Se pensiamo a una biblioteca come a una città e a un libro come a una casa, ogni frase è una sua piccola parte. Alcune frasi sono per lo più funzionali – la parete portante, la malta tra le piastrelle del bagno – mentre altre sono i dettagli che ricordiamo e ci portiamo dietro.


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon sotto licenza Creative Commons)

di Jenny Davidson

Certe grandi frasi vanno assaporate lentamente. Tornano all’orecchio della mente una volta, e poi di nuovo e di nuovo. Frasi così devono possedere precise peculiarità stilistiche, tali che le parole siano in un ordine che non avrebbe potuto essere altrimenti.

La citazione seguente viene dalla prefazione di Samuel Johnson al suo Dizionario della lingua inglese (1755). Ci vuole allenamento per leggere frasi come questa, ma se vengono lette correttamente, magari ad alta voce, da un attore o da qualcuno che conosce bene la subordinazione delle proposizioni, diventano molto scorrevoli:

When we see men grow old and die at a certain time one after another, from century to century, we laugh at the elixir that promises to prolong life to a thousand years; and with equal justice may the lexicographer be derided, who being able to produce no example of a nation that has preserved their words and phrases from mutability, shall imagine that his dictionary can embalm his language, and secure it from corruption and decay, that it is in his power to change sublunary nature, and clear the world at once from folly, vanity, and affectation.

(Quando vediamo gli uomini che invecchiano e muoiono uno dopo l’altro, di secolo in secolo, ridiamo dell’elisir che promette di prolungare la vita per un migliaio di anni; altrettanto legittimamente può esser deriso un lessicografo, che, non potendo fornire alcun esempio di una nazione che ha salvato le proprie parole ed espressioni dal mutamento, immagina che il suo dizionario possa imbalsamare il linguaggio e salvarlo dalla corruzione e decadenza, e che è in suo potere cambiare la natura sublunare e cancellare dal mondo in una sola volta follia, vanità, e affettazione.).

Il brano è di grande erudizione, ma è anche motivato dall’ironia sulla vanità dei desideri umani. È portato avanti dal ritmo di proposizioni impilate l’una sull’altra.

Edward Gibbon è uno dei grandi prosatori britannici del 18° secolo. Le sue frasi che amo di più vengono da sue memorie, una serie di bozze arrangiate fra loro per essere pubblicate dopo la sua morte. Da giovane, Gibbon si innamorò di una donna e chiese il permesso del padre di sposarsi. Purtroppo il padre, un grande scialacquatore, aveva esaurito le risorse della famiglia, tanto da negare il permesso a Gibbon. ‘Ho sospirato come un amante, ho obbedito come un figlio,’ scrisse l’autore. Il parallelismo aforistico in questa bella frase è un enorme lavoro di autodifesa emotiva. Ancora dalle memorie di Gibbon: ‘It was at Rome, on the fifteenth of October 1764, as I sat musing amidst the ruins of the Capitol, while the barefooted friars were singing vespers in the temple of Jupiter, that the idea of writing the decline and fall of the City first started to my mind. (È stato a Roma, il quindici del mese di ottobre 1764, mentre sedevo meditando in mezzo alle rovine del Campidoglio, mentre i frati scalzi cantavano i Vespri nel tempio di Giove, che è nata nella mia mente l’idea di scrivere il declino e la caduta della città)’. La precisione dell’indicazione spazio-temporale, il sorprendente contrasto effettuato dalla giustapposizione dei frati scalzi e del tempio pagano, il fatto che ci sia un paesaggio sonoro esterno così come uno scenario mentale interno, il modo in cui la frase introduce la grandezza del progetto a venire… è tutto questo a renderla bella.

La prima frase di un romanzo è come un invito in un nuovo mondo. A volte questo invito è così potente che la frase in sé assume una vita propria. Un esempio: la frase di apertura di 1984 di Orwell: ‘It was a bright cold day in April, and the clocks were striking thirteen.’ (Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi.). La frase è inizialmente modesta, semplicemente descrittiva, ma nel dettaglio finale Orwell ottiene uno straniamento e introduce la natura alterna della realtà storica con l’economia e la forza nel romanzo. Un’altra frase di apertura tratta da un romanzo di fantascienza è quella di William Gibson nel suo esordio, il Neuromante: ‘The sky above the port was the color of television, tuned to a dead channel. (Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto.).’ La sorprendente metafora sembra parlare con immediatezza di un mondo nel quale nuove forme di media e di mediazione sono venuti a definire la coscienza umana. Il passare del tempo ha sollevato delle domande; oggi, per una generazione di lettori che guardano a malapena TV sui ‘canali’ e che non sanno che aspetto abbia un ‘canale morto’, la metafora sarà quasi imperscrutabile.

La frase è datata? Lo stesso Gibson ha commentato su Twitter, circa il suo romanzo del 2003 Pattern Recognition, che è ‘stato scritto con il presupposto che il lettore poteva e *avrebbe* googlato i termini e i riferimenti non familiari’. È importante per Gibson che il suo romanzo sia di grande attualità in modi che possono anche essere imperscrutabili o datati, e che non provochi nel lettore semplice incomprensione, ma piuttosto la consapevolezza della stratificazione di passato e presente nei palinsesti della lingua e della letteratura.

Alcuni stili letterari conferiscono grandezza a ogni frase senza affaticare i loro lettori. Molti lettori si sentono così a proposito di Joyce, ma ho sempre preferito la bellezza sottile delle frasi dei Dubliners all’ingegno invadente e leggermente dimostrativo che affligge ogni frase dell’Ulisse: singolarmente ciascuna di queste frasi può essere un piccolo capolavoro, ma un’inesorabile sequenza di frasi del genere è faticosa. Delle grandi frasi minimaliste – come quelle di Lydia Davis, per esempio – possono avere una vita più lunga.

Nel corso di una vita di lettura, le persone formano un canone personale per le grandi frasi. Il mio canone è pieno di Jane Austen, il cui equilibrio di spirito aforistico, intuizione psicologica e ritmo narrativo è unico. La prima frase di Orgoglio e pregiudizio (1813) è probabilmente la più sua più celebre: ‘It is a truth universally acknowledged that a single man in possession of a good fortune, must be in want of a wife. (È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie.).’ Tuttavia, ho sempre preferito l’apertura di Emma, scritto due anni dopo: ‘Emma Woodhouse, handsome, clever, and rich, with a comfortable home and happy disposition, seemed to unite some of the best blessings of existence; and had lived nearly twenty-one years in the world with very little to distress or vex her. (Emma Woodhouse, bella, intelligente e ricca, con una casa confortevole e un carattere allegro, sembrava riunire in sé il meglio che la vita può offrire, e aveva quasi raggiunto i ventun anni senza subire alcun dolore o grave dispiacere.)’. Ha quasi la cadenza di una favola, solo che il verbo ‘sembrava’ e la lista di tratti positivi (‘bella, intelligente, e ricca’) accenna al fatto che il romanzo andrà a minare la sua asserzione di apertura.

Se pensiamo a una biblioteca come a una città e a un libro come a una casa, ogni frase è una piccola parte di essa. Alcune sono per lo più funzionali – la parete portante, la malta tra le piastrelle del bagno – mentre altre sono i dettagli che ricordiamo e ci portiamo dietro, ricordandone la consistenza e colore quando costruiamo la nostra dimora verbale.


Jenny Davidson è professoressa di Inglese e letteratura comparata presso la Columbia University, dove si specializza in lingua e letteratura del 18° secolo, storia intellettuale e letteratura inglese contemporanea. Il suo ultimo libro è Magic Circle (2013).
Traduzione italiana di Francesco D’Isa. Immagine di copertina: https://aviannetan.wordpress.com/

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