Un percorso negli stilemi dell’horror attraverso le parole di Stephen King, rilette da Edoardo Rialti.


di Edoardo Rialti

Chiediamo solo di essere rassicurati
sui rumori in cantina e sulla finestra
che non avrebbe dovuto essere aperta.
T. S. Eliot

Conscience is no more than the dead speaking to us.
Jim Carroll

La critica letteraria dovrebbe scaturire da un debito di amore. In modi evidenti e tuttavia misteriosi una poesia o un dramma o un romanzo afferrano la nostra immaginazione. Nel momento in cui deponiamo un libro non siamo più quelli che eravamo prima di leggerlo. Per usare un’immagine rubata a un’altra regione: chi ha davvero assimilato un dipinto di Cézanne non potrà più guardare una mela, o una sedia, come li guardava prima. Le grandi opere d’arte ci attraversano come venti di tempesta, spalancando le porte delle nostre percezioni e investendo l’architettura delle nostre convinzioni con la loro potenza trasformatrice. Noi cerchiamo di registrare il loro urto e di riorganizzare la nostra casa sconquassata secondo il nuovo ordine. E, spinti da un qualche primario istinto di comunione, cerchiamo di comunicare agli altri la qualità e la forza della nostra esperienza. Vorremmo convincerli ad aprirsi ad essa. E’ da questo sforzo che nascono le intuizioni più vere della critica.

È il celebre incipit del Tolstoj o Dostoevskij di George Steiner, capace da par suo di esplicitare, o quantomeno additare, il “segreto evidente” (per dirla con Riccardo Bruscagli) dell’arte e della sua ricezione: il godimento della finzione narrativa, la possibilità di vivere altre vite, altre esperienze, che però gettano una luce diversa, più intensa e al tempo stesso complessa, sui dettagli della nostra stessa esistenza. Una dinamica che coinvolge anche (e qualcuno direbbe specialmente) narrazioni molto distanti dal nostro quotidiano. Pure dopo aver letto di Achille nell’Iliade non possiamo (o non dovremmo) più passeggiare lungo la riva del mare come prima. Pure leggere Tolkien trasforma una passeggiata nei boschi. Anche leggere Blindsight di Watts, con i suoi vampiri del futuro ed alieni, ti fa percepire il tuo corpo, la tua identità sessuale, la tua stessa coscienza individuale come qualcosa di diverso, meno scontato, più fragile. Ma se tutto questo può risultare forse più comprensibile per la gioia e persino il dolore, resta apparentemente meno chiaro perché ci piaccia tanto la paura. Farci spaventare da un horror, si tratti di cinema, televisione o narrativa. Uscire da un cinema e, con una leggera variazione sul commento della vecchia anonima in Amarcord di Fellini, affermare beati “Era tanto bello e ho urlato tanto.” Ma si tratta, appunto, d’una differenza superficiale. In fondo, sappiamo tutti benissimo perché. Come ha scritto Judith Lewis Herman in Trauma and Recovery: The Aftermath of Violence – From Domestic Abuse to Political Terror, “The conflict between the will to deny horrible events and the will to proclaim them aloud is the central dialectic of psychological trauma.”


Gli dei hanno sempre bisogno di incarnarsi: pagliacci sanguinari annidati nelle fogne, lettrici fanatiche che mutilano i propri scrittori preferiti, hotel infestati dai fantasmi…


011978889342hig_27_227x349_exactDanse Macabre di Stephen King (Sperling e Kupfer, nella nuova, dettagliata edizione a cura di Giovanni Arduino), la “splendida festa di morte” che il re dell’horror ha dedicato alla paura nella letteratura moderna, nella televisione e nel cinema (con qualche incursione anche nel mare magnum del fumetto), potrebbe avere quella stessa will to proclaim aloud in exergo. Perché è di questo groviglio di attrazione e repulsione che si tratta, come notava lo stesso King in A volte ritornano: “I romanzi, i film, i programmi Tv o della radio – persino i fumetti –che si occupano di horror si svolgono sempre a due livelli. Alla superficie c’è il livello grossolano – quando Regan vomita in faccia al prete o si masturba con un crocifisso in ‘L’Esorcista’… ma su un altro livello, ben più potente, l’orrore davvero potente diventa una danza, una ricerca continua, ritmica. Ed è alla caccia del luogo dove tu, lettore o spettatore, vivi al tuo livello più primitivo. All’orrore non interessano i prodotti delle civiltà, nelle nostre vite.” Ce ne ha dato prova lui stesso, in un torrente di storie, un diluvio dickensiano di pagine e personaggi che hanno dato nuova vita ad archetipi, totem e tabù antichi come la coscienza umana (leggete “Da animali a Dei” di Y. Harari, per vedere come NON siamo cambiati affatto da centinaia di migliaia di anni. Del resto, come notava Sam Harris, nessuno di noi deve tornare indietro di molte generazioni per vantare un antenato disposto a sacrificare i propri figli per favorire i raccolti o gli dei delle tempeste). Non solo nuova vita ma, quel che più conta, vita contemporanea. Gli dei hanno sempre bisogno di incarnarsi: pagliacci sanguinari annidati nelle fogne, lettrici fanatiche che mutilano i propri scrittori preferiti, hotel infestati dai fantasmi, ragazzine bruttine timide che scoprono di poter sfracellare cose, e persone, festosi sanbernardi in cui si annidano spettri di serial killer, supermercati assediati da una nebbia che nasconde cose molto, molto brutte, cittadine nel New England che cadono sotto una peste di vampirismo, accennata dai vecchi che bevono birra ad una pompa di benzina, mentre fuori infuria una tempesta di neve… bastano queste poche immagini per additare una delle grandi vittorie di King: al pari di Henri James o Lovecraft, prima di lui e in diversi contesti, egli ha fatto fare cortocircuito tra le nostre vite quotidiane e nodi immaginativi che ci portiamo dentro da sempre. Senza dover troppo generalizzare, possiamo tuttavia affermare che l’orrore abbisogna sempre di essere il più vicino possibile al lettore.  Proprio come il buio sotto il letto. È più difficile fare un racconto di paura ambientato nel ‘600 che risulti oggi davvero spaventoso (il che va ancor più a merito di “The Witch” di Eggers), perché perfino i costumi ordinari dei protagonisti ci risulterebbero remoti e “fantastici” come i demoni o i sortilegi che irrompono a sconvolgere la vita di tutti i giorni. Per questo “Lasciami entrare” di Lindqvist è davvero un grande romanzo (e un grande film) sul vampirismo: dopo fin troppi dandy eleganti e malinconici che annacquano fino all’esaurimento il potenziale erotico e tragico di LeFanu, Polidori e (perfino!) della primissima Anne Rice (quando ancora i suoi vampiri evocavano l’Aids e la pedofilia e non un Downton Abbey di terza categoria), ecco una straordinaria immersione in cosa vorrebbe davvero dire essere un vampiro oggi: quanto sarebbe sporco, freddo, miserabile, brutale. È proprio da questo realismo che il potenziale ancestrale del connubio sangue-sesso-magia nera, e lo strazio (al tempo stesso agghiacciante e dolcissimo) della storia d’amore tra un vivo e una morta, per di più bambini, riemergono in tutta la loro forza ancestrale, quella che faceva davvero impalare i cadaveri gonfi e rubizzi nell’Austria del ‘700.


“l’odio, la vecchiaia senza amore, l’avanzare in un mondo ostile sulle gambe malferme dell’adolescenza. Spesso, nella realtà quotidiana, come le Maschere della Commedia e della Tragedia, sorridiamo fuori, facciamo una smorfia dentro. C’è un punto centrale di scambio dentro di noi, un trasformatore… ed è quello il punto dove così spesso il racconto dell’orrore colpisce nel segno.”


itTutto questo King lo ripercorre e analizza infinitamente meglio, in una carrellata che resta sempre insofferente a quelle ansie etichettatrici che sono la gioia sinistra di parecchi accademici e nerd (due categorie che – talvolta! – possono scatenare specie ben diverse ma altrettanto letali di mostri, Anne Wilkes docet): “Il problema dello spartiacque tra fantastico e fantascienza (per essere chiari, che cosa sia il fantastico lo dice già il nome; l’horror ne è soltanto una minuscola parte) salta fuori invariabilmente a ogni convention del settore (e per quelli di voi che non avessero familiarità con questa sottocultura, ce ne sono praticamente centinaia all’anno). Se avessi un nichelino per ogni lettera su questa dicotomia pubblicata sulle riviste più o meno amatoriali, potrei comprarmi l’arcipelago delle Bermude. Questa faccenda della classificazione è una trappola, e non mi viene in mente un soggetto accademico più noioso. Come le discussioni infinite sulla scansione fonetica nella poesia moderna o l’invadenza di certa punteggiatura nella narrativa breve, si tratta di questioni di lana caprina, ben poco interessanti a meno che i partecipanti alla discussione siano ubriachi o studenti dei corsi postlaurea, due livelli di inettitudine tra loro simili.”

Ogni grande scrittore è anzitutto un grande lettore, e King sa che a contare non sono le categorie, le caselle, la ripetizione o meno di determinati stilemi, ma la capacità del racconto, in qualunque sua forma, di coinvolgerti, convincerti, e toccarti. Proprio come il suo mostruoso It, la narrativa della paura deve farti aprire le ghiandole, “salando la carne”. E al pari di C. S. Lewis, egli sa anche che il vero lettore si misura non negli scaffali già assortiti di una libreria, ma mentre fruga nella bancarella dell’usato: per questo King non si sofferma solo sui grandi classici- da Frankestein a Hill House o L’abitatore delle tenebre– ma anche sui prodotti più seriali e perfino scadenti del genere stesso, perché anche qui, magari più rozzamente, è sempre possibile scorgere l’azione attrattiva di quei poli inquietanti che da sempre turbano e incalzano la nostra riflessione, conscia e inconscia: la paura della fame, solitudine, vecchiaia, morte, la paura di poteri che non si sanno gestire (la prima polluzione, il primo mestruo adombrati anche nei tanti supereroi significativamente ragazzini e freak). Come scrisse lo stesso King, “l’odio, la vecchiaia senza amore, l’avanzare in un mondo ostile sulle gambe malferme dell’adolescenza. Spesso, nella realtà quotidiana, come le Maschere della Commedia e della Tragedia, sorridiamo fuori, facciamo una smorfia dentro. C’è un punto centrale di scambio dentro di noi, un trasformatore… ed è quello il punto dove così spesso il racconto dell’orrore colpisce nel segno.” La risatina che facciamo dopo/durante un grande spavento al cinema marca proprio questo confine nebbioso. Ridiamo di sollievo, direbbe Black Mirror, anche perché siamo ancora vivi.


Questo atteggiamento immaturo e sfuggente è forse uno dei motivi per cui la figura mitica del vampiro, che nel romanzo di Stoker sembra sussurrare «Ti stuprerò con la bocca e ti piacerà; invece di immettere fluido potente nel tuo corpo, te ne caverò un po’», è sempre stata popolare tra gli adolescenti ancora a disagio con la propria sessualità.


letmeinIl libro di King è ricco di intuizioni geniali. Basti pensare all’analisi dettagliata della differenza tra il male che viene dall’interno (i licantropi) e quello che viene dall’esterno (il vampirismo, con la sua smaccata componente di fascinazione erotica/stupro). Nel Dracula di Stoker una delle letali sorelle si inginocchia davanti allo stregato Harker e King commenta: “Nell’Inghilterra del 1897, una che «si inginocchiava» davanti a un uomo non era il genere di ragazza da portare a casa per presentarla alla madre; Harker sta per essere stuprato oralmente e l’eventualità non pare preoccuparlo neanche un po’. Nulla da eccepire, perché non ne è responsabile. In fatto di sesso, una società rigidamente moralista può trovare una valvola di sfogo nell’idea del male che arriva dall’esterno: questa faccenda è più grande di noi due, bellezza, come si suol dire. Harker è un po’ deluso quando il conte entra nella stanza e interrompe il piccolo tête-à-tête. Forse lo furono anche parecchi lettori dell’epoca, con  il fiato mozzo e gli occhi sgranati.” Sta qui anche il successo di miserie come Twilight, con la sua lunghissima e mai consumata tensione sessuale (se non al ma-tri-mo-nio, ebbene sì, signori): si tratta dell’ultima annacquatissima eco di un fiotto di sangue denso e scuro, non solo il già citato connubio sesso e morte, non proprio una nota al margine nella storia della cultura, ma anche il nostro relegare in una minaccia esterna alcune delle nostre pulsioni più inconfessabili e infantili: “E comunque Dracula non è sicuramente un libro sul sesso «normale»: nessuna posizione del missionario, nossignori. A quanto pare, il conte e le spettrali sorelle sono morti dalla cintola in giù: fottono soltanto con la bocca. Alla base del romanzo coesistono un’oralità infantile e un marcato interesse per la necrofilia (e la pedofilia, aggiungerà qualcuno, citando l’esempio di Lucy assetata del sangue dei bambini). Ricordando l’originale e divertente espressione di Erica Jong, il sesso decolpevolizzato dell’opera di Stoker può essere considerato la definitiva scopata senza cerniera. Questo atteggiamento immaturo e sfuggente è forse uno dei motivi per cui la figura mitica del vampiro, che nel romanzo di Stoker sembra sussurrare «Ti stuprerò con la bocca e ti piacerà; invece di immettere fluido potente nel tuo corpo, te ne caverò un po’», è sempre stata popolare tra gli adolescenti ancora a disagio con la propria sessualità. Il vampiro pare aver trovato una scorciatoia tra i costumi sessuali della vecchia tradizione… e per di più è  immortale.” Oppure, appunto, la sua caccia delle orme dell’ Uomo-Bestia da Hyde fino alla soglia del Bates Motel, dove il Licantropo si fa ancora più spaventoso, perché del tutto interiorizzato: “Psycho racconta di Norman Bates; e Norman, come interpretato da Anthony Perkins nel film di Hitchcock, è proprio un cacaduro da emorroidi. Per il mondo che l’osserva (o meglio, per quella piccola parte di mondo che trova interessante osservare il proprietario di un motel fuori mano andato in malora), Norman è la normalità in persona. Viene subito da pensare a Charles Whitman, l’apollineo scout modello che aprì il fuoco con dionisiaco furore dalla cima della Texas Tower. Norman sembra un così caro ragazzo. Certo Janet Leigh non vede alcun motivo di temerlo, nelle ultime ore della sua esistenza terrena. Ma Norman è il Licantropo. Solo che invece di farsi crescere il pelo, per trasformarsi indossa mutandoni, sottane e abiti della madre defunta. E al posto di azzannare gli ospiti, li piglia a coltellate. Se il dottor Jekyll possiede un appartamento segreto a Soho e a casa dispone della «porta di Hyde», Norman ha un punto nascosto dove le sue due personalità si incontrano: in questo caso è un buco nella parete, dietro un quadro, da cui spia le donne mentre si spogliano.” Pensate come questa intuizione possa proseguire e applicarsi a Il Silenzio degli Innocenti, dove la Bestia si scinde nella miseria dolente di Buffalo Bill e nella raffinata cortesia di Hannibal Lecter. Ma sono tanti i Tarocchi che il vecchio stregone ci fa scorrere davanti, come il suo Randall Flagg: Il Brutto Posto (che comprende ma supera la casa infestata), l’Avvenente Mogliettina, la Cosa, oppure la splendida intuizione che i fantasy si basino spesso su un potere da ottenere/rifiutare. Tutto questo con gli occhi di resta sempre e orgogliosamente un dilettante (nell’antica e nobile accezione di “chi si diletta in qualcosa”) e un artigiano che conosce i ferri del mestiere per anni e anni di pratica silenziosa e quotidiana, che sa mostrarti l’eleganza d’una vecchia sedia cigolante e i difetti d’un prodotto in serie nuovo di zecca.

kingEcco come King riesce a farti comprendere il viaggio a ritroso nel tempo che percorre un film come Duel di Spielberg, col suo camion che perseguita inspiegabilmente il protagonista: “Il camionista non si vede mai (anche se una volta si scorge un braccio muscoloso appoggiato al finestrino del conducente e in un’altra scena si nota un paio di stivali a punta da cowboy sbucare dal lato opposto). In realtà è l’autoarticolato stesso a diventare il mostro, con le sue immense ruote, il parabrezza sporco e simile allo sguardo accigliato di un idiota, i paraurti che sembrano fauci affamate. E quando Weaver riesce ad attirarlo sull’orlo di un terrapieno e farlo precipitare di sotto, il suo grido di «morte» è un agghiacciante ruggito giurassico, il verso che lancerebbe un tirannosauro mentre sprofonda lento in una pozza di bitume. E la reazione di Weaver è degna di un cavernicolo: urla, strilla, salta, danza dalla gioia.” Al cuore di ogni tensione drammatica c’è la percezione di una minaccia verso la propria sopravvivenza (come individuo o come specie) fisica, mentale o spirituale, a opera di forze che, se non possiamo ingraziarci, dobbiamo controllare o affrontare. “La psichiatria moderna ci insegna che l’unica differenza con gli schizofrenici-paranoici da ricovero è che noi riusciamo in qualche modo a frenare i nostri dubbi più assurdi mentre i loro sospetti sono ormai fuori controllo; romanzi quali Rosemary’s Baby e Gli invasati di Finney sembrano confermare questa tesi. A costo di ripetermi, l’horror funziona sfruttando le paure per ciò che esula dalla norma: la terra del tabù che varchiamo tremanti d’angoscia o la forza dionisiaca capace di minare all’improvviso il nostro sereno status quo apollineo. Forse l’intera narrativa dell’orrore sintetizza il timore per il caos e il cambiamento.”

E questo serve a King per illustrare la scena in cui Rosemary, nel romano di Levin e nel film di Polanski, si sveglia e “scopre di essere coperta di graffi, come di artigli. «Non urlare», le raccomanda il marito, mostrandole le unghie. «Le ho già limate.»”  Perché la paura, come Dio e appunto il Diavolo, sta tutti nei dettagli. Il sospetto di essere stata violentata nientemeno che da Satana (epitome di tutte le minacce, per una donna e madre) non sarebbe così agghiacciante se non si sovrapponesse a un dialogo così quotidiano con un coniuge che ridacchia e si scusa. E non terminasse con Rosemary che culla il proprio piccolo, che la fissa con occhi brucianti, con le pupille verticali.

Non solo. King è ben consapevole del feroce moralismo che si accompagna spesso ad altri richiami viscerali dell’horror (come alla struttura-base di tante fiabe. Paolo Poli ricordava sempre quanto godano i bambini per le punizioni dei malvagi): “Il mio agente Kirby McCauley racconta spesso una scena di Male di Andy Warhol, con il tono ammirato dell’appassionato di horror. Una mamma getta il figlio dalla finestra di un grattacielo; stacco sulla strada affollata, dove riecheggia un lugubre tonfo. Una seconda madre porta il suo bambino davanti al cadavere (è ovviamente un cocomero al quale hanno levato i semi), lo indica e dice: «Ecco che cosa ti succederà se fai il cattivo». È una barzelletta di pessimo gusto, identica a quella del camion bambini morti o dei piccolini lasciati nel bosco, ovvero Hänsele Gretel. L’horror basato sul mito, proprio come la freddura macabra, svolge un lavoro sporco. Fa appello a tutto ciò che di peggiore è in noi. È lo scatenarsi della morbosità, del lasciare liberi i nostri istinti più spregevoli, del realizzare le nostre fantasie più diaboliche… e, non a caso, questo si verifica al buio. Per tali ragioni, gli autentici progressisti non apprezzano pellicole simili. Dal canto mio, paragono quelle più violente, per esempio Zombi, allo spalancare la botola di un cervello evoluto per lanciare carne cruda agli alligatori affamati che nuotano nel fiume di sotto.”

Da “Scarpette Rosse” a Black Mirror, siamo creature di conseguenze, come notava lo scrittore di thriller Jo Nesbo. Adoriamo scorgere trame, nessi, echi, azioni e reazioni. Che si estendono fino alla morte, e persino oltre.

A Natale, nel cuore del freddo e del buio, è vecchia e sana tradizione raccontarsi delle storie di fantasmi. Basti pensare a Dickens o Montague Rhodes James, che riuniva gli amici intorno al focolare, per ridere e rabbrividire insieme. Regalarsi non un racconto del terrore, ma un racconto sui racconti del terrore, può essere un ottimo modo di onorare la nostra antica fascinazione per il soffio gelido che spira dalla botola piena di alligatori che abbiamo in testa, e che, dalla giungla alle metropoli, continua a farci deliziosamente compagnia.


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.
Copertina: da Antichrist di Lars von Trier (via)