Sembriamo esserci convinti, in massa, che la massa sia il male. Un gesto poco furbo visto che così la società scredita se stessa.


In copertina: Opere di Armando Veve

di Enrico Pitzianti

La parola “normale” viene dal latino normalis, che significa “perpendicolare”; un termine relazionale, visto che qualcosa è perpendicolare solo rispetto a qualcos’altro. Non c’è niente di strano, dato che tutti i termini che usiamo per definirci risalgono al nostro rapporto con gli altri – un esempio banale: nessuno può definirsi “alto” se non c’è qualcuno più basso di lui.

Ecco, la normalità riguarda il rapporto tra noi e gli altri. Ma se, malauguratamente, questo rapporto si incrina, apprezzare la normalità diventa difficile. E così la stessa parola “normalità” diventa sinonimo di conformismo, assumendo un valore negativo. Come molti altri termini dal sapore ormai odioso, come “uniformità”, “consuetudine”, “ordinarietà”, persino “regolarità”. Sono parole che suonano noiose, restrittive e banali, perché è così che si considerano gli altri. Ma chi sono questi “altri”? Qual è la norma da cui ci si vuole allontanare?

Non è facile ottenere una visione d’insieme su chi ci circonda, un’ecografia della società, una mappa di coloro che, almeno in termini giuridici, rimangono i nostri concittadini. La società globalizzata, soprattutto dalla fine dell’epoca delle ideologie e dei partiti di massa, si è fatta parcellizzata, liquida ed eterogenea; un panorama sociale sempre più frastagliato. Tra i tentativi di dipingere questo scenario sociale contemporaneo – e quindi di capire chi siano questi “altri” – c’è quello di Leonardo Bianchi, giornalista che ha provato a ritrarre la strana “normalità” odierna, quella del cosiddetto gentismo, in un collage fatto di rancore, complottismo e scontento generalizzato. A leggere Bianchi si rimane colpiti dalle “persone comuni”, dalla loro grettezza, si percepisce il pericolo del loro rancore e del loro disagio. Se questa è la normalità, sembrerebbe esserci un fondo di ragione nel considerare il termine “normale” come un insulto.

Insomma, detestiamo la normalità perché siamo circondati da conservatori, conformisti e rancorosi? Forse è così. Potrebbe essere questo il germe che fa nascere il desiderio di rifiutare la norma. Verrebbe da considerarlo un percorso mentale comune, persino naturale. Ma la normalità oggi è un nemico pubblico anche per altri motivi, più attinenti ai meccanismi coi quali circolano le informazioni nel mondo contemporaneo, a partire dalla centralità delle nicchie culturali.

Certo, le nicchie ci sono sempre state, ma nell’ultimo decennio hanno guadagnato più spazio grazie alla diffusione capillare di internet e dei social network. La causa è nota: da quando la comunicazione si è spostata sul web, la possibilità di aggregarsi sulla base di interessi comuni, insieme all’orizzontalità del processo comunicativo, ha fatto sì che la norma, il “sentire comune”, si frantumasse in una miriade di norme locali più piccole. Una frammentazione simile a quella che segue al collasso di grandi stati o imperi, un riassemblamento che favorisce la nascita di identità culturali di dimensioni inferiori (e spesso polarizzate). Il collasso del sistema informativo gerarchico, in questo senso, ricorda quello della Jugoslavia negli anni ‘90: una dissoluzione i cui frantumi non sono porzioni rappresentative della complessità e della varietà dell’oggetto originale, ma frammenti omogenei, ricomposti per affinità, proprio come delle “bolle”.


Se siamo tutti parte di una minoranza, allora dobbiamo preoccuparci di stabilire degli standard alternativi a quelli delle maggioranze da cui ci sentiamo oppressi. Solo l’alterità sembra essere degna di rappresentarci, di confermare la massima secondo cui “ognuno di noi è speciale”: peccato solo sia un ossimoro, visto che se ognuno è speciale, nessuno lo è.


La presenza di molteplici sistemi minori laddove vigeva un unico sistema onnicomprensivo ha significato, in concreto, una sempre maggiore cessione dello spazio culturale a favore delle nicchie. Come, ad esempio, la centralità crescente delle comunità online nel discorso pubblico. Fin qui niente di strano, se non fosse che oltre un certo livello di frammentazione si arriva a delle cerchie così strette da essere composte persino da una sola persona, come le cosiddette bolle di filtraggio. Una normalità formato timeline, dove il mondo è cucito addosso all’utente dagli algoritmi e dallo sfruttamento di alcuni meccanismi mentali, come la continua ricerca di conferme su ciò che si crede. Parliamo di nicchie molto diverse da quelle delle sottoculture, dei compartimenti più o meno stagni dove vige una selezione che privilegia e conferma le convinzioni già acquisite. È questa la normalità contemporanea? Una norma così striminzita da essere individuale?

Tuttavia il restringimento della normalità a misura di account avrebbe delle conseguenze. Anzitutto contribuirebbe all’insondabilità dell’opinione pubblica, troppo frammentata e volubile, poi faciliterebbe la polarizzazione politica, attraverso le cosiddette bolle di filtraggio, ma anche all’aumento dell’emotività nel valutare ciò che accade (da qui il problema della facilità con cui si abbocca alle fake news), fino alla tendenza a confermare ciò in cui crediamo (il bias di conferma), e ad altri problemi legati alla percezione della realtà, più o meno comprovabili.

Ma se la normalità è un insieme di piccoli sistemi normativi ben sigillati, galassie di opinioni compatibili che fluttuano nell’universo comunicativo, allora dobbiamo cominciare a ripensarla. Cambiare il significato di “norma”, immaginarla come un concetto relativo e non come sinonimo di maggioranza. Si discute continuamente di rapporti tra minoranze e maggioranze – politiche, etniche, di genere, religiose – ma se la normalità è frastagliata e relativa, lo scenario è molto più caotico di una semplice contrapposizione tra maggioranza e minoranza. Ognuno individua un nemico considerandolo come una normalità opprimente e la società finisce per apparire come una rissa confusa, come il fuoco incrociato tipico delle sparatorie fuori dal saloon dei film western: un tutti contro tutti.

Di esempi di stigmatizzazione della normalità ce ne sono di particolarmente significativi. Nel mondo dei meme, gli ormai indiscussi veicoli di ironia internettara, l’aggettivo “normale” è un vero e proprio insulto, declinato nella contrazione inglese “normie”. Eccone la definizione dal sito knowyourmeme.com: Normie is a pejorative label for an individual who is deemed to be boringly conventional or mainstream by those who identify themselves as nonconformists. I normali sono insomma quelli “noiosi e convenzionali” a cui si contrappongono gli “autist”, i fissati, gli autistici, la cui caratteristica è l’estrema settorializzazione degli interessi, orgogliosamente di nicchia. Scrive Alessandro Lolli nel suo La guerra dei meme: “l’autistico, la figura in cui si rispecchiano i memers, non è un emarginato qualsiasi, un mero escluso, quello a cui alludeva la parola ‘freak’, ma anche ‘punk’ e, perché no, ‘scapigliato’: l’autistico vive una condizione patologica dovuta all’eccesso di certe abilità cognitive, si fissa sulle cose, ricorda tutto, non si interessa di altro”. Una risposta alla normalità decisamente esasperata, quasi patologica, come suggerisce lo stesso termine “autist”.

Anche nel discorso politico si usano spesso, con lo stesso tono di scherno, termini che implicano la normalità come un disvalore, basti pensare a “italiano medio”. La persona “media”, proprio come il “normie” delle comunità di memer, è banale, provinciale, noiosa. Politicamente la normalità è conservatrice, antiutopica, antintellettuale e amante dello status quo. L’italiano medio, come il medioman interpretato da Fabio de Luigi, non solo non spicca in nulla ma è anche ottuso. L’idea di medietà si incarna in questa figura dell’italiano medio, che appare come una strana unità di misura che, sommata ad altri suoi simili, compone la “gente” di cui scrive il già citato Bianchi.

Anche nella sfera della sessualità la normalità è considerata, in alcuni casi, un disvalore. Parole come “vanilla”, che nella comunità BDSM indica una sessualità di tipo tradizionale o standard, che non include cioè le pratiche di dominazione-sottomissione, sadomasochismo e bondage, sono usate come dispregiativi. Definendo una tipologia di pratica sessuale come “vanilla”, infatti, si schernisce chi non sperimenta sessualmente (un po’ come chi, appunto, sceglie il gusto della vaniglia, che è dolce, ma banale) e al contempo si manifesta l’intenzione di sminuire (attraverso una definizione particolare) quella che viene percepita come una maggioranza. Il sesso “tradizionale”, da uso comune, e quindi maggioritario, viene spinto verso l’ambito della minoranza, attraverso l’operazione linguistica di chi, pur vivendo dei gusti minoritari, tenta a sua volta si imporre un proprio standard – una nuova norma da contrapporre al canone maggioritario che ha la colpa di opprimere le diversità che se ne discostano.

Allo stesso modo può essere utilizzato, in alcuni casi, il termine “cisgender”, una parola specifica utilizzata nelle comunità LGBTQI per riferirsi a chi, banalmente, si sente a proprio agio sia con il genere sessuale con cui è nato sia con l’insieme di ruoli che la società considera appropriati a quello status. Il cisgender è, per esempio, una donna che si sente donna e che si sente a sua agio con l’idea culturale di donna attualmente in voga. Eppure “cis” può essere usato in modo da indicare qualcuno di banale, eccessivamente convenzionale. Potremmo dire “normale”. “Cis” viene usato come un prefisso che va oltre il contrario del latino “trans” e diventa spregiativo. Una sessualità sciatta, frutto del canone eteronormativo.

In tutt’altro contesto, anche un forestierismo come “mainstream”, inteso come norma, ha assunto un’accezione negativa nel mondo della cultura, soprattutto in quella musicale. In una sua accezione, il termine diventa l’opposto di “underground”. Anche in questo caso la normalità è vista negativamente, come fosse paccottiglia per le masse a cui bisognerebbe preferire la stranezza del prodotto di nicchia, quello elitario e riservato a pochi, perfino criptico in modo da essere comprensibile solo da alcuni – coloro ai quali si mira a somigliare. Proprio come nel mondo dei meme o talvolta in quello dell’arte, il valore è dato dal grado di “alternatività” del prodotto. In modo inversamente proporzionale vale il numero dei fruitori: se sono molti è un prodotto da abbandonare (il “meme morto” dichiarato dai funerali simbolici delle comunità di memer quando viene sdoganato, o il musicista troppo famoso, considerato “venduto” per aver perso la purezza dei primi album). Se invece i fruitori sono pochi, questo è un plusvalore, crea affiliazione tra i componenti della nicchia che leggono quello scrittore, seguono quell’artista o ascoltano quel musicista.

Ma la normalità sembra godere di una brutta fama non solo tra i gruppi di memer, nelle nicchie politiche e nelle comunità LGBTQI o BDSM. Più in generale sembriamo esserci convinti, in massa, che la massa sia il male. Un gesto poco furbo visto che se la massa scredita se stessa si ottiene un gioco di reciproche accuse potenzialmente infinito. Eppure la logica appare ferrea: se siamo tutti parte di una minoranza, allora dobbiamo preoccuparci di stabilire degli standard alternativi a quelli delle maggioranze da cui ci sentiamo oppressi. Solo l’alterità sembra essere degna di rappresentarci, di confermare la massima secondo cui “ognuno di noi è speciale”: peccato solo sia un ossimoro, visto che se ognuno è speciale, nessuno lo è.

La frammentazione sociale, così come la stiamo osservando, potrebbe significare una crescita del già ampiamente diffuso atteggiamento sprezzante verso la regola e la norma, col rischio che una società disunita possa dimostrarsi fragile minacciando, a seconda del contesto, la tenuta della coesione sociale. Per chi invece teme le conseguenze di questa fragilità e spera nella tenuta democratica, non rimane che sperare nell’affievolirsi delle contrapposizioni politiche e della polarizzazione.

In questo scenario la questione della normalità è centrale, anche se la sua difesa rischia di essere un triste monopolio della retorica destrorsa. Quando una struttura sociale asseconda il desiderio di essere speciali (fino a farlo diventare una specie di dovere morale) la tentazione di declassare chi ci circonda a “normale” è rischiosa. D’altro canto tocca ricordare che alcune persone sono genuinamente e oggettivamente diverse da altre per le questioni più diverse (sessuali, culturali e così via) e il legittimo quanto comprensibile bisogno di associarsi tra simili è un caposaldo dello stato di diritto, intoccabile proprio perché garantisce di potersi sentire, più che diversi, genuinamente normali.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È redattore de L’Indiscreto. Collabora con Il Foglio, Esquire Italia e cheFare.