Il rapporto tra pensiero e solitudine è inscindibile: pensare è l’unica premessa possibile per stare con gli altri.


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon sotto licenza Creative Commons)

di Jennifer Stitt

Nel 1840, Edgar Allan Poe descrisse la “folle energia” di un uomo in età avanzata che non faceva altro che percorrere le strade di Londra dal crepuscolo fino all’alba. La sua cruciale disperazione poteva essere temporaneamente alleviata solo immergendosi nel tumulto della folla cittadina. “Si rifiuta di essere solo”, scriveva Poe. Si tratta di “quel tipo di genio del crimine: l’uomo della folla”.

Come molti altri poeti e filosofi durante i secoli, Poe si è soffermato sull’importanza della solitudine. Si tratta di “una grande disgrazia”, pensava, perdere la capacità di stare da soli ed essere imprigionati dalla folla, dovendo rinunciare alla propria singolarità per conformarsi alla mentalità della massa. Due decenni dopo, l’idea della solitudine catturò l’immaginazione di un altro scrittore, Ralph Waldo Emerson, ma in un modo leggermente diverso: citando Pitagora, egli scrisse: “Al mattino, la solitudine… che la natura possa parlare all’immaginazione, come non accade mai in compagnia”. Emerson incoraggiò gli insegnanti più saggi a mostrare ai propri allievi l’importanza di abituarsi a “periodi di solitudine”, abitudini che avrebbero reso possibile un “pensiero serio e astratto”.

Nel XX secolo, l’idea di solitudine è stata al centro del pensiero di Hannah Arendt. Emigrata ebrea tedesca che sfuggì al nazismo trovando rifugio negli Stati Uniti, Arendt trascorse gran parte della sua vita studiando il rapporto tra individuo e polis. Per lei, la libertà appartiene sia alla sfera privata – la vita contemplativa –  sia a quella pubblica e politica – la vita activa. La Arendt credeva che la libertà fosse qualcosa di più della mera capacità di agire pubblicamente in modo spontaneo e creativo. La libertà stessa comporta, inoltre, la capacità di pensare e giudicare in privato, ambito in cui la solitudine consente all’individuo di contemplare le proprie azioni e di sviluppare la sua coscienza, sfuggendo alla cacofonia della folla – riuscendo finalmente a udire il proprio pensiero.

Nel 1961, Il New Yorker commissionò alla Arendt di seguire il processo ad Adolf Eichmann, un ufficiale nazista delle SS che aiutò ad orchestrare l’Olocausto. La Arendt desiderava scoprire come fosse possibile che qualcuno compiesse azioni tanto malvagie. Probabilmente solo un perfido sociopatico avrebbe potuto sposare una causa come quella nazista. Ma la scrittrice rimase sorpresa dalla totale mancanza di immaginazione di Eichmann, dalla sua estrema convenzionalità. Arendt sostenne che mentre le azioni di Eichmann erano perfide, Eichmann – la persona – “era abbastanza ordinario, comune, né demoniaco né mostruoso, non si osservava in lui alcun segno di convinzioni ideologiche”. Alla fine la scrittrice attribuì l’immoralità del gerarca – la sua capacità, fino al suo fervore, nel commettere crimine – alla sua sbadataggine. Secondo lei era stata la sua incapacità di fermarsi a pensare a permettere a Eichmann di contribuire ai massacri.

Proprio come Poe sospettava che ci fosse qualcosa di sinistro nascosto nella figura dell’“uomo nella folla”, Arendt credeva che “una persona che non conosce quel rapporto silenzioso (in cui esaminiamo ciò che diciamo e facciamo) non ha paura di contraddire se stesso, e ciò significa anche che non è capace di render conto di ciò che dice o fa, tantomeno ha remore nel commettere crimini, visto che presto può ritenerli dimenticati. Eichmann aveva eluso l’autoconsapevolezza socratica, non era riuscito a tornare a casa, nella solitudine. Aveva scartato la vita contemplativa e non aveva intrapreso il processo essenziale di domanda e risposta che gli avrebbe permesso di esaminare il significato delle cose, di distinguere tra fatto e finzione, verità e falsità, bene e male.

«È meglio soffrire per gli sbagli che sbagliare», scriveva Arendt, «perché si può rimanere amici di chi soffre, ma chi vorrebbe mai stare insieme con un assassino? Neanche un altro assassino». Non è che gli sbadatisiano sempre dei mostri, non è che tutti i tristi sonnambuli commetteranno presto degli omicidi anziché affrontare se stessi in solitudine. Quello che Eichmann ha mostrato alla Arendt è che la società può funzionare liberamente e democraticamente solo se è composta da individui impegnati a pensare – un’attività che ha un vero e proprio bisogno di solitudine. Arendt credeva che “vivere insieme ad altri inizia vivendo insieme a se stessi”.

Ma cosa succederebbe se rimanessimo davvero soli nella nostra solitudine? Non c’è qualche pericolo nel diventare individui isolati, tagliati fuori dalle gioie dell’amicizia? I filosofi nei secoli hanno compiuto un’attenta e importante distinzione tra la solitudine e l’essere soli. Ne La Repubblica (380 a.C), Platone dedica al tema la parabola in cui Socrate celebra la figura del filosofo solitario. Nell’allegoria della grotta, il filosofo sfugge all’oscurità del sotterraneo – e alla compagnia di altri esseri umani – per giungere alla luce del pensiero contemplativo. Solo ma non solitario, il filosofo si adatta al suo sé interiore e al mondo che lo circonda. In solitudine, il dialogo muto “che l’anima tiene con sé” diventa finalmente udibile.

Citando Platone, la Arendt ha osservato che “pensare, esistenzialmente parlando, è un’attività solitaria ma non individuale, la solitudine è quella situazione umana in cui tengo compagnia a me stessa. La solitudine arriva quando sono una e senza compagnia, ma la desidero e non riesco a trovarla”. In solitudine, Arendt non desiderava mai compagnia o cameratismo perché non era mai veramente sola. Il suo sé interiore era un amico con cui poteva costruire una conversazione, quella voce silenziosa che portava la domanda vitale di Socrate: “Cosa intendi quando dici…?” Il sé, ha dichiarato Arendt, “è l’unico da cui tu non puoi mai scappare – a meno che non si smetta di pensare».

Le parole di Arendt sono qualcosa che vale la pena ricordare. Nel nostro mondo iper-connesso, in cui possiamo comunicare costantemente e immediatamente su Internet, raramente ci ricordiamo di ricavare degli spazi per la contemplazione solitaria. Controlliamo le nostre email centinaia di volte al giorno, spargiamo migliaia di messaggi al mese, riusciamo a ottenere like su Twitter, Facebook e Instagram, affaticandoci pur di essere connessi a tutte le ore sia con chi ci è caro che con chi conosciamo appena. Cerchiamo amici di amici, ex-amanti, persone che a malapena conosciamo e altre che non conosceremo mai. Chiediamo costantemente compagnia.

Ma, ci ricorda Arendt, se perdiamo la nostra capacità di stare in solitudine, perdiamo anche quella di pensare. Rischiamo di essere intrappolati in mezzo alla folla, di essere “spazzati via”, come ha scritto lei stessa: “da quello che tutti gli altri fanno e credono”. Non saremmo più in grado, nella gabbia di una conformità sconsiderata, di distinguere “il giusto dallo sbagliato, il bello dal brutto”. La solitudine non è soltanto uno stato mentale essenziale per lo sviluppo della coscienza di un individuo – e della sua coscienza – ma anche una pratica che prepara alla partecipazione alla vita sociale e politica. Prima di poter stare in compagnia degli altri, dobbiamo imparare a stare in compagnia con noi stessi.


Jennifer Stitt è laureata in Storia della Filosofia presso l’University del Wisconsin-Madison.
Traduzione di Enrico Pitzianti
In copertina: Un’opera di Meyoko.

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