Come le classi lavoratrici tradirono le classi pericolose (e ne furono tradite)

Una breve storia delle classi più emarginate e dei loro rapporti con quelle un po’ meno emarginate, di Erik Boni.


Introduzione

Il film Pride, del 2014, è il racconto sostanzialmente fedele al vero di come un gruppo di attivisti gay nell’Inghilterra degli anni Ottanta decise di solidarizzare con la causa dei minatori raccogliendo fondi per aiutarli a proseguire il drammatico sciopero contro il governo guidato da Margaret Thatcher. Pare che l’episodio sia stato una svolta storica per quel che riguarda il conseguimento dei diritti civili nel Regno Unito, da un lato persuadendo la comunità Lgbt a inserire la lotta per il riconoscimento all’interno di un più ampio contesto politico, dall’altro costringendo le organizzazioni sindacali a inserire tali diritti fra le loro rivendicazioni. Il film, diciamolo subito, è molto bello, tuttavia la premessa sulla quali poggia l’intero impianto narrativo e ideologico è almeno discutibile: perché, ci domandiamo, la comunità Lgbt e quella dei proletari dovrebbero formare una naturale alleanza?

prideIn breve, sembra piuttosto improbabile che un omosessuale, in quanto tale, debba per forza avere simpatie socialiste piuttosto che idee di destra o addirittura vicine a quelle della Thatcher, così come non è logicamente necessario che le rivendicazioni economiche delle classi sfruttate debbano passare attraverso il riconoscimento della libertà sessuale di singoli individui appartenenti a qualsiasi strato sociale. In verità il dibattito recente intorno al tema delle unioni civili e delle adozioni gay ha portato nuovamente alla luce il possibile scollamento di queste due istanze. Più di un commentatore ha infatti suggerito come il riconoscimento di unioni sociali alternative al matrimonio etero e la conseguente adozione rappresenterebbero in realtà il trionfo di una logica capitalistica che esalta la libertà dell’individuo a scapito dei diritti sociali.  I valori tradizionali che tengono unita una comunità verrebbero così sacrificati in nome di uno sfrenato individualismo consumista che non vuol porre limiti al desiderio e quindi a ciò che può essere reso merce (come la nascita di un figlio). In questo caso avrebbero ragione quei sindacalisti del film Pride che considerano l’aiuto offerto dai gay una mela avvelenata, un cavallo di Troia che distruggerà le loro rivendicazioni (e in fondo i minatori hanno perso, no?).

La logica di tali argomentazioni non è sempre ferrea, tendendo piuttosto alla fallacia del piano inclinato, ma al di là dalla persuasività dei singoli ragionamenti ritengo comunque corretto che certe battaglie non debbano essere considerate necessariamente “di sinistra” (o almeno di una sinistra ortodossa e non eccessivamente vaga nelle sue aspirazioni), e che le formazioni sociali che portano avanti certe rivendicazioni potrebbero benissimo avere interessi indipendenti se non addirittura contrapposti. Qui però noi vorremmo formulare un’ipotesi aggiuntiva: l’egemonia culturale della sinistra ha sempre fatto sì che il “disordine morale” rappresentato da certe istanze di progresso fosse visto da taluni come un tradimento nei confronti dell’onesta classe lavoratrice, desiderosa sì di emanciparsi dallo sfruttamento del capitale ma rimanendo fedele ai sani ideali del lavoro e della famiglia. In realtà – e questa è l’ipotesi – noi potremmo anche pensare al socialismo come a un tradimento consumato dai lavoratori nei confronti di tutti gli altri emarginati sociali, abbandonati al loro triste destino (ma pronti a prendersi la rivincita).


Potremmo anche pensare al socialismo come a un tradimento consumato dai lavoratori nei confronti di tutti gli altri emarginati sociali, abbandonati al loro triste destino (ma pronti a prendersi la rivincita).


Per scovare le origini di questo tradimento basterebbe andare a cercare le origini stesse del proletariato, che ovviamente non è sempre esistito in quanto classe dotata di una distinta consapevolezza della propria identità e della propria condizione in confronto alle altre classi, e poi vedere come lo sviluppo di questa consapevolezza è avvenuto in confronto e contrapposizione con la classe della borghesia detentrice del capitale da una parte, ma anche – e in maniera che forse è stata sempre sottovalutata – con la classe degli altri emarginati, dai quali si tenta il distacco e che vengono allontanati cercando di conquistare una maggiore rispettabilità sociale. Si tratterebbe ovviamente di una storia assai complessa e tutta da studiare, che sarebbe bello lasciare come compito a un qualche ricercatore futuro. Qui si vuol solo seguire qualcuna delle infinite tracce alle quali il tema potrebbe portare.

I Misteri di Parigi e l’autoritratto del popolo

jean-adolphe-beauce-a-tavern-illustration-from-les-mysteres-de-paris-by-eugene-sue-1804-57-published-1851Nel raccontare la nostra storia potremmo partire, dovendo necessariamente scegliere un punto di partenza arbitrario, dalla Parigi della rivoluzione industriale. È noto come nella prima metà del XIX secolo il volto urbano subisca la più radicale delle trasformazioni nella sua storia plurimillenaria. Mentre le campagne si svuotano la popolazione delle città aumenta in maniera vertiginosa, cambiandone inevitabilmente lo stessa fisionomia. Nascono le grandi metropoli, con i loro quartieri residenziali, occupati dalla borghesia in ascesa, e i loro centri di divertimento, concentrazioni di ricchezza e benessere diffusi mai sperimentati in precedenza.

Accanto a questi, naturalmente, nascono anche i quartieri operai, i bassifondi, occupati dalla grande massa di proletari che possono contare solo sulla ricchezza costituita dalle loro braccia, per non parlare delle zone ancora più degradate e occupate da quelle persone che eccedono la domanda di manodopera, il sottoproletariato costretto a vivere di espedienti e criminalità, senza che esista una netta soluzione di continuità fra queste due ultime categorie. Così le classi lavoratrici si trovano spesso a essere confuse con le classi pericolose (Classi lavoratrici e classi pericolose. Parigi nella rivoluzione industriale è il titolo di un fondamentale saggio di Louis Chevalier), i delinquenti ma anche gli agitatori sociali, comunisti e anarchici. E come potrebbero essere separate se entrambe risentono in modo simile degli stessi fenomeni, il prezzo del pane, il freddo invernale, crisi economiche e politiche, e se un niente può far scivolare un membro di una categoria nell’altra?


Così le classi lavoratrici si trovano spesso a essere confuse con le classi pericolose […] e come potrebbero essere separate se entrambe risentono in modo simile degli stessi fenomeni, il prezzo del pane, il freddo invernale, crisi economiche e politiche, e se un niente può far scivolare un membro di una categoria nell’altra?


Non solo, nell’opinione della borghesia, le due categorie si sovrappongono, ma entrambe vengono assimilate alla categoria del selvaggio, del barbaro, facendo ricorso a tutto un armamentario di descrizioni anche fisiche che deriva dalla letteratura sulle razze “inferiori”, sullo straniero invasore, o sul nomade senza dimora, una sorta di cacciatore-raccoglitore urbano costretto a vagare da una sistemazione all’altra portando con sé i suoi (troppo numerosi) figli. E d’altra parte, come noto, è in queste bassezze, in questi tuguri sovraffollati e brulicanti miseria che il proletariato comincia ad avere una coscienza di sé, a percepirsi come una classe portatrice di interessi distinti da quelli della borghesia, dei “padroni”.

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Eugene Sue non sembra il tipico rappresentante delle classi subalterne.

È curioso che questa consapevolezza da un punto di vista letterario non abbia avuto inizio da un pamphlet socialista, da un libello di denuncia sulle condizioni della classe operaia o contenente progetti di riforma mirati ad alleviare almeno le sofferenze più estreme. D’altronde queste fonti non avrebbero potuto che avere un’origine strettamente borghese e non popolare. La prima espressione letteraria delle classi subalterne può forse essere considerata quello che fu anche uno dei primi feuilletton, ovvero I misteri di Parigi di Eugène Sue, scritto fra il 1842 e il 1843. Per intendersi, non certo perché Sue, l’autore, appartenesse a quella categoria. Si trattava di un dandy che si era messo a scrivere dopo aver dilapidato una considerevole fortuna ereditata dal padre, un chirurgo, e che iniziò a volgere le sue simpatie al popolo proprio in conseguenza della ricezione avuta dal suo romanzo, che avrebbe dovuto avere come protagonista le classi pericolose: “Noi tenteremo di mettere sotto gli occhi del lettore alcuni episodi della vita di altri barbari, non meno fuori della civiltà degli orrendi selvaggi descritti da Cooper. Soltanto i barbari di cui stiamo parlando stanno in mezzo a noi”, scrive Sue con parole che fanno bene intendere la fascinazione e l’orrore a un tempo che il borghese provava per le masse di diseredati.


“Sue non scrive più I misteri di Parigi; è il romanzo a scriversi da solo, con la collaborazione del pubblico.”


Illustration du livre Les mysteres de Paris par Eugene Sue Second Volume 1851 ici Cecily la creole chez le notaire Ferand

Illustration du livre Les mysteres de Paris par Eugene Sue Second Volume 1851 ici Cecily la creole chez le notaire Ferand

Quel che accadde fu che proprio le classi lavoratrici iniziarono a identificarsi con quei selvaggi, quei caratteri di ladri, prostitute e assassini, a riconoscere nelle loro traversie le proprie stesse sofferenze e attraverso un’eccezionale partecipazione di popolo si misero a influenzarne la stesura, manifestando per lettera all’autore le loro simpatie o avversità per particolari personaggi e quindi indirizzando la trama verso particolari direzioni, determinandone l’andamento come in una specie di moderno reality. Come ha scritto Umberto Eco (la cui analisi contenuta ne Il superuomo di massa deve moltissimo a Chevalier) da un certo punto in poi “Sue non scrive più I misteri di Parigi; è il romanzo a scriversi da solo, con la collaborazione del pubblico”. Eugène Sue quindi da autore individuale diventò in qualche modo il portavoce di un autore collettivo, cioè del popolo di Parigi, che in lui riconobbe il suo difensore, e il romanzo finì per diventare l’autoritratto delle classi lavoratrici (oltre che un’opera di denuncia sociale colma di tirate e digressioni sulle cause del crimine e i possibili rimedi, che oggi ne costituiscono la parte più pesante da leggere ma che anche allora non rappresentavano certo la sua attrattiva maggiore).

La cosa più significativa da notare è che – come la borghesia – anche il popolo di Parigi non faccia distinzioni, nel proprio identificarsi, fra le classi lavoratrici e le classi pericolose. Lungi dal discriminare queste ultime come parenti scomodi si giustificano le azioni anche del più efferato tagliagole come un prodotto inevitabile dell’ingiustizia sociale. La solidarietà di classe nei Misteri di Parigi è davvero a tutto tondo: occorre stare dalla parte degli oppressi, tutti gli oppressi, compresi i pazzi e i devianti sessuali, e contro i privilegiati responsabili di queste storture.  I distinguo cominciano immediatamente dopo, e proprio sulla scia dello strepitoso successo del romanzo di Sue.


La solidarietà di classe nei Misteri di Parigi è davvero a tutto tondo: occorre stare dalla parte degli oppressi, tutti gli oppressi, compresi i pazzi e i devianti sessuali, e contro i privilegiati responsabili di queste storture. 


i006È noto che Marx criticò, ne La sacra famiglia scritto insieme a Engels nel 1844, il tipo di socialismo che viene caldeggiato nel romanzo di Sue, considerato paternalistico e provvidenziale (colui che rimedia alle storture e alle ingiustizie sociali è un eroe aristocratico con i tratti del deus ex machina), e quindi un modo per narcotizzare il popolo piuttosto che incoraggiarlo a rendersi protagonista di un vero cambiamento sociale attraverso la rivoluzione.  È però ironico, marxianamente parlando, che la sua analisi si concentri sul contenuto esplicito del libro, ovvero sulla sovrastruttura, senza soffermarsi sulle innovative e davvero rivoluzionarie modalità di produzione dell’opera. È ironico che si consideri il tipo di denuncia sociale del romanzo come il riflesso della falsa coscienza delle classi borghesi, ma in maniera altrettanto paternalistica si trascuri l’apporto genuino dato dalle classi popolari alla stesura dell’opera. Potremmo anche considerare ironico che la risposta del marxismo a Sue consista nel rigoroso e scientifico saggio di Engels La condizione della classe operaia in Inghilterra del 1845, composto in pratica tagliando le parti avventurose e romanzesche ma conservando e ampliando le parti pallose, quelle più indigeste al lettore popolare.

Il secolare squallore

La storia deve proseguire col racconto dell’inconfessabile alleanza fra borghesi e proletari per tenere separate le due classi, le pericolose e le lavoratrici. È fondamentale per la sicurezza sociale ma anche per la causa operaia che il proletariato prenda le distanze e si distingua dalla massa amorfa, veramente paurosa, del Lumpenproletariat descritto da Marx ed Engels, nel Manifesto, come “marcescenza passiva dei ceti infimi della vecchia società [che] viene in qualche caso trascinato da una rivoluzione proletaria, ma per tutta la sua esistenza sarà più incline a vendersi ai reazionari intriganti”.

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La storia deve proseguire col racconto dell’inconfessabile alleanza fra borghesi e proletari per tenere separate le due classi, le pericolose e le lavoratrici.


È quel che avviene con i progetti di trasformazione urbana, operazioni di igiene fisica e anche morale ottenute scavando col bisturi nel tessuto della città e rimuovendo interi quartieri “malati”. Nel periodo tra il 1853 e il 1870 la capitale francese, sotto la guida del prefetto Haussmann e per volontà di Napoleone III, passò attraverso un radicale processo di rinnovamento urbano che consisteva appunto nella costruzione di una rete di strade e viali amplissimi al posto delle vecchie stradine, e demolizioni massicce per lasciare il posto a piazze delle quali l’occhio non riusciva nemmeno a vedere la fine. Se la motivazione ufficiale era sempre quella di costruire un ambiente più salubre per i parigini occorre non dimenticare le esigenze di sicurezza e di controllo della popolazione: più largo è il viale più diventa difficile farci una barricata in caso d’insurrezione.

Victorian_BishopgateLe autorità nel giustificare gli interventi ricorrono a un armamentario retorico alquanto opportunistico nel quale fra le componenti del degrado rientrano indifferentemente la malattia, il crimine, la prostituzione, ma anche la protesta sociale. È evidente il tentativo di controllo e contenimento del malcontento popolare, anche col cercare di porre rimedio almeno alle emergenze più gravi dal punto di vista umanitario, alleggerendo la pressione costituita dalla rabbia dei ceti più infimi. Ma è soprattutto interessante notare come i socialisti, lungi dall’opporsi a questa strategia, la appoggino, e proprio allo scopo di smentire e contrastare quella identificazione con le classi pericolose. Nella stessa maniera dei borghesi, cioè, i socialisti contrappongono alla città del vizio la città del lavoro, solo declinando l’opposizione in termini di lotta di classe. Più tardi l’architettura razionalista di Le Corbousier criticherà esplicitamente il modello urbano del laissez-faire rappresentato dalla metafora dell’asino che, al contrario dell’uomo che marcia dritto verso uno scopo, zigzaga senza pensare a niente: “l’âne a tracé toutes le villes du continent, Paris aussi, malheureusement”. Qui l’ordine e la razionalità vengono contrapposti alla casualità, al disordine della sedimentazione storica, alla “pigrizia che porta alla morte”, in una parola al vizio (le citazioni sono tratte da Urbanisme, 1925).

imageNel nostro paese la strategia venne copiata – forse malamente – negli anni Ottanta dell’Ottocento a Firenze, con una ricostruzione che suscitò vivaci polemiche. A queste contribuì una serie di articoli del giornalista e scrittore Giulio Piccini detto Jarro, raccolti poi in un volume dal titolo Firenze sotterranea certamente debitore della narrativa d’appendice ispirata a Sue nel descrivere a tinte fosche il degrado di alcune zone della città, e piuttosto romanzesco nonostante le promesse di realismo e di mera cronaca: “Firenze vuol essere chiamata bella, gentile, città dei sorrisi e de’ fiori; ma nessuno penserebbe che qui sono così putride cloache nelle quali si ammassano esseri umani; fiori che spuntano soltanto da immondezzai, e che avvelenano”.

firenze_sotterranea_-303x474Si trattava soprattutto del labirinto di case che componevano il ghetto e la zona del Mercato Vecchio, nel cuore stesso della città. Una zona dove a poco a poco, una volta abolite le leggi discriminatorie, era andata insediandosi la popolazione più povera, in condizioni di affollamento e di scarsa igiene, a causa anche dell’angustia dei vicoli e della poca aerazione. Poveri che ancora una volta erano costretti a vivere fianco a fianco, e quindi a confondersi, con prostitute e criminali di ogni genere. L’intervento che si reclamava era quindi dettato da considerazioni di ordine umanitario (migliorare le condizioni sanitarie di quella parte di popolazione), di sicurezza e ordine pubblico, oltre che di decoro, e naturalmente di igiene morale: ancora una volta lo scopo era quello di porre fine alla promiscuità tra classi lavoratrici e pericolose, di modo che una non contaminasse l’altra (i più maliziosi intravidero un’ulteriore motivazione, forse la più importante: la speculazione edilizia).


Ancora una volta lo scopo era quello di porre fine alla promiscuità tra classi lavoratrici e pericolose, di modo che una non contaminasse l’altra.


Pochi anni dopo la pubblicazione del libro al posto di quelle case e quelle stradine, tante volte dipinte su tela da Telemaco Signorini e altri pittori proprio per recarne testimonianza, vi era un grande spazio vuoto, una piazza circondata da portici e palazzoni moderni e un monumento equestre nel mezzo. “L’antico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituito”, recitava l’iscrizione sul grande arco che sovrastava l’ingresso alla piazza Vittorio Emanuele da via Strozzi, provocando in realtà le ironie e i rancori dei nostalgici per i quali quell’intervento era stato una devastazione e una insanabile ferita alla storia della città (dopo quella già subita un paio di decenni prima con la parziale distruzione delle mura trecentesche, voluta dall’architetto Poggi nell’ambito dei lavori per Firenze capitale). Ancora pochi anni e Jarro avrebbe visto soddisfatte altre richieste, come l’apertura di un ulteriore tratto di mura nel quartiere di San Frediano sul quale si addossavano troppe abitazioni, e nuove demolizioni sempre nella zona di San Frediano. Dietro il successo dell’operazione restava da capire se la liberazione della povertà dal vizio aveva beneficiato i poveri o li aveva ulteriormente impoveriti sfrattandoli, privandoli della loro storia e mutilandoli della loro identità.

Metello: sesso e socialismo

metelloAbbiamo accennato a Firenze anche perché uno dei libri italiani che potrebbero meglio servire a illustrare la storia del tradimento di cui stiamo narrando è il romanzo di Vasco Pratolini del 1955 Metello, prima parte della trilogia Una storia italiana, ambientato nella stessa città (uno dei primi lavori di Metello Salani come manovale consiste proprio nella costruzione di un’ala dei nuovi portici e dell’arco trionfale in piazza Vittorio Emanuele, nell’ambito del risanamento dal secolare squallore). Quasi all’inizio del romanzo Metello è messo in una cella per aver osato denunciare la scomparsa dell’amico Betto. Si trova così in compagnia di due borsaioli di San Frediano che lo invitano a unirsi alla loro arte (e si allude anche a certi trastulli con i quali i due si danno piacere reciproco), un magnaccia, una prostituta della quale si sente solo la voce provenire da una finestra, e un muratore, un collega, dal quale sente per la prima volta parlare di socialismo, uguaglianza e di “lavoro che andava pagato secondo il sudore”. Abbiamo insomma la tradizionale commistione di classi pericolose e classi lavoratrici, insieme, ma sebbene questa non sarà l’ultima volta che Metello entrerà in carcere il percorso da compiere consisterà proprio nella progressiva emancipazione e distacco dei lavoratori, ormai inciviliti, dai criminali, dai selvaggi.

Questo comporterà anche un distacco dalle idee del defunto padre, anarchico. “Già egli si accorgeva che gli anarchici erano sempre meno, dispersi o in galera che fossero, adesso era sopra i socialisti che si posavano gli occhi della Polizia. E più la sua mano. Erano un’altra pasta d’uomini costoro, forse più ignoranti, meno generosi, se non a parole, avevano tutti una famiglia da mantenere, ma con le idee più chiare […]. Erano dei poeti, non gente come noi, che il cervello si avrà piccino, ma lo sappiamo adoperare […]. E poi, gli anarchici non avevano dei capi, forse perché non si riconoscevano nei capi, ed anche questo li dipingeva. Ma se c’è un uomo più istruito o più intelligente di te, che vuole il mondo vada per lo stesso verso in cui tu vuoi che vada, perché non seguirlo e starlo ad ascoltare?”. Gli anarchici vengono cioè descritti in termini simili all’asino di Le Corbousier, come degli sbandati privi di una regola e in quanto tali affini ai viziosi e ai delinquenti.


Gli anarchici vengono cioè descritti in termini simili all’asino di Le Corbousier, come degli sbandati privi di una regola e in quanto tali affini ai viziosi e ai delinquenti.


Una volta sposata Ersilia Metello va ad abitare nel quartiere di San Frediano, il che fornisce a Pratolini l’occasione per una piccola digressione sulle condizioni del quartiere, in realtà lasciata quasi interamente alla penna di Jarro (non citato per nome, ma come “un cronista avventuratosi tra le vie e le piazze con l’animo del missionario e la baldanza dell’esploratore”), del quale vengono citati lunghi passi da Firenze sotterranea. “Un quartiere dove la polizia non va a fare certe operazioni, se non in gruppi di dodici o quattordici uomini […]. Vi dico che c’è un gruppo di strade segregate, che non servono come arterie di circolazione, ma sono tutte chiuse in sé e vi pullulano i ladri, i manutengoli: vi brulica la marmaglia, la bordaglia, la schiuma, il marame della popolazione, sempre accozzata”. La riflessione di Metello è che “se onestà e furfanteria, vizio e virtù, prostituzione e amore potevano coesistere, là dove il bene e il male apparivano pur sempre mischiati e indistricabili, era la povertà che li accumunava, rivelando, caso per caso, la naturale resistenza degli uni e il fatale abbandono degli altri”. Se anche la povertà unisce classi pericolose e classi lavoratrici, cioè, vi è pur sempre un istinto morale che le separa.


“Se onestà e furfanteria, vizio e virtù, prostituzione e amore potevano coesistere, là dove il bene e il male apparivano pur sempre mischiati e indistricabili, era la povertà che li accumunava, rivelando, caso per caso, la naturale resistenza degli uni e il fatale abbandono degli altri”


I critici che commentarono il libro di Pratolini dopo la pubblicazione si concentrarono molto sulle vicende sentimentali, anzi erotiche di Metello, le sue avventure pre- ed extra-coniugali, i suoi cedimenti alle lusinghe amorose della borghese Lia che rischiano di compromettere sia il matrimonio con la fedele Ersilia che il successo dello sciopero (qualcuno disse che il romanzo avrebbe potuto intitolarsi “Sesso e socialismo”). Il personaggio venne considerato troppo “piccolo-borghese”, troppo normale e financo mediocre per poter rappresentare l’epopea collettiva dei primi successi della classe operaia. Eppure questa mediocrità, questo individualismo piccolo-borghese, persino la prorompente eterosessualità del protagonista, sono funzionali alla conquista della “rispettabilità” del proletariato. Se si vuol fare la rivoluzione occorre mostrare di essere migliori dei padroni, disciplinare le proprie passioni e obbedire alle regole.

Pasolini e il trionfo dell’edonismo

Pasolini (by Ernest Pignon Ernest) as a Hipster, Trastevere 2015 photo by Denis Bocquet

Pasolini (by Ernest Pignon Ernest) as a Hipster, Trastevere 2015 photo by Denis Bocquet

Per un ritorno, da parte degli intellettuali di sinistra, all’interesse per gli ultimi diseredati, per la sorte della “marcescenza passiva”, occorre attendere la pietà di Pier Paolo Pasolini, forse più cristiana che comunista e non scevra da un certo conflitto di interessi essendovi la consapevolezza da parte di Pasolini di appartenere, almeno agli occhi di molti suoi compagni di lotta, a quella classe pericolosa che comprometteva la rispettabilità del puro e onesto lavoratore. Molto si è scritto sui rapporti conflittuali fra Pasolini e il partito comunista italiano, che lo espulse “per indegnità morale” nel 1949 in seguito a un’accusa di “atti osceni su minori in luogo pubblico” (venne poi assolto con formula dubitativa ma “attinente al luogo, non alle modalità dei fatti, che non tornano certo ad onore di chi li commise”, dice la sentenza). Il successivo riavvicinamento al partito, i ripetuti approcci mediati dalla continua critica e provocazione testimoniano di un certo masochismo da parte dell’intellettuale. Sebbene infatti si sia spesso sottolineato il bigottismo da parte dei vertici del Pci bisognerebbe anche riconoscere come il pensiero pasoliniano, al di là del suo orientamento sessuale, fosse sostanzialmente in rotta con quello comunista.


Pasolini intuiva che il proletario migliorando le proprie condizioni di vita rischiava di adottare la stessa mentalità borghese che in precedenza aveva contrastato, ma occorreva appunto un forte scarto dall’ortodossia comunista per farne un argomento contro il progresso materiale in sé, sostituendovi un’esaltazione dei vecchi valori legati al mondo contadino e pre-industriale.


Pier_Paolo_PasoliniNon era comunista quel sentimento di attrazione verso le classi popolari che da Salinari, il critico letterario di riferimento della sinistra, venne definito “populismo” inteso però in senso negativo, come fascinazione per lo stesso stile del vita del povero, dell’emarginato, da non correggere e sollevare; modello al quale Salinari contrapponeva un nuovo tipo di aristocrazia operaia impegnata nella lotta di classe, come in Metello, romanzo che non casualmente vide in Salinari il più convinto apologeta. Pasolini intuiva che il proletario migliorando le proprie condizioni vita rischiava di adottare la stessa mentalità borghese che in precedenza aveva contrastato, ma occorreva appunto un forte scarto dall’ortodossia comunista per farne un argomento contro il progresso materiale in sé, sostituendovi un’esaltazione dei vecchi valori legati al mondo contadino e pre-industriale. Pasolini rispose a Salinari accettando la definizione di populista, nel senso di “marxista che ama il popolo di un amore preesistente al marxismo, o in parte al di fuori di esso”. Ma anche Asor Rosa in Scrittori e popolo gli rivolse la stessa accusa, facendogli più male, in quanto sollevava dubbi su quelli che erano i riferimenti culturali del poeta: “la verità è che di tutte le possibili varianti marxiste Pasolini ha colto, magari attraverso la mediazioni degli interpreti ufficiali comunisti, unicamente il tema gramsciano del nazional-popolare, che infatti è il solo a contare qualcosa nella sua opera narrativa” e il marxismo di Pasolini è “quanto di più curioso ed artefatto si sia potuto incontrare in questo campo”.

Non è che Pasolini non fosse realmente marxista (egli giurava di esserlo), il punto sarebbe piuttosto stabilire che cosa non è stato, visto che non c’è praticamente corrente di pensiero contemporanea che non potrebbe riconoscersi in alcune sue esternazioni, come il rossobrunismo, l’irrazionalismo, il decrescismo, il terzomondismo, l’ambientalismo, o i movimenti pro-life. In questa confusione, comunque, non si può negare la sua sorprendente capacità profetica nell’anticipare temi che sarebbero divenuti d’attualità decenni dopo. L’esempio migliore di questa abilità nel prevedere il futuro è probabilmente l’invenzione della fortunata formula “edonismo consumistico”, secondo lui un diabolico meccanismo tramite il quale la logica del capitalismo avanzato attirava nelle sue spire le classi popolari riuscendo a conformarle al pensiero dominante.


L’esempio migliore di questa abilità nel prevedere il futuro è probabilmente l’invenzione della fortunata formula “edonismo consumistico”, secondo lui un diabolico meccanismo tramite il quale la logica del capitalismo avanzato attirava nelle sue spire le classi popolari riuscendo a conformarle al pensiero dominante.


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Da “il Vangelo secondo Matteo”

Solo che nel suo pessimismo non si accorgeva, Pasolini, che quel che lui attribuiva al “capitalismo” era in realtà il prodotto di qualcosa di molto più primitivo e che forse avrebbe dovuto apprezzare, e cioè il desiderio cieco, puro, irrazionale, di godimento, che si agita nell’animo di ogni essere umano. Quel che stava accadendo e che Pasolini non riuscì stavolta a prevedere era proprio la rivincita (o vendetta) degli emarginati e delle classi pericolose sui lavoratori, dai quali erano in passato stati abbandonati. Mentre lui paventava il rischio di un’omologazione e una dittatura ben più feroce, perché nascosta, del fascismo, l’edonismo consumistico avrebbe invece segnato il trionfo della devianza (anche di quella sessuale), la legittimazione di ogni diversità e bizzarria in nome del dio piacere, la dissoluzione di ogni tipo di valore che riposasse sulle tradizioni, borghesi o proletarie che fossero. E non ci si può certo stupire – viste tutte le premesse – del fatto che il trionfo del vizio coincidesse col riflusso, con la fine dell’impegno politico. In fondo cosa avevano fatto i proletari per i deviati? L’avvicinamento dei due grandi partiti di massa tramite il compromesso storico fece così emergere quelli che dal compromesso si sentirono tagliati fuori, la generazione dei “libertini” di Pier Vittorio Tondelli, i personaggi addirittura diabolici – nella loro eversione priva di ogni ideale positivo – di Andrea Pazienza.


Solo che nel suo pessimismo non si accorgeva, Pasolini, che quel che lui attribuiva al “capitalismo” era in realtà il prodotto di qualcosa di molto più primitivo e che forse avrebbe dovuto apprezzare, e cioè il desiderio cieco, puro, irrazionale, di godimento, che si agita nell’animo di ogni essere umano.


Tornando un attimo a Pasolini, nel suo famoso articolo contro l’aborto lo scrittore friulano  paventava che la libertà sessuale permessa dall’interruzione di gravidanza si trasformasse in una comodità solo per la massa, per la maggioranza eterosessuale, ed escludesse tutte le minoranze: “la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza […], tutto ciò che sessualmente è “diverso” è invece ignorato e respinto. Con una violenza pari solo a quella nazista dei lager (nessuno ricorda mai, naturalmente, che i sessualmente diversi son finiti là dentro)”. Arrivando quindi ai nostri giorni Pasolini forse troverebbe deliziosamente ironico che oggi chi intende opporsi all’estensione dei diritti civili ai “diversi” si richiami ai suoi stessi discorsi contro il fascismo omologante della civiltà dei consumi, ma rovesciandolo in un’ardita teoria di complotto dove sono proprio le minoranze che impongono (secondo alcuni addirittura in modo violento e antidemocratico) il proprio volere alla maggioranza.


Pasolini forse troverebbe deliziosamente ironico che oggi chi intende opporsi all’estensione dei diritti civili ai “diversi” si richiami ai suoi stessi discorsi contro il fascismo omologante della civiltà dei consumi, ma rovesciandolo in un’ardita teoria di complotto dove sono proprio le minoranze che impongono (secondo alcuni addirittura in modo violento e antidemocratico) il proprio volere alla maggioranza..


Quel che commuove veramente del film Pride forse è questo: il fatto che quel sacrificio, quell’impegno, in controtendenza rispetto a quanto avveniva altrove in quegli anni, fosse davvero e totalmente disinteressato. Non si trattò di un espediente grazie al quale la comunità Lgbt riuscì finalmente a imporsi all’attenzione politica, si trattò dell’omaggio conclusivo dei vincitori della Storia ai sommersi, ai loro tradizionali nemici sconfitti.

di Erik Boni


Erik Boni, nato nel 1972, laureato in filosofia, studioso di archivistica, impiegato presso una prestigiosa biblioteca italiana, ha una passione per le idee libertarie che di solito cerca di comunicare tramite un blog L’albero di maggio.
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