L’indagine sociologica applicata a fenomeni musicali non solo funziona bene, ma parla anche della contemporaneità italiana.


In copertina: Ritratto di Charlotte Stokely, di Zak Smith

Di Gabriele Merlini

Lo storico tedesco Karl Schlögel in una serie piuttosto corposa di saggi propone – non è l’unico ma tra i più chiari e puntuali – di leggere le vicende dell’Europa centrale e balcanica (spesso etichettata con l’orrido termine di «Est») attraverso strumenti insoliti, eppure, a suo modo di vedere, indicativi: orari ferroviari, stato di manutenzione di marciapiedi, arredamento per interni, elenchi del telefono e cancelli.

«Im Raume lesen wir die Zeit»: nello spazio leggiamo il tempo. Così diventa possibile utilizzare l’ossessione del Reich per lo spazio – la necessità di spazio orientale che si fa vitale – come chiave interpretativa per le politiche intraprese, o la topografia dei teatri di Sarajevo, imprescindibili strumenti di rinascita dopo le bombe. La cartografia salvifica per i battaglioni a marciare nel fango russo ma al tempo stesso gioco intellettuale per aristocratici in salotto, o i selciati di Odessa che restituirebbero il Novecento meglio di una infinità di testi nati già anacronistici, poiché la storia avrebbe preso a correre troppo veloce per i normali ritmi di monitoraggio.

Uno spazio, nelle ultime decadi, dato per morto a causa del progresso tecnologico che divora ogni distanza ma ancora, a quanto sembra, in grado di salvare la baracca poiché la contemporaneità non l’ha fatto secco sul serio: l’ha solo espanso, sovrapposto al virtuale che (quasi) tutto dicono inglobare.

Al netto delle contingenze nel cuore della storia rimangono incroci, sovrappassi e strade. Arterie e ponti. Nient’altro che mappe.

«I legami interurbani che collegavano le varie realtà del post-punk, unite per costituire una realtà post-punk nazionale.»

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Non saprei cosa abbia in comune, per attitudini e vedute, Karl Schlögel con Nick Crossley. A naso poco (stando alle fotografie uno è un professore dall’aria anzianotta mentre l’altro sembra avere dodici anni). Però il libro di questo eclettico sociologo inglese – Networks of sound, style and subversion: the punk and post-punk worlds of Manchester, London, Liverpool and Sheffield, 1975-80 edito dalla Manchester University Press – si muove in un modo abbastanza simile agli scritti dello studioso tedesco: attraversare un periodo di crisi (stavolta non la Mitteleuropa del dopoguerra ma l’Inghilterra del thatcherismo) sfruttando un importante fenomeno popolare che la intacca dall’interno (il punk prima, il post-punk poi) e farlo riconoscendo allo spazio un ruolo centrale: mappe, cartine, seminterrati e tetti. Spostamenti. Camminate fondamentali se vogliamo approfondire ciò che per molti è stata l’ultima vera rivoluzione culturale cui abbiamo assistito.

Naturalmente anche Crossley vanta una rigorosa formazione accademica e ciò appare evidente nell’approccio al testo, che, nonostante mantenga la musica come perno centrale, ricorda più un compendio di embriologia che una copia di New Musical Express con Morrissey in copertina.

Lo scopo della ricerca, specificato a pagina due di trecento, è la nascita del punk a Londra tra il ’75 e il ’76, spostamento a Manchester e successiva trasformazione in post-punk. Le tappe di Liverpool e Sheffield dove trova, come tutte le cose buone, un dolce decesso.

Lavoro generato non dallo slancio personalistico di soddisfare una curiosità adolescenziale – la passione dell’autore per un suono specifico e un look – quanto dalla voglia di sviscerare episodi centrali nella storia britannica delle ultime cinque-sei decadi, utile per definire una identità che parta da peculiarità cittadine e regionali e diventa nazionale.

Togli un binario alla stazione di Varsavia e metti Ian Curtis che singhiozza maybe go for a ride, to some peep show arcade: cambia il giusto, mantenendo il metodo.

Punk e post-punk sono stati chiamati stili musicali e visivi, magari sbagliando. Ad ogni modo concetti che implicano convenzioni non catalogabili con facilità. Un punk basico che spinge tutti a darsi una svegliata e provarci indipendentemente dalle capacità e dalle competenze sarebbe riduttivo per quegli artisti che ne hanno fatto un genere più strutturato, e ancora meno vale per il post-punk, che spazia dal synth-futurismo degli Human League al retro-psychobilly dei Cramps o le atmosfere naïf degli Wire arrivando (mediamente stravolto) alle virate sperimentali dei Fall, Echo and the Bunnymen o Robert Smith. È essenziale un minimo comune denominatore, se vogliamo dissezionare l’argomento nella sua completezza e Crossley lo scova nell’unica cosa sensata che ci rimane: l’uniformità delle persone cui questa roba piaceva e quello che ebbe a significare per loro in quel preciso momento e in quel preciso spazio. Non poco, a quanto ne deduciamo: rivolta, liberazione, senso di appartenenza, possibilità di gridare contro un mondo sociale opprimente, anti-classismo, fine delle ipocrisie.

 

Ma il punto non è tanto la corretta definizione di due espressioni culturali capaci di influenzare in sei anni un paio di generazioni (Crossley cita spesso Simon Reynolds con i suoi Post Punk 1978-1984 e Retromania, in Italia appena ridediti da minimumfax) quanto l’approccio, una prassi standard in accademia ma rara se correlata a personaggi quali Killing Joke o Scritti Politti. Al pari di Schlögel, i quartieri. I bus. Il network dei palchi. Topografia e itinerari di una fetta di Europa alle prese con un radicale, doloroso cambiamento ma quantomai vitale, pulsante e (c’è da augurarselo) attuale.

Rete di connessioni tra i singoli esponenti del mondo punk a Londra nel giugno del 1975, una commovente nuvola di vettori a convergere sull’out destro della mappa della City attorno al nome di Malcolm McLaren, produttore e cantante dei Pistols mentre Strummer – voce e anima dei Clash – timidamente sta ritirato in alto al centro. Sistemazione simile al capolinea di una metropolitana, un pub che chiude, una nicchia che lo rende ancora più degno di affetto. Ne deriva una differente collocazione nello spazio che indica una diversa commerciabilità del prodotto e questo ci accompagna alla seconda figura, un diagramma tra l’incidenza dei contenuti lirici nei testi punk del settantasei comparati con i TOP 50 singoli più venduti nello stesso tempo e nello stesso spazio: la Gran Bretagna delle crisi sindacali, dei minatori e della sconfitta laburista. Il rapporto core-periphery (centro- periferia) e quanto può indicare nel discrimine tra apparenza, moda e impegno sociale. Core membership, abitanti del centro: il manager dei suddetti Clash, la fascinosa Siouxsie Sioux o Vivienne Westwood attorno la cui boutique di King’s Road il movimento vide la luce. Periphery membership, i tizi da fuori: Paul Simonon cantore delle pistole di Brixton, degli emarginati e degli spacciatori. John Gray e Billy Idol. Comparazioni tra i quartieri dove si spara di più e incidenza in essi di musicisti emergenti o le città del nord tra fonderie e banchine, con relative convergenze tra locali e frequentatori, qui come nella capitale garbugli di nomi contrapposti a monadi distaccate in un impeto morettiano del genere «mi si nota di più se non vengo o vengo e sto in disparte?»

Londra poi Liverpool, Manchester e Sheffield: a tale of three city. Correlazioni tra aree e, ogni tanto, una canzone. «Im Raume lesen wir die Zeit» direbbero i tedeschi con approccio elegante e alcuni inglesi, riponendo la chitarra nel fodero, apprezzerebbero la musicalità del suono.

In Italia da qualche tempo sembra essersi consolidato il momento della trap: Ghali, Sfera, Tedua, Dark Polo Gang, Enzo D.O.N.G., Rkomi, Young Signorino, tha Supreme, Vegas Jones, Capo Plaza. Lista di nomi ricevuti a seguito di un post su Facebook nel quale imploravo lumi per le continue, pressanti segnalazioni di video musicali cui capitava di imbattermi, zeppi di gente sconosciuta in uno spazio che spesso ricordava un cantiere edile o un attico con una dozzina di stanze da letto (naturalmente nelle risposte ho annusato notevole biasimo, tipo «scusa ma dove vivi?» e «smettila di fare il sofisticato.») Liriche martellanti ma diverso approccio all’hip-hop classico, basi ipnotiche ed età media degli esecutori collocabile alla terza media. Scoprendoli è stato quasi un obbligo morale fingere familiarità con il tema e competenze mai avute.

Però anche l’infornata di cantautori più grandicelli, emersi e accolti ottimamente dal 2010 circa, sui quali al pari è difficile definirmi esperto tuttavia qualcosa ho avuto modo di annusare: Brunori, Dente, Dimartino, Colapesce, Vasco Brondi, Lucio Corsi poi Calcutta, Thegiornalisti e altri. Gente in grado di guadagnarsi una notevole – a detta di qualcuno difficilmente pronosticabile – popolarità e spaziare con agilità in più ambiti artistici, dal teatro-canzone al visuale. A occhio due tra i filoni musicali del nostro paese maggiormente meritevoli di attenzione della ultima decade, uno più intimista e uno più sfrontato, uno di spiccata derivazione estera (scena rap nordamericana ma anche francese, mi fanno notare i filologi), uno di radicata tradizione autoctona. Materialismo e intimismo per un risultato più o meno unico.

Poi chiaro, la contemporaneità in Italia è difficilmente sovrapponibile a ciò che ha analizzato Crossley o, in modo diverso, Reynolds per l’Inghilterra di inizio anni ottanta ma potrebbero esserci punti di contatto tra l’epoca di Networks of sound o Post-Punk e l’oggi: contrasti sociali crescenti, necessità di rivendicazioni e spaesamento che segue difficoltà economiche, professionali e di prospettiva. Beghe internazionali, stagnazione delle sinistre, montante conservatorismo e relative incazzature. Divisioni areali.

Dunque, posto che le mappe funzionino (e funzionano) viene naturale augurarsi un interesse in continuo aumento anche della critica musicale per lo spazio, la provenienza dei nuovi nomi della scena – termine orrido ma tant’è – in grado di accumulare consensi, o distanze tra realtà che creano identità sonore innovative (prima cosa cui pensare la vecchia ma ancora valida contrapposizione Roma versus Milano.) Cosa ci danno – se veramente esistono – le periferie pronte a esplodere e cosa i centri storici più o meno anestetizzati, sonnolenti e con parecchie ore a disposizione per ripensare agli anni degli innamoramenti sullo scooter. Da nord a sud, come ai bei tempi delle polarizzazioni geografiche elettorali, è possibile che emerga qualcosa di rilevante, e, vai a sapere, addirittura un aiuto in vista di guarigioni.


Gabriele Merlini (Firenze 1978) ha pubblicato il romanzo Válečky o guida sentimentale alla Mitteleuropa e curato le antologie Selezione Naturale. Storie di premi letterari e Odi. Quindici declinazioni di un sentimento (Effequ 2013 – 2017.).  Articoli, recensioni e reportage su quotidiani e riviste. Tre gatti, fu terzino destro.