Appunti sul valore di un’opera d’arte.

(ovvero come il possesso di un’opera sia una forma funzionante di cannibalismo)

Se nessuno si stupisce che anche la merda (d’artista) possa valere più di centomila euro, è perché il linguaggio dell’arte è così intrecciato agli svariati ambiti della società umana che spesso è impossibile comprenderlo senza sbrogliare l’intera matassa. Quale sia e soprattutto come si stabilisca il valore di un’opera d’arte però, dal punto di vista sia critico che economico, resta una domanda lecita, che chiunque sia entrato in un museo o in una galleria si è posto almeno una volta. Affidarsi a criteri quali la sensibilità o il gusto dei singoli è una soluzione frequente, ma equivale a sfuggire la domanda appellandosi all’eccessiva complessità delle variabili che portano a un giudizio condiviso – insomma, è poco più di un diplomatico «Boh». D’altra parte chi si incaponisce sulla questione, propone sì dei risultati interessanti, ma ben lontani dall’essere risolutivi.

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Merda d’Artista (Piero Manzoni, 1961)

In omaggio a Karl Rosenkranz e a tutti gli hegeliani che tentavano di classificare qualunque cosa, proponiamo una via di mezzo tra i due approcci (istintivo e critico), ovvero un tentativo quasi naïf di capire cosa ci spinge a voler possedere delle opere d’arte a partire dal significato dell’espressione “valore di un’opera d’arte”.

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Ciao Karl.

Prima di parlare d’arte, dunque, sarà bene capire cosa si intende per VALORE. Il principio per cui nella vita quotidiana si dà valore a qualcosa sembra vincolato per lo più a due fattori: l’utilità e la rarità.

L’oro, ad esempio, è un minerale sia versatile che raro, dunque vale molto. L’acqua è milioni di volte più utile, ma altrettanto comune, per cui il suo valore è minore. È facile immaginare che il valore muti col variare dei due parametri: adesso preferireste un bicchiere d’oro a uno d’acqua, ma non sarebbe così se vi avessero abbandonato in un deserto, per via del cambiamento del parametro rarità.


La rarità del Giudizio Universale di Michelangelo è, a rigor di logica, a pari merito con quella dello scarabocchio che ho appena tracciato sul foglio


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A sinistra, Giudizio Universale (Michelangelo), a destra, Giudizio Universale (Francesco D’Isa)

Lasciamo adesso i beni naturali per tornare all’opera d’arte. Di per certo questa è rara, in quanto frutto dell’unione di circostanze e persone non ripetibili, ma la rarità del Giudizio Universale di Michelangelo è, a rigor di logica, a pari merito con quella dello scarabocchio che ho appena tracciato sul foglio; considerata l’evidente differenza di valore tra le due opere, dovremo dunque affidarci per lo più al secondo parametro, l’utilità. A differenza di altri beni dall’utilità ben definita però, come l’acqua, l’oro, una forchetta o un aereo, l’utilità di un’opera d’arte è assai sfuggente. Escludendo l’uso quotidiano – nessuno orina nella Fontana di Duchamp – all’opera d’arte rimane, forse, la funzione di MESSAGGIO in senso ampio, sia che si parli di un quadro, di una statua, un film o un romanzo. Ogni opera, infatti, esprime un messaggio, che, una volta recepito, ha un determinato effetto. A differenza di messaggi semplici come un foglietto con scritto “ho lasciato le chiavi vicino alla fruttiera”, il Giudizio universale di Michelangelo veicola una moltitudine di sensi e significati difficilmente discernibili, tanto che alla loro comprensione e contestualizzazione lavorano discipline quali la storia e la critica d’arte.

Stabilire l’effetto sul fruitore di questa fitta matassa di informazioni è, se possibile, ancora più complesso; si può però azzardare l’ipotesi che più è alto il valore informativo più il fruitore sarà “catturato” dall’opera. Ecco che ritorna il  vecchio parametro: il VALORE di un’opera è legato alla sua UTILITA’, che, se l’opera è un messaggio, risiede nel VALORE INFORMATIVO della suddetta.

Fountain 1917, replica 1964 Marcel Duchamp 1887-1968 Purchased with assistance from the Friends of the Tate Gallery 1999 http://www.tate.org.uk/art/work/T07573

Escludendo l’uso quotidiano – nessuno orina nella Fontana di Duchamp – all’opera d’arte rimane, forse, la funzione di messaggio in senso ampio, sia che si parli di un quadro, di una statua, un film o un romanzo.


Ogni opera esprime un messaggio, che, una volta recepito, ha un determinato effetto. A differenza di messaggi semplici come un foglietto con scritto “ho lasciato le chiavi sotto la fruttiera”, il Giudizio universale di Michelangelo veicola una moltitudine di sensi e significati difficilmente discernibili.


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Il vero è l’intero!

Le cose si complicano e il nostro proposito di semplicità potrebbe incagliarsi contro lo scoglio della VERITA’, perché il valore informativo presuppone che le informazioni veicolate siano vere. Un concetto temibile, su cui è facile scaricare il valore di un’opera (come di qualunque messaggio), ma che è ancor più difficile da definire. Aggiriamo dunque il problema, senza pronunciarci sulla “VERITA’ della verità”, ma limitandoci a sostituirla con la sua FORZA PERSUASIVA.

È vero che la terra è sferica? È senz’altro una verità molto persuasiva, fondata su molteplici osservazioni e prove; eppure varie migliaia di anni fa sembrava altrettanto evidente che questa fosse piatta, attraverso prove e osservazioni poi rivelatesi meno convincenti. Come una cosa sia più persuasiva di un’altra (dunque più vera) è un questione complessa e interessante, ma per fortuna non è il nostro tema. Tornando all’arte, si può dire che un’opera ha un’influenza persuasiva sul fruitore e che, quali siano le “verità” di cui viene convinto, queste hanno ripercussioni etiche, morali e politiche.


È vero che la terra è sferica? È senz’altro una verità molto persuasiva, fondata su molteplici osservazioni e prove; eppure varie migliaia di anni fa sembrava altrettanto evidente che questa fosse piatta, attraverso prove e osservazioni poi rivelatesi meno convincenti.


Gli esempi più facili da citare appartengono a generi artistici dal carattere dichiaratamente didattico, come l’arte religiosa, quella di regime, la street art, i quadri risorgimentali ecc. Ma anche opere meno esplicite veicolano un messaggio che, se ha successo, influenza i pensieri e i valori dell’osservatore, a loro volta a causa di determinati comportamenti sociali. Il celebre Urlo di Munch, per fare un esempio banale, non somiglia in nessun modo a un manifesto politico, ma instilla nell’osservatore alcuni messaggi (che sintetizzerei col Kurt di Cuore di Tenebra in: «L’orrore! L’orrore!») che potrebbero avere ripercussioni morali e dunque politiche. In breve, tutto è politico ma la politica non è tutto, in quanto qualunque cosa porti a un comportamento ha conseguenze nella società, ma queste non esauriscono il valore e il significato della causa.

Un'opera di Mitrovan Grekov

Un’opera non molto ambigua di Mitrovan Grekov

Non solo; la densità dei messaggi in qualche modo “allena” la mente alla pluralità dei punti di vista e anche se un’opera “non ci convince”, basta che si faccia prendere in considerazione per avere un qualche effetto sulla nostra mente.


In breve, tutto è politico ma la politica non è tutto, in quanto qualunque cosa porti a un comportamento ha conseguenze nella società, ma queste non esauriscono il valore e il significato della causa.


Se, in linea con questo ragionamento, accettiamo che la sua FORZA PERSUASIVA sia un buon criterio per stabilire il valore di un’opera, si rende in un certo qual modo giustizia al suo senso storico, politico, estetico, etico e persino individuale. Si impone però una nuova domanda: dove risiede la differenza tra il possederla e fruirne?

La risposta più immediata tira in ballo una forma di feticismo, se non addirittura di magia: il possesso di un’opera e della forza del suo messaggio coincidono, in una forma di magia simpatetica, come forse la definirebbe l’antropologo Frazer nel Ramo d’Oro. Il possesso di un’opera d’arte, insomma, sarebbe un lontano parente del cannibalismo ai danni del nemico, volto ad assimilarne la forza. Per quanto tale spiegazione abbia una radice antropologica non trascurabile però, non sembra sufficiente a spiegare né un mercato miliardario né una passione piuttosto trasversale a epoche e società.

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Il possesso di un’opera d’arte, insomma, sarebbe un lontano parente del cannibalismo ai danni del nemico, volto ad assimilarne la forza.


Una variante della spiegazione magica è che, in un certo senso, la “magia” funziona: possedere il messaggio comporta un’influenza concreta sulla qualità del medesimo. Chi possiede “il messaggio”, infatti, può deciderne il contesto e di conseguenza mutarne in parte il significato. È il caso della già citata Fontana di Duchamp, che è un’opera in un museo ma tornerebbe orinatoio in un bagno, o di un opera di street art strappata dal muro per essere posta in una galleria d’arte, smettendo per definizione di essere street art. In base al contesto il significato può persino ribaltarsi, proprio come la frase «Vanità, vanità tutto è vanità» assume un senso se letta nell’Ecclesiaste e uno opposto se letta su Vanity Fair – l’effetto in questo caso sarebbe ironico, ovvero un ribaltamento del significato. In un certo senso dunque, chi possiede un’opera ne assimila realmente il potere e può, seppur parzialmente, indirizzarlo. Una responsabilità simile a quella di chi l’opera l’ha creata, se non addirittura più grande, qualora chi la possieda disponga anche di maggiori strumenti per diffonderla (o censurarla). Ma questa è un’altra storia.

di Francesco D’Isa


Francesco D’Isa ha esposto quadri e pubblicato libri, come I., (Nottetempo, 2011), Anna – storia di un palindromo (Effequ, 2014), Ultimo piano (o porno totale) (Imprimatur, 2015), Forse non tutti sanno che a Firenze… (Newton Compton 2015). Dirige L’INDISCRETO e scrive su vari blog e giornali.

 Immagini (c) Wikimedia, Francesco D’Isa.