“Le idee non possono essere combattute da altre idee – ciò che si deve combattere, in concreto, al fine di far sparire tali idee, sono invece le forze che le supportano.”


In copertina: Lucio Del Pezzo e Vanni Viviani, Effettivi frammenti affettivi (1973) Courtesy Pananti

(Questo testo è tratto da “Politica dell’immortalità”, di Boris Groys. Ringraziamo Mimesis per la gentile concessione)

di Boris Groys

In un certo senso, tutte le idee che si impongono sono vere. Affinché sia possibile interrogarci in merito alla sua correttezza, un’idea si deve in primo luogo presentare a noi. E un’idea si può presentare a noi solo quando è supportata da determinate forze reali, materiali. Ma se è supportata da forze di questo tipo, allora ha poco senso dire che è falsa, poiché un tale giudizio di per sé non porta alla scomparsa di questa idea. È questa la ragione per la quale Marx dice che le idee dominanti sono sempre le idee della classe dominante. Le idee non possono dunque essere combattute da altre idee – ciò che si deve combattere, in concreto, al fine di far sparire tali idee, sono invece le forze che le supportano. Così agisce de facto anche l’attuale critica letteraria e artistica: in realtà non critica mai, loda soltanto, oppure tace – nella speranza che le forze portanti, non menzionandole più, perdano la propria forza. A questo punto ci si deve però chiedere quale sia il tipo di realtà in cui l’idea si mostra: qual è il contesto di presentazione di un’idea, di un’opera d’arte, di un testo filosofico?


Le idee non possono dunque essere combattute da altre idee – ciò che si deve combattere, in concreto, al fine di far sparire tali idee, sono invece le forze che le supportano.


Nell’odierno ambiente teorico e artistico, sono particolarmente popolari i modelli esplicativi sociologici che in fin dei conti pongono il pubblico reale e attuale come contesto primario di apparizione dell’arte e della filosofia – anche se in questo caso danno cortesemente al pubblico il nome di «società». Bourdieu interpreta tutta la produzione artistica e teorica come una semplice reazione alla domanda sociale, e anche Luhmann, che al giorno d’oggi sta vivendo una rinascita, perlomeno nei limiti dello spazio linguistico tedesco, in ultima analisi si riferisce al pubblico quando parla cripticamente dell’«osservatore». Il successo di questa, e di altre teorie sociologiche, è alimentato dalla convinzione che in una moderna economia di mercato la produzione sia dettata esclusivamente dalla domanda. Arte e teoria vengono così interpretate come merci specifiche, il cui compito primario è quello di soddisfare i bisogni e i desideri di un pubblico attuale di consumatori – qualsiasi sia il modo in cui tali bisogni e desideri vengono nel dettaglio definiti.

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Ma cosa si può dire di questo pubblico attuale, con tutte le sue esigenze e i suoi desideri? La prima cosa che si può dire a riguardo è che si tratta di un raggruppamento di persone, cosa che ci costringe a presumere che, in un prossimo futuro, saranno tutte morte. Anche solo per questo motivo, non ha molto senso scrivere specificamente per questo pubblico. Ciò significa che, fosse anche solo per questo motivo, i modelli sociologici dominanti al giorno d’oggi sono insufficienti e implausibili. Questi modelli probabilmente descrivono bene l’atteggiamento fondamentale di qualcuno che vuole, ad esempio, produrre pomodori e cetrioli per poi venderli, poiché queste merci sono ancor più deperibili dei loro consumatori. Anche i vestiti ormai sono diventati più deperibili delle persone. Scrivere libri o produrre opere d’arte significa invece contare fin dall’inizio sul fatto che si fabbricano prodotti in grado di sopravvivere ai loro consumatori attuali – e dunque si rivolgono necessariamente a lettori e osservatori sconosciuti, non ancora nati, i cui bisogni e desideri sono altrettanto sconosciuti. In fin dei conti, non si scrive per un lettore reale, ma per un lettore utopico che non solo legge il libro con la massima attenzione e vi scopre tutto ciò che l’autore «voleva dire», e per di più scopre cose nel libro di cui l’autore non sapeva nulla, ma che anzitutto ama il libro. E amare il libro significa apprezzarlo più della realtà stessa. Che un tale lettore viva già oggi, che debba ancora nascere o che rimanga solo una figura ideale, alla fine è lo stesso. Perché si tratta unicamente di un’idea regolativa, ma questa è costitutiva del processo di scrittura e non può essere rimpiazzata da nessuna invocazione di un pubblico attuale.


Ma cosa si può dire di questo pubblico attuale, con tutte le sue esigenze e i suoi desideri? La prima cosa che si può dire a riguardo è che si tratta di un raggruppamento di persone, cosa che ci costringe a presumere che, in un prossimo futuro, saranno tutte morte. Anche solo per questo motivo, non ha molto senso scrivere specificamente per questo pubblico.


Inoltre, questa figura del lettore è molto meno utopica di quanto si possa pensare. Quando ero giovane, ho conosciuto molti di questi lettori – ed ero anche uno di loro. All’epoca, negli anni Cinquanta e Sessanta, quando la vera natura del sistema stalinista divenne chiara a molti, si è cominciato a leggere libri proibiti, i cui autori, come ad esempio Mandelstam o Charms, non si sarebbero mai potuti aspettare di avere tali lettori se avessero scritto in modo realistico-pragmatico, cioè nello spirito di Bourdieu, e con l’obiettivo di accumulare capitale simbolico. Allora avevamo la sensazione che tutta la realtà intorno a noi fosse avvelenata. Ed è per questo motivo che non volevamo leggere nessuno che avesse respirato la stessa atmosfera avvelenata – a prescindere da cosa avesse scritto. Avevamo fiducia solo in quei libri che emanavano un’aria diversa. Gli autori di questi libri non erano particolarmente avanguardisti, non avevano infranto nessun tabù, né fatto niente di simile. Era stata molto più avanguardistica la potenza sovietica, che ha infranto molti tabù e la cui estetica era piuttosto provocante e scioccante. Questi autori invece, nello scrivere i loro libri, rimasero stranamente insensibili ai desideri del pubblico della loro epoca. Grazie a esercizi respiratori misteriosi, che loro stessi probabilmente non conoscevano, poterono sopravvivere – almeno temporaneamente – senza inalare l’aria del loro tempo, vale a dire l’aria sovietica. È per questa ragione che abbiamo apprezzato molto di più i loro libri della realtà a noi circostante.

Ora, si potrebbe dire che si tratta di un caso eccezionale – ma la storia della letteratura è costituita da tali casi eccezionali. All’epoca del Rinascimento e degli inizi dell’Illuminismo si aveva la stessa sensazione leggendo i libri dei classici antichi, che erano nati troppo presto per essere costretti a respirare l’aria che, come si pensava allora, era stata appestata dal Cristianesimo. E un autore attuale, in quanto tale, non sa veramente quanto sia avvelenata e appestata l’aria che il pubblico attuale respira quotidianamente. È il motivo per cui l’unica possibilità che rimane è quella di rivolgersi al lettore non- esistente, utopico, immaginario.

Ma dall’altro lato – al di là di tutte le rappresentazioni utopiche di un lettore ideale – c’è la realtà dell’arte, della letteratura e della filosofia come accumulo di oggetti materiali e di vettori mediatici materiali che possono continuare a portare la cultura, quali che siano le preferenze del singolo lettore o osservatore – con la sola forza della propria materialità. La cultura, così materializzata, viene conservata per lo più da determinate istituzioni come le biblioteche, i musei o i programmi universitari di educazione e formazione. Queste istituzioni, che costringono le persone a occuparsi della cultura tramandata, vengono criticate spesso. Si dice che impongano allo spirito del tempo tradizioni ormai diventate obsolete e irrilevanti, che blocchino il contemporaneo conservando il vecchio e che vogliano guardare l’attuale attraverso le lenti della tradizione. Così ci si dà un’aria sempre molto progressista, molto cool, molto up to date, ma soprattutto molto critica nel biasimare la tradizione culturale in nome del presente, in nome della società esistente nel qui e ora, in nome del pubblico attuale. Ma in realtà, una tale critica non è poi così estremamente critica e cool. Si tratta piuttosto di ingraziarsi il presunto spirito del tempo e di lusingare il pubblico realmente esistente. Sarebbe molto più interessante, e veramente critico, criticare il presente in nome dell’eredità culturale, e cioè osservarlo dalla distanza critica che questa eredità crea rispetto al nostro presente. Perché tale eredità non è nient’altro che la somma delle visioni di ciò che potrebbe essere. E così noi possiamo confrontare queste visioni con ciò che effettivamente è avvenuto.

Inoltre, non è lungimirante interpretare l’eredità culturale esclusivamente come qualcosa che viene garantito e trasmesso istituzionalmente e, di conseguenza, sottoporla a una critica sociologica e istituzionale. Dato che l’eredità culturale è materiale, può anche essere conservata a livello extra-istituzionale. Così molte opere d’arte o testi sono custoditi nella terra o nel mare prima di venire rispettivamente dissotterrati o ripescati, e poi esposti. D’altronde l’eredità culturale condivide il destino di tutte le altre cose materiali. Non sono solo le decisioni politiche o politico-culturali che, nell’ambito della politica di lunga durata, portano a conservare determinati quadri e libri – e non altri. I terremoti, le alluvioni o le guerre non ne sono meno responsabili. Ci si può facilmente immaginare che, a seguito di una catastrofe di portata globale come quelle descritte nei relativi film di Hollywood – ad esempio, a seguito di una collisione con un meteorite – di tutti i libri prodotti nella nostra epoca, resterebbero solo un libro di cucina e un elenco del telefono. E in tal caso questi due libri non saranno meno venerati dalle generazioni successive di quanto non lo siano oggi la Bibbia o il Corano. L’eredità culturale inizia molto prima della sua istituzionalizzazione o della sua sociologizzazione – e finisce molto dopo. Quanto alle teorie sociologiche che vogliono esercitare la critica a questa eredità, esse ne formano solo una parte perché anche loro necessitano di vettori materiali per la propria presentazione. Non si deve dimenticare che una teoria sociologica, a sua volta, altro non è che un libro. E un libro è appunto un libro. Si può amare un libro – però non ci si può neanche aspettare che spieghi, legittimi o critichi alcunché. Alla fine un libro è una cosa come qualsiasi altra – il suo posto è sugli scaffali di una biblioteca. E anche un libro che critica la biblioteca in quanto istituzione della società borghese, prende il suo posto sullo scaffale o – nel caso di una significativa catastrofe – sotto terra o sul fondo del mare.


Boris Groys è uno dei più notevoli filosofi e commentatori d’arte sulla scena mondiale. Per Mimesis Edizioni sono apparsi in traduzione italiana: Il capitalismo divino: colloquio su denaro, consumo, arte e distruzione (2011); Introduzione all’antifilosofia (2013).