In tempi di populismo, semplificazione del discorso politico e ritorno di politiche autoritarie, autarchiche e razziste è utile cercare di capire cosa muove le coscienze: diffidenza e paura, certo, ma soprattutto l’idea che sia necessaria la difesa di un’identità culturale. Ma quale?


Immagini da un’installazione di He Xiangyu 

di Enrico Pitzianti

1. Lo stato dell’arte

In Occidente c’è un trend sociale che è di gran lunga il protagonista politico dei nostri tempi. È quello che ha fatto eleggere Trump, che ha spinto per la Brexit, che ha aiutato la Lega a passare da partito inesistente (un tempo Lega Nord) a primo partito in Italia – e così via, con le nuove destre polacche, il potere crescente di Orbán in Ungheria, gli ottimi risultati di Le Pen in Francia e del giovanissimo Sebastian Kurz in Austria. In molti, commentando le sfaccettature di questo “vento che soffia sull’Europa” usano termini ormai onnipresenti sui media e nei saggi di politica prodotti in questi anni, termini come politica identitaria, autoritarismo, populismo, demagogia e chiusura; quest’ultimo usato nelle due accezioni di chiusura dei confini (sia per le merci, coi dazi, che per le persone con la dura opposizione all’immigrazione) che nel senso di chiusura mentale, con un ritorno alle mire autarchiche, ai razzismi e al nazionalismo caratterizzato da campanilismo e orgoglio identitario.

 

2. Le ragioni della crisi

Le possibili ragioni di questo trend politico sono varie. Per citarne alcune, c’è la crisi demografica, con molti anziani in pensione e pochi giovani a versare i contributi (essenziali per poterle continuare a pagare). Lo squilibrio demografico pesa sulle casse dello stato, che anche per questa ragione non riesce a elargire servizi di supporto ai primi soggetti esposti all’altra crisi, quella economica, i giovani e coloro i quali si trovano a inserirsi nel mondo del lavoro. Giovani che di conseguenza emigrano, oppure sopportano condizioni lavorative peggiori di quelle dei lavoratori più anziani, regolati da tutele maggiori e da sindacati ancora attivi nella salvaguardia dei diritti acquisiti. Si tratta della crisi economica che, impoverendo l’Occidente in favore dell’Oriente, ha dato modo a malumore, disagio e risentimento di alimentarsi fino a concretizzarsi in proposte politiche. Poi c’è il terrorismo islamico, che prima con Al Qaida poi con Daesh (meno propriamente detto ISIS o Stato Islamico) ha messo radici e alimentato conflitti a pochi chilometri dai confini europei, alimentando negli abitanti del vecchio continente paura, sospetto e razzismo, sentimenti a dirla tutta già presenti fin dal recente passato fascista europeo (sconfitto solamente negli anni quaranta in Italia e negli anni settanta in Spagna) ma mai sradicato e presente sottocute ininterrottamente sin dal primo periodo coloniale. Di cause sociali, economiche e politiche per cui è proprio questo il trend politico che impera sull’Europa ce ne sono molte altre, tutte complesse e più o meno interrelate, ma il meccanismo mentale con cui si risponde a ognuna di esse è semplicistico, così banale che sorge il dubbio sia istintivo: trovare un capro espiatorio. Indicare un colpevole che sancisca la propria innocenza.

Ti potrebbe interessare: “Perché vincono i populisti?”

Apparentemente solo chi è forte a sufficienza, sia moralmente che psicologicamente, sembra essere in grado di assumersi la responsabilità di trovare soluzioni concrete ai propri problemi, il debole (il licenziato, il deluso, il disilluso, l’insoddisfatto e così via) indica un colpevole esterno, un modo come un altro di non guardare in faccia la realtà, di mettere la testa sotto la sabbia per non vedere proprio nel momento in cui vederci chiaro è più importante che mai. Proprio come in natura i pericoli sono percepiti come provenienti dall’ambiente circostante, così la società li attribuisce a qualcosa al di fuori dei propri confini; ad altre società, agli invasori, ai barbari, ai nomadi e così via. È la genesi del divario che si apre in ogni discorso populista tra il “noi” e il “voi”, tra amici e nemici, tra i giusti e gli altri, i buonisti, i gufi e così via… Alla radice di ogni cameratismo, di ogni orgoglio patriottico c’è una di queste contrapposizioni utile allo scopo di distinguersi dal nemico. Si tratta di una distinzione indispensabile in guerra, figlia di una strategia di psicologia sociale che i gruppi attuano nei momenti di stress generalizzato e di difficoltà. Ecco spiegata la volontà di preservare oggi un’autenticità culturale e di difenderla da fenomeni percepiti come pericoli esterni: il mercato globale, le migrazioni, la concorrenza, le intromissioni politiche (vere o presunte, molto spesso presunte) di stati esteri, gli organi della finanza internazionale, le istituzioni diplomatiche e politiche o le ong. Si può arrivare persino a inventare il nemico di sana pianta, come nel caso dei fantomatici piani segreti per la sostituzione etnica in Europa spesso accompagnati dai finanziamenti malefici di qualche ricco ebreo.

Quando si inventa un nemico è sempre perché si crei affiliazione tra coloro che lo percepiscono come tale. Indicato il lupo, le pecore sono di colpo più amiche, più affiatate, maggiormente disposte alla collaborazione e alla coesione.

Ma quando ci si ritrova sotto la minaccia di un nemico comune e ci si sente uniti, vicini in questo sentimento, tocca darsi un nome comune. Serve sancire l’esistenza di quest’unità. Quasi sempre arriva in soccorso l’idea di identità culturale: l’Europa cristiana quando la minaccia è l’islam, l’orgoglio italiano quando la minaccia è l’Europa, il nord separatista quando la minaccia è Roma o l’indipendentismo veneto quando la minaccia comprende persino il resto del nord. Serve un ombrello sotto cui stringersi e stare tutti vicini, una bandiera ideologica che protegga gli sconsolati e gli arrabbiati.

 

3. L’identità culturale da difendere

L’identità culturale è una cosa strana, sfuggente, ma che in qualche modo sembra essere la chiave per capire cosa sta succedendo dal punto di vista politico, sociale e culturale in Occidente. Innanzitutto cos’è: l’identità culturale è l’insieme delle caratteristiche considerate essenziali in un determinato ambiente sociale. Suona generico, ovvio, ma va interpretato così: nel caso dell’Europa, l’identità culturale europea ha alcune caratteristiche essenziali: la democraticità delle istituzioni (in Europa non ci possono essere dittature), la proibizione della tortura, delle pene inumane o degradanti, della schiavitù, del lavoro forzato e della tratta degli esseri umani. Ma anche il “divieto di ogni forma di discriminazione, il rispetto di ogni diversità culturale, religiosa e linguistica e le pari opportunità tra uomini e donne”. Questi, e moltissimi altri, sono gli elementi costitutivi dell’identità culturale europea nel senso che accomunano tutti gli stati appartenenti e costituiscono il minimo indispensabile per quelli che volessero chiedere di entrare a farne parte. Gli elementi che compongono un’identità culturale non sono sempre espressi in termini legali, molto più spesso sono “percepiti”, come le usanze, i costumi e, a maggior ragione, le tradizioni.

Questo insieme di elementi essenziali percepiti fa sì che spesso l’identità culturale sia percepita come una specie di oggetto. Qualcosa di stabile, trasmesso attraverso le usanze, il senso comune, i costumi e le stesse tradizioni citate poco fa. Per esempio in Europa l’assenza della pena di morte viene da una storia politica e culturale ben determinata. Un po’ come la pizza nell’identità culturale italiana è frutto di una trasmissione di sapere che ha coinvolto decine di generazioni. L’identità culturale così sembrerebbe fatta di pezzi, un puzzle dove se metti insieme birra+lingua fiamminga+lingua francese+democrazia viene fuori il Belgio.

Questa idea che l’identità culturale sia qualcosa di positivo, composta cioè dall’assemblaggio di alcuni elementi caratteristici, è però infondata. Innanzitutto perché l’identità non è la somma delle caratteristiche, ma la loro sottrazione. L’identità è fatta di differenze, di scarti. Vale sia per quella personale, l’identità di ognuno di noi sancita dal nome proprio, sia per le altre identità, quelle di qualsiasi cosa a cui diamo un nome. Io sono Enrico Pitzianti perché non sono nessun’altra delle 7,6 miliardi di persone presenti oggi su questo pianeta. Ecco le sottrazioni: non sono di sesso femminile (cosa che elimina metà della popolazione) non sono danese, cinese o francese e nemmeno senegalese, cileno, algerino e così finché non rimane un ultimo paese, l’Italia. Essere italiano vuol dire essenzialmente contare tutti i paesi del mondo e scartarli tutti fuorché uno, quello giusto. Essere italiano corrisponde a non essere di nessun paese al mondo se non l’Italia. Così come il mio essere nato a Cagliari significa semplicemente non essere nato in nessun’altra città italiana. Poi, tra tutti quelli nati a Cagliari tocca scartare tutti quelli nati in tutte le date a parte una: non sono nato tutti gli anni di tutti i mesi, sono nato il 24 novembre del 1988. E non è finita qui, tra tutti quelli nati quel giorno a Cagliari io sono quello nato in quel determinato ospedale, il Brotzu. E anche adesso c’è bisogno di distinguere oltre, di aggiungere differenze: per arrivare alla mia identità bisogna scartare tutti i bambini nati quello stesso giorno in quello stesso ospedale a tutte gli orari che non siano quello della mia nascita. E se più bambini sono nati lo stesso orario? Allora interviene il distinguo per eccellenza: il luogo, il punto preciso in cui sono diventato un essere abitante di questo mondo, un corpo indipendente che occupa un certo spazio. Sono quello che ha occupato un determinato volume, un numero preciso di centimetri cubi. E ancora oggi, la mia percezione e la mia identità sono dentro a questo blocco di miliardi di cellule che occupa uno spazio ben preciso che è sempre uno solo. Uno solo nel senso che non occupo nessun altro spazio. Non sono più in ospedale in braccio a quel medico, mi sono mosso segnando una serie infinita di assenze. La storia delle mie assenze è la mia storia personale e determina l’identità che ho oggi, oggi che me ne sto seduto a scrivere questo articolo su questa sedia e le braccia poggiate su questa scrivania nel centro di Bologna.

Ecco, l’identità è fatta così: una storia di differenze, di mancanze, di sottrazioni. Ovviamente non l’ho detto io, l’ha detto innanzitutto Aristotele molto tempo fa parlando di identità. Lui ne ragionava in termini di definizioni, che però è la stessa cosa: cosa definisce un ente? Che è un po’ quello che ho scritto poco fa parlando di cosa definisce Enrico Pitzianti. Prima di tutto tutte le parole che posso usare per descrivermi (per dire chi sono, quindi per sancire la mia identità) sono modi per negare tutte le altre.

La differenza tra definire l’identità come positiva (le cose che devi essere per definirti italiano) piuttosto che negativa (da cosa si differenzia essere italiani rispetto all’essere qualcosa d’altro) è importante perché solo l’identità definita negativamente crea legami con altre identità. L’identità negativa è un insieme di tutto ciò che c’è intorno all’ente di cui si descrive l’identità; per esprimere questo concetto in teoria della percezione si usa dire che “il corpo si staglia sullo sfondo”. Nel senso che senza lo sfondo non c’è soggetto, non c’è figura senza lo spazio attorno alla figura stessa. Le cose esistono solo in quanto differenti dalle altre.

Al contrario l’identità positiva dà l’idea di un’esistenza indipendente, come se a costituire l’identità siano dei pezzi che non riguardano altre identità, come se il soggetto potesse esistere a prescindere dallo sfondo. Come se essere italiani possa prescindere dall’essere europei e l’essere europei dalla storia del Medio Oriente, dell’Africa o dell’Asia. Le sottrazioni dell’identità negativa sottolineano l’esistenza di unioni, vincoli che legano un’identità a un’altra. Certo, così le identità esplodono in una serie infinita di rimandi, in una complessità che rende ogni definizione un affare complicato, ma solo queste sottrazioni definiscono il mondo per com’è. Mentre pretendendo di definire le identità con un solo nome, un termine che come una bandiera o una divisa si prende la briga di significare tutto, allora dietro l’illusione di un’identità forte c’è in realtà la perdita del significato e il suo diluirsi in uno slogan, un discorso o una proposta politica vana. Alla fin fine si tratta di distinguere tra la complessità e il semplicismo.

 

4. Semplicistico Vs complesso

Chi fa politica con proposte approssimative, idee vaghe e slogan come “prima gli italiani”, evidentemente, propone un’idea di identità culturale positiva, quindi semplicistica e priva di quella complessità e di quell’attenzione al contesto che imporrebbe di parlare di rapporti tra italiani e non italiani, tra identità culturali affini per vicinanza geografica o storica. I proclami delle nuove destre populiste propongono un’idea semplice quanto inutile: “noi siamo meglio di loro, noi siamo la soluzione e loro invece la causa dei nostri problemi”. La semplificazione degli argomenti politici, economici e sociali, in tempi di complessità tecnologica, economica e di mercato globale, è il primo vero errore logico che andrebbe affrontato in riferimento al momento politico che sta attraversando l’Occidente.

E qui arriva un problema comunicativo che da sempre disturba il sonno di politologi e filosofi che si occupano di politica, società e trend culturali: come si fa a organizzare e diffondere il sapere senza scadere nella propaganda? È possibile evitare di fondare il discorso pubblico sugli slogan e le semplificazioni? Ma soprattutto, come reagire politicamente a chi raccoglie consenso facendo leva su ignoranza, pregiudizi e paure, usando frasi a effetto e slogan?

La risposta non c’è, anche se i pensatori di sinistra hanno sempre tamponato la ferita sottolineando l’importanza di un’istruzione gratuita, pubblica e accessibile con la speranza che la cultura, sradicando pregiudizi e paure, renda meno efficaci gli slogan.

Ma mentre attendiamo di diventare tutti laureatissimi ed esperti di economia politica (aspetta e spera, verrebbe da dire) servono strategie politiche immediate con cui arginare il vento populista, quello che rischia di reagire ai pericoli con l’infantilismo della chiusura e dell’isolazionismo. Molti pensatori hanno parlato di scontro fra complessità e superficialità, proprio in riferimento alla situazione politica occidentale e al ritorno imponente del tema dell’identità culturale.

E pensare a un “populismo democratico” o “di sinistra”, evidentemente, non è un’alternativa convincente, perché se per vincere contro i populismi si diventa a propria volta populisti l’elettore sceglierà sempre l’originale. In secondo luogo, giustamente, viene da pensare che se l’alternativa alla violenza e all’aggressività dei populisti è quella di usare la loro stessa violenza e aggressività si contribuisce a calpestare la complessità del mondo e a mentire raccontandolo in termini semplicistici e attraverso identità positive.

 

5. Un metodo per una contro-propaganda

Il tema del come arginare la propaganda e del come cercare di invertire un trend politico non è nuovo ed è stato affrontato anche da alcuni dei protagonisti politici della storia recente. Un esempio interessante è di un secolo fa. Era il 21 febbraio del 1918 e in Unione Sovietica sulla Pravda, il giornale organo ufficiale del partito comunista, uscì un articolo firmato “Karpov”. L’articolo era scritto da Lenin in persona e iniziava così:

Quando in una riunione di partito ho detto che la frase rivoluzionaria sulla guerra rivoluzionaria può causare la rovina della nostra rivoluzione, mi hanno rimproverato di essere troppo duro nella polemica. Ma vi sono momenti che costringono a porre le questioni in modo netto e a chiamare le cose con il loro nome, altrimenti si corre il pericolo di causare un male irreparabile sia al partito che alla rivoluzione. La frase rivoluzionaria è quasi sempre una malattia dei partiti rivoluzionari nei momenti in cui questi partiti realizzano direttamente o indirettamente un insieme, una unione, un intreccio di elementi proletari e piccolo-borghesi e in cui il corso degli avvenimenti rivoluzionari segna svolte brusche e di notevole portata. La frase rivoluzionaria consiste nella ripetizione di parole d’ordine rivoluzionarie senza tener conto delle circostanze obiettive al momento di una svolta degli avvenimenti o, in una data situazione, delle cose così come realmente sono.

Con questa lunga lettera Lenin stava iniziando la sua campagna a favore di una pace che molti non volevano, quella con la Germania. E per questo era in difficoltà. Erano molti a essere convinti che servisse una “guerra rivoluzionaria”, compresi importanti personaggi del suo stesso partito, e Lenin decide di tentare la carta di quella che oggi chiameremmo realpolitik. Scrive usando il termine “frase rivoluzionaria” come sinonimo di discorso vuoto, politicamente conveniente per alcuni, ma senza possibile applicazione pratica. Con “frase rivoluzionaria” Lenin esprime quello che oggi chiameremmo “sparata propagandistica”, “tweet populista”, “slogan ideologico”. Quello di Lenin, per quanto possa sembrare paradossale detto da un rivoluzionario aizzatore di folle, è un discorso per la complessità e contro la propaganda. A chi vuole la guerra dice, in sostanza, che è facile parlare, ma là fuori c’è un mondo reale fatto di compromessi. Dopo vari scontri e discussioni molto dure tenute all’interno degli organi dirigenti dei Soviet e del partito, Lenin riuscì a ottenere che passasse la sua idea di “pace di compromesso” con la Germania che fu firmata ventotto giorni dopo la pubblicazione della sua lettera, il 18 marzo dello stesso anno.

Quello di Lenin è un discorso incentrato sulla convenienza dei suoi concittadini e del suo partito. Un discorso che sottolinea, proprio come con l’idea di un’identità culturale definita negativamente, i legami tra la sua nazione e quelle attorno, compresa la Germania. C’è chi, nel suo stesso partito, considerava terribile per la repubblica sovietica “venire a patti con gli imperialisti tedeschi”, ma lui ne fece una questione di politica reale, funzionale al benessere e alle mire politiche dei suoi concittadini. Quando scrive che “vi sono momenti che costringono a porre le questioni in modo netto e a chiamare le cose con il loro nome, altrimenti si corre il pericolo di causare un male irreparabile sia al partito che alla rivoluzione” dice esattamente ciò che si è detto qualche paragrafo fa, cioè che la complessità (da contrapporre al semplicismo che lui chiama con sdegno “malattia”) è l’unica stella polare da prendere in considerazione quando si fa politica e si parla di cultura (e quindi anche di identità culturale).

Il discorso di Lenin è interessante perché in qualche modo, pur essendo opposto a quello dei suoi compagni convinti della necessità della guerra (e vicini a un’idea di identità culturale russa orgogliosa e idealista) oltre che lontani dall’idea del compromesso e della politica reale, è comunque un discorso fatto alla “pancia del paese”. Quella di Lenin è una lettera che mira a descrivere perché il compromesso serve a tutti, non elenca ciò che è giusto o moralmente superiore, ma ciò che è utile. Lenin dà per scontata l’alterità del suo popolo col nemico, non invita a empatizzare né cerca di smussare i toni del discorso dei suoi avversari, apre una narrazione opposta a quella identitaria, improntata sulla convenienza che in qualche modo è essa stessa identitaria ed egoistica, ma vincente. Lenin non fa un discorso in difesa, ma attacca con una retorica che arriva a usare la parola “rivoluzionario”, così cara a un uomo a capo di una rivoluzione come quella del 1917, spregiativamente.

Oggi le narrazioni politiche con cui si cerca di arginare il vento populista sono tutte, o quasi tutte, in difesa. I populisti possono godere invece di etichette vincenti, essere descritti come persone inflessibili, intransigenti e schiette. Le posizioni populiste sono spesso definite con slogan che significano convinzione e determinazione come “tolleranza zero”, frasi che inchiodano i contrari a un’identità smidollata, come dire: il problema c’è, tu lo tolleri come fanno i deboli, noi lo affrontiamo e lo combattiamo senza paura.

Sul tema dei migranti, uno dei temi più importanti per i populisti e per chi spinge verso la difesa dell’identità culturale intesa in senso positivo, si è risposto addirittura accodandosi alla visione populista. Più in generale il discorso politico di chi cerca di opporsi alle nuove destre non comprende la convenienza economica, non ha il sapore di pragmatismo che hanno invece i discorsi di chi viene descritto come “uno che dice le cose come stanno”. In Italia la retorica dei personaggi che hanno avuto più successo cavalcando l’ondata populista, come Matteo Salvini o Beppe Grillo, si è distinta invece proprio per un’impostazione particolarmente pragmatica: si snocciolano in continuazione dati, distanze, nomi, percentuali, si dà l’idea di avere la situazione saldamente sotto controllo. Chi vi si oppone, di conseguenza, appare come un idealista, uno a cui piacciono le parole e non i fatti, i concetti e le buone intenzioni e meno la realpolitik. Il contrario esatto di ciò che fece Lenin nella sua lettera.

 

6. Concludendo

Opporsi al populismo senza scadere nel populismo, quindi, non significa necessariamente essere arrendevoli o proporre una retorica accomodante. Proprio come nel discorso di Lenin (che è solamente un esempio, ne avrei potuti scegliere molti altri) è possibile utilizzare una retorica energica e vincente senza scadere nel semplicismo. Innanzitutto proponendo un’idea di identità culturale negativa, e non affermando che la stessa identità culturale non esiste (così si intitola un saggio del filosofo francese François Jullien) e sposando l’idea che tale identità vada preservata, protetta, ma anche messa in discussione e migliorata (in questo sta il progressismo). In questo senso è necessario fare un lavoro di comunicazione che tenga conto del fatto che esistono temi enormi su cui si possono accendere i riflettori, temi che sono storicamente e logicamente legati alle sinistre democratiche e non alle destre populiste che oggi sembrano avere la meglio. Un problema come quello del riscaldamento globale, e più in generale dell’ecologismo, funziona proprio perché fa leva su una paura (legittima e fondata) proprio come lo è la paura dei migranti e la convinzione che il fenomeno migratorio sia connesso all’aumento della criminalità (paura infondata). Il compito di occuparsi di paure come quelle che in molti nutrono sul futuro del pianeta – e se ne potrebbero citare molte altre come quelle riguardanti la privacy, i diritti civili, le liberalizzazioni delle droghe eccetera – è degli anti-populisti. Servirebbe puntare su un discorso pubblico fondato sulla convenienza e la pragmaticità: a chi conviene e a chi non conviene che le droghe leggere siano legalizzate?

Urge parlare di soldi, di soluzioni concrete e di opportunità per i cittadini che voteranno. Il discorso fondato sull’equilibrio costi-opportunità non è cinico, non è populista e nemmeno amorale, è sincero. E dalla sincerità, dalla schiettezza e dal discorso laico può partire l’anti-populismo.

L’urgenza di invertire il trend politico e di farlo investendo nella questione identitaria (per ora sotto lo strapotere dei reazionari e dei populisti) viene dai numeri e dagli episodi con cui si legge la storia occidentale dell’ultimo decennio. L’Italia è oggi un paese da cui si emigra, anche se sui giornali campeggiano titoli come “emergenza sbarchi”, l’emergenza è quella opposta, e sta nei Ryanair per Londra. E in Europa il nemico sono i dazi, la disoccupazione giovanile e quella degli stati mediterranei, la delocalizzazione, la progressiva ascesa degli egoismi nazionali a scapito dell’unità europea, ma anche le periferie belghe e francesi in cui troppo spesso si passa dalla piccola criminalità al radicalismo religioso, per non parlare dell’assenza di alternative per chi arriva nel vecchio continente (i cosiddetti migranti) e si ritrova schiavo di un sistema come quello del caporalato. Il populismo va rovesciato con lo stesso vigore con cui vanno combattute le ingiustizie e le illogicità di una politica reazionaria, altrimenti il rischio è che le paure e le politiche per un’identità culturale positiva e campanilista portino allo scontro, alla frammentazione sociale e un’ulteriore polarizzazione delle ideologie politiche. E si rischia di titolare i libri di domani, come fece Lenin col suo, “Rivoluzione in Occidente e infantilismo di sinistra”.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È redattore de L’Indiscreto. Collabora con Il Foglio, Esquire Italia, Forbes e cheFare.