Se la trilogia originale si rifaceva a valori e miti medioevali, quella recente è espressione del Romanticismo.


di Paolo Mattiello

La saga Star Wars di George Lucas è stata oggetto di molti interventi e saggi in cui ne sono stati rintracciati riferimenti e influenze. L’insieme di questi risulta essere molto ampio, dal momento che si passa dalla produzione cinematografica americana – come Flash Gordon – a quella giapponese con i lavori di Akira Kurosawa, ai quali vanno aggiunti le influenze derivate dal medioevo giapponese e dai racconti di fantascienza. Si può notare anche un’interpretazione della contemporaneità, che passa dall’elaborazione del clima politico della guerra fredda fino ai valori e ai costumi americani – con particolare attenzione alle presidenze di Richard Nixon e Ronald Reagan. L’impatto maggiore si ha tuttavia con lo studio del mito, per come viene trattato da Joseph Campbell in Hero with a Thousand Faces. Dove l’autore delinea gli schemi del viaggio dell’eroe, dividendolo in tre fasi: la partenza, l’iniziazione e il ritorno. La trilogia originale (Episodio IV, Episodio V, Episodio VI) è costruita proprio su questa suddivisione della narrazione del viaggio epico.

Una delle influenze più evidenti – e su cui la maggioranza degli osservatori concorda – è da rintracciare nei confronti della cultura medievale. Un primo esempio che rende evidente ciò sta nell’eco della formula «Dominus vobiscum» (il Signore sia con te) presente nella celebre espressione «May the Force be with you» (che la Forza sia con te).

Si possono ritrovare in merito alla trama anche delle analogie con i romanzi cavallereschi – e in particolare con il ciclo arturiano – così come tra le caratteristiche dei cavalieri Jedi con i corrispettivi dell’epoca medievale. Tutto ciò contribuisce a rendere possibile l’osservazione e l’identificazione di uno schema di tipo medievale che pervade la trilogia originale, per quanto riguarda sia l’idea della forza, sia la politica e ciò che potrebbe essere definito come una teoria dell’azione.


L’azione – e il ricorso alla violenza – dunque risulta essere sempre resa necessaria e legittimata dallo scontro costante tra i due poli politici e morali. L’iniziativa dei membri della Ribellione sorge sempre in seguito a una pianificazione che si dimostra essere la risposta ad un atto violento o bellicoso ad opera dell’Impero.


Dal punto di vista politico è facile leggere la contrapposizione tra Repubblica e Impero nei termini di una riproposizione della logica presente negli scritti politici tardo medievali. In questi veniva discussa la relazione presente tra Impero e Chiesa, iniziando a delineare la distinzione tra potere temporale e potere spirituale, dopo le lunghe lotte che li avevano visti coinvolti. La dinamica che oppone queste due realtà non veniva mai definita in termini assoluti ma la contrapposizione era sempre presente e avvertita come latente e pervasiva, in entrambe le sfere. Analogamente in Star Wars l’esistenza e l’affermazione politica dell’Impero non viene mai negata, ciò che viene contestata è dunque la sua legittimità. È in questo senso che si nota l’opposizione tra Impero e Senato, che viene dapprima trasformato in Senato Imperiale e in seguito sciolto definitivamente nell’Episodio IV. In entrambi i casi si può dunque parlare di un riconoscimento reciproco che deriva dall’opposizione: l’Impero può affermare il suo potere solamente in quanto contrapposto alla Repubblica, costituendone la degenerazione. In questa articolazione emerge un’altra dinamica e riflessione tipicamente medievale, la corruzione di un sistema politico fino all’istituzione di un governo di tipo nuovo. Questa tematica si presenta come il frutto dell’esperienza comunale, nella quale si vedeva progressivamente l’affermazione di singoli individui o famiglie cittadine che tendevano a riunire sempre più il potere, rendendo di fatto superflue le istituzioni comunali. Diventa dunque possibile osservare come la stessa dinamica sia presente nella saga di George Lucas – comprendendo qui anche la trilogia dei prequel (Episodio I, Episodio II, Episodio III). L’Impero non è il risultato di una nuova fondazione politica ma la degenerazione e la corruzione del vecchio sistema, la Repubblica.

Una simile organizzazione politica si ripercuote anche sull’idea di azione e su ciò che porta un individuo – o un personaggio – ad agire. In particolare la netta distinzione tra bene e male, tra Repubblica e Impero, fa sì che l’azione sia sempre giustificata dalla posizione che il personaggio occupa all’interno di questa dicotomia.

L’azione – e il ricorso alla violenza – dunque risulta essere sempre resa necessaria e legittimata dallo scontro costante tra i due poli politici e morali. L’iniziativa dei membri della Ribellione sorge sempre in seguito a una pianificazione che si dimostra essere la risposta ad un atto violento o bellicoso ad opera dell’Impero: la distruzione della Morte Nera (Death Star) diventa concepibile e necessaria solamente dopo la disintegrazione del pianeta Alderaan (Episodio IV). L’esempio più significativo di questa logica può essere individuato nella polemica sorta in seguito alla modifica di una scena dell’Episodio IV e nota con il nome di «Han shot first». Nella prima versione della scena si vede Han Solo sparare al cacciatore di taglie Greedo a seguito di una discussione; successivamente Georges Lucas nella versione del 1997 modifica la scena inserendo un primo colpo andato a vuoto di Greedo, che rende così legittima la difesa di Han Solo. Nonostante il fatto che anche nella prima versione fosse individuabile un motivo per l’azione del personaggio interpretato da Harrison Ford, il regista decide di enfatizzare nella seconda versione la necessità che porta al ricorso alla violenza.


A questo proposito Giovanni Scoto afferma che «la predestinazione stessa è legge e che la legge stessa è la predestinazione», dove la legge va intesa come legge dell’essere e della natura. In Star Wars si può cogliere una prospettiva simile dal momento che – come è noto – la profezia viene male interpretata e porta all’avvento di Darth Vader.


L’influenza medievale si manifesta con maggiore evidenza in merito alla Forza. La Forza nella saga costituisce un potere metafisico, spirituale, vincolante e onnipresente, che viene approfondito e spiegato nel corso dei vari episodi, in cui si possono avvertire delle leggere variazioni teoretiche. La Forza costituisce la fonte del potere sia dell’ordine dei Jedi sia dell’ordine dei Sith, i quali ne usano rispettivamente il lato chiaro e il lato oscuro. Una delle prime spiegazioni su cosa sia la Forza la si ha quando Obi-Wan Kenobi afferma «Well, the Force is what gives a Jedi his power. It’s an energy field created by all living things. It surrounds us and penetrates us; it binds the galaxy together» (Episodio IV). Da queste indicazioni si può osservare come la Forza sia un’energia divina impersonale e onnipresente. Questo rende possibile interpretare la Forza come una religione panteistica, in cui il divino costituisce un flusso di energia che pervade l’intero cosmo, rendendosi percepibile solamente a pochi – e selezionati – individui. Ciò che avvalora la lettura della Forza come una religione panteistica è il fatto che la dicotomia tra bene e male non è riconducibile direttamente alla Forza, ma dipende dall’uso che ne viene fatto – come chiarisce Yoda nell’Episodio V. La conseguenza di ciò sta nel fatto che non vi è la necessità di una teodicea per giustificare l’esistenza del lato oscuro, dal momento che questo è solamente la degenerazione e l’uso errato – secondo i fini – della Forza. La Forza costituisce in questo modo un monismo cosmico a cui può essere ricondotto un dualismo intrapsichico, che deriva unicamente dai soggetti e non dall’origine di questo potere. Questo comporta una responsabilità del soggetto che usa la Forza che consiste nel scegliere quale lato seguire, contribuendo così a sottolineare l’aspetto “tremendo e affascinante” presente in tale visione del mondo – seguendo ciò che Rudolf Otto individua come l’essenza della religione e del sacro.


Se nella trilogia originale c’è questa affinità con il pensiero medievale, nella trilogia dei sequel – di cui però non è ancora uscito l’episodio finale – si avverte un cambiamento di prospettiva. Negli episodi VII e VIII si può infatti osservare come sia riscontrabile una maggiore familiarità con il pensiero romantico.


Accanto al tema della scelta c’è però un altro tema che ricorre nella trilogia originale – ma anche nella trilogia dei prequel – ossia il concetto di prescienza e predestinazione. Nella saga viene accordata una particolare rilevanza alle profezie e all’idea di “colui che è il prescelto per riportare l’equilibrio nella Forza”. Le azioni dei personaggi rientrano in questo modo in un orizzonte già stabilito, nonostante il fatto che venga comunque concesso ad essi il libero arbitrio. Una riflessione simile occupò gli studiosi medievali, i quali tentavano di accordare e risolvere la relazione che intercorre tra potere divino e volontà umana. Un caso estremo è quello di un sovrano malvagio, il quale, dal momento che detiene il potere, sembrava tollerato da Dio, senza tuttavia manifestare una concordanza di ideali. Giovanni Scoto Eriugena a questo proposito afferma che si debbano concepire praescientia e praedestinatio come unite nella divinità, le quali però non sono rivolte a una singola creatura: la predestinazione opera così in un orizzonte temporale più ampio di quello che l’uomo può comprendere, orientando non il singolo ma l’intero. A questo proposito Giovanni Scoto afferma che «la predestinazione stessa è legge e che la legge stessa è la predestinazione», dove la legge va intesa come legge dell’essere e della natura. In Star Wars si può cogliere una prospettiva simile dal momento che – come è noto – la profezia viene male interpretata e porta all’avvento di Darth Vader. Tuttavia ampliando l’orizzonte si può notare come questo sia a suo modo necessario per giungere all’equilibrio della Forza, pur non seguendo il percorso immaginato. La legge che governa i destini è costituita ancora una volta dalla Forza, la quale – come si è visto in precedenza – viene concepita come forza naturale, come legge che unifica il cosmo e gli esseri viventi. Nelle discussioni che avvengono tra Obi-Wan Kenobi e Han Solo (Episodio IV) e tra Yoda e Luke Skywalker (Episodio V) emerge proprio questa impossibilità a sottrarsi al proprio destino: per i protagonisti non è possibile sottrarsi a ciò che è già stato deciso e che opera per mezzo della Forza.


La figura più emblematica è quella di Luke Skywalker. Per come si è evoluto, ma soprattutto per come viene presentato nell’Episodio VIII, si potrebbe ricondurre il personaggio al movimento pietista tedesco.


Se nella trilogia originale c’è questa affinità con il pensiero medievale, nella trilogia dei sequel – di cui però non è ancora uscito l’episodio finale – si avverte un cambiamento di prospettiva. Negli episodi VII e VIII si può infatti osservare come sia riscontrabile una maggiore familiarità con il pensiero romantico. A questo proposito, delineando queste suggestioni e riprendendo gli stessi temi visti finora, diventa possibile cogliere la discontinuità tra le due trilogie, che probabilmente è alla radice delle critiche di parte dei fan. Come afferma John C. Lyden, il problema nel voler proseguire la saga sta nel fatto che essendo la trilogia originale basata su schemi e concetti appartenenti alla sfera del mito, intervenire su di essi e aggiungere una narrazione ad una narrazione mitica, non è facile. Per questo a mio avviso è stato necessario introdurre un cambiamento dal punto di vista teorico, che rende percorribili nuovamente le tappe dell’epopea ma sviluppando situazioni differenti.


Se Luke Skywalker impersona i valori che anticipano la stagione del Romanticismo, sono i personaggi introdotti nella nuova trilogia che riescono ad incarnare pienamente lo spirito della Germania romantica.


I personaggi della trilogia originale assumono un ruolo particolare perché rappresentano ciò che è stato ma al tempo stesso – collocandosi a 30 anni di distanza dall’Episodio VI – servono da congiunzione con ciò che sarà. La figura più emblematica è quella di Luke Skywalker. Per come si è evoluto, ma soprattutto per come viene presentato nell’Episodio VIII, si potrebbe ricondurre il personaggio al movimento pietista tedesco, che permetterebbe in questo modo di creare un ponte verso il pensiero medievale e, contemporaneamente, di lasciare intuire gli sviluppi romantici dei nuovi protagonisti. Il pietismo è un movimento religioso sorto all’interno della cultura protestante tedesca e che si sviluppò tra il Seicento e il Settecento: appare contraddistinto dal primato assegnato alla spiritualità – disprezzando forma, dottrina e rituale – e dall’abbandono dell’impegno politico. Luke viene mostrato infatti nel mezzo del proprio esilio nell’isola su Ahch-To in cui sorge il primo santuario Jedi; la scelta di questo isolamento può essere letta come il tentativo di una ripresa della tradizione che viene vissuta in un modo maggiormente individuale e spirituale. In un secondo tempo lo si vede negare prima il suo ritorno – con lo scopo di affrontare il Primo Ordine – e in seguito anche l’addestramento a Rey; vi è dunque un allontanamento tanto dall’impegno politico quanto dall’impegno rituale e formale dell’ordine dei Jedi. Se alla fine Luke risponde ad entrambe le richieste è perché emerge quella fiducia nell’avvenire – inteso in senso escatologico – per cui da una situazione di dubbio e di sconforto – percepita anche come fallimento – soggiunge lo stesso la speranza per un avvenire migliore. Questo viene espresso esplicitamente anche da Snoke quando afferma che finché Luke Skywalker sarà vivo, nella galassia si manterrà viva anche la speranza di un futuro migliore. Può essere ricondotta a questo orizzonte, escatologico e fiducioso, la formula usata dalla Resistenza: «We are the spark, that will light the fire, that will burn the First Order down», in cui si avverte la progressione che porterà al cambiamento sperato, il quale parte appunto da una “scintilla”. La stessa visione presente nel movimento pietista, questo infatti sorgeva come risposta al senso di umiliazione e inferiorità della Germania Seicentesca nei confronti della Francia. Attraverso il recupero della spiritualità con esso si riuscirono a confortare le classi più povere, che attendevano così il momento di una loro affermazione.

Se Luke Skywalker impersona i valori che anticipano la stagione del Romanticismo, sono i personaggi introdotti nella nuova trilogia che riescono ad incarnare pienamente lo spirito della Germania romantica. Seguendo le analisi che Isaiah Berlin traccia ne Le radici del Romanticismo, in quest’epoca si concretizzano ideali come l’esuberanza, la giovinezza, la molteplicità, l’armonia naturale,  ma anche la turbolenza, il conflitto, il caos, così come si ritrova una passione per il misterioso, le rovine, il soprannaturale, il cambiamento, la nostalgia, eccetera. L’influenza del Romanticismo sull’Episodio VIII si può avvertire anche da un punto di vista iconografico. Nell’isola su Ahch-To in cui si è ritirato Luke si possono ritrovare infatti alcuni dei canoni dell’arte romantica. Come nei dipinti di Caspar David Friedrich, nell’isola si avverte una superiorità della natura nei confronti dell’uomo; Luke – ad esempio – viene spesso presentato di spalle o in lontananza, mentre la nebbia – unita alla presenza del mare – permette di tematizzare questa dimensione naturale contraddistinta dal mistero e dall’introspezione. Come si avrà modo di vedere – seguendo la distinzione tra politica, azione e religione – questi concetti tipici del Romanticismo ritornano spesso nei primi due episodi della nuova trilogia.


Ancora una volta questa posizione si riflette sulla teoria dell’azione. Se nella trilogia originale questa era sempre motivata e giustificata, negli ultimi due episodi le azioni appaiono essere più impulsive.


Dal punto di vista storico, il Settecento si apre come un periodo di relativa stabilità, salvo poi manifestare l’irruzione dell’entusiasmo e dell’emozione, che si verifica sotto forma di rivoluzioni e cambiamenti politici. Non essendoci più una contrapposizione tra poteri universali si assiste alla frammentazione del potere, il quale viene risemantizzato a seconda del contesto, portando in questo modo all’emersione di una pluralità di valori e cause ritenute legittime. L’impegno politico esige un impegno diretto e non più solamente la presa di posizione a favore o contro uno dei due poli. In Star Wars questo si può percepire dal fatto che sebbene sussista una distinzione che vede da una parte la Resistenza e dall’altra il Primo Ordine, questa opposizione non è esasperata come lo era tra Repubblica e Impero. Si può prendere come esempio il dialogo che avviene all’inizio dell’Episodio VIII tra Poe Dameron e il generale Hux, dove quest’ultimo nega di riconoscere la Repubblica da un punto di vista di legittimità politica, affermando che la Repubblica non esiste più. Lo scontro tra le due fazioni non si manifesta più dunque in termini assoluti ma solamente circostanziali, opponendo maggiormente gli eserciti che le istituzioni. Dal punto di vista storico l’assenza di un aggregatore politico conduce certi pensatori alla formulazione di concetti come quello di “appartenenza” – che sarà poi alla base del nazionalismo novecentesco. Johann Gottfried von Herder parla ad esempio di appartenenza secondo l’idea che l’uomo appartiene sempre ad un gruppo di cui – nel caso ne venga allontanato – sente necessariamente la mancanza. Questa dimensione della perdita del gruppo da cui si proviene, delle proprie radici e dell’ambiente personale emerge chiaramente nell’Episodio VII quando Rey si mostra indecisa se proseguire il viaggio verso la base della Resistenza oppure ritornare al pianeta da cui proveniva. Nel dialogo che ha la protagonista con Maz Kanata, quest’ultima parla del futuro di Rey ricorrendo proprio al concetto di appartenenza, non però nei termini di una mancanza quanto invece come una nuova promessa. La ricerca del “proprio posto” contraddistingue il personaggio di Rey, la quale prosegue anche nell’Episodio VIII questa esplorazione, che contribuirà ad accentuare il suo conflitto interiore.


Insomma, nei primi due episodi della trilogia dei sequel – grazie anche all’introduzione di nuovi personaggi – si nota come ci sia un cambiamento di schema di pensiero, non più contraddistinto da una stabilità e da concetti assoluti, ma da idee come quella di equilibrio tra forze e – dal punto di vista dell’azione – dell’irruenza e del sentimento. Tutto ciò a mio avviso permette di ricondurre questi episodi all’ambito del pensiero romantico.


Ancora una volta questa posizione si riflette sulla teoria dell’azione. Se nella trilogia originale questa era sempre motivata e giustificata, negli ultimi due episodi le azioni appaiono essere più impulsive. Nell’Episodio VIII si assiste infatti allo scontro tra le due visioni, la prima impersonata dal Generale Leia Organa mentre la seconda dal comandante Poe Dameron; questo infatti decide di proseguire nella distruzione dell’incrociatore stellare del Primo Ordine disobbedendo agli ordini di Leia. Una volta conclusa l’azione Leia fa notare che anche se si sia conclusa positivamente per la Resistenza, il costo in termine di perdite subite non consente di intenderla come una vittoria. Perché Leia concepisce l’azione nei termini della necessità, Poe nei termini dell’opportunità.

Il Romanticismo attribuisce una grande importanza all’azione, ma soprattutto all’azione libera; questo legame tra azione e libertà porta a dover introdurre anche il piano spirituale. Se infatti l’azione è libertà questa deve essere intesa anche come libertà di compiere atti malvagi. La conseguenza è che non si ha più a che fare con una distinzione netta tra bene e male, tra polo positivo e polo negativo, ma si parla sempre nei termini di una dinamica interna delle forze in gioco: non vi è più né unità né compatibilità degli ideali che guidano sia l’azione, che il pensiero. Il soggetto si trova dunque a essere sottoposto a una tensione costante e tragica che investe la sua intera vita. Anche in Star Wars questo diventa maggiormente presente negli ultimi episodi; qui infatti la Forza non viene più intesa nei termini assoluti di un potere che pervade il cosmo bensì come potenza in cui sono compresenti due lati – uno chiaro e uno oscuro – in continua lotta che porta a fasi più o meno equilibrate. In questo orizzonte anche i personaggi non sono più nettamente distinti tra buoni e cattivi. A questo proposito è significativo il fatto che l’Episodio VII si apra con la vicenda di Finn, uno Stormtrooper che si rifiuta di eseguire gli ordini e che in seguito si unisce al fronte della Resistenza. Gli Stormtrooper costituiscono unità d’assalto d’élite, i cui membri vengono addestrati unicamente per la vita militare; il fatto che uno di loro si ribelli dimostra che neanche la disciplina si rivela più efficace per definire univocamente il personaggio. Nell’Episodio VIII si assiste invece all’emersione di dubbi sia in Kylo Ren sia in Rey: entrambi dimostrano di seguire ambedue i lati della Forza. Ciò che è in gioco non è più la scelta di un percorso, ma l’addestramento e la volontà di normalizzare e stabilire un equilibrio interno ed esterno alla Forza. Il conflitto è allora tra valori e sistemi inconciliabili e non più tra connotazioni morali. Allo stesso tempo non si parla più di predestinazione o destino in quanto l’esistenza è vista come un flusso da cui viene eliminata l’idea di struttura che organizza il mondo a favore dell’introduzione del concetto di “volontà indomabile”. In questa prospettiva non è possibile concepire il destino poiché è l’uomo che si determina, è il soggetto che con la sua volontà si pone dei fini, dei valori e delle mete. Per esempio si può considerare come viene interpretato l’incontro avvenuto tra Finn e Rose nell’Episodio VIII: quando Poe chiede come si siano conosciuti la risposta non mette in gioco il destino bensì il caso.

Insomma, nei primi due episodi della trilogia dei sequel – grazie anche all’introduzione di nuovi personaggi – si nota come ci sia un cambiamento di schema di pensiero, non più contraddistinto da una stabilità e da concetti assoluti, ma da idee come quella di equilibrio tra forze e – dal punto di vista dell’azione – dell’irruenza e del sentimento. Tutto ciò a mio avviso permette di ricondurre questi episodi all’ambito del pensiero romantico.

In questo senso sarà interessante vedere se l’Episodio IX proseguirà in questa direzione oppure se se ne allontanerà, sebbene per gli sviluppi sia della trama che dei personaggi sarà impossibile riprendere quella impostazione medievale presente nella trilogia originale.


Paolo Mattiello, studia filosofia tra Padova e la Francia degli anni sessanta. Trascorre il tempo disseminando i suoi interessi tra l’estetica, l’insegnamento e le arti, ma nel frattempo aspetta che la sua vita diventi simile a un film di Arnaud Desplechin.
Copertina: Hanns Glaser, Celestial phenomenon over Nuremberg, 14 April 1561.