Perché gli scrittori non dicono mai, MAI quanto guadagnano?


di Luca Bernardi

 

C’era una volta un esordiente che doveva scrivere un articolo sui guadagni degli scrittori. Facile, pensavo, basterà chiedere a Tizio e Caio quanto prendono di anticipo, quali percentuali ricavano al netto dell’agente, come fanno quadrare i conti a fine mese. Più che un’inchiesta sarà la compilazione di un questionario. E invece…

E invece nessuno vuol far sapere quanto guadagna. “Io te lo direi pure, basta che poi nel pezzo non fai il mio nome”. Me l’avranno ripetuto in quindici questo adagio. Manco stessi scrivendo un articolo sulle logge nere. Insomma nessuna delle mie fonti ha voluto figurare per nome. Perciò, stando alle deposizioni di ignoti, ecco quanto ho raccolto.

Una piccola casa editrice seria pagherà al massimo mille Euro di anticipo (questo lo so anche per esperienza, avendo esordito a novembre con Tunué). Una casa editrice media si attesterà tra i cinquecento e i quattromila. Una grande tra i tremila e i diecimila. Poi ci sono tre o quattro editori che partono da cinquemila Euro e salgono anche molto a seconda della fama dell’autore.

Sembra inoltre che le cifre siano calate rispetto ai primi Duemila. Chiunque bazzichi nell’editoria da un po’ sostiene che la crisi abbia pressoché dimezzato gli anticipi. Nel 2003, per esempio, non era inaudito esordire per una major con un assegno da ottomila Euro. Oggi il ristagno del mercato e la contrazione degli introiti editoriali hanno impoverito ulteriormente chi scrive.


“Io te lo direi pure, basta che poi nel pezzo non fai il mio nome”. Me l’avranno ripetuto in quindici questo adagio. Manco stessi scrivendo un articolo sulle logge nere.


Dunque le grandi investono più delle piccole ma se sei al primo libro, o comunque mostri scarse prospettive commerciali, gli anticipi saranno tutt’altro che faraonici. Anche a esordire con Mondadori oggi è difficile ricevere un anticipo superiore ai cinquemila Euro. Il che significa l’impossibilità, almeno all’inizio, di mantenersi solo scrivendo.

A vivere di romanzi sono ormai in pochi in Italia. Anche perché tra chi venderebbe abbastanza da permettersi di non fare altro ci sono molte personalità i cui libri funzionano sul piano commerciale proprio grazie alla celebrità extraletteraria degli autori.

C’è una seconda fascia di persone che campa tra pubblicazioni di vario tipo, incarichi editoriali correlati, corsi di scrittura, traduzioni, giornalismo, docenze a contratto. Non fanno gli scrittori a tempo pieno ma nemmeno gli idraulici. Per la generazione dei miei genitori sono degli spiantati, per noi ventenni dei modelli di tenacia professionale.

Poi viene chi pubblica libri e scrive su testate online o cartacee ma sopravvive grazie ad altre fonti, professionali e non. Qualcuno li chiama pesi medi. Magari insegnano o fanno i liberi professionisti. Se sono giovani, cioè hanno meno di quarant’anni, hanno spesso famiglie che li aiutano.


Il quadro è desolante e non occorrono cattedre alla Normale per capire che dietro alla reticenza economica degli scrittori c’è in parte la tentazione di chiudere gli occhi davanti all’indigenza della propria sottoclasse sociale, e forse anche al tramonto di una cultura intesa come prestigio, ovvero quale vessillo di un potere che ormai cerca tutt’altri stemmi e casse di risonanza.


Infine c’è chi gravita attorno all’editoria senza guadagnare nulla o quasi. Non sempre gli appartenenti a quest’ultima cerchia sono alle prime armi. Scrivono recensioni sui blog, correggono bozze, postano contenuti a tema sui social, fanno stage non pagati o sottopagati nel settore. Tendono ad avere uno o più romanzi del cassetto. Non è infrequente che uno di loro riesca a pubblicare con una piccola casa editrice di qualità e ad accodarsi ai margini dei pesi medi. Ma non bisogna abbassare la guardia, anzi, anche l’esordio può uccidere. Non basta un romanzo con un editore decente per licenziarsi dal call center. Quasi mai, almeno.

Il quadro è desolante e non occorrono cattedre alla Normale per capire che dietro alla reticenza economica degli scrittori c’è in parte la tentazione di chiudere gli occhi davanti all’indigenza della propria sottoclasse sociale, e forse anche al tramonto di una cultura intesa come prestigio, ovvero quale vessillo di un potere che ormai cerca tutt’altri stemmi e casse di risonanza. Salvo rare isole felici (vengono in mente la Scandinavia e qualche università americana) la proletarizzazione dell’intellettuale è un fatto planetario. Quindi non c’è da stupirsi se in Italia si parla di soldi a denti stretti. Ma non sempre il silenzio giova a chi tace, talvolta comporta dei sintomi e tra questi c’è l’illusione di un’editoria polarizzata tra chi vota bilanci e si sporca le mani e chi a quarantotto anni mangia kebab con i soldi del babbo ma arrossisce a sentir parlare di numeri. Quasi che ogni tentativo di impostare un discorso quantitativo, nell’esiguo spicchio di mondo editoriale con cui in pochi mesi sono entrato a contatto, ricadesse in uno strabismo dove o si tace o si sparano cifre a casaccio. E non parlo soltanto di anticipi. Parlo anche di vendite.

Spesso a una fiera sentiamo che un romanzo è andato benissimo, poi cambiamo stand e dello stesso libro si dice un bagno di sangue. Dunque l’editoria sarebbe una cricca di frustrati che preferiscono i pettegolezzi ai fatti? Oppure si tratta di pubbliche relazioni, clan in lotta a suon di frottole nella speranza che a nessuno venga lo scrupolo di guardare i dati? E se anche si volesse controllare, questi dati bisognerebbe reperirli,  ma rimarrebbe comunque da capire perché nessuno vuole dire quanto guadagna.

D’acchito si potrebbe pensare che chi non parla di soldi lo faccia per non millantare una prosperità invidiabile. Ergo scrittore che tace uguale successo. Ma alla terza, quarta, quinta persona che senza essere Stephen King o Elena Ferrante rifiutava di comparire in questo articolo, mi sono accorto di aver preso la questione dal verso sbagliato. Ed è invece proprio dalla falsa equazione tra silenzio e prosperità, sorta di riflesso condizionato in un orizzonte culturale dove più si incassa meno si dichiara, che bisogna partire per comprendere simili dinamiche.

Chi non dice quanto ha preso di anticipo, forse, vorrebbe che in giro si mormorasse che ha incassato un milione. Intendiamoci: chi è senza peccato cerchi pure la pietra; al sottoscritto non dispiacerebbe sentir parlare così di sé (e ha anche l’impressione di non essere l’unico). E alla vanità si somma il senso pratico. Tacere i guadagni nella speranza che l’immaginazione altrui ne moltiplichi il coefficiente diventa un altro modo per spremere l’indotto di quella doppia fatica che sono la stesura di un romanzo e la ricerca di un editore: indotto che qui si declina meno in termini strettamente economici che di reputazione. Ma del resto, in un microcosmo dai valori tanto soggettivi e volatili come quello editoriale, l’opinione che gli altri hanno di noi resta un elemento fondamentale per fare carriera.

E che cos’è la carriera per uno scrittore se non l’uscita del proprio Meridiano, le orde di incravattati plaudenti a Stoccolma o le testate che lo inseguono per editoriali su temi di cui fino a un’ora prima ignorava l’esistenza. Certo, la carriera può essere una somma di questi elementi… eppure non si dimentica qualcosa? Be’ forse un conto in banca a sei zeri. E ribadisco che stiamo parlando di carriera, non della corrida tra titani per entrare nel canone, qualsiasi cosa esso sia, o perché il proprio nome svanisca buon ultimo tra quelli di tutti i parlanti nella propria lingua peritura.

Eccoci di nuovo al punto di partenza. Reputazione, alla fine, significa denaro. E senza soldi può darsi carriera? In una società di mercato, no. Nell’editoria, sembra di sì ma alla fine parrebbe di no. Fine della storia. Ma e se come da decenni sostengono i tifosi del post-umano il mercato stesse davvero morendo, non sarebbe allora l’editoria forse il vero laboratorio all’avanguardia, un workshop di lustri sugli scenari del post-lavoro e del post-salario (della post-inedia?) a cui presto o tardi, singolarità più o singolarità meno, la pletora degli universi professionali dovrà inchinarsi?


Luca Bernardi, nato a Varese nel 1991, è cresciuto a Bolzano. “Medusa”, suo primo romanzo, è uscito per Tunué, nella collana di narrativa diretta da Vanni Santoni. Ha tradotto due romanzi di prossima pubblicazione per Longanesi. Vive a Milano.
In copertina: Emilio Isgrò, Clemens, 1971, India ink on printed book in wood and plexiglass box . Courtesy Artslife.