Nel 1901 Annie Besant e Charles Leadbeater scrissero “Le forme-pensiero”, un’opera strana e intrigante, fondata sulla teoria che le idee, le emozioni e persino gli eventi possano manifestarsi come “aure”. Benjamin Breen esplora queste astrazioni “sinestetiche” e si chiede in che misura abbiano influenzato il movimento modernista.


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su The Public Domain Review sotto licenza Creative Commons)

di Benjamin Breen

“Mi sono sempre considerato come una voce di una più vasta rivoluzione che è appena inziata nel mondo – la rivolta dell’anima contro l’intelletto”, così scrisse William Butler Yeats nel 1892 al suo mentore, il nazionalista irlandese John O’Leary. Yeats credeva che la magia fosse al centro non solo della propria arte, ma anche di un’epoca nascente in cui spiritualità e tecnologia avrebbero marciato insieme verso un futuro incerto.

Da questo fermento di misticismo tardo-vittoriano è emerso Le forme-pensiero (1901), un libro strano, accattivante, spesso pretenzioso ma assolutamente originale. È stato scritto da Annie Besant e Charles Leadbeater, ex membri della London Theosophical Society come lo era Yeats, e presenta una splendida serie di immagini a illustrazione dell’argomento centrale del libro: emozioni, suoni, idee ed eventi si manifestano anche come aure visive.


Queste particolari associazioni tra parole, colori e suoni erano proprio quel che ha mosso “Le forme-pensiero”. In altre parole, il libro parla di sinestesie. L’illustrazione della musica di Mendelssohn riprodotta sopra, ad esempio, raffigura linee gialle, rosse, blu e verdi che emergono da una chiesa.


Le ambizioni del libro sono evidenti sin dalla prima pagina. “Dipingere nei colori spenti della Terra le forme vestite di viva luce di altri mondi,” si lamenta Besant, “è un compito duro e ingrato”. Poi insiste sul fatto che le immagini del libro “non sono forme immaginarie, costruite da un manipolo di sognatori”. Piuttosto, “sono rappresentazioni di forme realmente osservate, percepite da uomini e donne comuni”. Inoltre l’autrice spera che grazie ad esse il lettore “si renda conto della natura e del potere dei propri pensieri”. Questa magniloquenza era tipica dell’epoca: gli occultisti di fin de siècle hanno dato vita ad alcune delle scritture più barocche della storia letteraria, la più purpurea tra le prose barocche.

Ma cosa intendiamo, esattamente, quando definiamo una prosa scritta nero su bianco “purpurea”? [N.d.T: un termine usato in inglese come sinonimo di “prosa ornata”]?

Queste particolari associazioni tra parole, colori e suoni erano proprio quel che ha mosso Le forme-pensiero. In altre parole, il libro parla di sinestesie. L’illustrazione della musica di Mendelssohn riprodotta sopra, ad esempio, raffigura linee gialle, rosse, blu e verdi che emergono da una chiesa. Questo, secondo Leadbeater e Besant, “esemplifica il movimento di una delle parti della melodia, i quattro movimenti che si dispiegano approssimativamente insieme, denotando rispettivamente il soprano, l’alto, il tenore e il basso”. Inoltre, “il bordo smerlato che circonda il tutto è il risultato di varie fioriture e arpeggi, e le mezzelune galleggianti al centro rappresentano accordi isolati”. Il colore e il suono si erano così mescolati.

La musica di Gounod

Eppure Leadbeater e Besant non miravano solo a visualizzare il suono, ma anche a dimostrare i loro doni psichici: la capacità di rilevare le “vibrazioni” spirituali di idee, emozioni e suoni come forme visive. In altre parole, una sorta di sinestesia spirituale, un fatto religioso quanto neurologico.

Besant e Leadbeater non erano coinvolti sentimentalmente, ma erano comunque una coppia potente nel mondo delle società segrete britanniche e degli ordini occulti. Leadbeater era stato originariamente ordinato sacerdote nella Chiesa d’Inghilterra, ma in seguito aveva sviluppato un intenso fascino per il buddismo e l’induismo, dopo dei viaggi in Birmania e Sri Lanka con Henry Steel Olcott (1885). Crebbe convinto di possedere potenti capacità psichiche e divenne discepolo di Madame Blavatsky (successivamente immortalato come Madame Sesostris ne La Terra Desolata di T. S. Eliot). Dopo la morte di Blavatsky, Leadbeater ha incontrato Annie Besant, attivista per i diritti delle donne e oratrice socialista, e i due hanno istituito una partnership poco ortodossa. Nel 1890 erano i leader del più importante gruppo teosofico di Londra.

In un opuscolo del 1892, Besant riassume i principi fondamentali della teosofia. L’umanità era “un’intelligenza spirituale… che ha percorso un vasto ciclo di esperienza, nata e rinata sulla terra millennio dopo millennio, evolutasi lentamente nell’uomo ideale”. Va detto: la teosofia era una fesseria. Ha unito il darwinismo sociale e gli echi del romanticismo neo-raffaellita con una sorta di pensiero buddista e indù occidentalizzato. Poi ha mescolato il tutto e lo ha guarnito con un pizzico di cerimoniosità da Chiesa Suprema e un sacco di parolone.

Il risultato, il più delle volte, era un’assurdità pomposa e pseudoscientifica. Ma, nel caso di Le forme-pensiero, si tratta di una sciocchezza davvero affascinante.

Annie Besant

I colori erano al centro della teosofia praticata da Madame Blavatsky e Anne Besant, che ha avuto un ruolo spesso sottovalutato nell’occultismo occidentale. Nel suo libro Opticks del 1704, Newton divide arbitrariamente lo spettro in sette colori (ROYGBIV) ottenendo così lo pseudo-colore indaco, la cui discutibile differenziazione dal blu confonde i bambini anche nelle scuole contemporanee. Questo non era un atto del Newton scienziato, ma del Newton alchimista: era giunto al numero sette grazie alle sette note musicali e ai sette pianeti, non dalla necessità scientifica.


Il colore, in altre parole, dominava la visione teosofica sia del lontano passato dell’umanità che del futuro post-umano. E il colore è il succo de “Le forme-pensiero”. Mentre la prosa è barocca, goffa e difficile da seguire, le immagini che l’accompagnano sono semplicemente incantevoli, soffuse di morbidi blu, di un porpora nebbioso e di brillanti ocra e aranci.


Nel suo libro La Dottrina Segreta (1888), Blavatsky si basò su queste antiche risonanze numerologiche e sulla teoria del colore newtoniana per costruire un sistema cosmologico attorno ai sette colori, da lei chiamati i sette raggi. Ogni raggio corrispondeva a un gruppo di figure storiche (“Maestri” o “Mahatma”) che rinascevano in un ciclo infinito, ognuna con un colore caratteristico. Nell’elaborazione delle idee della Blavatsky da parte di Besant e Leadbeater, le cose diventano ancor più confuse. Le persone dei raggi gialli e rosa, evidentemente, “erano docili”, “l’arancione odiava le unioni sessuali”, e il nero (prevedibilmente, data la politica razziale dell’epoca) erano “le classi inferiori”, mentre “le classi superiori erano di un azzurro molto rispettabile”.

Il colore, in altre parole, dominava la visione teosofica sia del lontano passato dell’umanità che del futuro post-umano. E il colore è il succo de Le forme-pensiero. Mentre la prosa è barocca, goffa e difficile da seguire, le immagini che l’accompagnano sono semplicemente incantevoli, soffuse di morbidi blu, di un porpora nebbioso e di brillanti ocra e aranci.

Vaga affezione pura

Irradiazione di affezione

Vago piacere intellettuale

L’intenzione di conoscere

Con la trentesima illustrazione, il libro cambia corso in modo molto interessante, passando da illustrazioni di pensieri ed emozioni a eventi quasi narrativi.

Un naufragio

 

Generate da un “terribile incidente” in mare, spiegano Besant e Leadbeater, le forme del pensiero qua sopra “sono state viste simultaneamente, esattamente come vengono rappresentate, anche se in mezzo a un caos indescrivibile”. Il libro continua:

sono istruttive nel mostrare come le persone siano colpite in modo diverso da gravi pericoli improvvisi. Una forma mostra un’eruzione del grigio livido della paura, che sorge da una base di totale egoismo: un caso purtroppo assai frequente. L’apparenza frantumata della forma del pensiero mostra la violenza e la completezza dell’esplosione, che a sua volta indica che tutta l’anima di quella persona era posseduta da un cieco, frenetico terrore, e che il pericolo aveva momentaneamente sopraffatto ogni sentimento superiore.

Questo ci introduce nel cuore visivo del libro, con immagini che non sarebbero fuori luogo appese accanto alle prime astrazioni di Malevich o Kandinsky.

Sulla prima notte

La Figura 31 è un’altra opera narrativa, e rappresenta “la forma del pensiero di un attore in attesa di andare sul palco”. Gli autori spiegano che la banda arancione indica fiducia in se stessi, “ma nonostante questo c’è una grande incertezza su come questo nuovo gioco possa colpire il volubile pubblico, e nel complesso il dubbio e la paura sbilanciano la certezza e l’orgoglio, perché c’è più grigio pallido che arancione, e tutta la forma del pensiero vibra come una bandiera che sbatte al garrire del vento”.

Il Logos che si manifesta nell’uomo

Le altre forme di pensiero di questa sezione anticipano un mestiere del ventesimo secolo che nel 1901 era ancora agli inizi: il corporate branding. La Figura 41 vuole rappresentare “il Logos che si manifesta nell’uomo”, ma sembra un altro tipo di logo: si può facilmente re-immaginarlo come un distintivo per le prime compagnie petrolifere, in competizione con Esso, British Petroleum e Royal Dutch Shell per attirare i piloti delle carrozze senza cavalli al largo di strade oscure e verso pompe del gas incandescenti.

La Figura 38 segna una differenza ancor più radicale, anticipando l’optical art degli anni Sessanta:

Un’aspirazione ad accogliere tutti.

 

La descrizione dell’evento qui raffigurato anticipa anche gli anni Sessanta, con la sua combinazione di meditazione e idealismo: era “generato da un individuo che cerca, seduto in meditazione, di riempire la mente con l’aspirazione ad accogliere tutta l’umanità”, gli autori vi si relazionano con la caratteristica sobrietà: “al fine di portarla con sé verso l’alto ideale che riluce con chiarezza davanti ai propri occhi”.


Besant e Leadbeater erano ben consapevoli che si trattava di un materiale inebriante per una società profondamente conservatrice. Il giorno di Capodanno nel 1901, l’anno in cui fu pubblicato Le forme-pensiero, la regina Vittoria governava ancora l’Inghilterra. Oscar Wilde era morto in miseria cinque settimane prima. L’Impero britannico era ancora in espansione. Il “modernismo” come movimento, o anche solo come concetto, non esisteva ancora.

Quando consideriamo il mondo del 1901, è difficile non credere che Besant, Leadbeater e il loro ambiente meritino un posto più importante negli annali sia dell’arte astratta che della storia del modernismo. Come ha osservato il critico d’arte Hilton Kramer, “ciò che accomuna maggiormente gli artisti responsabili della nascita dell’astrazione è il loro interesse per la dottrina occulta”. Kramer indica il periodo tra il 1910 e il 1920 come il momento chiave – una data sensata, data la confluenza della Prima Guerra Mondiale, dei Dadaisti e dei cambiamenti tecnologici celebrati dai futuristi italiani.

Ma forse dovremmo guardare anche indietro, al crepuscolo dei vittoriani, nel rintracciare le origini dell’astrazione. In realtà non sorprende che figure come Yeats e T. S. Eliot – per non parlare di Malevich, Kandinsky e Mondrian – fossero interessate alla teosofia. Era, come nota Kramer, “una componente ampiamente affermata della vita culturale occidentale” nei primi decenni del ventesimo secolo.

Lanciare una rete più vasta negli ombrosi regni del misticismo fin de siècle offre sorprendenti risposte. Jack Parsons, uno dei fondatori del Jet Propulsion Lab di Caltech e uno dei primi pionieri della missilistica, era un adepto di Alesteir Crowley – così come lo era il fondatore di Scientology, L. Ron Hubbard. È celebre la citazione vedica di Robert Oppenheimer (“Ora sono diventato morte, distruttore dei mondi”) quando è stato testimone della prima esplosione di una bomba atomica. Ma nel contesto di Besant e Leadbeater, il fascino di Oppenheimer nei confronti del misticismo orientale appare meno come un’eccentricità e più come un filo in un arazzo più grande: un intreccio di misticismo, tecnologia e arte iniziato all’inizio del secolo scorso e che è ancora presente nel ventunesimo secolo.

Yeats immaginava un’incombente “rivolta dell’anima contro l’intelletto”. In realtà, il misticismo vittoriano non ha mai conquistato il mondo. Ma non è scomparso. Un filone è entrato nella storia della scienza e della tecnologia; un altro è diventato il Movimento New Age; un altro sta emergendo nei transumanisti tecno-utopici della Silicon Valley, che sembrano inconsapevolmente prendere in prestito temi e obiettivi dalla teosofia.

È difficile dire dove ci porterà. Ma sembra giusto affermare che Besant e Leadbeater svolsero un piccolo ma intrigante ruolo nel plasmare la cultura globalizzata del XXI secolo, che intreccia Oriente e Occidente, misticismo e razionalismo, udito e vista. Il risultato è un vortice di influenze contrastanti e obiettivi ai quali anche un sinestesista esperto faticherà a dare un senso. Ma vale la pena di provare.


Benjamin Breen è dottorando presso l’Università del Texas ad Austin. È direttore editoriale di The Appendix, una rivista di storia sperimentale e narrativa, e sta scrivendo un libro sulla storia delle droghe nel XVII e XVIII secolo.
In copertina, La musica di Mendelssohn, da “Le forme-pensiero”.