“L’aerofobia assale in momenti di particolare stress lavorativo e sentimentale e ci sarebbe una stretta relazione simbolica tra corpo e casa: i corridoi una parte di intestino. Le tegole sconnesse, un cervello capace di azioni impensate e crudeli”. Un racconto di Gabriele Merlini.


Copertina: Jiwon Kim, Take Off (2011)

Questo racconto è stato pubblicato originariamente sul Corriere Fiorentino (che ringraziamo) in occasione della rassegna di racconti estivi curata da Vanni Santoni.

di Gabriele Merlini

1.

Appare ed è immensa, o meglio sensibilmente più grande di quanto sarebbe lecito aspettarsi casomai vi fossero condizioni atmosferiche differenti. Il bordo del bicchiere parallelo al piano di calpestio ma si inclina il liquido all’interno. Gemono le sicure degli sportelli sommersi da adesivi inquietanti con soggetti stilizzati – safety instructions – e soffiano le bocche per il ricambio d’aria: siamo tutti avvisati, scattanti e disillusi.

«Classica turbolenza estiva da calore.»

«LLWS. Low Level. Wind Shear

«Per consuetudine negativa a bassa quo-ta.»

L’isola, forse Montecristo, alcune volte si può vedere dalla costa e da tremila metri è uno strano puntuto capezzolo. Il radar verdognolo si chiama AWACS e l’altimetro barometrico indica la pressione. Il livello 0 in fase di crociera stabilito a 29.92 inHg – l’unità di misura dei pollici di mercurio – e un ciccione si agita troppo nella classica maglietta buffa con freccia I’m with stupid.

«Sicurezza, capisci? Si-cher-heit.»

D’altronde il manualetto per le emergenze in volo parla chiaro e alcune faccende comportano perenne stupore.

«Può essere. Ma non sporgerti troppo.»

«38°. Siamo matti.»

«Come puoi essere sempre così ottuso?»

«Basta. Ti. Prego. Lamentele.»

2.

Il nome Versilia è presente in documenti ecclesiastici o militari a partire dal 769 d.C. e nel 804 d.C. con la forma più volgarotta Versiglia. Oltre l’oblò la curva distesa blu del Tirreno, insenature e golfi e la vegetazione che degrada alla spiaggia. Lievi sbuffi, villette liberty dagli inserti ellenistici, il marmo sgranocchiato delle Apuane e i cancelli dei russi con ritratti di molossi che sbavano a scopo dissuasivo. Sotto le ali dalla superficie di 122.6 m2 – cit. pag. 9 – ilatro sottile, sparzio villoso, alaterno. Nelle buche delle pinete foglie bruciacchiate e lente processionarie urticanti.

«Fallo finire. Ti scongiuro. Mi scoppia la testa.»

«È un neonato.»

«Gesù sto per dire la cattiveria che dovrebbero davvero viaggiare con i bagagli i neonati che desiderino frignare l’intero tragitto.»

Pausa.

«Mica ti cascano le orecchie con la pubertà. Giusto? Sono soltanto i testicoli che scendono. Giusto?»

La respirazione diaframmatica volta al rilassamento dei muscoli, le giunture che scrocchiano e il ritmo alterato delle pulsazioni derivante la decrescita dell’altitudine.

«Cos’ha? Tutto bene? Vuole dell’acqua?» stuzzica l’hostess che espone il petto in avanti. La risposta più adeguata dovrebbe essere «beh sì, grazie. Un bicchierino ci starebbe visto come abbia appena ingerito una dose letale di farmaci scaduti e rischiano di restare un po’ sullo stomaco» ma niente da fare. L’aria puzza di stantio e ciabatte plastificate. Qualcosa, magari un rutto, incrina la stasi del momento.

«Ok. Atterreremo tra dieci minuti.»

In italiano il termine flap è ipersostentatore e le persone si offendono per un nonnulla in agosto. Modifiche nel bilanciamento, flash, scosse lungo le pareti laterali. Pisa International Airport (Codice IATA: PSA, ICAO: LIRP) asfalto e rami a flettersi modulari. Sorrisi di tensione, l’urto accennato, abbracci inattesi e l’odore dalle ventole che incrementano la rotazione: 14.02.14. Applauso.

«Sono contento di rivederti» balbetta lei al Terminal Due fissandogli il naso appuntito. La mano destra al trolley, la sinistra sulla guancia rosa.

«Giuralo.»

Altra pausa.

«Fidati. Ah, questa la devi proprio vedere.»

3.

Al di là del cruscotto le abitazioni hanno brulle strisce di giardini trascurati. Difficile capire dove inizi una fabbrica di pellame e finisca una residenza privata, ché il panorama dall’Aurelia è marrone e cretino. Fi-Pi-Li, A11. Spazi adibiti alla vendita di roulotte, cartiere che emettono odore di uovo e l’eliporto militare simile a una smisurata bara per macchinari volanti.

«Uh se è uggioso questo tempo: monsone?» fa lei. Il tono, al solito, tra l’ironico e lo strafottente.

«Cataclisma. Ho sentito nel weekend si innalzerà il livello del mare e finiremo tutti morti annegati.»

«Che simpatia. Sei strano.»

Una cava per l’estrazione del marmo ha la silhouette di un’aquila e molte storie in zona trattano di persone frantumate dai blocchi. Fiumi secchi e ciminiere di concerie, la vita era usura e pesi insostenibili con il fine ultimo di forgiare tavolini chic per i professionisti del capoluogo.

«Io li odio i camionisti. E non per il fatto che la stragrande maggioranza siano maniaci sessuali.»

Alcune volte, quando torna in Italia, vorrebbe essere una smisurata trasparente radiografia in grado di identificare ogni malattia del mondo. Al volante lei ha una personalità definibile intensa e vivida ma, proprio per questo, più attaccabile dai mediocri in circolazione.

«Eccoci.»

Al Forte il sole è uno scarico di lavandino e, parcheggiando nel vialetto privato, sfila gli occhiali. Sua sorella prova a capire dove siano finite le stramaledette chiavi che, nonostante il pendente di Hello Kitty, ogni volta riesce a perdere, e il cancello cigola filmico. «Natura, Spirito del Condor Selvatico. E fatalità. Ecco perché è accaduto. Non abbiamo il controllo degli elementi così serve mantenere una saggia lontananza dalle cose. Solo in questo modo resteremo distaccati in vista della luce. Amen. Tirami il dito.»

Lui esegue. Altro suono inatteso. «Sono contenta che sei tornato» viene pigolato, «da sola non ce l’avrei mai fatta.»

4.

Al decollo la costa è maculata dalle proiezioni delle nubi. I punti di ristagno del velivolo, la fusoliera e l’impennaggio. Gli ombrelloni allineati e chiusi per la sera, ripetitivi patini e i pedalò a secco. «Neppure trenta sciagurati su ottocento milioni si fanno male per le turbolenze in volo, mentre i rimanenti vengono uccisi dall’alcool (pag. 34)»: vergogna.

La villa di famiglia l’ha trovata accartocciata su sé stessa per il crollo dell’intera struttura a causa di una misteriosa detonazione sulle cui origini servirà indagare. L’onda nella piscina d’acqua di mare 16 m. x 6.5 m. avrebbe sbalzato babbo a ridosso del gelsomino e l’abat-jour di mummy in stoffa damascata è finito sotto la palma nana. Fumante, sgretolata e unica, ai suoi occhi ogni cosa scintillava di neonata, preistorica eleganza.

Fortuna il medico gli ha spiegato che l’aerofobia assale in momenti di particolare stress lavorativo e sentimentale e ci sarebbe una stretta relazione simbolica tra corpo e casa: i corridoi una parte di intestino. Le tegole sconnesse, un cervello capace di azioni impensate e crudeli.

«Si sente bene, signore?»

«Oh. Benissimo, adesso. Grazie.»

L’isola, forse Montecristo, adesso non si vede più ma socchiudendo gli occhi avverte una inattesa, cullante tranquillità e fanno addirittura ridacchiare i violenti scossoni, tra le nuvole, dal basso.


Gabriele Merlini (Firenze 1978) ha pubblicato il romanzo Válečky o guida sentimentale alla Mitteleuropa e curato le antologie Selezione Naturale. Storie di premi letterari e Odi. Quindici declinazioni di un sentimento (Effequ 2013 – 2017.).  Articoli, recensioni e reportage su quotidiani e riviste. Tre gatti, fu terzino destro.