È uscito in questi giorni per Mondadori Il detective sonnambulo, il nuovo romanzo di Vanni Santoni. Ne pubblichiamo un estratto.
In copertina, replique n°24, hamel
Questo testo è tratto dal Detective sonnambulo di Vanni Santoni. Ringraziamo Mondadori per la gentile concessione.
E così eccomi da solo lì allo “Schloss”, alienato da quanto accadeva attorno a me come un satellite finito alla deriva e infine attratto nell’orbita di un pianeta assurdo, eppure coinvolto, quantomeno nell’esser stato chiamato fin lì apposta – e non solo, o non tanto, da Johanna, per rivedermi o riavermi, ma da entrambi: da lei e da quel benedetto Manfredi Contini della Torre, il cui interesse per me mi risultava inspiegabile, eppure sentivo che c’era, e mi veniva quasi il sospetto, un sospetto per certi versi terribile, che fosse stato più il suo interesse che quello di Johanna (ancorché per forza di cose instillatogli da lei, l’interesse per l’interesse di lei, forse…) a condurmi fin dove mi trovavo, fino a quel cortile dove mi aggiravo come uno che dorme in piedi e ogni tot secondi viene scosso da un momento di sogno più intenso, e adesso era proprio difficile non venir scossi, dato che una ragazza in camicia da notte rosa e mutandoni di pizzo, coi capelli scarmigliati lunghi fino al bacino, si era messa a urlare, invasata: strepitava e si agitava e si rotolava a terra, proprio lì davanti a me, come una sirena buttata su una graticola. Mi allarmai, ma gli altri lì attorno guardavano la scena senza preoccupazione, anzi con interessato rispetto, e mi accorsi che c’era un tizio che riprendeva, un ragazzino, anzi un – come definirlo – un individuo pedomorfo, visto che la barbetta sale-e-pepe ne tradiva l’età più che adulta, in bermuda e ginocchiere da pallavolo e Converse azzurre; ’sto tizio la riprendeva con un aggeggio di plastica bigia, dall’impugnatura simile a quella di una pistola, che riconobbi come una vecchia cinepresa analogica Eumig S2 da 8MM. Intanto la tizia prendeva ad agitarsi ancora di più, stile convulsioni, senza smettere di gridare, proprio lì ai miei piedi, e feci per spostarmi ma il piccoletto con la telecamera sibilò Don’t move, please don’t move, e obbedii mentre quella mi dava di matto davanti e dei ragazzi in costume da bagno portavano un palo con legato a mo’ di martire un fantoccio con una parrucca di capelli lunghi castani, vestito con la stessa camicia da notte e gli stessi mutandoni della ragazza. Lo eressero sopra una catasta di legna e rami e mentre quella smetteva di dare di brocca e si piazzava a sedere proprio lì accanto a me e mi sorrideva tutta tranquilla, il piccoletto riprendeva la catasta; i ragazzi in costume da bagno se ne erano andati ma adesso tornavano impugnando delle grosse torce; il piccoletto riprendeva allontanandosi gradualmente e loro appizzavano il rogo… Mi misi a sedere a terra anch’io, e mentre le fiamme prendevano vigore, si sedette accanto a me, sull’altro lato, una seconda ragazza, occhi orientali e capelli bicolori, nel senso che metà testa era mora e l’altra metà bionda, e mi disse: – Hi, I’m Gwenda. – Mi presentai a mia volta e a quel punto mi presentai anche all’attrice, che si chiamava Rozália, e tutti e tre ci guardammo il rogo ridendo e commentando e facendo battute: destava, devo dire, una certa impressione, anche grazie al cielo coperto di nuvole prussia dietro, che rendeva le fiamme ben visibili, e a un certo punto Gwenda si alzò e tornò con tre birre mentre la pira finiva di bruciare e cominciai a pensare che non era così male questo Schloss, ma mi sentii anche un grullo: stavo lì a fare il simpatico con due sconosciute quando ero ormai, mi dissi, dentro a qualcosa, qualcosa che andava interpretato, capito, gestito… – What do you do? – mi fece Gwenda. – Uh… In what sense? – risposi, rimproverandomi subito dato che la frase corretta era casomai What do you mean, e la risposta corretta tutt’altro, ovvero dir subito qualcosa che suonasse artistico al massimo. – You know, here at the Schloss. – Well… I… – Stavo per dire I am a cinematographer too, ma a parte che il cinematographer è il direttore della fotografia e non il regista o lo sceneggiatore, riuscii a censurare sul nascere quella menzogna; me ne uscì tuttavia una anche più vergognosa, almeno per me, perché dissi I am just a friend of Johanna, e a quelle parole, che se fossero state vere avrebbero avuto il sapore di una resa, mi sentii in imbarazzo e con l’imbarazzo mi cadde addosso tutta la stanchezza di quei giorni. M
i alzai in piedi a fatica, feci un respiro e mi guardai attorno: qualche macchina ogni tanto arrivava e partiva, ma dalla biancheria e dalle lenzuola che penzolavano dalla torre e dal corpo dell’edificio si capiva che i più di questi vivevano lì, ammassati nelle sale ancora vuote dello Schloss, e anche se fossi riuscito a strappare un passaggio a Berlino ero così assonnato che non mi ero appuntato l’indirizzo della Magione, Johanna era andata in un posto chiamato Tempel-qualcosa e magari gli altri qui lo conoscevano, ma andare dietro a Johanna adesso sarebbe stato patetico, dunque non restava che chiamare Tanya e chiederle se poteva mandarmi un taxi, il che però era parimenti patetico, forse pure di più… Che fare, allora? Mi balenò l’idea di chiedere uno spazio lì, di piazzarmi su uno dei materassi o stuoie o tatami che di certo avevano ai piani alti, mettermi a dormire (quant’era che non dormivo disteso?) e aspettare che ripassasse qualcuno a prendermi tra qualche giorno, finché non mi ricordai del biglietto di Roberta, e chiamai il numero impresso a sbalzo in mezzo a quel rettangolino color perla…
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Quando arrivò il driver, considerai di nuovo la possibilità di chiedere agli artisti, lì, dove fosse quel Tempel-qualcosa e andare, invece, da Johanna. Adesso che la “nova Johanna” se n’era andata, e con essa l’eclisse che gettava sulla mia idea pregressa di lei, l’idea pregressa tornava a formare la persona che tenevo dentro e che io volevo fosse. Risultava però impossibile conciliare in modo integrale quell’idea, per quanto vivida, con la persona in carne, ossa e capelli rossi che avevo appena visto, trovare una mediazione tra la Johanna pregressa e quella attuale, ed era dunque inevitabile ritenere che fosse un equivoco, e che si dovesse uscire il prima possibile da esso: forse bisognava solo prenderla per mano e portarla via, lasciando Manfredi Contini della Torre – e Tanya, sì – al suo/loro destino… Ancora rimuginavo simili pensieri sulla strada per la Magione, e quando il tenue scricchiolio del ghiaino annunciò che eravamo arrivati, il furgone si fermò e misi il piede fuori dallo sportello, mi sentivo ormai deciso: i giochi son fatti, è l’ora di prendere Johanna per mano e uscire assieme da quest’allucinazione…
* * *
– Martino! Finalmente!
Manfredi veniva verso di me a braccia aperte, come per abbracciare un amico carissimo e lungamente atteso; veniva biancovestito (una sorta di vestaglia di bouclé bianco, ma ipertecnica, con sotto una tuta sportiva di tessuto leggero, tipo batista), scalzo come un Cristo e luminoso come un sole, anzi c’era proprio un raggio di sole che lo prendeva in pieno e tracciava la strada tra lui e me, cosa che mi fa pensare oggi che la sua stessa azione, la scelta di effettuare quell’azione in quel momento, derivasse dall’aver notato la comparsa della giusta scenografia, e ammetto che mi fece, ancora una volta, impressione. Facile, adesso, decostruire, ripresentare la scena come artefatta, se non addirittura ridicola. Non era così. Ebbi, anzi, la sensazione (sul momento non pienamente decifrata) che Johanna gli avesse trasmesso il dono dell’apparizione, e che avesse imparato a interpretarlo addirittura meglio (o forse chissà, era stato lui a trasmetterlo a lei? Un pensiero che mi diede un brivido), e mi lasciai abbracciare, e permettendo quell’abbraccio, di fatto gli davo l’autorizzazione a parlarmi, in quel profumo di sapone di Marsiglia e balsamo per capelli alla camomilla e acqua di colonia ultrapregiata ammettevo di voler capire meglio, mi rendevo disposto ad ascoltare, rifiutavo di impuntarmi, escludevo di fuggire, mettevo da parte l’idea già un bel po’ scardinata di portar via Johanna, accettavo di rimanere almeno per un po’, bandivo dalla mente l’impressione che fosse tutto assurdo, desistevo dal prendere una posizione netta, magari ostile; rinunciavo a difendermi, di fatto, dalla volontà schiacciante di costui.
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[…] L’Indiscreto pubblica un estratto dal Detective sonnambulo. […]