Il costo esorbitante dell’arte di Damien Hirst (e di tante altre operazioni simili) è riscattato dal suo valore estetico?


di Francesco D’Isa

Fino al 3 dicembre si tiene a Palazzo Grassi, a Venezia, Treasures from the Wreck of the Unbelievable, una magniloquente mostra di Damien Hirst che di sicuro ha avuto un costo altissimo. Quale che sia la sua riuscita, l’evento si situa con coerenza nella poetica dell’artista, spesso incentrata sul rapporto tra arte e denaro. L’opera più esemplificativa a questo proposito è For the love of God, un teschio umano fuso in platino e ricoperto da 8.601 diamanti. Costo di produzione 14 milioni di sterline, prezzo di vendita presso la galleria White Cube di Londra, 50 milioni di sterline.

Tutto ciò suggerisce una domanda difficile, spesso liquidata come indiscreta: lo smisurato prezzo di un’opera come questa è commisurato al suo valore estetico? Insomma, valeva la pena di spendere tutti quei soldi?

Nell’affrontare questa domanda il primo ostacolo è la questione se il valore estetico di un’opera d’arte sia in qualche modo comparabile o traducibile nel suo costo materiale o nel suo valore economico. Ancor più del teschio di Hirst cade a proposito un’altra performance artistica, quando nel 1994 Bill Drummond e Jimmy Cauty distrussero un milione di sterline, ricavato dalla vendita di dischi, gettandolo a mazzette di pezzi da cinquanta in un falò. L’azione, che fu dichiarata artistica, durò circa un’ora e fu documentata in un filmato.


Stimare il valore di un’opera d’arte nelle vite che potevano essere salvate col suo costo sarebbe come voler misurare l’altezza delle montagne in litri.


Si pone anzitutto un problema di carattere etico, ovvero la quantità di dolore che poteva essere eliminato col potere di acquisto di opere simili. Il teschio di Hirst vale le vite che sarebbe stato possibile salvare coi milioni del suo prezzo? Da un punto di vista etico la risposta non può che essere negativa. Il teschio di Hirst non vale una singola vita umana, figuriamoci più d’una. La faccenda però si complica in casi meno estremi; per continuare a usare l’artista britannico come esempio, la sua opera In and Out of Love vale la morte di anche una sola delle farfalle usate per realizzarla? Fatta eccezione per qualche animalista piuttosto estremo, in questo caso ci dimostreremmo più comprensivi, ma da un punto di vista etico la risposta potrebbe (e dovrebbe) essere sempre negativa. Il problema è insolubile e il motivo è semplice: l’ambito etico e quello estetico sono irriducibili. I paragoni  tra questi due campi sono scorretti a priori, perché usano misure diverse (dolore – bellezza) e stimare il valore di un’opera d’arte nelle vite che potevano essere salvate col suo costo sarebbe come voler misurare l’altezza delle montagne in litri.


Lo stile di vita della gran parte di noi implica atroci abomini etici. Il cibo che mangiamo, gli oggetti che acquistiamo, i mezzi con cui viaggiamo, hanno tutti un elevato costo in termini di “dolore altrui”; sia umano, che, in misura ancora maggiore, animale.


La questione etica dunque, sebbene importante, non risponde alla nostra domanda. Non scandalizziamoci troppo però, perché lo stile di vita della gran parte di noi implica atroci abomini etici. Il cibo che mangiamo, gli oggetti che acquistiamo, i mezzi con cui viaggiamo, hanno tutti un elevato costo in termini di “dolore altrui”; sia umano, che, in misura ancora maggiore, animale. La delocalizzazione della sofferenza offusca la nostra sensibilità – il patimento di un operaio del sud dell’Asia o di un animale macellato è sufficientemente lontano dagli occhi per essere ignorato dal cuore.

Si profila ora un altro ostacolo, ancor più insormontabile: com’è possibile stabilire il valore estetico di un’opera d’arte, in modo da equipararlo al suo valore economico? È una domanda sconfinata, che rischia di portarci troppo lontano dalla questione da cui eravamo partiti. Cerchiamo dunque di aggirarla in due modi.

Il primo tentativo è di lasciare la questione su un piano squisitamente monetario. Il teschio di Hirst è costato 14 milioni ed è stato (forse) venduto per 50. Per ogni sterlina investita se ne sono ricavate circa 3,5. Per passare dai diamanti al letame, supponiamo che il costo di produzione della merda d’artista di Manzoni sia di dieci sterline (il contenitore e il pasto necessario a produrre le feci). Una scatola vale circa 100.000 sterline, dunque per ogni sterlina investita se ne sono ricavate 10.000, un investimento decisamente più vantaggioso del teschio. Va detto che questa stima presenta varie imprecisioni: la quotazione della merda d’artista è successiva alla morte dell’autore e per arrivare a una determinata opera ci sono comunque dei costi paralleli, legati al lavoro dell’artista ecc., ma insomma, il calcolo se non altro è fattibile.

Il principale difetto di questo tentativo è che parla del valore economico di un’opera ma non ci dice nulla del suo valore estetico. Purtroppo però, non solo non esiste un metodo affidabile per quantificare il valore estetico, ma non c’è neanche un accordo nello stabilire in cosa consista questo valore. La storia della filosofia offre una moltitudine di risposte diverse, difficilmente riassumibili in un articolo, ma ben sintetizzate nel capitolo sull’estetica di Elio Franzini nel manuale di filosofia a cura Umberto Eco e Riccardo Fedriga La filosofia e le sue storie, L’età contemporanea. Chi scrive aveva azzardato qualche vaga ipotesi in un precedente articolo, in cui si identificava il valore estetico di un’opera nella sua produzione di senso, e, in ultima analisi, nella sua forza persuasiva – ma è meglio non divagare. Affidiamoci alla definizione di valore estetico che più ci piace, o, se non vogliamo pensarne una, ignoriamo la questione. Non solo, osiamo di più. Fingiamo che in qualche modo si possa addirittura quantificare il valore estetico di un’opera, non in sterline, ma in immaginari “punti estetica” (PE).

Bene, diciamo adesso che For the love of God vale 1000 PE. La domanda che ci si poneva all’inizio, se lo smisurato prezzo di un’opera come questa è commisurato al suo valore estetico, non ha ancora risposta. Si può però tradurre in una questione più semplice: con 14 milioni di sterline è possibile finanziare artisti e opere d’arte, emergenti o poco celebri, il cui valore superi i 1000 PE? Credo di sì. E dunque, forse, sebbene il teschio di diamanti sia molto bello, non ne valeva la pena.


Francesco D’Isa  (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.
In copertina: Damien Hirst, For the love of God.