Cosa succede quando comandano quelli buffi?


di Enrico Pitzianti

Oggi l’ironia sembra essere diventata la chiave retorica che, da Beppe Grillo a Charlie Hebdo e Louis C.K., innova e influenza la comunicazione politica. L’irriverenza nello stile comunicativo in tempi di insofferenza e odio populista verso le classi politiche – il cosiddetto establishment – regala un’apparenza di sincerità ai discorsi di chi percorre questa via.

Questa apparenza di verità è così diffusa che l’Oxford Dictionaries ha scelto come parola dell’anno “post-truth”: aggettivo che denota una circostanza in cui i fatti e l’obiettività sono meno influenti sull’opinione pubblica rispetto a emotività e credenze irrazionali.

Ora che Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti, in occidente sembra che sia il momento di domandarsi quanto i comici e i provocatori siano adatti a occupare delle posizioni di rappresentanza. Ma mentre se ne discute personaggi come Nigel Farage e lo stesso Trump bruciano i tempi e ottengono risultati inaspettati, proprio grazie a una comunicazione sempre più provocatoria, sfacciata, in cui è escluso ogni possibile imbarazzo. Più che dei leader sono dei “creatori di hype” professionisti.

In particolare è l’ascesa politica dei populisti che sembra andare a braccetto con una retorica sempre più legata all’ironia. Di esempi ce ne sono così tanti che è ragionevole immaginare questo mutamento  come un meccanismo utile a non apparire parte di una casta politica  – una caratteristica essenziale per non essere considerati dei politici “professoroni”, pagati da chissà chi e lontani dall’elettorato. Questo trend ha un difetto non da poco: a eleggere coloro che “parlano come mangiano” ci si ritrova con degli ultramiliardari demoscettici al potere, tutt’altro che vicini ai bisogni della cittadinanza. L’Italia ha avuto esempi recenti come quello di Grillo, ma anche Berlusconi rientra agevolmente nella categoria. Lo stato dell’arte lo si coglie a pieno se ci si ricorda di come il senatore a vita Mario Monti, nonostante da tecnico non avesse il peso del mandato elettorale, dovette comunque sottostare all’imperativo ironico fino a trovarsi tra le braccia un cagnolino nel salotto di Daria Bignardi.

Negli Stati Uniti un personaggio come Vermin Supreme (letteralmente “canaglia suprema”) partecipa da un decennio a tutte le primarie democratiche con promesse sempre uguali, come regalare un pony a ogni cittadino statunitense. L’ormai attempato signore fa parlare di sé per lo stivale indossato come cappello, la promessa di viaggiare indietro nel tempo per uccidere Hitler ancora in fasce e la necessità di salvare l’umanità dall’apocalisse zombie. Certo, può sembrare un’assurdità, e lo è, ma il confine tra l’assurdo e il reale è labile.

In Islanda, per esempio, la carriera politica di Jón Gnarr iniziò proprio così: il comico propose provocatoriamente in tv il Besti flokkurinn (Partito Migliore), con la promessa di non onorare nessuna promessa fatta durante la campagna elettorale. Il risultato fu l’elezione di Gnarr a sindaco della capitale islandese. Insomma Vermin Supreme non è il solo a portare l’assurdo in politica. Ma chi è davvero il barbuto signore che si presenta a ogni elezione con lo slogan un voto per me è un voto sprecato”?

Un documentario intitolato proprio Who Is Vermin Supreme? An Outsider Odyssey, diretto da Steve Onderick, ha contribuito a costruire un personaggio politico parodistico e apparentemente folle che continua a ripresentarsi alle primarie democratiche statunitensi, turno dopo turno, rilasciando interviste dal sapore surreale e lanciando coriandoli sugli avversari per, dice lui, “trasformarli in omosessuali”. Ma dietro il personaggio c’è la persona: un attempato e intelligente attore che, con modi simili a quelli del Sasha Baron Cohen di Borat, ha creato una storia emblematica, da una parte uno strumento di critica politica à la Luther Blisset dall’altra un Waldo di Black Mirror. Una storia in cui il confine tra persona e personaggio è spesso assente. Un esempio? Vermin Supreme si chiama davvero così, già nel 1990 se lo fece certificare ufficialmente e da allora fa di tutto perché il suo nome di battesimo non si sappia. Difficile dire dove possa arrivare l’ironia in politica. Probabilmente lontano: quest’anno Vermin Supreme è arrivato quarto alle primarie democratiche dello stato del New Hampshire – dietro nomi come Bernie Sanders e Hillary Clinton, e non lontano da Martin O’Malley.

È una questione strutturale: l’ironia è capace di portarsi dietro, oltre al sapore di novità e di spregiudicata verità, anche un certo seguito, un certo interesse. Proprio l’hype già citato poco sopra. L’ironia infatti non acchiappa solo like nei social, ma è capace di trascinare l’empatia del fruitore anche nei media tradizionali, con la rete che fa da cassa di risonanza sempre più potente. Un personaggio simpatico, già ben prima di internet e dei meme, è visto come un personaggio sincero. Vermin Supreme, oltre che essere un simpatico e capace intrattenitore, è anche e soprattutto “strano”, un weirdo, come spesso viene definito. Un mix di stranezza perfetto se si tratta di rientrare in quello spettro comunicativo e narrativo che sul web spazia dalla figura del troll a quella del provocatore, fino a come è stato definito Vermin Supreme: un meme vivente.

“Ciao, sono Vermin Supreme e vengo dall’internet”, così si è presentato il provocatore fanciullesco e barbuto alla folla sorridente del Cape Ann Film Festival prima della proiezione del documentario sulla sua vita. Onderick, il regista, lo invita a presentarsi e lui accetta, sale sul palco con un passo dell’oca goffo e sornione, sorride, quindi inizia a muovere la mano da destra a sinistra come a parodiare il saluto formale dei capi di stato, il tutto accompagnato da un sorriso volutamente forzato. Tutti in sala lo guardano con ammirazione mista a un pizzico di stupore: è quell’attitudine che si ha nell’ammirare un vip fantasioso e a suo modo unico – ci si siede felici di essere parte di un teatrino in cui la maggior parte dei gesti e delle parole vengono espresse perché esso si palesi come tale. Ruoli e finzione. Ed è proprio questo il messaggio politico: “hey, gente, vi fate prendere per il naso da gesti, frasi fatte e piccoli riti in cui di vero, di concreto, c’è pochissimo”.

Tutto in Vermin Supreme è simpatica e pacata parodia del mondo politico; il suo cappello-stivale è importante perché sono importanti le acconciature e i cappelli dei politici, Trump è solo l’ultimo degli esempi. Lo spazzolino gigante che si porta sempre appresso è il simbolo di una delle sue promesse più longeve, far passare una legge che obblighi tutti i cittadini statunitensi a lavarsi i denti più spesso, è la grande promessa di ogni candidato: il muro messicano di Trump, la caccia agli spacciatori di Duterte e così via. Il gioco è retorico, la grande promessa è talmente ridicola da fuoriuscire dallo standard comunicativo canonico e così viene immediatamente riconosciuta come tale, palesando l’essenza di tutte le altre grandi promesse elettorali. Non è un caso se una delle frasi diventate più celebri nella sgangherata carriera della canaglia suprema è: “You should let me run your life, because I do know what is best for you” (dovreste farmi governare le vostre vite, perché io so cosa è meglio per voi), si tratta, di nuovo, della parodia in versione verità-nuda-e-cruda della politica tradizionale. Un gioco volto a sottolineare e far venire così a galla l’essenza, implicita e sottintesa, del funzionamento politico odierno, basato su rappresentanza, delega e burocrazia. L’effetto istintivo è quello del rifiuto, del fastidio. Come se a sentire le provocazioni di Mr. Supreme scoprissimo di desiderare con forza una rappresentanza diretta, una completa trasparenza e forse finanche un accenno di rancore anti-casta (suona familiare?). Ma è l’effetto del gioco retorico del satiro: indurre un piccolo shock, una reazione “di pancia”, che lascerà poi lo spazio a una riflessione capace di divincolarsi dalle prime impressioni.

Il punto di svolta di questa strana storia c’è stato due anni prima della realizzazione del documentario, era il 2012 e per le strade di Chicago, in Illinois, si respirava tensione mista a lacrimogeni. Potrebbe essere un ricordo offuscato per chi stava da questa parte dell’Atlantico, ma non lo è per molti statunitensi che in quei giorni guardavano preoccupati alla costa ovest del Lago Michigan. Era il ventunesimo giorno di maggio e ad attrarre polizia e manifestanti era il vertice NATO. Gli scontri a tratti furono duri e il movimento noto come Occupy, militanti di sinistra accomunati da idee anticapitaliste e anti-establishment, prendeva forma anche attraverso slogan vincenti come we are the 99%. È in questo humus di traballanti camper hippie, bandane, nervi tesi e bandiere rosso-nere che l’ironia e il situazionismo possono contemporaneamente alimentare la protesta e stemperarne il clima. Vermin Supreme in quell’occasione si fece notare proprio per l’attitudine giocosa e assurda che riuscì a infilare come un cuscinetto in molte piccole situazioni potenzialmente pericolose, ridefinendole. Un paciere, un vecchio giocoso e strambo che da quel ventoso maggio in poi dimostrò di essere una piccola calamita per le attenzioni politiche non solo di un gruppetto di manifestanti, ma di un’intera folla di seguaci – dal giornalista di provincia agli aficionados del partito democratico, dall’appassionato di performancefino a Ted Cruz.

Sono immagini del genere che compongono il documentario sulla canaglia suprema, come quella volta in cui rispondendo a una domanda da parte di una partecipante al Democratic Candidates Presidential Forum del 2012 Vermin Supreme disse che userebbe gli zombie per produrre energia, attraendoli con dei cervelli e convertendo il loro moto attraverso delle turbine giganti.

Se leggendo queste righe la sensazione è quella di non vedere nulla di nuovo nell’ironia del candidato con lo stivale a mo’ di cappello è perché effettivamente “nuovo” non è l’aggettivo più adatto. I già citati Grillo e il comico ex-sindaco di Reykjavík non sono eccezioni isolate, tanto che Wikipedia offre una lista di “frivolous political parties”: l’estone Beer Lovers Party, il danese Union of Conscientiously Work-Shy Elements (che arrivò a prendere più di ventitremila voti ed eleggere un parlamentare) o il Rent Is Too Damn High Party statunitense, fondato da Jimmy McMillan, anche lui perennemente candidato alle primarie e iconico attivista. Più che essere una novità, la storia di Vermin Supreme ci dice qualcosa sui confini e sull’ontologia della materia politica. Queste esperienze si distribuiscono sul confine della discussione politica, ridefinendola, e, nei casi più strutturati, in cui il tentativo di trollaggio è più organizzato, ne dimostrano la complessità coi fallimenti e le dolorose gaffes.

L’Italia non ha nulla da invidiare in termini di giochi e parodie politiche. Gabriele Paolini, per esempio, pur senza la furbizia satirica di Supreme, ha scritto col suo presenzialismo da record un pezzetto di pop politico italiano, si è intrufolato nella routine politica finendo per farne parte, che poi è la stessa sorte di chi nutre ambizioni politiche più importanti. La storia italiana recente ci regala un elenco ricchissimo: il Partito dell’Amore che dell’ironia fece un’arma, ma anche i candidati sindaci come Beppe Maniglia a Bologna e si potrebbe continuare in un’infinita sfilza di piccole o grandi incursioni ironiche nella macchina complessa e burocratica (quindi per alcuni noiosa) della politica. Sono scorrerie, tentativi maldestri di sovversione o scherzi fini a se stessi, marchingegni retorici o vere e proprie proteste – si pensi all’attivismo del collettivo celebre sotto il nome di Luther Blisset o la rincorsa del partito di Grillo e Casaleggio che ci ha mostrato la mutazione profonda necessaria a chi protesta per mettersi al posto di chi un tempo criticava duramente.

Che sia la barzelletta, la satira, l’ammiccamento giovanilista o la parodia, c’è una base comune che lega tutte queste esperienze, seppur diverse, ed è la potenza oramai dittatoriale dell’ironia e dell’assurdo. Il trend che si sta imponendo sul discorso politico occidentale con la ricerca dell’outsider sta rischiando però di far perdere di vista la questione della qualità e delle competenze. Per rispondere a un’economia in crisi, e al generale scontento popolare, si cerca di accorciare le distanze comunicative, dimenticare la complessità dei compiti politici, sperare nella retorica giovanilista e ironica, quella delle “facce pulite dei giovani”. Inutile dire che sarebbe meglio ponderare delle soluzioni strutturali, utili a maneggiare una complessità e varietà del mondo politico-economico che, per quanto la si nasconda dietro slogan e risate, resta lì, granitica, con nuove incombenti sfide da affrontare, come i cambiamenti climatici, la globalizzazione ormai indomabile o la robotizzazione del lavoro.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto, Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.