Filosofi come Achille Varzi hanno provato a rispondere al dilemma dei buchi: esistono o no? Sono delle presenze o delle assenze?


In copertina: un’opera di Tano Festa, “Da Michelangelo, 1978” cortesia di Pananti Casa d’Aste

(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)

di Suki Finn

Che i buchi esistano sembra indiscutibile. Ci sono i buchi della serratura, i buchi neri e le doline; inoltre ci sono i buchi dei setacci, dei campi da golf e delle ciambelle. Veniamo al mondo passando attraverso dei buchi, e da morti molti di noi saranno inumati in buchi scavati per l’occasione. Ma cosa sono i buchi, e di cosa sono fatti? Una delle grandi domande filosofiche a proposito dei buchi è se sono delle cose, o, come ha suggerito lo scrittore ebreo-tedesco Kurt Tucholsky in The Social Psychology of Holes (1931), sono solo “l’assenza di qualcosa”. Per indagare su questo problema, anzitutto dissezioniamo l’anatomia del buco.

Immaginate una ciambella – quella classica, rotonda con un buco nel mezzo, non una di quelle ripiene di marmellata. La pasta della ciambella è un esempio di ciò che viene chiamato l’“ospite” del foro – ovvero ciò che circonda il foro. Ora immaginate di mettere il dito attraverso il buco della ciambella, e di indossarla come un anello. Il dito è un esempio di ciò che viene chiamato un “inquilino” del foro – ovvero la roba che si trova all’interno del foro. Ma ora considerate la stessa ciambella in una fase iniziale della sua produzione, mentre sta per essere bucata. Come dovremmo chiamare la parte di pasta che viene rimossa per creare il buco? Dovrebbe essere chiamata “ospite in residenza”, magari in procinto di essere sfrattato? Queste parti di impasto sono chiamate dagli operatori del settore alimentare “Timbits” e “Munchkins” e in America sono commercializzate proprio come foro della ciambella. Eppure non lo sono, in quanto il foro è creato dalla rimozione dei Timbit o Munchkins, e non può identificarsi con essi.

Ma se la pasta rimossa dal centro della ciambella non è il buco, allora cos’è che possiamo considerare tale? I buchi sono cose materiali, come i tavoli e le sedie, o immateriali, come le entità astratte? Oppure non sono proprio delle cose?

La questione è discussa nel saggio Holes (1970) dei filosofi americani Stephanie e David Lewis, sotto forma di un dialogo tra i personaggi Argle e Bargle. Argle è un materialista, ovvero una persona che rifiuta l’esistenza di qualcosa di immateriale. Il materialismo potrebbe essere una posizione plausibile, poiché non impegna Argle nel sostenere l’esistenza di entità potenzialmente strane, al di là del mondo fisico; in altre parole, è ontologicamente parsimonioso. Come Madonna, Argle è “a material girl living in a material world”, dove tutte le cose che esistono sono oggetti fisici.

Bargle, d’altra parte, sfida il materialismo di Argle introducendo due posizioni diverse, vale a dire che i buchi esistono e che sono oggetti immateriali. È plausibile che esistano i buchi: d’altra parte li percepiamo, ci riferiamo a essi parlando, e sembrano necessari per l’esistenza di altre cose. È anche plausibile che i buchi siano cose immateriali, poiché la nostra interpretazione intuitiva è che non siano oggetti tangibili, ma piuttosto degli spazi vuoti, e quindi non cose materiali in sé ma piuttosto, come ha descritto Tucholsky, “il luogo dove non sono le cose materiali”. Il dibattito di Argle e Bargle verte quindi su quale delle seguenti affermazioni – individualmente plausibili ma collettivamente incoerenti– debba essere respinta:

(1) Non ci sono oggetti immateriali.

(2) Ci sono dei buchi.

(3) I buchi sono oggetti immateriali.

Queste posizioni sono incoerenti perché (1) dice che non ci sono oggetti immateriali, eppure (2) e (3) prese assieme implicano che esistono dei buchi immateriali: se ci sono dei buchi, e se i buchi sono oggetti immateriali, allora esistono dei buchi immateriali. Allora, quale posizione dovremmo rifiutare? Potremmo rifiutare (1), che dice che non ci sono degli oggetti immateriali, per sostenere che nel mondo ci sono cose immateriali, tra cui i buchi. Ma questa opzione non è accettabile per Argle, dal momento che è un materialista e non vuole accettare che esistono cose immateriali.

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Potremmo allora rifiutare (2): chi dice che ci sono buchi? Il problema è che diciamo (o cantiamo) cose come queste: “la macchina del capo, ha un buco nella gomma”, e dunque ci riferiamo ai buchi. Quando pronunciamo (o cantiamo) una frase (o un testo), le nostre parole (e forse anche le nostre dita) indicano il buco nella gomma. Se non ci sono buchi, e quindi non c’è nulla che le nostre dita o parole possano indicare, abbiamo bisogno di reinterpretare queste frasi senza fare riferimento ai buchi. Per esempio, potremmo accontentarci di un linguaggio che parla di oggetti perforati, piuttosto che di oggetti che hanno dei fori in quanto tali: “La gomma del capo è perforata”. Ora, non suona come l’originale, ma il significato sembra lo stesso. In questa parafrasi, indichiamo la gomma piuttosto che il buco, e descriviamo quella gomma come qualcosa che ha una forma bucata. È la gomma che è a forma di buco, non ci sono dei buchi nella gomma. Ma ogni verità sui buchi può essere reinterpretata e parafrasata sistematicamente come una verità sugli oggetti perforati? E l’eliminazione della parola ci fornisce davvero una prova riguardo l’esistenza o l’inesistenza della cosa? In genere non pensiamo che se non parliamo di qualcosa, questa cessa di esistere.

Per quanto riguarda l’affermazione (3), che dice che i fori sono oggetti immateriali: possiamo rifiutarla? I buchi possono essere considerati materiali, piuttosto che immateriali? Si tratta del problema principale. Se i fori sono materiali, che tipo di cosa materiale sono? Potrebbero essere considerati degli “ospiti”? No, per ragioni analoghe al motivo per cui i Timbit e i Munchkins non sono i fori stessi. Possono far parte dell’ospite, magari essere il contorno del foro? Forse. Ma quanto è spesso il contorno del buco? Dovremmo prendere un millimetro di spessore della ciambella intorno al foro come foro stesso? Oppure è l’intera larghezza della ciambella, vale a dire, l’intero ospite? O una via di mezzo? Ci sono tantissimi contorni del buco possibili, e sembra che non vi sia alcun motivo per sceglierne uno piuttosto che un altro, lasciando aperta la questione su quale contorno definire e identificare col buco. E se non scegliessimo uno dei contorni, lasciandone una moltitudine, ci sarebbe una moltitudine di buchi, uno per ogni contorno, tutti da qualche parte all’interno della stessa ciambella. Sembra che ci siano troppi buchi in un posto solo! E questo porta anche a ulteriori stranezze. Per esempio, non pensiamo di mangiare il buco di una ciambella quando mangiamo il contorno della pasta che lo ospita, no? Anche questo è un ulteriore spunto di riflessione.

Ma perché mai dovremmo preoccuparcene? Cosa c’è in un buco di così speciale? Ebbene, un caso che cita l’esperto di buchi Achille Varzi, professore di filosofia alla Columbia University, è quello dei buchi nelle schede elettorali durante le elezioni presidenziali americane del 2000. Per dirla con Varzi: “Improvvisamente ci rendiamo conto che il destino degli Stati Uniti, se non quello del mondo intero, dipende dai nostri criteri di conteggio dei buchi”. E per contare i buchi, dobbiamo saperli identificare e individuare, e quindi dobbiamo sapere che cosa sono. Certo, si tratta di un caso insolito. Ma una migliore comprensione di dove si trovano i buchi in una divisione tra materiale/immateriale e cosa/nulla potrebbe colmare una lacuna nella nostra conoscenza della realtà.


Suki Finn è ricercatrice in filosofia presso l’Università di Southampton e lavora al progetto finanziato dal CER Better Understanding the Metaphysics of Pregnancy (Una migliore comprensione della metafisica della gravidanza). La sua ricerca verte anche nei campi della meta-metafisica e della filosofia della logica, e i suoi saggi sono stati pubblicati su diverse riviste di filosofia.

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