Com’è vivere una settimana obbedendo a regole filosofiche quali non raccogliere oggetti da terra e non poter addentare pagnotte intere?


di Ilaria Gaspari

Stanca della vita che faccio, della fatica che sperpero in attività di cui smarrisco il senso; stufa soprattutto della mia mancanza di disciplina, dell’angoscia del tempo che passa, delle sirene della procrastinazione, del marasma di notizie indecifrabili, della follia del mondo e della sua bruttezza – insomma: nel pieno di una tempesta di nichilismo, una crisi di vocazione, o come volete chiamarla, ho preso una decisione drastica. Mi sarei curata, come gli antichi, con la filosofia.

Ho considerato Schopenhauer, che sembrava fare al caso mio, ma altri tedeschi con grossi baffi e favoriti gli si sono affollati alle spalle e non ho capito più niente – ero persa di nuovo. Ho pensato di provare con gli esistenzialisti, schierati nei caffè con i loro dolcevita neri, ma mi sono subito distratta, pensando all’ironia di portare una divisa di maglioncini che si chiamano dolcevita, e avere della vita un’idea così angosciosa.

Mi ero persa di nuovo. Ancora troppi pensieri, troppe distrazioni; è stato allora che ho capito. Avevo bisogno di esercizi spirituali, non di pensiero speculativo. La confusione era già troppa; troppo forte il richiamo a distrarsi. Dovevo trovare un modo di vivere, non nuove letture da accumulare. Avevo bisogno di un maestro, di regole precise, semplici e magari anche assurde. Dovevo prendermi cura di me, della mia vita in cui il tempo e le abitudini si sgretolavano – e mi serviva una guida.

Così mi sono iscritta alla scuola pitagorica, illustre, e, secondo i miei ricordi universitari, fra le scuole filosofiche antiche la più ricca di precetti pratici – alcuni dei quali incomprensibili; per una settimana, li ho seguiti tutti, per quanto possibile.


Sono quindici, per lo più espresse nella forma di divieti. La prima era quella che ricordavo meglio, per la sua apparente stranezza e per le interpretazioni goliardiche cui si prestava, ai tempi del liceo: “Astieniti dalle fave”.


Anche Giamblico, filosofo neoplatonico che sul pitagorismo scrisse un’opera in dieci libri, sosteneva che quella strana cricca che erano i pitagorici, a chi li avesse ascoltati, sarebbe apparsa come un’accozzaglia di matti.  Parlavano fra loro per enigmi, citando una serie di precetti – tabù tribali e primitivi, secondo Popper – che, dice Giamblico, “nella loro pura espressione letterale somigliano a delle regole da vecchietta, ma che, una volta spiegate, forniscono una straordinaria e venerabile utilità a coloro che le comprendono”.

Vediamo allora queste regole da vecchietta che straordinaria e venerabile utilità mi hanno fornito.

Sono quindici, per lo più espresse nella forma di divieti. La prima era quella che ricordavo meglio, per la sua apparente stranezza e per le interpretazioni goliardiche cui si prestava, ai tempi del liceo: “Astieniti dalle fave”.

Molto semplice da seguire, per me, fin troppo. Non mi piacciono i legumi, anzi, la mia unica idiosincrasia alimentare si concentra proprio su tutte le cosette piccole e tonde: piselli, lenticchie, ceci, fagioli, fave. Mi domando se non sia per via di una mia predisposizione naturale al pitagorismo; mi interrogo su quale trauma possa aver causato in me, ottima forchetta, questa strana ostilità alle leguminose. Non trovo risposta: forse qualche fiaba perturbante? Il fagiolo magico, la principessa sul pisello? Non so – per scoprirlo più dei pitagorici potrebbe aiutarmi l’analista. Ma anche i pitagorici sono stati inaspettatamente efficaci, a loro modo.

Naturalmente, infatti, questa prima regola – così affine al mio gusto e al mio temperamento – nel momento in cui si trasforma in una regola vera e propria mi trova prima sollevata; poi curiosa; e poi riottosa. Improvvisamente desidero assaggiare fave e legumi, come mai l’ho desiderato. Mi chiedo cos’abbiano di tanto straordinario e peculiare, perché Pitagora si sia dovuto prendere la briga di vietarle. Le vedo comparire nei mercati, in questo inizio di primavera. Voglio assolutamente pasteggiare a fave e pecorino! Ma resisto, fino alla fine della settimana. Passata la quale, dal desiderio passo ai fatti. Ho vinto, grazie a Pitagora e al suo presunto divieto, la mia fisima sui legumi. Non sono più pitagorica, ma sono più libera.

Il secondo divieto è più misterioso ancora, se possibile, e induce comportamenti ossessivo-compulsivi, oltre a creare uno spaventoso disordine nella vita e nella casa di una persona goffa e impacciata come me: “Non raccogliere ciò che è caduto”.


Il terzo divieto – “non toccare un gallo bianco” – non posso dire che abbia avuto una grossa incidenza sulla mia vita quotidiana, poiché vivo in città e anche se stessi in campagna dubito che vorrei toccare un gallo bianco – perché, poi?


Non è specificato, nel divieto, che non si possa chiedere aiuto agli astanti; io mi sforzo di non farlo, ma quando mi cade una fetta di pane imburrata, naturalmente dalla parte del burro, sono costretta a farmi dare una mano. Immagino, fra me e me, che questa regola riguardi il fatto che per l’appunto, se ti cade qualcosa che stavi per mangiare poi mangiarla sia fuori discussione. Del resto è una regola del VI secolo, pensata per altri pavimenti. Si rivela oggi un’importante innovazione per me, strenua sostenitrice della legge pasticciona dei cinque secondi – una legge dal dubbio fondamento scientifico, bisogna dire, che recita: se ti cade qualcosa di edibile, ma lo raccogli quasi al volo, se cioè rimane sul pavimento per un tempo inferiore ai cinque secondi, puoi soffiarci sopra (!) e poi mangiarlo: non ti succederà niente di male. Mi rassegno, non raccolgo più niente. Per evitare di trasformare la casa in un trogolaio mi impongo – se mi cadesse qualcosa – di prendere il famigerato scopino con la sua palettina in miniatura; il che mi costringerà a perdere un sacco di tempo, a troppi piccoli gesti noiosi, insomma. Non so bene come fare, combattuta come sono fra goffaggine e pigrizia: sono costretta a fare attenzione, sembra la strategia meno faticosa. Smetto di far cadere tutto quello che prendo in mano; in compenso, concentrarmi così mi fa sentire strana. Mi inebrio del sottile piacere di essere padrona della mia forza di volontà. Questo fino a quando non mi distraggo di nuovo, e sono costretta a cercare lo scopino, eccetera.

Il terzo divieto – “non toccare un gallo bianco” – non posso dire che abbia avuto una grossa incidenza sulla mia vita quotidiana, poiché vivo in città e anche se stessi in campagna dubito che vorrei toccare un gallo bianco – perché, poi?

Invece il divieto numero 4, “non spezzare il pane” di nuovo mi costringe a stare attenta, anche perché va abbinato al 7: “non addentare una pagnotta intera”.

Insomma, questo pane, non lo posso addentare, non lo posso spezzare. Sono costretta a tagliarlo. Di nuovo, devo abbandonare le mie sciatte consuetudini da pigra; inizio a pensare a quante piccole astuzie mi ha spinta l’indolenza, la pura, dolce, infida indolenza. Non riesco davvero a pentirmene fino in fondo, però, sono costretta a rifletterci, a vedere le mie abitudini da perdigiorno come qualcosa che ho acquisito nel tempo, non come una parte di me; sono sempre io, tutta intera, anche ora che mi tocca scegliere da un cassetto un coltello abbastanza affilato, riempire di briciole un tagliere, scuotere via le briciole – e guai a farle cadere per terra.

Il quinto divieto – “non scavalcare le travi” – richiede un certo sforzo di interpretazione: è, mi dico, un divieto pensato per altri pavimenti. Per poter dare un senso alla mia obbedienza a quest’altra regola, decido di far conto che significhi che non devo calpestare le fughe fra le piastrelle. Piccola abitudine, che, ça va sans dire, già faceva parte delle mie segrete manie. Improvvisamente, vedendola legittimata dal regolamento pitagorico, mi rendo conto che è assurdo che, per tutta la vita, io l’abbia osservata. La fine della settimana pitagorica mi libera anche da questo piccolo rituale superstizioso. Di questo passo, le regole mi guariranno?

Le regole numero 6, 8, 9, 10, 13 (“non attizzare il fuoco con il ferro”; “non strappare le ghirlande”; “non sederti su di un boccale” (?); “non mangiare il cuore”; “quando togli dal fuoco la pignatta non lasciare la sua traccia nelle ceneri, ma rimescolale”), pittoresche e affascinanti, occupano le mie fantasticherie e mi spingono a chiedermi senza sosta come siano nate, e cosa davvero possano voler dire; ma applicarle, nella mia prosaica vita metropolitana, è difficile. Quindi va a finire che non arricchiscono di molto la mia esperienza, se non per via puramente immaginativa.

Questo non vale per le restati quattro regole.

La numero 11 (“non camminare sulle strade maestre”) mi ha indotta a lunghissimi pellegrinaggi, a scoprire stradine, a perdermi perché non so usare Google maps. Sono arrivata in ritardo a molti appuntamenti, ma questo succedeva anche prima. Solo che ho potuto sfoderare la scusa della settimana pitagorica; è stato molto utile, anche a farmi guardare come una mentecatta.

La 12 poi – “non permettere alle rondini di dividersi il tuo tetto” – l’ho dovuta purtroppo interpretare non come riferita alle rondini ma ai più comuni e fastidiosi piccioni. Finalmente, dopo mesi di svogliate lotte per il controllo del balcone, mi sono decisa a prendere di petto la questione. Ho comprato i famigerati dissuasori dal ferramenta: niente più piccioni né rondini.

La 14 (“non guardare in uno specchio accanto ad un lume”) ha la conseguenza esecrabile ma interessante di spingermi a mettermi il rossetto, prima di uscire la sera, con la sola luce del corridoio accesa. Non mi vedo, perché sono miope e la luce è lontana; esco e sento che qualcosa non va, un’amica mi fa notare che ho tutto una sbavatura che mi deturpa: è una vera amica, e Pitagora indirettamente me ne ha fornite le prove. Per tutto il resto della settimana non mi metto più il rossetto, senza troppi drammi; mi sento libera dai fastidiosi orpelli della cosmesi. Però poi, trascorsa la settimana, tutta soddisfatta, ricomincio a truccarmi. E provo molto più gusto a pitturarmi generosamente, davanti a uno specchio illuminato.

L’ultima regola, la quindicesima, mi è particolarmente congeniale: “quando ti sfili dalle coperte, arrotolale e spiana l’impronta del corpo”. È un po’ come la faccenda della pignatta, ma riguarda il letto. Fra i miei molti rituali, ho sempre avuto anche la mania di non uscire di casa senza aver rifatto il letto. Guai a scordarselo. Però questa faccenda dell’impronta da spianare, chissà come, la trovo vagamente lugubre. Inizio a riflettere anche su questa mia abitudine; così, ora che la settimana è finita, sono uscita ben due volte di casa con il letto sfatto, e non è piombata su di me nessuna catastrofe. Almeno così mi sembra. Almeno lo spero.

Mi rendo conto che, da questa settimana pitagorica, una piccola lezione l’ho tratta. I miei molti rituali, le cerimonie superstiziose che da tempo immemore mi imponevo per rassicurarmi, stavano lì come minuscole dighe per arginare l’ansia, ma non mi ero mai chiesta come e perché le avessi stabilite. Queste oscure regole antiche mi hanno costretta a riflettere sulle mie abitudini più minuscole; essendo regole venute da fuori, subito ho avuto la tentazione di trasgredirle. Ho tenuto duro per la settimana che mi ero imposta, e poi ho assaporato la nuova libertà. Quando le leggi pitagoriche, per qualche bizzarria della sorte, coincidevano con le mie manie ossessivo-compulsive, ho trasgredito anche alle mie vecchie e insensate leggi.

Insomma, ci volevano queste minuziose regole da vecchietta, per spezzare il cerchio del pensiero magico, e per vincere la pigrizia.


Ilaria Gaspari, è nata a Milano nel 1986 e si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa. Attualmente vive e lavora a Parigi, dove sta scrivendo una tesi di dottorato. Etica dell’acquario (Voland) è il suo primo romanzo.
In copertina: The Demoness Of Urgency Friedrich, di Schroder-Sonnenstern