Il linguaggio mitologico dei personaggi di Matsumoto, il creatore del celebre Capitan Harlock.


di Andrea Cassini

Nell’anno 2199 la Terra ha i giorni contati; 365, per la precisione. Lo scontro con la razza aliena dei gamilonesi, provenienti dalla Nube di Magellano ma stanziati su Plutone, si è volto al peggio quando le bombe del nemico hanno reso il nostro pianeta una distesa sterile e radioattiva. L’unica speranza è l’equipaggio di una nave spaziale, la corazzata Yamato, salpata verso gli spazi intergalattici con una tecnologia offerta dalla misteriosa quanto generosa regina Starsha del pianeta Iscandar: col suo aiuto sarà possibile salvare la Terra, basterà raggiungerla in tempo.

L’Impero di Gamilon non lascia viaggiare la nave indisturbata, e il giovane ufficiale Kodai attende con ansia la prima battaglia in campo aperto; vuole mostrare il proprio valore e vendicare il fratello. Quando arriva il momento di incrociare cannoni e raggi laser, la Yamato, sebbene in inferiorità numerica, ne viene fuori con audacia. “È così che combatte il comandante Okita!” esclama Kodai, ammirato. Okita è un uomo monolitico, nei valori come nella figura, sempre seduto sul ponte di comando con l’alta uniforme della marina, cappello e barba bianca. La sua strategia è efficace ma piuttosto sconsiderata: andare dritto incontro al nemico con le armi spianate.


Lo sfondo spaziale è nerissimo, il mondo è sempre sull’orlo del collasso, si vive per combattere con la divisa indosso, solo i più coraggiosi sopravvivono e sacrificarsi per la giusta causa è ordinaria amministrazione.


Nell’universo a fumetti di Leiji Matsumoto non è raro incontrare figure così risolute; dal comandante Okita de La corazzata Yamato – è in corso d’opera un apprezzabile remake dal titolo Star Blazers – fino al più celebre Capitan Harlock, prestanome dell’opera più famosa dell’autore giapponese. Entrambi possono permettersi scelte audaci senza battere ciglio. Un po’ grazie a una robusta plot armor che li protegge, ovvero il fatto che l’eroe non può morire alla prima puntata, e un po’ per il proprio codice etico: morte piuttosto che disonore. Una visione romantica del conflitto che Matsmuto, classe 1938, eredita dalla Seconda Guerra Mondiale. Non sono molti i mangaka in circolazione ad aver vissuto in prima persona quegli eventi, ancora meno quelli capaci di tratteggiare su carta i contorni di uno spettro bellico che ha aleggiato per decenni sullo spirito giapponese. Alcuni riferimenti sono diretti – la nave Yamato è la stessa che fu affondata dagli americani nel 1945, riportata a galla dai fondali marini, altri più simbolici. Lo sfondo spaziale è nerissimo, il mondo è sempre sull’orlo del collasso, si vive per combattere con la divisa indosso, solo i più coraggiosi sopravvivono e sacrificarsi per la giusta causa è ordinaria amministrazione. È attraverso questi schemi che un manga degli anni ’70 spinge la sua voce fino ai giorni nostri. La guerra, che sia immaginata o reale, è sempre d’attualità.

I personaggi di Matsumoto parlano la lingua della mitologia, pescando dalla tradizione giapponese e da quella occidentale. Come una figura leggendaria, Capitan Harlock piomba nella storia senza introduzioni né background. Non affronta un percorso di crescita, non cade per poi cercare la redenzione, non dubita mai dei propri ideali e tuttavia non riesce a portarli a compimento, perché ciò che conta è la missione, non il risultato.


Come uno Zeus o un Odino, Harlock appare in varie forme: pirata dello spazio, cowboy, aviatore della Luftwaffe, semidio che sfida il Valhalla in una riedizione de L’anello dei nibelunghi.


Harlock è eternamente uguale a se stesso, un pirata ribelle all’ordine terrestre ma anche alle leggi stesse dello spazio-tempo. Esiste in virtù di ciò che rappresenta, fuori da ogni collocazione. Il comandante Okita, ingessato sul ponte di comando della Yamato fino alla morte, possiede le stesse caratteristiche. Sono archetipi, non dissimili dagli dei pagani della tradizione indoeuropea. Lo stesso contesto narrativo di Matsumoto si intreccia come una mitologia. Il “Leijiverse”, come lo chiamano gli appassionati, non ha continuità né canone. Sembrerà un’eresia agli occhi dei fanatici di sci-fi più oltranzisti, eppure su simili fondamenta fluide Matsumoto ha costruito una narrazione pluridecennale. Le storie sono autoconclusive ma si richiamano l’un l’altra, si accavallano, si correggono, si smentiscono. Le date, proiettate in un futuro, vanno prese con le pinze. La catena di eventi, talvolta, si riavvolge. Come uno Zeus o un Odino, Harlock appare in varie forme: pirata dello spazio, cowboy, aviatore della Luftwaffe, semidio che sfida il Valhalla in una riedizione de L’anello dei nibelunghi. Serie di camei secondo alcuni, reincarnazioni secondo altri: oppure differenti iterazioni dello stesso mito.

A sentire l’autore c’è da propendere per l’ultima ipotesi. Anche tra i personaggi femminili ci sono figure archetipiche: alte, dai lineamenti elfici, misteriose, non sempre benevole, ispirate alle fate della tradizione nordica. Tra queste Maetel, che in Galaxy Express 999 conduce il giovane Tetsuro sulle carrozze di un treno intergalattico: lui cerca la vita eterna convertendosi in un robot, ma si scontrerà con un impero del terrore.

“Ha viaggiato con milioni, decine di milioni di ragazzi finora” ha scritto di lei Matsumoto. “In realtà, c’è una Maetel per ogni ragazzo che insegue i propri sogni. Ogni adolescente ha incontrato la sua Maetel, in una forma o nell’altra”. Lei stessa saluta così Tetsuro, al momento dell’addio: “io sono una donna che esiste solo nei tuoi ricordi: un’illusione che ha preso vita nel tuo cuore di fanciullo”.

Personaggi del genere possono risultare ostici, troppo granitici per stimolare l’empatia, troppo scostanti per immedesimarsi. Se costruiti bene, però, restano impressi nella memoria con la potenza del racconto epico. Capitan Harlock è una figura cult nella stessa misura di Yoda, Obi-Wan Kenobi o Darth Vader.

Come nel coro del teatro greco, Matsumoto popola le sue opere con una fitta cornice di personaggi secondari, anch’essi ricorrenti nella loro semplicità. Ogni nave spaziale avrà un medico di bordo appassionato di gatti e di saké, un assistente coi baffoni, una ragazza coi modi da maschiaccio, uno stuolo di meccanici che i fan hanno soprannominato “uomini-patata”.

Questa “scenografia vivente” è lo sfondo su cui si stagliano le vicende di chi dubita, sbaglia, combatte e matura. Il punto di vista scelto da Matsumoto coincide sempre con un giovane alla ricerca di se stesso, e il bildungsroman si fonde con la space opera. In Capitan Harlock è la sua spalla Daiba. Ne La corazzata Yamato è l’ufficiale Kodai. In Galaxy Express 999, l’adolescente Tetsuro. C’è un desiderio che li mette in moto, spesso la vendetta per un familiare ucciso, e lo spazio diventa un luogo senza confini, sinonimo di libertà, come l’oceano per i marinai: la metafora marinaresca è sempre presente nell’opera di Matsumoto, lo suggerisce la stessa iconografia fatta di bandiere al vento – inesistente – e divise a doppio petto.

Con la terra contesa tra un’amministrazione corrotta e minacciosi invasori, solo lo spazio è vasto abbastanza da completare il rito di passaggio, mettersi alla prova e adempiere il proprio destino. In una  parola, secondo l’immaginario virile di Matsumoto: diventare uomini. “Se sei davvero un uomo, farai quel che devi fare prima di addolorarti”: così Harlock esorta Daiba nel momento del lutto.


In Matsumoto il ricordo della guerra mondiale è un fantasma che attraversa ogni scenario, al punto che gli spettatori più giovani faticano ad associare un simile pessimismo ad avventure interstellari.


Il paragone con Star Wars regge ancora. Proprio come in George Lucas, anche il percorso di Tetsuro e Kodai segue gli schemi descritti da Joseph Campbell in The hero with a thousand faces, e da allora ricondotti alla nozione di monomito: in diciassette fasi l’eroe si avventura in un luogo estraneo dove incontra amici e nemici, vince le proprie battaglie per tornare infine a casa con una conquista da condividere.

Un esempio su tutti. Al termine della prima serie de La corazzata Yamato il comandante Okita si arrende alla malattia che lo affligge e muore. Kodai lo sostituisce, completando il proprio cammino. All’inizio della seconda stagione, l’equipaggio della Yamato si riunisce dopo tre anni per tornare nello spazio aperto e rispondere a una richiesta d’aiuto. Si tratta di disobbedire alle alte sfere terrestri, già corrotte come lo saranno in Harlock, che vogliono tenere la nave ancorata. Okita appare in sogno a Kodai e lo esorta con una frase significativa: “mostrami la tua risolutezza!”  L’anziano comandante vuole che il successore ne adotti anche il carattere sprezzante, lo stesso che mostrava in battaglia. Kodai coglie l’invito senza indugi e si mette a capo dei ribelli. Adesso è lui a incarnare la figura monolitica del predecessore: forte del coraggio che ha conquistato, incita gli altri a dare il meglio.

In Galaxy Express 999, come si accennava, Tetsuro s’imbarca sul treno intergalattico per raggiungere il pianeta Prometheum dove un impero offre agli uomini la vita eterna trasformandoli in macchine. Se vi ricorda le ipotesi transumaniste sull’evoluzione – biologica o inorganica – della nostra specie, siete sulla strada giusta. Ne La corazzata Yamato il robot di bordo, Analyzer, stringe amicizia con un cyborg dell’esercito di Gamilon e si interroga sulla propria esistenza, dopo un intenso episodio dove i due trovano il modo di comunicare. Se vi ricorda il recente esperimento promosso da Facebook, dove due computer hanno interloquito sviluppando un proprio linguaggio, siete ancora una volta sulla strada giusta. Sempre sulla Yamato abita un fantasma scaturito dai ricordi di Mamoru Kodai, fratello del protagonista Susumu caduto in battaglia: ma è un ritrovato di alta tecnologia, non una presenza spiritica, che salverà la Terra riportandola indietro nel tempo. Lo stesso accade nell’Arcadia di Capitan Harlock, nel cui computer di bordo sopravvive il suo costruttore Tochiro – alter ego dello stesso Matsumoto. Se vi ricorda il progetto di caricare la coscienza umana in cloud, propagandato tra gli altri da Elon Musk di Tesla, sapete già dove siete. O ancora, per restare sul tema, sul pianeta Telezart vive un popolo avanzatissimo che ha riunito gli individui in un’intelligenza collettiva simile a una ragnatela orbitante. Anche loro, tuttavia, sono costretti a lanciare un grido di aiuto, sovrastati dalla potenza bellica di Gatlantis.

Leiji Matsumoto è un autore di fantascienza tra i più sensibili, capace di grattare la superficie di temi ancora attuali dopo quarant’anni. Non si tratta di una hard sci-fi imbevuta di tecnicismi, il contenitore è pur sempre quello di anime/manga con tutti i suoi cliché, ma il gusto per il dettaglio ci parla di un appassionato sincero e lungimirante. Alcune note sono all’avanguardia, come il motore che trae energia dal vuoto per proiettare la Yamato attraverso i wormholes, altre anacronistiche: le navi spaziali del Leijiverse sono disseminate di telefoni e altri dispositivi analogici catapultati nel futuro dagli anni ‘70, gli stessi della coeva Battlestar Galactica.

Ma in Matsumoto il ricordo della guerra mondiale è un fantasma che attraversa ogni scenario, al punto che gli spettatori più giovani faticano ad associare un simile pessimismo ad avventure interstellari. Anziché aprire prospettive di grandezza lo spazio assomiglia a un imbuto buio, sempre uguale a se stesso con le proprie miserie, terreno di battaglia per eroi romantici a caccia di mulini a vento. Ogni innovazione tecnologica nasconde una minaccia. Gli illuminati abitanti di Iscandar mettono alla prova l’onestà dei terrestri affidando loro i progetti per il motore a onde moventi, costruito e montato sulla Yamato. Unico propulsore in grado di attraversare le galassie, è anche un’arma straordinaria, capace di disintegrare interi pianeti. L’analogia con la bomba nucleare è palese. Nemmeno l’integerrimo comandante Okita si trattiene dal rivolgere il cannone verso il nemico: così la terra diviene un po’ più simile all’Impero di Gamilon a cui si oppone, gettando le basi per quella pigra corruzione che dominerà il pianeta una volta conquistata la pace.


“Questa vita eterna”, gli svelano, “manca di gioia e di propositi”.


Anni dopo, in una linea temporale diversa, Capitan Harlock si ribellerà a questo sistema di cose: la Terra è divenuta il principale pericolo alla sua stessa sopravvivenza. Non era difficile immaginare che Matsumoto avrebbe fatto di questo tema una colonna portante della propria simbologia. Già ne La corazzata Yamato il nemico possedeva inconsueti tratti antropomorfi: i gamilonesi non sono altro che uomini con la pelle di un colore diverso, assimilati per gestualità e aspetto prima agli americani e poi ai nazisti. Approfondendo la loro conoscenza, in una dinamica tipica della narrazione giapponese devota al taoismo, si scopre che anche il male ha le proprie ragioni, per niente differenti da quelle dei protagonisti. L’equipaggio della Yamato trova un’anima affine, e una preziosa alleata, nella pilota gamilonese Melda, abbandonata dal proprio schieramento tra le braccia dei terrestri.

La diffusione di manga e anime oltre i confini del Giappone è figlia dei miracolosi progressi intrapresi dal paese nel dopoguerra, ma Matsumoto ha le idee chiare sui rischi del processo. “I giapponesi oggi dispongono di abbondanti beni materiali, ma abbiamo ottenuto anche inquinamento e inflazione; viviamo vite tutt’altro che felici. Non siamo altro che ingranaggi nel macchinario del mondo industriale. Se troveremo una via d’uscita, sarà la storia a rivelarcelo. L’umanità è sopravvissuta a insidie d’ogni sorta, ma è fondamentale rendersi conto che siamo esseri umani, non sottoprodotti industriali”.

La disobbedienza di Matsumoto ha le tinte, sfumate di rosso, della generazione che visse i fatti del ’68. Egli stesso fu iscritto al partito Comunista giapponese, ed è ironico che la figura di Harlock sia presa a modello da alcune correnti neo-fasciste italiane. L’attenzione di Matsumoto per il settore industriale oggi si tradurrebbe senza sforzi nella visione distopica, à la Black Mirror, dell’entertainment che ci stritola – un’altra via in cui si concretizza il timore dell’autore del vedere l’uomo ingabbiato in una catena di montaggio. Gli ingranaggi a cui si riferisce li aveva disegnati già in Galaxy Express 999: gli uomini che s’imbarcavano per il pianeta Prometheus, come Tetsuro, ottenevano un corpo meccanico e una vita eterna – da spendere però al servizio del Machine Empire. Quando il ragazzo incontra i cyborg, ansioso di imitarli, osserva invece la loro disperazione. Uno di essi commette persino il suicidio. “Questa vita eterna”, gli svelano, “manca di gioia e di propositi”.

Sempre sul tema delle interazioni tra uomo e macchina, Matsumoto rivendicava la superiorità del creatore sul creato in risposta all’avanzata delle intelligenze artificiali, più autonome di giorno in giorno. “Anche quando sangue e sudore di un uomo si fonderanno con l’olio e il cristallo di una macchina”, disse in un’intervista, “la macchina guarderà sempre all’uomo come suo superiore. La macchina si può rinnovare, passare di mano in mano, sopravvivere allo spirito di chi l’ha costruita. La mente umana, invece, non si trasmette a nessun altro dopo la morte. Per questo credo che si possano distruggere le macchine, ma non dovremmo mai mettere in pericolo l’uomo”.

I fantasmi che abitano i computer di bordo della Yamato e dell’Arcadia, fatti di ricordi umani, sono un corollario di questa riflessione. Siamo più potenti, ma anche più fragili. La deumanificazione operata dall’industria, e da altre corporazioni che noi stessi abbiamo creato, soffoca il nostro potenziale; e in un universo perennemente in guerra,  come mostrano le storie di Matsumoto, sceglieremo spesso la strada sbagliata. In questo, il 1942 non è differente dal 2017.

Per questo motivo abbiamo bisogno di eroi come il comandante Okita e Capitan Harlock. Ci ricordano che possediamo spirito e intelletto per disobbedire agli ordini, quando necessario.

Colui che li ha disegnati è oggi un vivace anziano, sempre al lavoro su nuovi progetti, che non si separa mai da un cappello con teschio e ossa incrociate. Come un autentico pirata, è convinto che il jolly roger  sia il simbolo di libertà di quel bushido post-bellico che è legge morale del Leijiverse. “Tutti gli uomini moriranno, perciò ogni vita dovrebbe essere vissuta pienamente”, scrive Matsumoto. “La morte non andrebbe presa con leggerezza, e chiedere a qualcuno di morire per un’idea altrui non ha senso. Ciascuno può decidere di testa propria”.


Andrea Cassini Nato a Pistoia, classe 1988, filologo medievale di formazione. Si occupa di sport per La Giornata Tipo, Play.it USA e BasketInside. Scrive racconti su Spaghetti Writers e ha un romanzo in uscita con Astro Edizioni.
Copertina, un’opera di Leiji Matsumoto.