resurrezione, annunciata dai Vangeli e dall’Apocalisse. Ebbene, ciò che non avete affatto spiegato e in qual modo intendete la resurrezione degli antenati, in quale forma la concepite e vi credete. In altre parole, la intendete intellettualmente oppure allegoricamente, come, per esempio, Renan, il quale la intende in modo simile a una totale illuminazione della coscienza dell’uomo alla fine della vita della specie umana, una illuminazione di tale intensità che alla mente di quella generazione futura apparirà evidente la grandezza, per esempio, dell’influsso esercitato da un loro antenato sull’umanià, e in qual modo tale influsso fu esercitato, e così via, con tale intensità che il ruolo di ciascuna persona vissuta in precedenza sarà visibile con perfetta chiarezza, il suo contributo sarà intuito […] tanto intensamente che riconosceremo persino l’influsso esercitato su di noi da tutti coloro che sono vissuti in passato e quanto essi si siano reincarnati in noi, e tutto ciò avverra agli ultimi viventi, i quali sapranno tutto e saranno in completa armonia, gli ultimi viventi in cui l’umanità giungera alla sua conclusione…
oppure:
Il vostro pensatore intende la resurrezione direttamente e letteralmente, come implica la religione, cioé una resurrezione reale, in cui l’abisso che ci divide dagli spiriti dei nostri antenati sarà colmato e vinto dalla morte vinta, e i morti risorgeranno non soltanto intellettualmente o allegoricamente, bensì concretamente, in persona, realmente nel corpo?
(N.B. Naturalmente non nel corpo attuale, perché all’inizio dell’immortalità il matrimonio e la nascita cessano, e ciò soltanto testimonia che nella prima resurrezione, destinata ad avvenire sulla terra, i corpi saranno forse come il corpo di Cristo nei cinquanta giorni fra la resurrezione e l’ascensione?)
Una risposta a questo interrogativo è essenziale, altrimenti sarà tutto impossibile da comprendere. Vi avviso che noi, qui, cioè almeno Solov’ëv e io, crediamo nella resurrezione reale, letterale, personale, che avverrà sulla Terra. Riferitemi, dunque, se lo potete e se lo volete, stimato N.P., in qual modo il vostro pensatore immagina tutto questo, e nella forma più dettagliata che sia possibile.

In seguito Fëdorov attaccò aspramente Dostoevskij e Solov’ëv per avere immaginato una forma di resurrezione ‘‘mistica’’, ‘‘esoterica’’, “occultistica’’, accessibile unicamente agli iniziati e agli adepti. Tuttavia la sua prima reazione alla lettura di questa lettera straordinaria consistette nell’iniziare ad allestire quella che lui stesso e Peterson speravano risultasse una risposta chiara e adeguata alle domande del grande scrittore. Vi lavorarono di quando in quando nei due anni successivi, componendo cosi il primo e più lungo saggio pubblicato nel primo volume delle opere postume di Fëdorov, intitolato «La questione della fratellanza, o parentela, e della assenza di fratellanza e di parentela, ovvero la condizione priva di pace del mondo, e i mezzi per ripristinare la parentela: una nota dell’incolto al colto; ecclesiastici e laici, credenti e miscredenti». Tuttavia, prima che il manoscritto fosse riveduto per essere spedito, Dostoevskij morì.
Molti studiosi hanno osservato che le idee di Fëdorov sono chiaramente riflesse ne I fratelli Karamazov. Come ho sostenuto altrove, Dostoevskij aveva letto molti degli stessi libri e aveva condiviso molte idee di Fëdorov, tanto che persino senza il suo manoscritto era acutamente consapevole della complessa natura della competizione fra padre e figlio. Probabilmente il contributo di Fëdorov fu quello di chiarire e di indicare le conseguenze di alcune riflessioni che Dostoevskij non aveva sviluppato interamente. Forse Fëdorov non formulo la sua concezione in maniera tanto brillante e drammatica quanto Dostoevskij, eppure il manoscritto inviato da Peterson fu probabilmente alla base della domanda di Ivan: «Chi non desidera la morte del proprio padre?» E gli argomenti di Fëdorov, secondo cui siamo tutti colpevoli di parricidio, probabilmente aiutò Dostoevskij a vedere che i quattro fratelli, incluso il pio Alëša, erano più o meno responsabili della morte di Fëdor Karamazov.

Anche se Dostoevskij non incontrò mai l’autore delle idee lette «come se fossero mie» e non ne apprese mai neppure il nome, il manoscritto redatto quale risposta ai suoi interrogativi servi a presentare Fëdorov e le sue idee a Lev Nikolaevič Tolstoj. Come racconta Peterson: Non posso esimermi dal riferire qui che nell’estate del 1878 Nikolaj Fëdorovič trascorse soltanto due settimane a casa mia. In quella stessa estate lo vidi a Mosca. Sulla ferrovia Syzran-Morshansk, a meta strada fra Penza e Morshansk, incontrai L.N. Tolstoj, di ritorno con tutta la sua famiglia dalla tenuta di Samara e diretto a Jasnaja Poljana, poi viaggiai con lui fino a Rikazhsk. Durante il viaggio gli parlai di Nikolaj Fëdorovič e della mia corrispondenza con Dostoevskij. Gli lessi la lettera di questi e ciò che Nikolaj Fëdorovič mi aveva dettato come risposta durante le due settimane che aveva appena trascorso con me. Ascoltata tutta la lettura, Lev Nikolaevič dichiarò che quella idea non gli piaceva. Nondimeno, in quello stesso autunno egli si reco al museo per incontrare Nikolaj Fëdorovič , gli disse di conoscermi, e a partire da quel momento ebbe inizio la loro frequentazione.
Dostoevskij e Solov’ëv furono attratti dalle idee di Fëdorov senza sapere alcunché di lui. Invece Tolstoj, com’era sua caratteristica, volle scoprire quale tipo di vita egli conducesse prima di interessarsi alle sue idee, e anche dopo lungo tempo continuo a restare impressionato più dalla sua abitudine di dormire sopra un baule dal coperchio convesso che dal suo intero progetto di resurrezione universale.
Nel corso di tutti gli anni ottanta e dei primi anni novanta del XIX secolo, Tolstoj incontro Fëdorov numerose volte e si riferì spesso a lui nelle proprie lettere e nei propri taccuini. Quelli furono anni di inquietudine spirituale per Tolstoj, il quale, sempre intransigente con se stesso e sempre consapevole del proprio sviluppo interiore, fra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta del XIX secolo attraverso una fase di tormento spirituale molto intenso e fu particolarmente spietato nell’analizzare se stesso. La sua fede religiosa, mai molto solida, era crollata, quindi stava cercando una nuova fede che lo guidasse nella vita. La consapevolezza di non poter rispettare rigorosamente i propri principi, profondamente sentiti (e ampiamente pubblicizzati), che lo aveva sempre preoccupato, ora lo tormentava. Si era ribellato all’ideale di vita familiare da lui stesso memorabilmente descritto in Guerra e pace, tuttavia continuava a vivere come uomo di famiglia, e talvolta ne gioiva molto. In teoria si era ribellato anche alla classe sociale a cui apparteneva, nonché a tutta l’arte che non illustrava semplici verità morali, eppure i suoi biografi presentano un incantevole ritratto, in cui lui, cinquantenne, e Turgenev, sessantenne, suo vecchio nemico in estetica e in ideologia, siedono alle opposte estremità di un’altalena e dondolano su e giù, come bambini, fra le risa e gli applausi dei vicini. Persino durante la sua famosa fase ‘‘contadina’’, in cui si lascio ritrarre da Repin a la moujik, dietro un aratro, apprendiamo dal diario della moglie che sotto gli indumenti contadini egli indossava sempre biancheria di seta.
Dunque all’inizio degli anni ottanta Tolstoj stava cercando, fra le altre cose, una persona che vivesse in completo accordo con i principi che professava, e giudicava Fëdorov primo fra le persone realmente coerenti. Quelli che assistettero ai loro incontri descrivono l’insolita deferenza che Tolstoj mostrava nei confronti di Fëdorov, come se lo considerasse moralmente superiore, tanto da comportarsi in sua presenza come un figlio con un padre severo, anziché come un coetaneo e un eguale. Il professor I.A. Linničenko, che ebbe modo di osservarli insieme molte volte, riferisce che Tolstoj «non soltanto apprezzava immensamente le qualità morali di N.F., bensi gli si inchinava apertamente, perché lo considerava una delle migliori personificazioni della propria teoria sull’amare ciò che si ha accanto e sul condurre una vita semplice». Il direttore della galleria Tretiakov, Chernogub, affermo di avere sentito una volta Tolstoj dichiarare: «Se non avessi la mia stessa dottrina, diverrei seguace di quella di Nikolaj Fëdorovič».
Tuttavia la deferenza non era reciproca. Coloro i quali assistettero spesso alle loro conversazioni riferiscono che quando Fëdorov parlava, Tolstoj ascoltava rispettosamente e annuiva in segno di assenso, mentre quando Tolstoj parlava, Fëdorov corrugava severamente la fronte e scuoteva vigorosamente la testa in segno di dissenso. Sembra dunque che Fëdorov fosse una delle poche persone che osavano dire in faccia a Tolstoj quanto fosse sciocco. N.N. Gusev ricorda che una volta, nel passeggiare con Fëdorov fra gli scaffali della biblioteca, Tolstoj osservo i libri ammassati ovunque e commento: «Qui dovrebberonfar esplodere tutto con la dinamite!» A quanto pare, Fëdorov non glielo perdonò mai. In un’altra versione di quello che potrebbe essere il medesimo episodio, Tolstoj affermo: «Quante stupidaggini si scrivono! Bisognerebbe bruciarle tutte!» Come percosso, Fëdorov lo afferrò per la testa. «Ho incontrato molti stupidi a questo mondo, ma mai nessuno come voi!» Secondo il testimone, l’autore di Guerra e pace ne fu sconvolto, imbarazzato e confuso. Una volta, durante una discussione filosofica, Tolstoj si riferì a un testo pertinente all’argomento da lui stesso scritto in passato, e Fëdorov ribatté: «Benissimo! Però a quell’epoca voi, Lev Nikolaevič, non eravate soltanto un illustre scrittore: eravate anche una persona intelligente».
Gli aspetti che Fëdorov criticava negli scritti di Tolstoj dell’ultimo periodo erano principalmente l’amore per la morte e la predicazione del neobuddismo, presentato come cristianesimo più semplice e più vero. Per lui la dottrina della non resistenza al male era una totale capitolazione alle forze della natura, della decomposizione e della morte. Come disse lo stesso Tolstoj a un giovane ascoltatore che aveva iniziato a sorridere nel sentirgli spiegare la teoria di Fëdorov: «Sì, se aveste tentato di sorridere in sua presenza vi avrebbe aspramente redarguito. Una volta mi è capitato di osservare un libriccino al Museo Rumjancev, cioè un elenco di colonnelli relativo a un determinato periodo, e ho sorriso. Quanto mi ha rimproverato! «Tutto questo è necessario! Lo sono tutte queste reminiscenze dei nostri antenati!» Ora non mi sopporta più, in primo luogo perché non condivido la sua teoria, e in secondo luogo perché amo la morte.».


Il libro: I Cosmisti, i futuristi esoterici che ispirarono il programma spaziale sovietico, sono la forza occulta dietro lo sviluppo del pensiero russo dalla fine dell’Ottocento a oggi: dal fondatore, il filosofo Nikolaj Fëdorov (1829-1903), che mirava a superare la morte attraverso la resurrezione degli antenati, ai successori che, per rendere possibile tale utopia, hanno sognato e poi promosso l’esplorazione e la conquista dello spazio. Il libro del professor Young è il principale contributo allo studio del Cosmismo russo e dei suoi legami con l’esoterismo occidentale, ma è soprattutto lo straordinario racconto di una grande avventura che continua, di un fantastico viaggio nel cosmo e nel divenire dell’uomo, sino ai confini occulti della creazione.
In copertina: New Planet, di Konstantin Yuon (1921).