L’immortalità attraverso i miti, la Bibbia, l’epopea di Gilgamesh, Il Signore degli Anelli e Dragon Ball.


di Andrea Cassini

Tutti gli uomini sono mortali. Socrate è un uomo. Socrate è mortale. Così enuncia il sillogismo che avvia l’insegnamento della logica; sotto la maschera di una banale constatazione si afferma invece la condizione d’esistenza più forte del nostro genere. Muoio dunque sono, sembra suggerire. La vita esiste, e acquista senso, in opposizione alla sua controparte. Laddove cultura, provenienza, colore della pelle e conto in banca ci differenziano, la morte ci rende tutti uguali. Nelle parole che Shakespeare metteva in bocca ad Amleto: “un grasso re ed un magro mendicante non sono che due piatti, due portate d’un unico banchetto”. Oppure, più prosaicamente: “God made men. Samuel Colt made them equal”, adagio che accompagnava la diffusione dei revolver calibro 45 nel Far West.

Bene. Immaginate un mondo e un uomo diverso senza la morte: l’essere umano si potrà ancora definire tale? Mentre in diversi angoli del pianeta, Italia compresa, ancora ci si interroga sulla definizione legale di morte e si approva la normativa sul testamento biologico dopo mille ritardi, la scienza punta a cancellare la parola stessa dal dizionario.

I primi a-mortali

Il ricercatore Josè Luis Cordeiro, all’ultimo Congresso su Longevità e Criopreservazione di Madrid, ha segnato sul calendario una data: 2045. A chi lo accusa di covare aspettative troppo ottimistiche risponde citando il ritmo esponenziale con cui la tecnologia trascina gli studi: in 7 anni abbiamo mappato l’1% del genoma umano, nei successivi 7 il restante 99%. Aubrey de Grey è forse il più celebre gerontologo in circolazione; di sicuro è il più riconoscibile, con lo stile trasandato e la barba da profeta biblico. Condivide le tempistiche del collega e anche lui è convinto che i primi uomini a divenire a-mortali camminino già sulla Terra. Il prefisso scelto è a- anziché in-, perché un evento traumatico potrebbe comunque infliggere al corpo danni tali da interrompere la vita; se incontraste un cowboy con una Colt calibro 45, insomma, il suo proiettile continuerebbe a giocare il ruolo del great equalizer. L’obiettivo di de Grey e del suo progetto SENS (Strategies for Engineered Negligible Senescence) è combattere l’invecchiamento, la prima e più banale causa di morte, lanciando l’umanità in corsa alla velocità di fuga, sempre un passo avanti all’avversario. Si tratterebbe di un processo graduale, teorizza de Grey, in grado di riportare un novantenne al fisico di un trentenne riparando i danni dovuti all’invecchiamento. Rubare qualche lustro a ogni seduta di “ringiovanimento” in attesa che, come confida de Grey, nuove scoperte e tecnologie più raffinate permettano di spiccare il grande salto: l’inevitabile non sarà più inevitabile.

A onor del vero non tutte le voci sono concordi. Lo stesso SENS di de Grey ha incassato numerose critiche, una su tutte la polemica con la rivista Technology Review. Pochi mesi fa i ricercatori Paul Nelson e Joan Masel, della University of Arizona, hanno pubblicato un articolo dove sostengono, con l’ausilio di modelli matematici, che nella corsa contro l’invecchiamento saremo sempre destinati a perdere. Possiamo agire sulla selezione naturale rendendola perfetta, sfruttando la competizione intracellulare, ma le cellule cancerogene non seguono le regole d’ingaggio. Imbrogliano, e vincono la partita.

Ci sono altre strade percorribili, tuttavia. Anziché rendere l’umanità una progenie di Matusalemme, i pionieri del mind-uploading puntano a trasferire menti coscienti su computer a reti neurali. Se il corpo si deteriora basterà traslocare in uno fresco, o sviluppare una completa indipendenza dai supporti organici. Per quanto la perfetta emulazione del cervello sia ancora lontana – e ancora più complesse sono le domande intorno l’identità della coscienza – la prospettiva di vivere attraverso un avatar non è così fantascientifica. L’ultima spiaggia la offre la crionica, cioè il preservare il corpo in attesa di tempi migliori: James Bedford attende pazientemente dal 1967, congelato nella sua vasca.

Al di là delle tempistiche, più o meno concrete, il fatto rilevante è che la ricerca dell’immortalità si è guadagnata un posto nell’agenda del terzo millennio. Sì, prima ancora di ridistribuire cibo e ricchezze, debellare malattie curabili e sconfiggere l’ignoranza tramite l’istruzione. Non c’è da stupirsi che la scienza guardi avanti, convinta che ogni problema sia una tessera da domino perfettamente allineata con la successiva. È nella sua natura. È nelle leggi che enunciava Arthur C. Clarke: “l’unico modo per scoprire i limiti del possibile è spingerci un po’ oltre, verso l’impossibile”.

La domanda più interessante è: saremo pronti a un’esistenza death-proof? Abbiamo inventato il divino per spiegare l’ignoto, e lo abbiamo collocato in una sfera diversa; immortale, appunto. Allo stesso tempo, secondo molte culture condividiamo con quel divino la medesima sostanza, siamo composti “a sua immagine e somiglianza”. Abitavamo addirittura nello stesso luogo, un tempo. Per gli animisti, condividiamo anche il destino immortale: semplicemente, la parte di noi che dura in eterno non è il corpo. Un principio tramandatosi fino alle religioni moderne, ma impossibile da accettare in civiltà complesse, stratificate, dove si bada al pane nel piatto o ai soldi nelle tasche. Ed ecco che la vita mortale diventa una punizione, e l’immortalità un premio da guadagnare.

Una delle più rosee prospettive per il futuro ci vede attori secondari in un mondo governato da intelligenze artificiali. Immortali, coccolati dalle macchine, liberi di dedicarci a svaghi e piaceri. Che sia quello il paradiso perduto? Ma sarà anche ciò che l’uomo vuole, ciò di cui ha bisogno? Jorge Luis Borges ci metteva in guardia. “Finché durerà” diceva della Città degli Immortali, “nessuno al mondo potrà essere prode o felice”. Il tribuno, protagonista del racconto con la missione di raggiungerla, fu reso sgomento dalla “quiete perfetta” degli abitanti, “invulnerabili alla pietà”, dove la “perfezione della tolleranza” era anche la perfezione del disdegno. Corse fino a bagnarsi nelle acque del fiume che lo riconduceva tra i mortali. Rinato a nuova vita, la apprezzava infine come un dono prezioso; priva di una data di scadenza, si sarebbe dovuta chiamare con un altro nome.

L’elisir di lunga vita

A poco è valso l’invito di Epicuro: “abituati a pensare che nulla è per noi la morte”. Perennemente in ambasce quando si tratta di riconoscerla come chiave della propria identità, l’uomo comincia presto a farsi ossessionare da un futuro oltre la vita. Quella di Gilgamesh nell’omonima epopea, vecchia di 4500 anni, è la prima catabasi nella storia della letteratura. Quando gli dei condannano alla morte Enkidu, prima rivale e poi compagno di mille imprese, il Re incarna tutto lo stupore del primo uomo: la vita, che credeva eterna, è invece caduca. Enkidu è anche alter ego dello stesso Gilgamesh: capiamo dunque che l’esperienza della morte spetta a chi sopravvive, costretto a fare i conti con l’idea della propria dipartita. Gilgamesh scavalca mari e monti, sconfigge uomini-scorpione e discute con antichi profeti, per ritrovare l’amico Enkidu, ma soprattutto per salvare se stesso. Non ci riuscirà. Raccolta la pianta della giovinezza nel più profondo degli abissi, un serpente gliela ruberà sotto il naso prima che possa tornare in superficie. L’animale rappresenta il fato avverso, lo stesso che polverizzò Euridice sotto gli occhi di Orfeo, più che il consigliere maligno di Adamo ed Eva. Simili miti compaiono anche in cicli fondativi di altre culture, persino allontanandosi dall’ambiente indoeuropeo, perché la catabasi è viaggio interiore, nella mente prima che nel territorio, e i miti interpretano quello che l’uomo non sa ammettere: la nostra identità appartiene alla stessa terra in cui finiamo sepolti. Intrappolata nell’aldilà dopo la ribellione di un figlio, la dea giapponese Izanami consuma il cibo dei morti e si trasforma in un demone. Il marito Izanagi, accorso negli inferi per riscattarla, scapperà inorridito e serrerà la porta con un masso. Quel mostro terrificante non era più la sua compagna. L’immortalità non è faccenda che compete agli uomini; in certe culture, nemmeno agli dei.

Eppure, da Gilgamesh a Aubrey de Grey, c’è chi non si rassegna. Gli antichi imperatori cinesi rincorrevano l’idea con particolare entusiasmo. Nel terzo secolo a. C. Qin Shi Huang inviò a tale scopo il proprio alchimista di fiducia, Xu Fu, in un viaggio in mare verso l’oriente ignoto, accompagnato da migliaia di vergini. Non tornò a casa con l’elisir di lunga vita, ma secondo una versione della leggenda scoprì il Giappone. Altri tentativi sortirono risultati più tragici. Nella stessa epoca i medici taoisti avevano diffuso l’idea che ingerire sostanze come giada, ematite e soprattutto oro in forma liquida prolungasse la vita. Il numero di nobili e funzionari morti per avvelenamento da mercurio e arsenico è difficile da calcolare, ma lo storico inglese Joseph Needham ha stilato una lista esauriente, che parte col già citato imperatore della dinastia Qin per finire solamente nel 1735.

Tra cielo e terra

Finora abbiamo parlato di miti per il loro valore simbolico, ma essi sono in primo luogo storie. Una volta dirottata  l’attenzione filosofica per l’argomento, l’immortalità continua ad alimentare la letteratura con la potenza dei migliori motori narrativi. La letteratura fantastica elabora il tema con la consueta versatilità, dal Medioevo fino ai giorni nostri. L’immaginario cristiano si espande al ciclo arturiano quando Robert de Boron definisce sacro il Graal che già inseguiva il cavaliere Perceval, integrando la passione di Cristo con la leggenda del Re Pescatore. La queste du Graal diventa allora l’ennesima variazione sul tema, la ricerca dell’immortalità che si nasconde dietro quella del mistico. Nella tradizione nordeuropea, specialmente celtica, non si contano le storie incentrate sulla scoperta di un mondo parallelo, precedenti al cristianesimo e poi inglobate dallo stesso. L’Irlanda vanta un intero genere dedicato a racconti di avventure per mare, le immrama, che finiscono in un aldilà magico e benevolo. Paesi dell’abbondanza, imparentati col Valhalla germanico e i Campi Elisi, “Isole della Gioia” dove il tempo scorre diversamente. Per raggiungerle, a dimostrazione della loro collocazione parallela, è necessario superare un rito: perdersi, valicare un portale, attraversare un ponte di vetro sospeso in mezzo al mare come nel Viaggio di San Brandano. Simili paradisi terrestri sono abitati da una popolazione immortale, talvolta dagli stessi dei, ma immancabilmente il protagonista è costretto a fare ritorno alla civiltà.

Nel fantastico accade però anche il contrario. Il mondo fatato può fare visita al nostro, o persino sovrapporsi in particolari circostanze. Incontriamo così gli abitanti del faerie, mondo parallelo di cui scriveva Tolkien: dei e demoni, spesso relitti dei culti pagani, ma anche figure ctonie come fauni, silvani, satiri, ninfe. Longaevi, coloro che vivono a lungo; li definiva così già l’autore Marziano Capella, nel quinto secolo, e questo rimando ci conduce dritti al fantasy dei giorni nostri. Proprio ai longaevi C. S. Lewis dedicava un intero capitolo del suo saggio The Discarded Image, preferendo il termine latino a quello scelto dal collega e amico, ma accettandone la collocazione: “their place of residence is ambiguous between air and Earth”.

L’opera dello stesso Tolkien propone un interrogativo penetrante, che si riallaccia a quello che la scienza suggerisce ai giorni nostri. Cosa fare di una vita che non ha fine? Gli elfi di Tolkien sono i potenti eroi del Silmarillion, ma sono anche gli Elrond e le Galadriel, isolati e straniati dal mondo che li ospita. Hanno intuito che millenni di vita conducono a un ciclo interminabile di gioie e dolori, punteggiato da azioni ininfluenti se osservate da una prospettiva eterna. Inoltre, c’è da affrontare il rischio di veder morire chi si ama; per questo Elrond sconsiglia ad Arwen l’unione con Aragorn, memore dell’esempio di Beren e Lùthien. Aman, il continente dove risiedono gli dei, è per gli elfi immortali l’equivalente del Tir na nóg della mitologia irlandese. Raggiungerlo, come mostra la partenza dai Porti Grigi in chiusura del Signore degli Anelli, significa congiungersi con un altro mondo una volta esaurito il proprio ruolo nel corrente. Una delle tante parafrasi valide anche per la morte.

Poi è stato il turno della fantascienza d’impossessarsi del tema. Mind-uploading (Ubik di Philip Dick è una lettura obbligata), criogenizzazione, manipolazione di tempo e spazio, robot e cyborg: da oggetto di ricerca spesso la vita eterna diventa un dato di fatto, e il succo della narrazione sta nell’affrontare le problematiche che ne susseguono. Una la evidenzia Richard K. Morgan in Bay City, del 2002, a cui si ispira l’imminente serie tv Altered Carbon programmata da Netflix per il 2018. Nel suo mondo cyberpunk è possibile scaricare la propria identità su un supporto elettronico per trasferirla in custodie, corpi organici o sintetici. Ma non per tutti è così. Come in ogni epoca, lo notavamo già in apertura dell’articolo, dove la morte ci pone sullo stesso piano, ricchezza e cultura ci rendono diversi. I Cattolici si oppongono alla pratica della ricustodia per ragioni etiche, mentre chi gode di un reddito medio o basso può comunque permettersene solo una. I più ricchi dispongono invece di un backup, rendendosi di fatto immuni anche alla distruzione della matrice: in una parola, immortali. Interrogato sulla possibilità che le tecnologie da lui propagandate possano alimentare ingiustizia e disparità, Aubrey de Grey non mostra segni di preoccupazione. In una prima fase solo i benestanti potranno sottoporsi alle sedute di ringiovanimento, sostiene, ma in breve tempo i costi si abbatteranno: la vita eterna sarà roba per tutte le tasche. Tale è la sua fiducia nel progresso, ed è difficile trovare suoi colleghi che la pensino diversamente. Casomai, il problema è l’opposto: che questo progresso ci sfugga di mano e le macchine comincino a operare su basi a noi sconosciute.

Eterno ritorno

Cosa fare dunque di una vita eterna? Nel recente saggio Homo Deus, Yuval Noah Harari sfiora un concetto interessante. Poniamo che il primo uomo a-mortale cammini effettivamente tra noi nel giro di cinquant’anni. Che tipo di esistenza potrà condurre, sapendosi immune all’invecchiamento ma a rischio di morte per un qualsiasi scontro autostradale? Con un’aspettativa di vita che si estende per secoli, le probabilità di finire coinvolti in qualche incidente si alzano. Condurrà un’esistenza appartata, prudente, attento a non farsi nemici che possano sorprenderlo alle spalle con la succitata Colt calibro 45? O, al contrario, passata l’eccitazione iniziale e varcata la soglia della noia si getterà in rischi di ogni tipo?

Posto di fronte a un simile dubbio, l’impianto manicheo di un manga come Dragon Ball non ammette indugi. I villain del fumetto mettono in pericolo pianeti e galassie, sono loro a dettare legge, e la loro legge consiste in un gioco di potere, spiccatamente marziale. Il potere non è mai abbastanza, e la sua ricerca coincide con quella della vita eterna. Freezer, dittatore interplanetario, la sfrutterebbe per reiterare il suo dominio fino a esaurire gli avversari, in un eterno ritorno. Per quanto potente, egli non è però divino; chiede allora appello al sovrannaturale, nella figura del drago Polunga che, una volta raccolte le sette sfere, esaudisce tre desideri. L’opposizione degli eroi, capeggiati da Son Goku, impedirà a Freezer di raggiungere il proprio scopo, ma il dettaglio più interessante emergerà in seguito: nemmeno i poteri del drago sono infiniti, e non travalicano quelli del dio che lo ha creato. Può riportare in vita una persona, come ben sa lo sfortunato Crilin, ma solo se è deceduta per cause violente. Può, insomma, riparare i danni del male, ma non creare il bene. Akira Toriyama, autore della saga delle sette sfere, ha compreso la lezione della mitologia giapponese e ce la propone in uno shonen ricco di botte e di avventura: come nella leggenda di Izanami e Izanagi, l’immortalità non è faccenda per gli uomini e talvolta nemmeno per gli dei.

Nell’anime Baccano una congrega di alchimisti evoca un demone che consegna loro l’elisir della vita eterna. Gli immortali, obbligati a dichiararsi e chiamarsi per nome quando s’incontrano, attraversano così i secoli impegnati in una lotta fratricida. Cristallizzati nel giorno in cui hanno bevuto l’elisir, alcuni vecchi e altri bambini, s’inseguono per assorbire anima ed esperienze l’uno dell’altro. Si tratta proprio di quella prospettiva dominata dall’avarizia che de Grey non contempla – ma che non sfugge agli autori più sensibili. Lui si definisce “un tipo pratico” e alla formula “sconfiggere la morte” preferisce “combattere il dolore”.

“Il fatto è che la gente non vuole ammalarsi”, ha detto. “Non m’interessa la longevità, m’interessa la salute delle persone. L’unica differenza tra il mio lavoro e quello di un medico è che io sono convinto che un novantenne, tra breve, potrà godere del fisico di un trentenne”. Su questa linea di pensiero, che assomiglia a quella di un Dorian Gray che lascia il proprio ritratto a invecchiare in soffitta, potremmo impiantare un altro sillogismo, stavolta fondato su una delle colonne portanti del buddismo. Gli uomini sono bramosi. Socrate è bramoso. Socrate è un uomo. È anche questa la nostra identità. Desideriamo sempre quello che non possediamo. Una volta ottenuta la vita eterna, cos’altro potremmo mai volere?

 

Da immortali a infiniti

Il cerchio con la domanda posta in apertura sta quasi per chiudersi. L’uomo immortale sarà probabilmente diverso da quello che ha composto la Bibbia e l’epopea di Gilgamesh, e anche da quello che ha scritto Il Signore degli Anelli e disegnato Dragon Ball. Il paradiso perduto, una volta ritrovato, verrà chiamato con altro nome e non si nasconderà più dietro ponti di vetro sospesi sull’oceano, o tra le pieghe di un mondo fatato. Una rivoluzione, più potente di quella copernicana, che comporterà la caduta di ideologie, religioni e agglomerati sociali.

Non c’è di mezzo solo la nostra cultura. Anche nelle sottili linee che congiungono corpo e mente la morte gioca un ruolo importante. Esistono rari organismi che definiamo autopoietici: batteri, platelminti, forse persino meduse, che si creano e si rigenerano senza l’intervento di agenti esterni. L’evoluzione non ci ha plasmati in questa maniera. La riproduzione sessuale era la strategia vincente per tramandare il patrimonio genetico della specie, e i nostri istinti più forti ci sussurrano costantemente alle orecchie: sopravvivi e riproduciti, sopravvivi e riproduciti. Inseguendo la vita eterna e il piacere non facciamo che obbedire. Soddisfatta la sete, che resterà di noi?

Forse Socrate non si fermerà finché non avrà sottratto ogni goccia di vita al suo prossimo, perché quella sete non può mai essere soddisfatta. O forse Socrate cesserà di essere uomo. O ancora: cesserà di essere un individuo. Da uomini a esseri, e da immortali a infiniti, il passo sembra breve e il pensiero corre di nuovo alla Città degli Immortali di Borges, dove “nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale è tutti gli uomini”.

Aubrey de Grey, dicevamo, è un tipo pratico: forse Borges non è tra le sue letture preferite, ma in cerca di un ammonimento verso il futuro che ci prospetta potremmo ripescare queste parole: “essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali”.


Andrea Cassini Nato a Pistoia, classe 1988, filologo medievale di formazione. Si occupa di sport per La Giornata Tipo, Play.it USA e BasketInside. Scrive racconti su Spaghetti Writers e ha un romanzo in uscita con Astro Edizioni.
Copertina: Skeleton, by Myung Su Ham, 2008