Perché la solitudine è considerata una “piaga contemporanea”? Le cause sono da ricercare nell’individualismo economico.


In copertina: Virgilio Guidi, Volto, dall’asta Pananti di ottobre


(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)

di Fay Bound Alberti

“Dio, la vita è solitudine”, ha scritto Sylvia Plath nei suoi diari privati. Nonostante tutti i rancori e i sorrisi che ci scambiamo, dice, nonostante tutti gli oppiacei che prendiamo:

quando finalmente trovi qualcuno a cui senti di poter dare la tua anima, ti fermi sotto shock per le parole che pronunci – sono così arrugginite, così brutte, così insignificanti e deboli per essere rimaste a lungo nel piccolo e angusto buio dentro di te.

Nel XXI secolo, la solitudine è diventata onnipresente. I giornalisti la chiamano “un’epidemia”, una condizione simile alla lebbra, una “piaga silenziosa” della civiltà. Nel 2018, il Regno Unito è arrivato al punto di nominare un ministro della solitudine. Tuttavia, la solitudine non è una condizione universale, né un’esperienza esclusivamente interna. Non si tratta di un’emozione unica, ma di un insieme complesso di sentimenti, composto da rabbia, dolore, paura, ansia, tristezza e vergogna. Ha anche dimensioni sociali e politiche, mutando nel tempo in base alle idee in voga su se stessi, su Dio e sul mondo. La solitudine, in altre parole, ha una storia.

Il termine “solitudine” compare per la prima volta in inglese intorno al 1800. Prima di allora, la parola più vicina era “oneliness” (unitidine), che descrive semplicemente lo stato di essere soli. Come per la solitudine – dal latino “solus” che significava “solo” – l’unitudine non era connotata da alcun tipo di sofferenza emotiva. La solitudine o l’unitudine non era malsana o indesiderabile, ma uno spazio necessario per riflettere con Dio o con i propri pensieri più profondi. Poiché Dio era sempre vicino, una persona non era mai stata veramente sola. Saltiamo avanti di un secolo o due, però, e l’uso della “solitudine” – oberata da associazioni col vuoto l’assenza di legami sociali – ha decisamente superato l’idea di unitudine. Che cosa è successo?

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La nozione contemporanea di solitudine deriva dalle trasformazioni culturali ed economiche che hanno avuto luogo nell’Occidente moderno. L’industrializzazione, la crescita dell’economia di consumo, l’influenza declinante della religione e la popolarità della biologia evolutiva hanno sottolineato che ciò che conta è l’individuo – non le visioni tradizionali e paternalistiche di una società in cui tutti hanno il loro posto.

Nel XIX secolo, i filosofi politici usavano le teorie di Charles Darwin sulla “sopravvivenza del più adatto” per giustificare la smania di ricchezza dei vittoriani. La medicina scientifica, con la sua enfasi sulle emozioni e le esperienze incentrate sul cervello e la classificazione del corpo in stati “normali” e anomali, ha sottolineato questo cambiamento. I quattro umori (flemmatico, sanguigno, collerico, malinconico) che avevano dominato la medicina occidentale per duemila anni e avevano diviso le persone in “tipi”, hanno ceduto il passo a favore di un nuovo modello di salute, dipendente dal corpo fisico e individuale.

Nel XX secolo, le nuove scienze della mente – in particolare la psichiatria e la psicologia – sono state al centro della ridefinizione delle emozioni sane e malsane che dovrebbe provare un individuo. Carl Gustav Jung è stato il primo, nei suoi tipi psicologici (1921), a identificare due tipi di personalità: “introverso” ed “estroverso”. L’introversione venne associata al nevroticismo e alla solitudine, mentre l’estroversione alla socievolezza, alla gregarismo e all’autosufficienza. Negli Stati Uniti, queste idee assunsero un significato particolare in quanto legate alle qualità individuali associate all’auto-miglioramento, all’indipendenza e al sogno americano in via di realizzazione.

Le associazioni negative dell’introversione aiutano a spiegare perché la solitudine porti ora con sé un tale stigma. Le persone sole raramente vogliono ammettere di esserlo. Sebbene la solitudine possa creare empatia, i solitari sono stati anche oggetto di disprezzo; coloro che dispongono di forti reti sociali spesso li evitano. È come se la solitudine fosse contagiosa, al pari delle malattie con cui viene associata. Quando la definiamo un’epidemia moderna, contribuiamo a un giudizio negativo della solitudine che può aggravare il problema di fondo. Presumere che la solitudine sia una malattia diffusa, ma fondamentalmente individuale, renderà quasi impossibile affrontarla.

Per secoli, gli scrittori hanno riconosciuto il rapporto tra salute mentale e appartenenza a una comunità. Servire la società era un altro modo di servire l’individuo – perché, come ha detto il poeta Alexander Pope nel suo poema An Essay on Man (1734): “L’amore per se stessi e per la società sono la stessa cosa”. Non sorprende scoprire, quindi, che la solitudine ha una funzione fisiologica e sociale, come sosteneva il neuroscienziato John Cacioppo: come la fame, segnala una minaccia al nostro benessere, nata dall’esclusione dal nostro gruppo o tribù.

“Nessun uomo è un’isola”, scrisse il poeta John Donne con uno spirito analogo, in Devotions Upon Emergent Occasions (1624) – né lo è la donna, che per ognuno rappresenta “un pezzo del continente, una parte del tutto”. Se una “zolla è spazzata via dal mare, l’Europa diminuisce… la morte di qualsiasi uomo mi diminuisce, perché io sono parte dell’umanità”. Per noi inglesi, le osservazioni di Donne assumono un particolare significato alla luce della separazione del Regno Unito dall’Europa, o del narcisismo della presidenza americana di Donald Trump. Ci riportano anche alle metafore mediche: I riferimenti di Donne al corpo della politica che viene distrutto associano la moderna solitudine a un’afflizione fisica, una piaga della modernità.

Abbiamo un urgente bisogno di una valutazione più sfumata della solitudine e delle sue cause. La solitudine è biasimata dai politici perché è costosa, soprattutto per una popolazione che invecchia. Le persone sole hanno maggiori probabilità di sviluppare malattie come il cancro, le patologie cardiache e la depressione, e hanno il cinquanta per cento di probabilità in più di morire prematuramente rispetto alle controparti non solitarie. Ma non è inevitabile nell’essere vecchi e soli – persino nel Regno Unito e negli Stati Uniti dove, a differenza di gran parte dell’Europa, non c’è una storia di assistenza interfamiliare agli anziani. La solitudine e l’individualismo economico sono collegati.

Fino al 1830 nel Regno Unito, gli anziani erano assistiti dai vicini di casa, dagli amici e dalla famiglia, oltre che dalla parrocchia. Poi il Parlamento ha approvato la New Poor Law, una riforma che abolisce gli aiuti finanziari per le persone, a eccezione degli anziani e degli infermi, limitando l’aiuto a chi vive nelle case di lavoro, e considera la diminuzione della povertà come un prestito che viene amministrato attraverso un processo burocratico e impersonale. L’aumento della vita nelle città e la disgregazione delle comunità locali, così come il raggruppamento dei bisognosi in edifici costruiti ad hoc, ha generato delle persone anziane sempre più isolate. È probabile, date le loro storie, che i paesi individualisti (tra cui Regno Unito, Sudafrica, Stati Uniti, Germania e Australia) possano vivere la solitudine in modo diverso dai paesi collettivisti (come Giappone, Cina, Corea, Guatemala, Argentina e Brasile). La solitudine, quindi, viene vissuta in modo diverso a seconda del luogo e del tempo.

Niente di tutto ciò ha come scopo il sentimentalizzare la vita comunitaria o suggerire che non c’era isolamento sociale prima del periodo vittoriano. Sostengo piuttosto che le emozioni umane sono inseparabili dai loro contesti sociali, economici e ideologici. La giusta rabbia di chi è moralmente offeso, per esempio, sarebbe impossibile senza la credenza nel bene e nel male e nella responsabilità personale. Allo stesso modo, la solitudine può esistere solo in un mondo in cui l’individuo è concepito come separato dal tessuto sociale, piuttosto che come parte di esso. È chiaro che l’ascesa dell’individualismo ha corroso i legami sociali e comunitari, e ha portato a un linguaggio della solitudine che non esisteva prima del 1800.

Laddove un tempo i filosofi si chiedevano cosa era necessario per vivere una vita significativa, ora l’attenzione culturale si è spostata verso le domande sulle scelte individuali, il desiderio e la realizzazione. Non è un caso che il termine “individualismo” sia stato usato per la prima volta (in senso peggiorativo) negli anni Trenta del XIX secolo, mentre la solitudine era in ascesa. Se la solitudine è un’epidemia moderna, allora anche le sue cause sono moderne – e la consapevolezza della sua storia potrebbe salvarci.


Fay Bound Alberti è una scrittrice, storica e consulente. Ha co-fondato il Centro per la Storia delle Emozioni della Queen Mary University di Londra, dove rimane una ricercatrice onoraria senior nella storia. Tra i suoi libri ricordiamo This Mortal Coil (2016) e A Biography of Loneliness (di prossima pubblicazione, 2019). Vive a Londra.

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