Com’è vivere un’intera settimana sforzandosi di adottare la prospettiva cruda e disincantata dei cinici?


di Ilaria Gaspari

[Le settimane filosofiche di Ilaria Gaspari]

Qualche tempo fa ho deciso di curare con la filosofia degli antichi il marasma in cui versa la mia psiche di perdigiorno condannata a vivere nell’era della distrazione: essendo una principiante, e non sapendo bene da dove cominciare, per prima cosa mi sono rivolta alla più didascalica fra tutte le scuole, la più normativa – quella pitagorica. Ho ottenuto, devo dire, dei miglioramenti insperati, seguendo per una settimana, pedissequamente, tutti i precetti della gloriosa setta di Crotone. Ma non potevo nascondermi che la strada, al termine di quei sette giorni pitagorici, era ancora lunga; soprattutto, che l’osservanza stretta di certe norme, come ‘non guardarti in uno specchio accanto a un lume’, o ‘evita le strade maestre’, avesse avuto delle ricadute anche spiacevoli sulla mia vita sociale, costringendomi a presentarmi in ritardo a tutti gli appuntamenti, talvolta sfigurata da avveniristici esperimenti di cosmesi al buio. Provateci voi, a spiegare che avete mezz’ora di ritardo perché Pitagora ordina di non prendere che strade secondarie, e a spiegarlo con uno sbaffo di rossetto che obliquamente si arrampica sulla vostra guancia – e quando vi diranno che avete una macchia di rossetto, dovrete poi chiarire che è perché sempre secondo Pitagora non bisogna guardarsi allo specchio accanto a un lume.

Tutti problemi, questi, che ho risolto affidandomi a un’altra scuola filosofica – e non mi riferisco soltanto al ritardo forzato e al patatrac cosmetico, ma proprio all’imbarazzo, alla vergogna, e anche al sincero dispiacere di aver costretto qualcuno ad aspettare invano il mio arrivo mentre mi inerpicavo per stradine sconosciute. Perché, per questa nuova settimana di esercizi spirituali, ho deciso di piegare le mie abitudini, il mio modo di pensare, i miei gesti – e tutto quello che si può, a comando, sottomettere a un’idea o anche a una visione del mondo – ai dettami della scuola cinica.

Stavolta non è facile come con i pitagorici e le loro regole da vecchiette, come le chiamava Giamblico; fortunatamente, nonostante troppi traslochi abbiano sparpagliato la mia biblioteca in una serie di scatoloni ereditati dal circolo Arci vicino all’ultima casa, sono riuscita finora a ricomporre la parte dedicata alla filosofia antica. Così, consultando questi testi, così come Wikipedia (eredità della settimana cinica è anche la sfrontatezza nel confessare che le mie fonti sono un po’ quelle che trovo, e non me ne vergogno), riesco a radunare un mucchietto di precetti che possano fare al caso di una neofita.

Ero sempre stata attratta dalla scuola cinica, ma con la superficialità che riservavo alle dispense di filosofia antica, che, il primo anno di università, mi sembrava non richiedessero un grande sforzo. Nel ciarpame aneddotico che abita la mia memoria, sguaiato mercatino di bric-à-brac da cui attingo molti degli arredi della mia fantasia, ripesco un’immagine con cui mi sono consolata innumerevoli volte, nello scoramento che spesso mi coglie di fronte al saldo del mio conto in banca: quella di Diogene di Sinope, che non portava scarpe nemmeno nel freddo inverno attico e che si guadagnò il soprannome di “Cane” per la singolare scelta di vivere in una botte, e probabilmente anche per la sua abitudine – chissà se reale o figurata – di mordere gli amici per sferzarli, come i cani mordono i nemici.

Naturalmente io non ho il coraggio di vivere in una botte, né di camminare scalza per le strade della mia città – ma del resto, fortunatamente, la scuola cinica ha una precettistica meno dettagliata di quella pitagorica, per cui posso risparmiarmi non solo l’imbarazzo di passare la giornata a quattro zampe in un tino, ma anche quello di trovare un escamotage alternativo. Allo stesso tempo, la sfida è complicata dall’assenza di regole strettamente pratiche: mi toccherà cambiare il mio modo di pensare. Ma la mia recente esperienza insegna che è più facile farlo abituandosi con piccoli trucchetti atti ad assumere certe posture e atteggiamenti. Come se la mia mente fosse un animale (un cane?) e la filosofia cinica il suo addestratore, inizio ad allenarla. Parto proprio dall’immagine di Diogene acciambellato nella sua botte, sarà lui la mia guida. Anche se il filosofo dovesse mordermi, mi insegnerà tutto, visto che sosteneva di saper comandare agli uomini e che addirittura una volta cercò di farsi vendere a un ricco signore di Corinto sostenendo che avesse bisogno di un padrone. Del resto, inizio già a sentirmi incline al cinismo per il fatto che, pur in un modo talmente blando che Diogene probabilmente ne avrebbe ribrezzo, l’idea di una vita filosofica in una botte mi è balenata davanti agli occhi già molte volte, come una sublime consolazione.

Per cominciare il mio percorso cinico, devo per prima cosa bandire qualsiasi ambizione. Ricchezza, potere, fama: durante la mia settimana cinica non devo pensare a niente di tutto questo.

Sembra molto semplice. Fra me e me gongolo, pensando di essere già a mezza strada: fama, gloria, potere, chi li conosce? Non certo io, mi dico soddisfatta. Non so neanche come siano fatti, questi  idoli tutti umani, che non hanno niente a che fare con l’unica vera felicità che devo cercare di sfiorare, in questa settimana: “la felicità che si accorda alla natura, all’amore per gli esseri umani, all’impassibilità verso le vicissitudini”. Sarà dunque semplicissimo non pensarci, mi suggerisce la mia imperdonabile ingenuità.

Sono un’illusa. Sarà faticosissimo, invece. È certamente vero che nella mia vita reale, di gloria e prestigio non ce n’è l’ombra – per non parlare poi della ricchezza, vista la qualità squisitamente precaria di tutte le attività che svolgo. Ma questo non facilita affatto la mia trasformazione in cinica. Proprio perché nella mia vita quotidiana mancano tutte quelle illusorie conferme che il prestigio, da molti secoli, regala alle persone che si impegnano a fondo in qualcosa, io compenso con l’immaginazione. Sgangherate fantasie di riconoscimento, che consideravo del tutto innocue – io in abito da sera, che ricevo un premio di qualche genere, non si sa bene per cosa, ma non importa; io in una vasca da bagno, in mezzo alle bolle, che sorseggio qualcosa di delicatamente inebriante, e non devo preoccuparmi di niente, di niente di materiale – riempiono e a volte consolano i miei momenti di sfiducia. Perché ci vuol pure un piccolo tonico, un microscopico esercizio di risarcimento, di tanto in tanto – o no? Forse no. Mi accorgo con un certo disappunto, nel corso della mia settimana cinica, di quanto vanesia sia questa ricompensa tutta immaginaria che, più sono stanca e sfiduciata, più mi concedo.

Immagino lo sguardo di riprovazione di Diogene, se potesse sbirciare nella mia mente quando va in scena il piccolo spettacolo di marionette della consolazione. Schiaffeggerebbe la me stessa in abito da sera pronta a ricevere il premio indistinto; magari mi mollerebbe pure un morso. Va a finire che inizio a vergognarmi di questa debolezza che fino alla vigilia della settimana cinica pareva davvero una cosa da poco.

Ma anche indulgere esageratamente alla vergogna – che è poi l’altra faccia di quella scadente consolazione da Madame Bovary che mi concedo quando sono troppo stanca – non è un atteggiamento che piacerebbe a Diogene. Dove sono l’autocontrollo e l’autosufficienza che ogni buon cinico deve coltivare? La pianto subito con le mie scenette svenevoli. Cancellate le fantasie auto-consolatorie, non resta che scegliere la strada della lucidità mentale. Devo chiedermi, per la prima volta dopo tanto tempo: in cosa sto spendendo la mia vita? Perché questa sensazione di dissiparmi piano, per chi lo faccio lo sforzo di scrivere, di lavorare? Non per i fantasmi di momenti di meritato e laureato riposo, che non arriveranno mai. Ho sempre paura che Diogene mi azzanni a tradimento un piede, mentre incespico verso quella che mi pare la direzione giusta. Perché in effetti, mi sto liberando. Quel senso di perenne insoddisfazione nasceva forse dal fatto che avevo perso di vista quello che volevo fare – il motivo per cui mi ero impuntata a scegliere questo lavoro ingrato e solitario?

Scrivere è un lavoro che rende poco, che obbliga a grandi fatiche e a molta solitudine. Costringe a scontrarsi continuamente con la propria inettitudine, spinge a smisurate frustrazioni: quello che nella testa sembrava semplice e bello, nella realtà non somiglia quasi mai a quella consolante immagine mentale di perfezione, ed è un bel dispiacere. Perché farlo, allora? mi chiede Diogene con il tipico sarcasmo che solo un cinico può sfoderare di fronte a qualcuno che già sta sull’orlo della disperazione.

Devo pensarci. Ho deciso di farlo perché volevo provare, per quanto potevo, a rendermi più facile accettare quel che non posso cambiare; la vita che mi atterrisce, più tollerabile una volta che viene scritta. Volevo provare a raccontare le cose più singolari, storie immaginate e incorporee quanto le mie stupide fantasticherie – che, scritte perché altri le possano leggere, avrebbero forse perso quella solitudine pietrosa, per diventare qualcosa di semplicemente umano. Volevo che potessero consolare un dolore o che aiutassero qualcuno a finire un pensiero, o qualcun altro a sentirsi meno solo per aver pensato o detto qualcosa di ormai dimenticato; che servissero a qualcuno di sconosciuto e invisibile a ricordare una cosa o a scordarne un’altra – fosse anche una sola persona. Volevo perdermi, annullarmi nelle parole, quando ho iniziato a scrivere. Volevo solo, alla fin fine, sentirmi impassibile alle vicissitudini; e ora sono pronta a riprendere a esercitarmi, e Diogene non mi morsicherà più.


Ilaria Gaspari, è nata a Milano nel 1986 e si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa. Attualmente vive e lavora a Parigi, dove sta scrivendo una tesi di dottorato. Etica dell’acquario (Voland) è il suo primo romanzo.
In copertina: Robert Carroll, The kingdom, Acrilico su cartone, courtesy Pananti