Maria annaffia le piante secche e ha trovato un metodo per eliminare l’acqua stagnante che resta nei sottovasi di plastica; basta usare una spugna, glielo ha rivelato Tabita, la sua vicina di casa peruviana che veste con stoffe dall’aspetto prezioso per i colori e per la presenza di alcune pietre. Parla inserendo nei discorsi parole che forse inventa e la notte pratica la magia in terrazza, quando sono visibili alcune stelle oppure la luna ha una certa forma. Per vivere Tabita accudisce una coppia di anziani e la mattina è impiegata presso la mensa universitaria ma non parla mai del lavoro, non si lamenta e non dice mai niente di sé.

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Maria ha comprato le camelie a metà dell’inverno e il rododendro a inizio febbraio, sono piante difficili da gestire, così si è convinta e poi non hanno odore, niente a che vedere con le rose di sua madre, con le coltivazioni di timo che circondavano il bosco dei castagni. Timo, rose rosse, menta, rosmarino, salvia. Era una filastrocca ripetuta infinite volte nelle sere di agosto quando con gli altri bambini si avventurava fino in fondo al bosco, nella Fonda, come la chiamavano gli abitanti di Casellina. Una filastrocca oppure una conta, che sostituiva l’Ambarabaciccicoccò nel decretare chi dovesse contare a nascondino o dovesse cominciare il gioco delle penitenze.

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Non aveva mai provato pietà per quelle bestie sgraziate e sporche di fango, le loro grida disperate, la scia di sangue che dal capanno arrivava fino alla soglia del pollaio non l’avevano mai impietosita.


Maria non ricorda quante volte la signora del negozio le ha detto di annaffiare le piante, forse una volta al giorno o era una volta a settimana?

* * *

Al reparto è arrivato un nuovo dottore, avrà nemmeno trent’anni, è molto gentile e ha un bel sorriso. Lei ha risposto a tutte le domande che le ha fatto sui casi più critici, sulle pazienti più problematiche. Col suo tono di voce migliore lei ha elencato tutte le donne che avevano da poco abortito e i casi familiari più degradati.


Dopo tanti anni Maria fa ancora il lavoro che aveva deciso di fare da ragazza e per cui aveva deciso di andarsene di casa, da quella che chiamava la sua vita provvisoria. Voglio far nascere i bambini aveva detto prima di partire.


Dopo tanti anni Maria fa ancora il lavoro che aveva deciso di fare da ragazza e per cui aveva deciso di andarsene di casa, da quella che chiamava la sua vita provvisoria. Voglio far nascere i bambini aveva detto prima di partire. Da sempre la nascita l’aveva stregata più della morte, quando aveva visto per la prima volta venire alla luce un vitello nella stalla era rimasta a bocca aperta ed era scoppiata in lacrime. Questo non era mai successo quando aveva assistito all’uccisione dei maiali che suo padre ogni anno aveva condotto a morte nello stanzino degli attrezzi con la complicità dei suoi fratelli. Non aveva mai provato pietà per quelle bestie sgraziate e sporche di fango, le loro grida disperate, la scia di sangue che dal capanno arrivava fino alla soglia del pollaio non l’avevano mai impietosita.

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Falce, sega, cappio, legno, chiodo, lupo nero.  Un’altra filastrocca per i giochi fatti al buio della stanza delle mele, quella in cui venivano stipate cassette di legno piene di frutta da far maturare all’epoca in cui sua madre ancora le legava i capelli in due piccole code bionde. Di quei giochi e di quei silenzi rotti dalle risatine nervose di bocche infantili non voleva più ricordare, anche se a volte aveva l’impressione di risentire l’odore stantio di quelle mele avvizzite. Non sei tanto bella e neppure intelligente come i tuoi fratelli, ma sei tanto buona le diceva sua madre mentre lei preparava la cena della vigilia.


Non sei tanto bella e neppure intelligente come i tuoi fratelli, ma sei tanto buona le diceva sua madre mentre lei preparava la cena della vigilia.


Al collegio aveva portato i pochi abiti con cui si sentiva a suo agio, una foto di lei bambina per mano con la madre davanti al fienile e un’altra di quando aveva tredici anni e stava in riva al mare di Riccione con un’amica di cui non ricordava il nome. Portò poi una conchiglia comprata al mercato del paese di quelle da cui si dice si possa sentire il rumore del mare soltanto accostandola all’orecchio.

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Lasciata la casa del “Bà”, come aveva sempre chiamato suo padre, nonostante le preoccupazioni espresse in precedenza, i suoi fratelli si accontentarono del tutto a posto che lei forniva in occasione degli auguri di Natale e Ferragosto. Tutto era via via sfumato: i volti baffuti dei fratelli, quelli delle loro mogli e dei bambini messi al mondo di fretta, senza pensarci. Maria non aveva assistito alla nascita di nessuno dei suoi nipoti e anche se ne conosceva i nomi e li aveva visti neonati nelle foto che le erano state di volta in volta recapitate, non era mai voluta tornare al paese per vederli dal vivo. Quella era solo la mia vita provvisoria si ripete la sera stesa sul divano quando i volti, i giochi e gli smarrimenti d’infanzia fanno capolino alla sua memoria e la rendono inquieta tanto da farla alzare e andare verso il frigo per cercare qualcosa che non c’è, dirigersi poi verso la dispensa e alla fine tornare a mani vuote sul divano per impugnare come unica arma di difesa il telecomando graffiato dalle molte cadute.


Quella era solo la mia vita provvisoria si ripete la sera stesa sul divano quando i volti, i giochi e gli smarrimenti d’infanzia fanno capolino alla sua memoria e la rendono inquieta tanto da farla alzare e andare verso il frigo per cercare qualcosa che non c’è.


In diciannove anni quanti bambini ho visto nascere? Mille? Di nessuno ricorda il nome e di nessuna madre ricorda la storia, le cose che si sono dette in quei momenti. Che cosa vale la pena di ricordare si chiede? Cosa c’è che non sia provvisorio?

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Ma i ricordi non sono sempre un tormento, a volte si sorprende a sorridere mentre ripensa alle sue mani che afferrano le more tra i rovi e le depositano nel grembiule, oppure al grido di gioia che non riuscì a trattenere quella volta che scoprì una fungaia inattesa e ricchissima.

La passione per il lavoro a maglia l’ho recuperata da poco dice una sera a Tabita, mi piace molto, invece cucinare non mi piace, forse perché ho dovuto farlo così spesso da bambina.

Tabita a volte la invita a cena e dopo mangiato fanno le carte per capire le cose del passato e svelare il futuro. Maria la prima volta ha portato una bottiglia di vino ma Tabita le ha confessato di essere astemia e che se voleva piuttosto poteva portare delle arance. Di solito si incontrano quando la luna porta gli influssi giusti per la magia o le preghiere agli angeli custodi. Gli angeli hanno tutti nomi molto complicati che Maria ogni volta deve ripassare sul libro dell’amica a cui adesso ha chiesto una magia speciale.


Ma i ricordi non sono sempre un tormento, a volte si sorprende a sorridere mentre ripensa alle sue mani che afferrano le more tra i rovi e le depositano nel grembiule, oppure al grido di gioia che non riuscì a trattenere quella volta che scoprì una fungaia inattesa e ricchissima.


Ogni tanto la mattina quando si sveglia presto Maria ama farsi la treccia seduta di tre quarti davanti allo specchio, si trucca sempre poco però, soltanto rimmel e la domenica un po’ di fard.

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Le estati in città sono così calde che si intrecciano perfino i pensieri, a questo caldo pensa che non si abituerà mai, le notti di agosto sono travagliati concerti di sirene d’ambulanza o maratone di programmi televisivi  di cucina, preparativi di matrimoni e televendite di macchinari per il fitness.

Forse dovrei comprare i macchinari per fare ginnastica, mettermi in forma, forse dovrei comprare un letto a due piazze per avere meno caldo e diluire i pensieri, in attesa che inizi la vita vera, la bella copia.

No.

Al Ba’ avrebbe fatto piacere che anche tu avessi avuto dei figli le ricorda una volta al telefono suo fratello Senofonte. Ma ormai per lui è troppo tardi e anche per te. Pensavi di far pari facendo nascere i figli degli altri?

No.

Devi trovarti un brav’uomo Maria. Così le diceva sempre sua madre. Non sei tanto bella e nemmeno intelligente… Ma quella era la vita provvisoria e non contava più, il brav’uomo però non c’era stato, per un attimo ripensa al dottore nuovo e al suo sorriso poi va verso la dispensa dove ricorda ci sono ancora i biscotti al cioccolato comprati a Natale e che non sembrano scaduti.

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Ci sono cose a cui Maria non vuole rinunciare, come la passeggiata in centro il sabato sera e la cena al ristorante La Botola dove può mangiare seduta al bancone e osservare Michele, il pizzaiolo mentre  stende e farcisce l’impasto, può ascoltare le sue storie di scommesse sui cavalli, sui periodi neri in cui perde tutto e su quando invece si rifà e allora riesce a trovarsi anche la fidanzata. In queste sere, dopo cena, per tornare a casa Maria si concede di chiamare un taxi e si sente una regina; seduta dietro osserva attraverso il finestrino la vita notturna della città in procinto di esplodere: giovani agghindati, le luci delle insegne dei locali, le voci eccitate delle americane in tacco e minigonna, coppie che camminano di slancio dirette chissà dove, uomini con la cravatta di seta e lo sguardo sicuro che sembrano aver capito tutto della vita.

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Tutte queste persone, pensa Maria, non sanno niente della sua vita provvisoria. Non sanno della raccolta delle castagne in ottobre, dell’odore della nepitella, della fontana grande a tre chilometri di bosco da casa e delle corse che doveva fare per scappar via dalle fate e dalla strega del mulino nero. Non sanno delle lucciole nella radura dei ranocchi, del ponte di legno dove accompagnava a pescare suo zio Egisto e non sanno delle sue mani callose, della schiuma bianca che aveva sempre agli angoli della bocca. Non lo sanno che la tosse secca del nonno era il preludio alla punizione nello sgabuzzino dei topi dove c’era odore di muffa e fiori morti. La mia vita provvisoria, pensa la regina Maria seduta in taxi. Poi me ne sono andata, per far nascere i bambini e questa è la mia vita vera si dice.


Tutte queste persone, pensa Maria, non sanno niente della sua vita provvisoria. Non sanno della raccolta delle castagne in ottobre, dell’odore della nepitella, della fontana grande a tre chilometri di bosco da casa e delle corse che doveva fare per scappar via dalle fate e dalla strega del mulino nero.


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Una sera dal taxi vede il dottore nuovo col suo sguardo gentile che cammina come senza peso e tiene per mano una donna bionda con gli occhiali d’osso e le gambe da cerbiatto. La magia di Tabita non ha funzionato e in tv non c’è proprio niente. Maria apre lo sportello del mobilino in radica che sta accanto al divano e cerca qualcosa dietro le bottiglie di liquore.

Una vita vera un po’ dovrebbe assomigliare a quella delle attrici pensa mentre si guarda ancora un’ultima volta allo specchio, altrimenti tanto valeva restare là, dentro la vita provvisoria.


Luca Saracino è
a) Nato a Fiesole nel 1980. Laureato in letterature comparate, vive e lavora a Firenze. Ha pubblicato le raccolte di racconti Prima del capolinea (2012) e Silenziosamente (2014) con Edizioni della Meridiana. Dal 2008 al 2015 ha scritto su Siamelli, blog di cui è cofondatore. Da Febbraio 2015 scrive sulla rivista on line L’irrequieto. Da gennaio 2016 scrive sul suo nuovo blog, Dinosauri.
b) Un pettine.
Testo e fotografie (c) Luca Saracino.