Com’è vivere un’intera settimana alla ricerca esclusiva del piacere fisico, come insegnava il filosofo antico Aristippo di Cirene?


di Ilaria Gaspari

[Le settimane filosofiche di Ilaria Gaspari]

Da quando ho deciso di curare le mie nevrosi con la filosofia antica, sono stata già iscritta a due scuole. Prima i pitagorici mi hanno insegnato che le regole hanno molto da insegnarci – compreso qualche escamotage per non seguirle. Poco dopo, il cinismo mi ha riportata con i piedi per terra, vietandomi fantasticherie sconclusionate, esortandomi a non curarmi del mondo e quindi a scrivere a ritmo serrato senza badare agli orpelli. Ma nonostante questi piccoli progressi ho ancora dei problemi da risolvere, e non di poco conto.

Il principale, ora che mi sono decisa a dedicarmi al mio lavoro con dedizione quasi monacale, è che sento di non riuscire mai, e dico mai, a concentrarmi su altro. Anche quando non sto scrivendo, anche quando non sto leggendo e nemmeno cercando affannosamente di far quadrare i conti di lavori pagati con eccessiva elasticità – in tutti i momenti di riposo, insomma – mi sento nella morsa di un’ansia petulante che mi impedisce di distrarmi davvero, di svagarmi sul serio. Credo sia un problema abbastanza diffuso; immagino che colpisca spesso, se non sempre, le persone che come me lavorano da casa. Io personalmente del lavoro da casa abbraccio con entusiasmo le infinite possibilità di abbrutimento, di libertà e di stravaganza; ma soffro molto quella che chiamerei, per  rimanere fedele a questo clima da antica Grecia, la condizione tantalica di un modo di lavorare che, in apparenza anarchico, è in realtà un efficacissimo altoforno di nevrosi e autolesionismo.

Il problema è, in poche parole, che chi lavora da casa è preda di se stesso: può, è vero,  regolarsi come gli pare, mettersi al lavoro all’alba oppure sedersi alla scrivania alle dieci di sera e andare a dormire quando è giorno fatto; può lavorare in pigiama, o in bikini o in un vestito elegantissimo che nessuno vedrà, a piedi scalzi o con i tacchi per collaudare delle scarpe scomode; può interrompersi a sua discrezione, per rispondere a una telefonata o infornare una torta; può lasciare che i suoi pensieri si intreccino con quello che sta facendo, che deve fare, che deve finire e consegnare. Il fatto è, però, che proprio tutta questa libertà sa diventare tormentosa. In me avevo notato, per esempio, l’aggravarsi di un sintomo inquietante: non riuscivo più a godermi niente, che fosse una sera al cinema, un pranzo con gli amici, un picnic, un viaggio in treno, una cena fra innamorati, un romanzo dell’orrore. Per natura scherzosa, bighellona, distratta e soprattutto vittima di una costante ansia di inadeguatezza – il grande detonatore di tutte le abitudini sbagliate e autolesioniste dei procrastinatori seriali – ho sempre pescato a piene mani nella miniera di potenziali distrazioni che è la tipica giornata di un perditempo. Naturalmente, però, tutto questo ha un prezzo, e piuttosto alto: non riuscire quasi mai a distrarsi veramente. Il pensiero del lavoro che si sta rimandando, ma che comunque va finito, avvelena tutti i momenti in cui lo sfortunato perdigiorno non si dedichi diligentemente a quello che dovrebbe – e forse anche, per sfuggire al tormento del senso di colpa, vorrebbe – fare.

È in questo stato d’animo nebuloso, in questo neghittoso esilio dai semplici piaceri della vita, che mi sono iscritta, sentendomi smarrita, alla scuola cirenaica. Una scuola, per la verità, non delle più note, anzi: gli insegnamenti di Aristippo di Cirene, che la fondò dopo essere stato discepolo di Socrate, subirono la concorrenza del sistema epicureo, che certamente è più raffinato e più completo, e si spensero in un vago oblio, e qualche trafiletto sui manuali di filosofia antica. Ma quello che mi affascina, della scuola cirenaica, è proprio la semplicità estrema della sua dottrina. A quanto pare, secondo Aristippo, esiste un’unica certezza e un unico bene: la felicità, che consiste, per la precisione, nel piacere fisico. E non in un piacere da ricercare, corteggiare, progettare, o al contrario da vagheggiare nel ricordo: è solo al presente – piacere presente – che ci si può dedicare.

Filosofia seducente, senza ombra di dubbio, e apparentemente semplicissima. Anche, a pensarci, molto diffusa e contagiosa – ma la tentazione di avventurarmi in riflessioni sociologiche, semiotiche, filosofiche, sono ahimè costretta a stroncarla subito, da vera neofita entusiasta: devo consacrare le mie energie alla sola cosa vera che ci sia –  a distillare il piacere che ogni singolo attimo di vita può offrire!

Mi ritrovo, così, a concentrarmi su infinitesimali esperienze sensoriali; cerco di uscire dal turbine di ansie e angosce e spade di Damocle e tempo che fugge rifugiandomi nell’attimo, provando a non pensare. Il caso vuole che la mia settimana cirenaica coincida con un faticoso, improrogabile lavoro di revisione della versione francese del mio romanzo. Devo dedicarmi alle bozze, correggere parola per parola, accento per accento. Devo frugare fra doppi spazi e virgolette e apici, fra participi che dovevano essere infiniti, congiuntivi imperfetti da riportare al presente. Mi obbligo a cavarne piacere, come vorrebbe Aristippo, che immagino bonario e completamente invasato dalla sua epistemologia tutta di sensazioni. Il piacere, mi insegna il vecchio maestro, non dev’essere però il mio tiranno; devo rimanere padrona di me stessa – scarto dunque le ipotesi più scatenate e dionisiache, e no, non correggerò le mie bozze in stato di ebbrezza come una qualsiasi baccante secchiona. Mi concentro sui gesti: con attenzione faccio la punta alla matita, aspiro il profumo di legno e grafite. Ascolto canzoni francesi, mi immagino in un caffè di Parigi, ma no, sto correndo troppo, sto pensando a un piacere futuro; devo tornare invece al presente, a queste bozze, alla sensazione deliziosa di scoprire un’A maiuscola senza accento e aggiungerglielo con uno svolazzo della mia matita perfettamente temperata. Fermo la  correzione per cucinare pranzetti squisiti, se non altro nelle mie intenzioni; aspiro il profumo del mio basilico, che è tutto in rigoglio sul balcone che Pitagora mi ha liberato dai piccioni. Mi obbligo a non pensare a nulla che non sia quel che sto facendo. Mi sento finalmente libera dall’inquieta oppressione del senso di colpa, dall’angoscia di quello che dovrei fare. Ho persino smesso di enunciare continuamente, per rassicurarmi, interminabili liste di cose che dovrei fare e non faccio. Sono, paradossalmente, più morigerata del solito – non devo essere la schiava di queste benedette, piacevoli esperienze sensoriali che però, alla fin fine, in questa settimana cirenaica compongono interamente la mia vita. La mia vita che pare ora una pubblicità, un succedersi di stucchevoli scenette compiaciute, con colonna sonora appropriatamente francese. Dormo bene, mangio sano, non penso a niente; lavoro meccanicamente. Vorrei scrivere, non riesco: sono troppo presa a spremere da ogni istante il suo semplice, quotidiano piacere, senza però troppe pretese. Riesco, però, a finire la revisione, e la consegno con una puntualità che stupisce anche me.

L’ultima notte faccio un incubo orrendo, quanto di più lontano dai piaceri semplici e sani che mi sono imposta per sette giorni. Sogno di essere divorata da un orologio a cucù. La mattina dopo, nell’alba livida, con le occhiaie, di nuovo, e finalmente un’intera caffettiera da bermi tutta da sola, smodatamente, senza temere tachicardia né ansia, reduce dall’idilliaca settimana cirenaica, posso smettere di concentrarmi sul piacere delle piccole cose e pensare ad analizzare il mio sogno in santa pace. E mi viene in mente quella battuta famosa di Orson Welles: In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.


Ilaria Gaspari, è nata a Milano nel 1986 e si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa. Attualmente vive e lavora a Parigi, dove sta scrivendo una tesi di dottorato. Etica dell’acquario (Voland) è il suo primo romanzo.
In copertina: Experiment 118 (#118), di Mark Ryden.