Il futuro fa paura a tutti e le notizie evidenziano ovunque violenza e “nuove emergenze”. Anche l’intrattenimento, con serie TV come Black Mirror e Westworld, ci racconta di un imminente futuro distopico, violento e allucinato. Ma le cose stanno diversamente: la violenza è in calo e il futuro promette bene.


di Enrico Pitzianti

A volte ci sono dei cambi di prospettiva radicali nel come si osserva la storia. Degli eventi che sembravano essere in un modo cominciano di colpo a essere letti all’opposto. La guerra fredda, ad esempio, può essere anche vista come un periodo pacifico. Perché? Semplicemente perché lo fu. La contrapposizione tra il blocco sovietico e quello occidentale si mantenne in equilibrio per decenni, e nonostante minacce, spionaggio, scontri indiretti e frizioni diplomatiche non ci fu la tanto temuta guerra. Nessuno scontro atomico tra le due superpotenze. Anzi, probabilmente fu questo progressivo armarsi e mantenersi tecnologicamente al passo con l’avversario da parte dei due blocchi che permise quella che a tutti gli effetti fu una “pace fredda”. Basti pensare che  alcuni sociologi e studiosi politici, commentando la situazione geopolitica di quel periodo, fanno riferimento a quel millimetrico equilibrio tra nemici addirittura come a un modello per una possibile soluzione agli scontri tra gruppi sociali. Da questa prospettiva la corsa agli armamenti, per quanto possa sembrare assurdo, è servita a mantenere la pace, perché l’esistenza di due blocchi ugualmente armati e pericolosi ha reso sconveniente per entrambi  attaccare l’avversario. Possibile che il pessimismo e la preoccupazione che pervadeva la società in quel periodo fosse ingiustificata? Col senno di poi, forse sì.


Si potrebbe andare avanti a lungo nell’elencare le atrocità contemporanee, per trarne come naturale conseguenza che il mondo di oggi è un gran brutto posto. Un pensiero inevitabile. E se invece, a dispetto dell’istinto, dopo quest’elenco si affermasse che questa è l’epoca più pacifica mai vissuta dalla specie umana?


Oggi le preoccupazioni dovute ai conflitti – reali come potenziali – non sono certo scomparse. In questi giorni le notizie provenienti da Aleppo parlano di “strage di bambini”, a partire dalla fine dello scorso settembre i bombardamenti degli ospedali e le conseguenti morti di civili sembrerebbero essere aumentate drasticamente. Le statistiche sono difficili da verificare, ma stando a un report pubblicato da SCPR  si parla di 470 mila morti negli ultimi cinque anni di guerra civile. Se è vero che le proporzioni aiutano a farsi un’idea delle dimensioni della strage, si pensi che un cittadino siriano su dieci sarebbe stato ferito o ucciso.

Ma la Siria oggi non è l’unico teatro di guerra, c’è lo Yemen, l’Iraq, l’insorgere delle violenze da parte dei gruppi armati come Boko Haram in Nigeria, Camerun, Niger e Chad, e poi ancora la frammentazione della Libia con le incursioni del Daesh, gli scontri in Somalia che nel solo 2016 hanno causato più di quattromila morti e così via fino ad altre guerre particolarmente sanguinose, come la Drug War messicana che ha causato quest’anno quasi settemila morti.

Si potrebbe andare avanti a lungo nell’elencare le atrocità contemporanee, per trarne come naturale conseguenza che il mondo di oggi è un gran brutto posto. Un pensiero inevitabile. E se invece, a dispetto dell’istinto, dopo quest’elenco si affermasse che questa è l’epoca più pacifica mai vissuta dalla specie umana? Probabilmente suonerebbe come una follia. Eppure è una tesi che sostengono in molti e ci sono buone ragioni per rifletterci; potrebbe essere uno di quei casi in cui la prospettiva storica finisce per ribaltarsi.

Quasi dieci anni fa, su New Scientist, prestigiosa rivista scientifica statunitense, ci si chiedeva se il mondo stesse andando meglio o peggio rispetto al passato. La conclusione fu che le cose sembravano decisamente migliorare: la mortalità infantile, l’estrema povertà e l’accesso all’acqua, solo per fare alcuni esempi, sembravano confermare che la prima decade del nuovo millennio sia stata migliore della precedente.

Insomma, un trend contrario all’andazzo politico molto diffuso del “dove andremo a finire” cominciava ad affermarsi in modo importante, tanto che nel 2010, un articolo di Charles Kenny su Foreign Policy titolava Best. Decade. Ever. Letteralmente: “il miglior decennio di sempre”.  Paragonando il primo decennio del nuovo millennio alla decade precedente Kenny scriveva:

La percentuale di PIL globale investita in spesa militare è oggi la metà di quella degli anni ‘90. In Europa il budget annuo per spese militari è sceso da 744 miliardi di dollari della fine del millennio ai 424 miliardi di dollari del 2009.

Quando Kenny parla della miglior decade di sempre si riferisce anche, o forse soprattutto, all’aspetto economico:

Nel 1990 circa la metà della popolazione globale viveva con meno di un dollaro al giorno, nel 2007 la percentuale è scesa al 28% e continuerà a diminuire nei prossimi anni. Questo è perché la recente crisi economica, e il momentaneo stallo di crescita del benessere, è stata solo una pausa rispetto a una crescita costante del PIL.

E ancora:

Il reddito medio nel mondo è al suo massimo storico, circa 10600 dollari all’anno – ed è aumentato di ben un 25% dal 2000 a oggi. Circa 1,3 miliardi di persone vivono oggi con più di 10 dollari al giorno, cosa che suggerisce una continua espansione della classe media su scala globale. Una notizia ancora migliore è che la crescita è stata più rapida in paesi in via di sviluppo come l’Africa sub-sahariana.


l’evento più violento mai avvenuto nella storia umana non è, come si potrebbe pensare, la Seconda Guerra Mondiale, ma la ribellione di An Lushan, avvenuta in Cina nell’ottavo secolo.


Stando a questo grafico Charles Kenny sembra aver avuto ragione: nonostante alcuni rallentamenti il PIL globale pro capite sembra aumentare costantemente. Eppure nonostante i dati sulla diminuzione della spesa in armamenti la crescita globale del PIL il dibattito “ottimista” su scala globale decolla per davvero solo un anno dopo. È il 2011 e Steven Pinker, psicologo e cognitivista americano già professore a Harvard e noto per pubblicazioni come How the mind works (Penguin, 1997) pubblica The Better Angels of Our Nature: Why Violence Has Declined. La tesi è che la violenza sta progressivamente diminuendo sin dall’inizio della storia umana. Leggendo i dati riportati nel libro e osservando i grafici si nota immediatamente come la tesi sia molto ben argomentata, settecento pagine in cui ogni affermazione è supportata da dati, una mole enorme di statistiche e frequentissimi riferimenti all’archeologia forense, oltre che un lungo elenco di molte delle più ovvie obiezioni alla tesi, prese in considerazione in anticipo e contro-argomentate lungo tutto il testo, soprattutto in riferimento al metodo. Per esempio, per relazionare due eventi violenti avvenuti in periodi storici diversi è necessaria un’operazione fondamentale: quella di non considerare il numero di morti in assoluto, ma relazionare il numero delle vittime di un evento storico con quello della popolazione mondiale di quel periodo. Da questo punto di vista, l’evento più violento mai avvenuto nella storia umana non è, come si potrebbe pensare, la Seconda Guerra Mondiale, ma la ribellione di An Lushan, avvenuta in Cina nell’ottavo secolo. Evento che provocò 36 milioni di morti, ma che se paragonati alla popolazione mondiale dell’epoca è come se nel novecento fossero morti in 429 milioni.

Il lavoro di Pinker nasce in un contesto neopositivista molto ricco. Nello stesso 2011 infatti viene pubblicato Winning the War on War: the Decline of Armed Conflict Worldwide del professore di relazioni internazionali Joshua Goldstein – testo dove si descrive il ventennio 1990-2010 come l’era più pacifica della storia. Oppure Retreat from Doomsday: The Obsolescence of Major War scritto già nel 1989 da John Mueller sulla lenta scomparsa della guerra come strategia politica. Entrambi testi che hanno goduto di nuova luce dopo il successo di Pinker.

A osservare i dati la linea di tendenza sembra chiara: la violenza sta diminuendo e con buona probabilità questi sono gli anni più pacifici della storia umana. Le guerre e i genocidi sono al minimo storico, ma anche gli omicidi, le discriminazioni basate sul genere, sulle preferenze sessuali e sull’etnia e le restanti violenze non sono mai state così poco numerose. Il trend è costante, anche se non è detto che si mantenga tale in futuro.

Ma Pinker dice di più: questa diminuzione sarebbe frattale, in altre parole esisterebbe se si osservano i dati degli scorsi millenni, ma anche degli ultimi secoli e di questi ultimi decenni.

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Pinker cita una prima sostanziale diminuzione della violenza in corrispondenza del passaggio dalle società tribali alle prime società statuali. Durante questo periodo – cominciato circa cinquemila anni fa e in molte parti del mondo mai concluso – ci fu un passaggio storico nei comportamenti violenti, con la delega di questi ultimi a un’autorità terza, lo stato. Secondo Pinker il concetto di ordine statale ha molto a che fare con la violenza: gli anni settanta in Europa, per esempio, sono riportati nel testo come esempio di crisi statale che ha prodotto un ritorno, seppur momentaneo, della violenza. Gli anni di piombo come parziale interruzione della delega dell’uso della forza, un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni che ha messo in crisi il cosiddetto diritto di coercizione.

Il processo di cessione della violenza verso organizzazioni protostatali viene definito da Pinker, prendendo spunto da una definizione del sociologo Norbert Elias, “di civilizzazione”.

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È facile immaginare che Pinker abbia ragione in merito al passato recente. Le guerre di oggi sono evidentemente meno violente della seconda guerra mondiale. Il discorso continua a sembrare credibile fino al medioevo, epoca certamente più violenta di quella che vi è succeduta, quella dell’affermazione degli stati. Ma come fare a dimostrare che la violenza di questo periodo fosse minore rispetto a quella, ad esempio, dei cacciatori-raccoglitori? Difficile, anche perché, nel sentore popolare, queste sono le popolazioni pacifiche per antonomasia. Pinker ci prova e lo fa riportando racconti e dati raccolti da diversi antropologi e studiosi del periodo pre-statale – alcuni davvero sorprendenti per la ferocia dei protagonisti. Razzie, infanticidi e stupri di massa, che Pinker sostiene statisticamente rappresentativi, e quindi scientificamente validi, grazie all’antropologia e all’archeologia forense. L’antropologia è utile a Pinker per via delle osservazioni dei comportamenti delle popolazioni di cacciatori-raccoglitori al giorno d’oggi che hanno permesso di stimare i tassi di omicidio e le percentuali di decessi a causa di scontri. L’archeologia forense, invece, ha permesso di tentare lo stesso tipo di stima tramite il rilevamento e la catalogazione dei reperti ossei delle popolazioni nomadi o seminomadi come, appunto, i cacciatori-raccoglitori.

Le stime derivanti dalle ricerche antropologiche incrociate con quelle derivanti dalle analisi di archeologia forense hanno permesso di stimare una media del 20% di morti violente. Addirittura una morte su cinque avveniva per cause violente. Se la percentuale di per sé non impressiona si pensi che oggi, in Europa, la media annua è di una morte violenta ogni centomila individui. Una bella differenza. A conferma della tesi di Pinker nel corso del XX secolo morì di morte violenta il 3% della popolazione mondiale e nel Messico pre-colombiano, quello dell’impero azteco, la percentuale di morti violente è stata stimata al 5%. Insomma, il trend sembra essere stato costante.


Col passare del tempo il tasso di probabilità di morire di una morte violenta è sceso inesorabilmente fino ai giorni nostri, dove in Europa, la percentuale è addirittura inferiore a una morte violenta all’anno ogni centomila abitanti.


Sempre a proposito di questo processo di civilizzazione Pinker sottolinea come tale evoluzione vari sensibilmente da zona a zona del pianeta, ma si possa comunque considerare globale: in Europa ad esempio tale processo è particolarmente evidente e ben documentato, è sufficiente osservare le stime delle morti violente nell’ultimo millennio in costante decrescita. In altri continenti invece il processo sarebbe cominciato più tardi e in altre parti non ancora avviato. Nello specifico la violenza sarebbe diminuita perché sempre meno conveniente: con l’avvento di stati sempre più grandi ed efficienti nel conservare il monopolio della violenza le scorribande da parte di gruppi armati ai danni dei propri vicini, come tra ducati e contee, si fecero sempre più rare.

Gli omicidi hanno visto la stessa inesorabile diminuzione. I dati del processo di civilizzazione evidenziano che in Europa il tasso di omicidi è sempre stato in diminuzione – “sempre”, va specificato, da quando i dati permettono di ricostruire gli eventi e trarne delle stime. Soprattutto dal XII secolo in poi. Anche nel caso degli omicidi c’è in gioco la poca convenienza di uccidere e la sempre maggiore certezza della pena, ma c’è di più. Ci sarebbe una vera e propria evoluzione culturale da parte dell’uomo, sempre più sensibile ed empatico, sempre meno avvezzo alla violenza, ma a quest’evoluzione ci torniamo tra un attimo. L’affidabilità dei dati storici sugli omicidi è un punto fondamentale: più si va indietro nel tempo meno sono affidabili, ma mettendo insieme molte statistiche di molti luoghi e tempi diversi è possibile ottenere un ventaglio di dati convincente.

Col passare del tempo il tasso di probabilità di morire di una morte violenta è sceso inesorabilmente fino ai giorni nostri, dove in Europa, la percentuale è addirittura inferiore a una morte violenta all’anno ogni centomila abitanti.

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La mole di dati mostrata nel testo è il pilastro principale del best seller di Pinker, nonché la ragione per cui a distanza di cinque anni dalla sua prima pubblicazione rimane il lavoro più interessante e solido sull’argomento.

Il divulgatore americano, oltre ad analizzare i dati su guerre e omicidi, si impegna a ricostruire un quadro generale dell’epoca storica in cui viviamo. Muovendosi tra la filosofia politica e la world history, il risultato è un tentativo di illuminare la contemporaneità sotto una luce razionalmente ottimista che prende spunto dal lavoro di pensatori secondo l’autore “sottovalutati” – su tutti Hobbes e Peter Singer.

Non solo l’avvento della delega della violenza ha fatto sì che gli omicidi siano enormemente diminuiti e le guerre e le violenze abbiano subito la stessa sorte, ci sono anche altre ragioni per cui la violenza è diminuita: dall’invenzione della scrittura in poi l’umanità ha intrapreso un cammino di costante aumento della conoscenza e poi dell’istruzione. Cammino che ha reso gli esseri umani sempre più consapevoli di ciò che li circonda e quindi sempre più empatici. L’essere informati su come è fatto il mondo, il graduale aumento dell’istruzione ha fatto sì che si andasse verso la parità di genere, verso un crescente rispetto per le persone LGBTQ e così via. Due implicazioni che volendo possiamo schematizzare così:

Aumento dell’istruzione —> Aumento dell’empatia —-> Diminuzione della violenza

L’analisi di questi trend è forse il passo più audace dell’opera di Pinker: l’idea è che, in media, siamo le persone più istruite e civili che abbiano mai abitato questo pianeta. E questo ha avuto un impatto tale che oggi il livello di empatia e altruismo è al suo picco massimo. Un esempio è il vegetarianesimo, sempre più diffuso, istituzionalizzato e da vedere come l’onda lunga della volontà sempre maggiore di allontanarsi dalla violenza in ogni sua forma. Milioni di persone, grazie a una sicurezza economica e sociale assodata, possono concentrarsi sull’evitare il più possibile la sofferenza altrui, compresa quella delle altre specie. Ciò che oggi ci sembra normale, quasi banale, come il vegetarianesimo, è in realtà il prodotto di un lungo processo di aumento della sensibilità. Un processo per niente scontato: un progressivo sostituire l’istinto violento col raziocinio.

Questa umanità contemporanea iper-empatica è, sempre secondo il cognitivista statunitense, frutto di una vera e propria evoluzione. C’è stato un processo di selezione di cui è possibile osservare gli effetti.

Est della città palestinese di Ramallah, 2006. Oded Balilty

Est della città palestinese di Ramallah, 2006. Oded Balilty

Quando ho deciso di leggere il libro di Pinker l’ho fatto pensando che a prescindere dalla qualità dell’argomentazione della tesi di fondo resta comunque l’idea che una tesi del genere sia profondamente controintuitiva. Qui infatti sta un punto fondamentale, prima delle statistiche e dei dati, c’è questo bias negativo, un pregiudizio diffuso. Come mai l’idea che oggi si viva un periodo di violenza e ingiustizia è così diffusa? Perché siamo così convinti che i tempi migliori sono ormai andati – se non, addirittura, che si stava meglio in un non precisato passato?

La convinzione che la modernità abbia rovinato un equilibrio primordiale, a volte tanto idealizzato da essere immaginato come un eden, è molto diffusa e continua a venire a galla con le nostalgie più disparate: Pinker, che è americano, cita un articolo del Boston Globe dove a proposito dei nativi americani si dice che prima della modernità e dell’arrivo degli europei, in quelle che Colombo pensava fossero le indie, si viveva in pace e armonia con violenze che si limitavano ai casi di ritualità. In buona misura però si tratta di falsità.

Ma potremmo trovare esempi più recenti di “nostalgia a priori” qui nel vecchio continente: dal celebre verso celentaniano “là dove c’era l’erba ora c’è una città”, alla recente convinzione della lira da preferire all’euro a dispetto dell’inflazione che deriverebbe da una scelta politica del genere, fino al Regno delle Due Sicilie descritto come un el dorado rispetto all’Italia contemporanea.


Le critiche al lavoro di Pinker, e alla sua affidabilità, non si limitano all’aspetto quantitativo e statistico. John Gray per esempio dice sul Guardian che ci sono vari livelli di violenza. Le morti avvenute nei campi di concentramento, o dopo settimane di torture, sono più violente di quelle avvenute per via dei bombardamenti.


I motivi di questa nostalgia secondo Pinker sono vari, a partire da un fatto politico decisamente attuale: cioè che pochissimi, durante il corso della storia, sono stati convinti da slogan come “va tutto bene e probabilmente andrà sempre meglio”. Al contrario è l’affrontare delle insidie, un nemico comune, che porta aggregazione, convincimento e volontà di sposare una causa. Insomma la paura serve eccome, anche se ingiustificata.

Poi c’è una questione di tipo cognitivo: è fisiologico che il nostro cervello ricordi più facilmente una morte violenta rispetto a una morte naturale, un avvenimento tragico rispetto a uno che non lo è. Da queste preferenze cognitive deriva un altro motivo, fondamentale soprattutto in un’epoca iper-connessa come la nostra, e cioè che le scelte comunicative da parte di chi fa informazione tendono a sottolineare i fenomeni violenti a discapito di quelli pacifici, così al bias mnemonico si aggiunge anche quello comunicativo-giornalistico che ne consegue. E la differenza tra mondo reale e mondo percepito aumenta.

Pinker ha costruito un sostanzioso – e molto discusso – precedente riguardo al declino della violenza mondiale, e a distanza di anni il dibattito non è ancora chiuso. Oggi rimane soprattutto l’enorme quantità di dati e statistiche, a cui fanno seguito le critiche, molte delle quali fondate. Innanzitutto il metodo statistico, soprattutto se utilizzato in modo così ampiamente diacronico, è fallibile perché, si sa, le stime sono sempre approssimative. Inoltre, se la definizione di guerra può essere chiara, è meno chiaro se nelle statistiche vadano inclusi i suoi effetti collaterali. Per esempio le enormi quantità di morti per via delle malattie infettive propagatesi nelle trincee a causa delle condizioni igieniche andrebbero considerate nel numero di morti violente della prima guerra mondiale? E ancora, vanno considerati i morti a causa di fame e carestie dovute ai conflitti? Come considerare poi i rifugiati? L’essere costretti ad abbandonare il posto in cui si vive è o no una violenza?

Le critiche al lavoro di Pinker, e alla sua affidabilità, non si limitano all’aspetto quantitativo e statistico. John Gray per esempio dice sul Guardian che ci sono vari livelli di violenza. Le morti avvenute nei campi di concentramento, o dopo settimane di torture, sono più violente di quelle avvenute per via dei bombardamenti. Le statistiche però, ovviamente, non tengono conto del “grado di violenza” delle morti.

Eppure, per quanto possano essere fondate le critiche, tanto che quella di Pinker viene definita dallo stesso Gray come “una nuova ortodossia”, la forza argomentativa ottimista rimane solida. Questo strascico positivista cresce ormai dal 1989, e continua a creare dibattito. Quello di tentare di sovvertire la visione sugli eventi passati è il lavoro della World History sin dal suo inizio, ma forse l’aspetto migliore di un tentativo del genere prescinde dalla violenza e la sua diminuzione nel tempo. Il grande passo, che prescinde dai risultati, bisogna vederlo nella volontà di applicare raziocinio e statistica a un campo che è stato troppo spesso affrontato con pietà, emotività e irrazionalità.

L’orrore a portata di mano, quello dei singoli casi di violenza, degli omicidi e delle centinaia o migliaia di morti è importante, certo. Ma in un mondo in cui vivono sette miliardi di persone -e in in una storia dell’umanità attraversata da numeri ancora più enormi- è fondamentale provare ad avere a che fare con le reali dimensioni di ciò che ci circonda. I numeri, soprattutto se così enormi, sono materia ostile per la mente, ma studiarli è lo sforzo necessario a capire come va il mondo e com’è andato davvero il passato della nostra specie.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione di Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
Immagini (c) Wikimedia, copertina: Vasily Vereshchagin