Un racconto di Francesco D’Isa sui temi caldi dell’estate: piscine, cambiamento climatico, Bhagavadgītā e morte.


Copertina: Swimmer, Alex Colville

Questo racconto è stato pubblicato originariamente sul Corriere Fiorentino (che ringraziamo) del 7/8/2018, in occasione della rassegna di racconti estivi curata da Vanni Santoni.

di Francesco D’Isa

“Non pensare a nulla” è l’aspirazione di villeggiatori e bodhisattva – e anche la mia, perlomeno fino alla quinta orizzontale: una soluzione facile, nove lettere. Una pagina della Settimana Enigmistica si frappone tra occhi e sole, piacevolmente irruvidita dai dossi di gocce d’acqua evaporate. La luce estiva corruga i confini dei quadrati neri del cruciverba e ne rivela il taciuto biancore. Il prato è corto a sufficienza da cedere la forma all’asciugamano e punzecchiare la schiena con fastidiosa delicatezza. Tra osso occipitale e asciugamano, la Bhagavadgītā; una lettura poco da spiaggia declassata a cuscino. Onde di luce ultravioletta mi sommergono e s’infrangono su un’invisibile patina oleosa, mentre l’avanzo acquoso della nuotata mantiene gradevole la temperatura epiteliale. Il cervello è stanco e accaldato – non vuol pensare a nulla – e restituisce la massa di chi estingue in piscina l’ardore senese in un pattern omogeneo di voci. Genere, numero ed età si annullano, in un fruscìo poco più senziente del vento tra gli alberi.

Quinta orizzontale: una soluzione facile: “PISCINA”. Evitare d’un colpo la cottura sui mattoni senesi, l’aerosol di terriccio infuocato o un’ora e mezza di macchina per Follonica, per dirigersi alla piscina del circolo del tennis di Siena – che però ha sette lettere, non nove. Provo con la terza verticale, una moglie tradita, quindici lettere. La moglie tradita potrebbe cercare una soluzione facile all’infedeltà coniugale, come ad esempio “FAR FINTA DI NULLA”, esattamente quindici lettere. Sesta orizzontale, lo nega chi lo teme, venti lettere. “CAMBIAMENTO CLIMATICO”. Un’altra soluzione facile: approfittare dell’imprevedibile oscillare del meteo locale per distrarsi dai poli che si sciolgono. Sostenere che le città non verranno sommerse, perché non è ancora accaduto e perché non possiamo evitarlo. Un’ulteriore soluzione facile è anche “CAPRO ESPIATORIO”, ma sono più di nove lettere. Peccato – un nemico si affronta con più tranquillità di un’intricata matassa di concause. Preferisco combattere gli spettri di Illuminati e stranieri che affrontare incomprensibili divinità, iperoggetti spiaggiati da inferni trascendenti. Meglio nemici inesistenti che impossibili, consigliava Hitler nel Mein Kampf. Ma un’alternativa c’è, e, sebbene sia facile da capire, è dura da accettare. Perlomeno finché non ci si brucia, come per l’inesauribile flusso di particelle che oltrepassa l’atmosfera sopra quest’agglomerato di cellule. Noto un complesso coordinato di componenti che si trascina per pochi metri, all’ombra. Mentre la maggioranza dei microrganismi si adopera per una reciproca sopravvivenza, una sparuta e ben localizzata minoranza di cellule continuano ad arrovellarsi sulla quinta orizzontale, alla ricerca di una soluzione facile.

Qual è l’alternativa? Profondere impegno e sacrificio, ovvio. Probabilmente invano, se come sembra il problema trascende la volontà dei singoli e forse persino delle masse. Privarci della vista per non vedere quel che ci potrebbe accecare – una stupida ma comprensibile vigliaccheria. Certo, ci sarebbe anche una soluzione facile, ma ha sei lettere, non nove.

Una manciata di nuvole offusca per pochi istanti il sole, in sincrono e segreto omaggio alla luce più abbagliante, più fraintesa, l’unica inevitabile. MORIRE. La soluzione più facile, più temuta, meno accettabile. Scruto un piccolo grumo in testa che si attorciglia e manda ripetuti promemoria nei suoi immediati paraggi, sotto forma di vicoli ciechi figurativi, lievi pressioni sullo stomaco, fremiti tra la spalla sinistra e il cuore. È tutta qua, la morte? Sì. Non c’è altro e ancor meno ci sarà dopo di lei. Soppeso ogni suo resto vivente, senza giudicarlo: le immagini si fanno macchie di colore, le sensazioni un formicolìo privo di etichetta. Una puntura di zanzara sul calcagno (o è un ragno?) mi strappa dal nirvana immaginario: torno in piscina, sull’erba, con in mano la Settimana Enigmistica. Tratto il prurito come la paura della morte, ma con meno successo. Poi anche quello scompare, scorre col caldo, il vento e il plastico ondeggiare di corpi al sole. Sul trampolino giovani d’ambo i sessi scivolano dall’aria all’acqua, con esitazioni, cadenze, goffaggini e grossolani esibizionismi che a uno sguardo prolungato presentano ritmi prevedibili, come onde. Troppo vecchio per  essere come loro e troppo giovane per averlo dimenticato, c’è l’affiorare di una volontà nostalgica, nella veste di un tremito delle membra e un grappolo di immagini antiche. Il respiro, come una ripetitiva preghiera, mi divide dal nuovo desiderio. Non ho scelto la partitura che suono; nell’ascoltarla non trovo ragioni né per smettere né per continuare il concerto. Quinta orizzontale: una soluzione facile, nove lettere. Non è morire.

Molti sostengono che se si superasse la paura della morte si cadrebbe in una ferocia antica e animale, in cui nulla si frappone tra l’assenza di valori e la crudeltà più efferata. Credo che sia un errore: la crudeltà, a pensarci bene, non è più naturale della bontà, e soprattutto è altrettanto faticosa. Senza paura e desiderio non servono mogli tradite, negazionismi, capri espiatori o soluzioni facili. Guarderemmo le cose senza il filtro del timore e della pigrizia, forse persino le affronteremmo, con l’appassionato distacco che Krishna consigliò ad Arjuna: «Coloro che provano attaccamento per il godimento e il potere ne hanno il pensiero catturato. In loro l’intelligenza si mostra inadatta alla contemplazione dei cieli. Ma tu non desiderare, non domandare; agisci, ma lascia il frutto delle tue azioni. Cerca rifugio in questa disciplina, senza attaccamento alcuno. Il successo e l’insuccesso sono uguali. Coloro che bramano il frutto delle loro azioni sono da compiangere, o figlio di Kunti. La mente pura e devota considera uguali bene e male perché è l’equanimità ciò che conta. Perciò raccogli il tuo coraggio e applicati a questa alta disciplina».

Agisci senza paura e desiderio, Arjuna. Quinta orizzontale, una soluzione facile, nove lettere: SBAGLIATA.


Francesco D’Isa  (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.