L’emozione che suscitano le letture dell’infanzia precede qualunque posizione ideologica, politica e culturale dell’età adulta. Occorre una grande onestà intellettuale per cogliere, invece, una possibile dissonanza tra ciò che già si ama e ciò che si è giunti a credere.


In copertina: Dettaglio dal Corsaro nero di Alberto della Valle, 1919, courtesy Olschki.

di Edoardo Rialti

I viaggi del capitano James Cook. mio padre m’aveva donato i volumi, quando non compivo dieci anni. Ora mi vergogno di chiederli, in ricordo del rapimento gioioso e tormentoso ch’ebbi dalla lettura. tanto sono grullo e smarrito che mi credo di rinvenire tra le pagine oceaniche la mia fanciullezza e la mia aspettazione?
Ma dove, ma dove ritroverò pur qualcosa di simile al sentimento novo che mi esaltava nel disegnare le carte geografiche, nel mettere con la matita blu il mare blu intorno alle isole alle penisole ai continenti? Il segno blu circondava un sogno ampio, un arcipelago di sogni minori, un istmo tra due voglie ineguali.
Gabriele D’Annunzio

Il Sacro Furto

Ogni arte è a un tempo superficie e simbolo.
Coloro che vogliono andare sotto la superficie lo fanno a proprio rischio.
Coloro che vogliono intendere il simbolo la fanno a proprio rischio.
È il celebre ammonimento di Oscar Wilde in apertura del Ritratto di Dorian Gray. E aveva profondamente ragione. La grande arte non è certamente neutrale, eppure la sua forza attrattiva attinge in regioni di noi stessi al tempo stesso più profonde e oscure di tutte le chiarificazioni e classificazioni razionale. Eppure quelle stesse tenebre, dove magari, come notava Dostoevskij, l’ideale della Madonna e l’ideale di Sodoma possono coincidere, sembrano suscitare un irresistibile dinamica applicativa. Quelle immagini e storie, che tanto ci colpiscono, diventano il modo attraverso cui leggiamo il mondo e noi stesso, il che ovviamente costituisce anche una costante interpretazione critica, magari implicita delle opere stesse.

Al termine di Quell’orribile forza, volume conclusivo della sua trilogia di fantascienza teologica, C. S. Lewis racconta la liberazione morale e intellettuale del giovane Mark Studdock, dopo che questi si era fatto avviluppare, per vanità mondana, dalle menzogne del diabolico istituto INCE. È tipicamente lewisiana la scelta del primo segno che attesta come Studdock stia tornando finalmente sé stesso: nella piccola locanda in cui soggiorna dopo essere fuggito, incappa in qualcosa che lo riconnette al suo volto più autentico e sincero, a quei profondi impulsi e simpatie estetiche originarie che spesso tacitiamo per cinismo o ambizione.

Nel salottino c’erano due scaffali pieni di volumi rilegati di «The Strand», e in uno vi trovò una storia a puntate per bambini che da piccolo aveva cominciato a leggere, ma non aveva mai finito perché, quando era arrivato a metà, aveva compiuto dieci anni e da quel momento si era vergognato di continuare quella lettura. Ora passò di volume in volume a caccia delle varie puntate finché l’ebbe finita tutta. Era una bella storia. I racconti per adulti a cui si era dedicato dopo il suo decimo compleanno, adesso gli sembravano delle porcherie, a parte Sherlock Holmes.

Quella che ad altri occhi parrebbe una regressione infantile, qui viene impugnato come il primo sintomo della recuperata salute mentale e spirituale, che disperde le nebbie ideologiche. L’elemento interessante da notare è che, naturalmente, la stessa operazione lewisiana costituisce una costruzione parimenti ideologica, che carica il racconto dell’infanzia d’una implicita ma netta e operativa forza morale. Non si tratta ovviamente d’un qualche specifico ‘messaggio’ ma di un’estetica che comunica al tempo stesso un’etica, o quantomeno un orizzonte etico, un atteggiamento salubre verso la vita e il mondo che, se alimentato, forse  fungerebbe persino da antidoto. Così perlomeno era convinto Lewis.

Si tratta d’una questione complessa e decisiva della trasmissione culturale, collettiva e individuale. Noi stessi siamo infatti gli eredi del nostro io passato, e possiamo costantemente tornare alle nostre esperienze precedenti, anche narrative, rileggendole con occhi modificati, e quelle esperienze inevitabilmente ricorriamo per leggere il presente, dalle battute condivise con gli amici alle categorie con cui ci concepiamo nel mondo. E il dibattito collettivo a sua volta evoca costantemente quello stesso immaginario, per metafore, analogie, parodie.

Narrazioni condivise e nuove mitologie con cui le ultime generazioni sono cresciute, vengono brandite addirittura come armi della delegittimazione politica. E, naturalmente, se sia la destra che la sinistra possono richiamare l’Imperatore Sith di Star Wars per attaccare rispettivamente il Presidente Mattarella o Berlusconi, l’Europa “di Bruxelles” o il Pontefice sulla morale sessuale, sorge la questione su cosa voglia effettivamente dire vedere o leggere un mito, una vicenda archetipica, solitamente di grande impatto e vasta condivisione. Perché di questa particolare tipologia narrativa si tratta, e non di altre tipologie, non perché si tratti di opere più superficiali, schematiche o infantili, sebbene questi tre aggettivi puntino comunque nella direzione giusta, seppure in un’accezione negativa che non è affatto necessaria.

Molti hanno registrato con turbamento come non ci sia mai stata una tale profusione di produzioni artistiche che esprimono la complessità del reale, la varietà culturale, che sfidano e ribaltano gli stereotipi sociali, sessuali, religiosi, eppure i loro stessi spettatori, lettori e fan entusiasti spesso, quando si arriva alla politica, possono sostenere candidati e visioni del tutto diverse e spesso brutalmente antitetiche a quanto hanno invece applaudito sullo schermo o sulla pagina scritta, e magari a sventolare quelle medesime storie in tal senso.

Questione complessa, che arriva persino a strani ribaltamenti concettuali, per cui un razzista sprezzante come Lovecraft non viene citato solo in qualche convention alt-right ma trionfa sulle labbra dei nerd ai vari Comicon (assai più propensi a guardare con favore a questioni come l’immigrazione che invece costituivano, per il Solitario di Providence, l’essenza stessa della decadenza contemporanea) e Tolkien, che pur da monarchico e cattolico-conservatore ebbe parole nettissime sul nazismo, ancora oggi vedrebbe campeggiare il verso dedicato ad Aragorn -“Le radici profonde non gelano”- in un  profluvio di volantini dell’estrema destra italiana.

Come notava Mario Praz, “certo, tutte le cose umane esistono in ogni epoca della storia, ed è solo la loro proporzione che fa che si parli di moda”. Già Agostino d’Ippona difendeva la liceità del “sacro furto” rispetto alle opere degli antichi pagani, qualora le si poteva brandire a supporto della fede cristiana:

Riguardo ai cosiddetti filosofi, massimamente ai platonici, nell’ipotesi che abbiano detto cose vere e consone con la nostra fede, non soltanto non le si deve temere ma le si deve loro sottrarre come da possessori abusivi e adibirle all’uso nostro. Ci si deve comportare come gli Ebrei con gli Egiziani. Questi non solo veneravano gli dèi ed imponevano ad Israele oneri gravosi che il popolo detestava fino a fuggirne, ma diedero loro vasi e gioielli d’oro e d’argento e anche delle vesti. Il popolo ebraico all’uscita dall’Egitto di nascosto se li rivendicò come propri, per farne – diciamo così – un uso migliore.

Tuttavia, uno studio dettagliato e di recente pubblicazione, dedicato a una vicenda non così lontana del tempo e persino paradigmatica del rapporto tra ideologia e narrativa popolare, può aiutare forse a cogliere meglio come si possa forzare una storia, persino ribaltandone le esplicite concezioni originarie, e quali siano i moti – quasi inconsci – cui attingere per farlo.

Il Duce alla conquista di Mompracem. Salgari e il fascismo

Il 2 dicembre 1927, su “Il Corriere della Sera”, il critico Silvio D’Amico esaminava il fenomeno Emilio Salgari, e gli rendeva un tributo nel quale trasparivano fin troppo chiaramente le riserve: “Quanti ragazzi ha incantato questo narratore! Non solo gl’intelligenti ma anche (non vogliamo dire soprattutto) gli altri.”

Il romanziere veronese costituiva un caso editoriale che non conosceva tramonto, nonostante gli ormai molti anni dal suicidio per seppoku. Come racconte Anne Lucas nello splendido volume II della sua tetralogia su Salgari (Emilio Salgari. Una mitologia moderna tra letteratura, politica, società. Olschki 2018), al successo costante dei vecchi titoli si andava infatti aggiungendo il fatto che “a partire dal 1920-21 quasi ogni anno per un intero decennio, dal 1938 ancora per un decennio, e poi sporadicamente dopo la Seconda Guerra Mondiale fino agli Anni Sessanta, sarebbero stati pubblicati molti volumi completamente nuovi – tutti fasulli.” Gli editori di questa sfacciata operazione non nascosero neppure che si trattava nel migliore dei casi di meri canovacci: «Queste trame, arricchite delle descrizioni degli usi e costumi dei vari paesi, tutte di pugno del rimpianto uomo, sono materia più che sufficiente perché il forte e geniale scrittore che abbiamo incaricato della bisogna, possa completare i 36 romanzi seguendo le geniali ed originali creazioni dell’illustre Autore.» Ma il mondo che vede uscire queste pubblicazioni è cambiato. Se dapprincipio Salgari era stato avversato dagli educatori sabaudi, con l’accusa “di eccitare i nervi”, adesso invece la sua indiscussa forza fascinosa inizia a essere incanalata nei progetti formativi del regime. E nell’Italia degli anni ’20 si inizia a chiedere a Salgari e a cercare in lui ciò che egli non aveva né cercato né espresso: “nella nuova letteratura dei viaggi, i miti orientali fantasticati da Salgari si trasformarono gradualmente in esplorazioni politicizzate dall’interessamento ideologico del regime nei paesi d’oltremare. Non a caso gli scrittori di viaggi dell’epoca fascista erano spesso giornalisti di professione. Mentre il giornalismo dei viaggi dell’epoca di Salgari era stato soprattutto quello dell’intrattenimento che esprimeva la gioia e la sorpresa della scoperta, quello del Ventennio si trovava invece incastrato sui maggiori quotidiani fra articoli di politica, diventando così un’arma di propaganda nella lotta ideologica, espressione del potere e dell’influenza italiani e dell’importanza anche culturale dell’Italia nel mondo: invece dell’amore per l’Altro, ci si trovava spesso la critica, l’alterigia, l’avversione, l’ostilità verso l’Altro, visto talvolta anche come barbarico.”

Uno dei primi autori fascisti ad attribuire a Salgari il ruolo del San Giovanni Battista delle virtù del regime sarà Luigi Motta, suo epigono e falsificatore. In un passaggio che oltretutto non brilla certo per modestia, egli si inserisce in quella che considera una prestigiosa tradizione di narrativa avventurosa in cui ravvede una preziosa funzione educativa: “queste letture sono non solo apprezzate ma anzi consigliate, perché servono a formare i futuri pionieri delle conquiste dei paesi lontani e barbari ai quali apportano la civiltà della loro Patria! [….] Ogni Inglese è un colonizzatore, un esploratore per eccellenza […]. Ma i padri inglesi non temono che i loro figli corrano per il mondo, e gli educatori non rabbrividiscono se i loro discepoli leggono le opere avventurose dei Verne, dei Boussenard, dei Salgari, o dei Motta!”

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E su Augustea gli farà eco Arcoleo, citando il Corsaro Nero e la sua “italianità” contrapposta alle potenze coloniali europee. Ma, come notava la Lucas, i romanzi e i personaggi di Salgari offrono quanto di più lontano dalle intenzioni che gli vengono attribuite. “Arcoleo non è affatto il solo a fraintendere e a rappresentare erroneamente i romanzi della filibusteria; questo ciclo «offre le sensazioni più nobili per lo spirito cavalleresco ed eroico di cui è animato il Corsaro Nero», per esempio «la sfida e la gloria del suo intrepido cuore d’italiano». In realtà questo aristocratico corsaro agisce spinto dalla sete di vendetta, è capace di uccidere la donna che ama, e soffre di una depressione tipicamente decadentista. Il protagonista italiano è molto raro nell’opera salgariana, ma lo scrittore lo aveva creato così per le sue personali motivazioni politiche del momento (per esprimere un ringraziamento alla monarchia italiana); invece la nazionalità del Corsaro Nero non ha nessuna importanza fondamentale per l’intreccio dei romanzi e ha poca verosimiglianza storica.” Il già citato 1927 è anche l’anno a partire dal quale, su giornali come Il Raduno, vengono proposti ed elogiati “I precursori del fascismo”, ovvero gli autori che, nelle generazioni precedenti, hanno spiccato per “metodo di vita ed azione, o per impulso di sentimento e spirito di sacrificio, o per la concezione eroica della vita, o per la fede nel destino di Roma, o per spirito antidemocratico”. Salgari sarà presto annoverato tra di essi. A ciò contribuì non poco anche la leggenda apparecchiata dagli eredi, desiderosi in tutti i modi di sfruttarne la popolarità. Uno dei figli non esita ad attribuirgli avventure mai compiute: “Papà […] fu capitano  di marina mercantile: viaggiò moltissimo […]. All’epoca dell’insurrezione dei “cipay” egli si trovava con la sua nave nel porto di Bombay. […] Il caso gli fece incontrare Tremal-Naik, uno dei capi ribelli e che fu poi l’eroe di un suo romanzo. […] Mio padre senz’altro passò alle sue dipendenze, quale comandante della flottiglia dei rivoltosi […] facendosi notare per l’eccezionale ardimento. […] La sollevazione, com’è noto, naufragò […]: pendeva infatti sopra di lui la taglia di morte!” E i giornali del regime ne fanno ormai esplicitamente uno degli eroi culturali nazionali, particolarmente importante proprio per il suo influsso sui giovani lettori e scrivono che “nella revisione dei valori effettuata dal Fascismo non poteva essere dimenticato l’uomo marino che iniziò a quel vivere pericolosamente il quale costituisce la più suggestiva voce dell’Idea Fascista: il Salgari.”

Come nota giustamente la Lucas, “Nei primi commenti apertamente fascisti sullo scrittore risulta chiaro che non era cambiato solo il contenuto ma anche lo stile: si stava sviluppando una retorica fascista specifica che veniva applicata sempre all’argomento. La lingua del ‘caso Salgari’ ha un carattere particolare, altamente retorica, ma anche simbolica della morale fascista. È tipico degli entusiasti fascisti che la loro lingua sia anticonvenzionale e perfino scorretta; le loro parole a volte trasmettono la minaccia della violenza fisica, e ad esprimere la rottura con il passato, con la società civile stabile, con la passività convenzionale, un certo tipo di violenza è esercitato perfino sulla lingua stessa”.

La Lucas giustamente si domanda “Se per Sandokan era stato giustissimo combattere il colonialismo britannico (e per il Corsaro Nero quello olandese, per i partigiani filippini quello spagnolo, e per gli Spagnoli di Cuba quello americano), come era possibile per una mentalità anche condizionata  dall’idea fascista dedurre da quelle letture che invece il colonialismo italiano fosse stato previsto e incoraggiato dall’idolatrato scrittore? In che senso, essendo gli altri colonialismi cattivi, poteva essere buono quello italiano? Ovviamente l’obiettivo di de Stefani e dei colleghi de «Il Raduno»  non era la libertà dei popoli, ma lo scontro con l’Inghilterra imperiale”.

Un’operazione che era possibile solo rivolgendosi a Salgari con una lente deformata, che ingigantiva certi particolari e ne scartava altri, come “il settimanale «Per Terra e per Mare» diretto da Salgari, dove il Nostro aveva preso come pseudonimo il nome di un giovane giornalista inglese presente nei combattimenti in Sudafrica, Capitano W. Churchill”.

Altro elemento su cui il Fascismo soffiò per far divampare una polemica di crescente afflato razzista, fu quella contro gli editori di Salgari, quei Bemporad ebrei che vennero accusati di aver indotto lo scrittore al suicidio, epitome di tutta la vampirica  borghesia ottocentesca, che andava spazzata via. Si arrivò persino a proporre un processo postumo “perché una tanta  vittima pesi oggi e sempre sulla bilancia dei nuovi rapporti tra produttore dell’ingegno e mediatore.”

In mezzo a questo coro inneggiante, spicca invece il significativo controcanto d’una protagonista delle regie comunicative e culturali del Fascismo: Margherita Sarfatti entrò a sua volta nel dibattito sul valore educativo di Salgari, schierandosi nettamente contro l’autore e i suoi entusiasti sostenitori. Con ben maggiore precisione, notava che quei romanzi per ragazzi

1. esaltano la rivolta, l’indisciplina e la disobbedienza alle autorità legalmente costituite della società e dello Stato;

2. sono libri anticoloniali, dei quali il protagonista è sempre un indigeno, oppure (ed è ancora più grave) un bianco capo di indigeni, pirati o banditi in rivolta contro i colonizzatori.

Lasciamo stare che Salgari scrive male, in illeggibile e impossibile italiano. È ancora il minore dei guai […]. Il guaio è che “pensa” male; o per dir meglio non pensa affatto. Scrive sotto l’impulso di quello spirito di rivolta romantica, e di romantica, ipercritica, nichilista e distruttrice esaltazione della rivolta per la rivolta al quale in gran parte abbiamo dovuto, in Italia, le fazioni, le lotte di parte, il servaggio, il brigantaggio, la camorra e la maffia. Gli eroi del Salgari sono quel genere di gente i quali, se vedono un ladro fra due guardie […], gridano: molla, molla! E se il ladro scappa, lo favoreggiano  […] e dicono: povero diavolo! E non: brave guardie.

La conclusione della sua stroncatura è particolarmente significativa: Questo tipo, del cittadino in rivolta, è il tipo antiitaliano e fazioso della vecchia Italia che il Fascismo rieduca, muta e rinnova.

Tollite et lege

Abbiamo già citato Agostino. Uno dei passi più celebri delle Confessioni è quello che rievoca il salto finale della sua conversione al cristianesimo. In un momento di grande strazio interiore, mentre si trova in giardino, sente un bambino non visto che, da qualche parte lì vicino, gioca e ripete una filastrocca. Tollite et lege. Prendi e leggi. in quel preciso momento, per Agostino, quella coincidenza ha tutto il peso d’un ingiunzione divina, d’un segno, ed egli apre effettivamente le Scritture e incappa in un versetto di Paolo che  a sua volta interpreta come rivolto direttamente a lui e alla sua particolare situazione.

Questa scena, con ben due frasi che, estrapolate dal loro contesto, vengono caricate d’una particolare valenza, potrebbe sintetizzare la questione sottesa a tutto questo articolo. Prendi (anche nel senso di estrai) e leggi. Si tratta di un’operazione che eseguiamo costantemente, e non necessariamente per distorcere un testo in senso parziale. Quando ciò accade, la prima causa basilare resta certamente l’ignoranza, l’incapacità ad ascoltare davvero, a fare davvero attenzione (la virtù che, per Simone Weil costituiva l’orizzonte comune di tutte le discipline). Come notò Lord David Cecil in The fine art of reading, le persone prendono le loro reazioni istintive più rozze come assiomatiche, e invece di sforzarsi di allargare le loro simpatie e correggere il loro gusto, usano le loro energie nel costruire tutta una filosofia estetica che giustifichi quelle loro prime reazioni. Questa rozzezza alimenta e consente tutte le letture distorte d’un autore o una problematica.

Tuttavia c’è sicuramente altro. Molti, anche recentemente, si sono interrogati al proposito, e chi scrive qui non ha la minima pretesa di esaurire la questione, semmai di fornire due elementi che, a suo giudizio, entrano particolarmente in gioco quando si tratta di miti, magari persino mal scritti e concepiti come sono spesso i romanzi di Salgari, eppure capaci di innescare nel lettore il risveglio di quello ricettività particolare, quello che Tolkien e Lewis definivano essere “mitopatici”, tanto che quelle stesse narrazioni si arricchiscono col tempo d’una valenza e una ricchezza ulteriore, magari esplorata da rifacimenti e adattamenti.

Un aspetto su cui forse non ci si è soffermati abbastanza è il fatto che, trattandosi spesso di letture fatte nell’infanzia e nella prima giovinezza, queste storie suscitano una sottoscrizione emotiva che precede e informa le successive prese di posizioni ideologiche, politiche e culturali. Queste anzi ricorreranno continuamente al proprio immaginario previo per attingervi avvallo, conferma e sprone. Occorre una grande onestà intellettuale per cogliere, invece, una possibile dissonanza tra ciò che già si ama e ammira e ciò verso cui vogliamo incanalare le energie dell’intelletto e della volontà.

A ciò va aggiunta la tendenza a isolare e concentrarsi unicamente sulla dinamica archetipica d’una narrazione che si predilige (il rovesciamento romantico del potere, noi-felici-pochi-noi-banda-di-fratelli contro le armate nemiche, il giovane messia, bello e audace, che sorge da un ambiente comune e sfida i Farisei d’ogni colore…). Con un bizzarro ma costante movimento interiore, si riesce così ad attribuirsi tutta la forza romantica della rivolta prometeica o satanica, e al contempo la bontà e legittimità del vero bene a fondamento del reale, un Dio padre de jure, se non ancora o non più de facto. Siamo tutti il Sandokan o il Corsaro Nero della nostra epica personale.

Probabilmente, questa seconda sfumatura è inestirpabile. Possiamo certamente dire che la giovane lettrice di fine ‘800 che scriveva al suo amato Salgari (“Io a lei devo molto… avevo paura di andare all’oscuro, leggendo e volendo copiare quei valorosi non ebbi più paura di niente”) lo ha letto e compreso molto più intensamente e onestamente di chi, pochi decenni dopo, vorrà impiegarlo per giustificare le aggressioni coloniali e il disprezzo per il diverso, tuttavia la grande sfida educativa d’un paese e una generazione sta proprio nel fornire più strumenti possibili – il contesto in cui tollere et legere – per permettere alla forza dei miti al tempo stesso di sostenerci e sfidarci, costituendo magari una riserva salutare, una cartina di tornasole con cui misurare le nostre scelte, come lo Studdock di Lewis. Come notò Ezio Raimondi, il grado di spiritualità contenuto in un testo dipende sempre da quello di chi vi si accosta. Lo stesso si può dire della sua carica politica o contestatrice. Non a caso, un anno dopo i sopracitati articoli del ’27 fascista, nasceva uno dei più avidi lettori salgariani del ‘900: Ernesto Che Guevara.


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di J.R.R. Martin, C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.