Steinbeck, Springsteen e la rabbia degli oppressi nell’epoca dei CEO
in copertina e lungo il testo opere di andy warhol
di Christian Frigerio
La famiglia Joad è tra le migliaia che negli anni Trenta, in seguito alla crisi del Ventinove e alle dust bowls che resero quasi impossibile l’agricoltura, presero parte a un esodo di portata biblica dagli Stati Uniti centrali verso la West Coast, come una terra promessa dove, si diceva, i terreni erano ancora fertili e il lavoro non mancava. Tra gli aspetti più memorabili di Furore (1939), la storia di Tom Joad, divenuto quasi suo malgrado punto di riferimento della sua famiglia, v’è il modo in cui John Steinbeck presenta i responsabili della sfortuna e del sistematico sfruttamento di queste masse, divenute un esercito di lavoratori di riserva pronto ad adoperarsi per paghe da fame pur di sopravvivere. Più che come un insieme di persone in carne e ossa, questo “chi” viene costruito come una grande potenza impersonale, data alla luce da mani umane ma sottrattasi al loro controllo. Si tratta soprattutto delle banche, che Steinbeck descrive come “mostri” dotati di una personalità propria: “la banca è più degli uomini. È il mostro. Gli uomini la creano, ma non possono controllarla”, diventando anzi loro schiavi.
Il furore del titolo è destinato a crescere soprattutto perché questa spersonalizzazione delle strutture di potere rende pressoché impossibile contrastarle. È chiarissimo, a questo proposito, uno scambio di battute tratto da uno dei primi capitoli (e riproposto in modo quasi letterale nella trasposizione cinematografica di Furore, girata da John Ford nel 1940) tra un mezzadro la cui terra è stata requisita da una banca e il trattorista inviato da quest’ultima per spianare i suoi terreni. Quando il trattorista spiega di aver ricevuto ordine di abbattere le case di chi rifiuta di sloggiare, il mezzadro minaccia di ricorrere al fucile. Il trattorista lo dissuade:
“Non sono io. Io non ci posso fare niente. Se non lo faccio mi licenziano. Ma mettiamo pure che m’ammazzi, lo sai che succede? Succede che t’impiccano, e molto prima che t’impiccano arriva un altro trattorista e ti butta giù la casa. Ammazzeresti la persona sbagliata”.
“Capisco”, diceva il mezzadro. “E a te chi te li dà gli ordini? Andrò da lui. È lui quello da ammazzare”.
“Ti sbagli. Lui piglia ordini dalla banca. La banca gli ha detto: ‘O fai sloggiare quella gente o perdi il lavoro’”.
“Be’, questa banca avrà un presidente, avrà un consiglio d’amministrazione. Io carico il fucile e vado dalla banca”.
Il trattorista diceva: “Un tizio m’ha detto che la banca piglia ordini dall’Est. E gli ordini erano: ‘O quella proprietà fa profitti o vi chiudiamo’”.
“Ma dove finisce questa catena? A chi possiamo sparare? Non mi va di morire di fame senza ammazzare l’uomo che mi fa morire di fame”.
“Non lo so. Forse non c’è nessuno da ammazzare. Forse non c’entrano gli uomini. Forse, come hai detto tu, è la proprietà la causa di tutto. Io comunque t’ho detto gli ordini che ho”.
A chi possiamo sparare? In questa domanda si condensa la disperazione di intere comunità private di terra, casa, lavoro, e costrette a migrare. Se davvero a essere responsabile è “il mostro”, la banca, allora non c’è nulla da fare. Fare fuoco su una banca sarebbe uno spreco di proiettili. Ucciderne l’emissario porterebbe solo a rimpiazzarlo, senza intaccare il meccanismo che sta alla base. Al mezzadro non resta che fare i bagagli, sperando che i volantini che vendono la California come una “terra di latte e miele” non mentano.
Proprio perché si tratta di una struttura e non di una persona specifica, “il mostro” non può essere attaccato individualmente. Non rischia nulla. Chi ricopre le “posizioni” di questa struttura può semplicemente essere sostituito. Lo spiegava bene l’anarchico Michail Bakunin, facendo riferimento ai partiti conservatori anziché alle banche: “le carneficine politiche non hanno mai ucciso i partiti; soprattutto si sono mostrate impotenti contro le classi privilegiate, la cui potenza risiede assai meno negli uomini che nelle posizioni che lo stato di cose procura agli uomini privilegiati”. L’asimmetria che già esisteva tra dominati e dominanti diventa assoluta, perché a dominare non sono più individui in carne e ossa che possono temere per la propria vita; vengono meno tutte quelle forme di mediazione che, in una tradizione che risale almeno a Hegel, sono state concepite come l’unica possibilità di sanare o rovesciare le fratture tra schiavi e padroni.
Per questo, la violenza politica coscientemente indirizzata ha teso a prendere di mira non gli individui, ma le posizioni che li rendono ciò che sono: è una descrizione di quella che, nella tradizione marxista e anche al di fuori, è stata a lungo chiamata rivoluzione. Peccato che, negli ultimi decenni, queste “posizioni” abbiano realizzato un autentico capolavoro, smantellando qualunque centro di potere fosse realmente capace di contrapporvisi. La svolta verso il centro conosciuta da quei partiti che una volta sembravano possedere il potenziale per scatenare una rivoluzione ha eliminato ogni possibilità di mettere in discussione la struttura economica della società; le sole lotte per i diritti civili, per quanto ugualmente indispensabili, possono ottenere al massimo un’equa inclusione in un sistema sociale progettato appositamente per creare delle differenze.
In uno scenario simile, sembra scomparire la possibilità di atti di violenza, le esplosioni puntuali di una rabbia che può anche essere sacrosanta, capaci di reagire alle situazioni di violenza, diluite nel tempo e nello spazio, croniche anziché puntuali, strutturali anziché personali. È l’altra faccia del mostro: i motivi per i quali la struttura che determina situazioni croniche di violenza subite da certe categorie non può essere attaccata come si trattasse di una persona sono gli stessi per i quali essa è protetta dalle conseguenze di tali situazioni. Gli atti di violenza espongono in prima persona l’individuo che li compie, che con poche eccezioni va incontro alle conseguenze della propria azione. Le situazioni di violenza, al contrario, non sono imputabili ad alcuna persona in carne e ossa. Semplicemente sono, accadono. Nessuno ci può fare nulla. Lo scacco sembra totale: in situazioni del genere, a chi mai si potrebbe sparare? Che fare del sacro rancore degli oppressi, che fare quando i “grappoli della rabbia” (traduzione letterale del titolo originale di Furore) maturano al punto che non possono più stare attaccati al ramo?
Prendiamo due esempi che, sempre radicati nel mondo statunitense, si inseriscono in maniera quasi spontanea in questo tipo di discorso. Nel 1995, l’album The Ghost of Tom Joad, esplicitamente dedicato al protagonista di Furore, segna la definitiva politicizzazione di Bruce Springsteen, il “Boss” del cantautorato statunitense, che prolunga così la tradizione di denuncia sociale aperta da Steinbeck e nella quale si contavano già musicisti come Woodie Guthrie e il primo Bob Dylan. Molte canzoni di Springsteen hanno come protagonisti disgraziati e derelitti che, in assenza di uno sfogo alternativo alla propria rabbia, finiscono per prendersela con chiunque capiti a tiro, in impeti che sembrano dar voce ai lati più oscuri del continente americano. Johnny 99, ad esempio, è la storia di un uomo che, sull’orlo dell’esaurimento, uccide una guardia notturna; condannato a novantanove anni di galera, spiega che è stata la situazione – la chiusura della fabbrica in cui lavorava, i “debiti che nessun uomo onesto può pagare”, la banca che gli ha portato via la casa – ad armare la sua mano, e chiede al giudice di venir condannato alla sedia elettrica se non vuole che compia di nuovo atti simili. In una situazione affine si trova la voce narrante di State Trooper (che potrebbe anzi essere lo stesso Johnny 99 prima dell’arresto), che alla guida della propria auto spera che nessun poliziotto lo fermi, non perché tema di essere arrestato ma – è abbastanza chiaro dall’incedere inquietante della canzone – perché non esiterebbe ad ammazzarlo e a portarlo via ai suoi cari. Infine, Nebraska – che dà il titolo all’album del 1982 dal quale sono tratti questi tre brani – è ispirata al film Badlands (in italiano La rabbia giovane) di Terrence Malick, a sua volta basata sulla storia vera di una giovane coppia che, nel 1958, si rese responsabile di una serie di omicidi senza giustificazione apparente: Sir, I guess there’s just a meanness in this world, è l’unica spiegazione che il ragazzo, condannato alla sedia elettrica, senta di poter dare.
Sono racconti di un furore bruciante che, pur avendo origine da una situazione sociale ed economica definita, finisce per sfogarsi su gente che non c’entra nulla. Si tratta, dopotutto, di reincarnazioni del mezzadro di Steinbeck, la cui frustrazione viene spinta al punto di rottura. A chi posso sparare? La difficoltà nell’attribuire la responsabilità di ciò che si sente a individui che ne possano subire le conseguenze emergeva già, in modo altrettanto cupo anche se meno livoroso, in The River, che racconta di come il protagonista abbia perso il posto da muratore on account of the economy, a causa dell’Economia, un mostro impersonale contro il quale sarebbe futile sparare. Se non c’è bersaglio la cui morte rappresenti una soluzione, allora va bene chiunque, purché plachi quello che sento dentro, purché l’ingiustizia subita trovi sfogo.
Sempre più dedito a comprendere le cause strutturali delle storie che aveva cantato per vent’anni, e con la tappa decisiva costituita dal già menzionato The Ghost of Tom Joad, Springsteen raggiunge l’apice del suo percorso da musicista “impegnato” nel 2012, con Wrecking Ball, che dà voce alla rabbia causata da una crisi che, come quella del 2008, era stata ampiamente anticipata e anzi facilmente imputabile a precise scelte della casta finanziaria (Adam McKay lo racconta con precisione e umorismo ne La grande scommessa). In Wrecking Ball, il livore nei confronti del proverbiale “uno per cento” è acuito dal fatto che il “mostro” bancario sembra essersi incarnato in responsabili determinati. Perso il lavoro, lungi dall’incolpare una generica “the Economy” per le proprie disgrazie, il protagonista di Jack of All Trades cerca di rassicurare la moglie che se la caveranno in qualche modo, e afferma sottovoce: If I had me a gun, I’d find the bastards and shoot ’em on sight. La crisi del 2008 è uno di quei momenti singolari in cui l’operato del sistema sembra acquisire un nome e un cognome precisi. Sarebbe quasi una buona notizia per il mezzadro di Steinbeck: il sacro rancore degli oppressi trova finalmente qualcuno che meriti di stare dall’altra parte del grilletto. A una situazione di violenza si può finalmente rispondere con un atto che ne è la conseguenza naturale.
“Se avessi una pistola, troverei quei bastardi e sparerei a vista”. Questi versi di Springsteen sembrano quasi anticipare l’omicidio del CEO di UnitedHealthcare, Brian Thompson, nel dicembre del 2024. Il responsabile, il ventiseienne Luigi Mangione, giustificò il gesto come reazione alla mostruosità del funzionamento del sistema sanitario statunitense. Non sorprende che, sotto il brusio delle condanne ufficiali, Mangione sia diventato per molti un idolo, l’incarnazione delle forme più recenti del Furore raccontato da Steinbeck e Springsteen. Era una situazione di violenza quella che, in Steinbeck, costringeva comunità intere a migrare e ne sfruttava la manodopera; è una situazione di violenza quella che costringe i concittadini contemporanei di Tom Joad a contrarre debiti che durano una vita per potersi permettere dei medicinali essenziali. Per spostarci per un attimo dal suolo statunitense, la stampante 3D usata da Mangione per creare la sua pistola è l’ultima figurazione della locomotiva cantata da Guccini, strumento della “guerra santa dei pezzenti” – perché, se l’estrazione sociale di Mangione è tutt’altro che proletaria, non c’è dubbio che la sua figura sia più vicina a quella di un Tom Joad che a quella di un qualunque Raskolnikov, come alcuni hanno cercato di presentarla per smorzarne il ruolo simbolico.
Al posto del “treno pieno di signori” sta ora la figura del CEO. In prospettiva storica, il fatto che il grande capitale che una volta sciamava per il mondo intero sia sempre più concentrato nelle mani di pochissimi eletti, che costituiscono di fatto una nuova aristocrazia, potrebbe non essere una notizia così cattiva. La figura del CEO, sempre più spettacolarizzata, rende visibile l’incarnazione temporanea del mostro, in una ri-personalizzazione del grande capitale che potrebbe fornire una risposta visibile alla domanda del mezzadro di Steinbeck: a chi dovrei sparare? qual è la faccia dell’oppressore? Varie ragioni strutturali fanno oggi apparire impossibile una politica rivoluzionaria, nel senso in cui la tradizione marxista ha inteso quest’espressione. Tuttavia, la dinamica dell’accentramento della ricchezza rischia di rendere possibile, suo malgrado, una forma diversa, fondata nella consapevolezza che esiste oramai un confine ontologico tra Noi e Loro, che il mostro non coinvolge a pari titolo tutti coloro che vi sono soggetti, che esso è sempre più concentrato in poche figure che dovrebbero essere consapevoli della propria esposizione alle conseguenze delle croniche situazioni di violenza che pongono in essere.
Sono bastati pochi giorni perché Thompson fosse rimpiazzato con tale Tim Noel, e le notizie di morti causate da quel sistema sanitario non hanno cessato di arrivare da oltreoceano. Eppure, il gesto di Mangione (arrestato dopo essere stato denunciato da un impiegato MacDonald, in una parabola perfetta della guerra tra poveri) ha conservato il suo valore di simbolo: ci potete opprimere, ma sappiate che cosa rischiate. Conosciamo il volto del nemico, o almeno di alcune sue parti. A differenza di quanto accadeva nell’asimmetria assoluta tra il mostro e le vittime della sua violenza cronica, ciò permette di reintrodurre quelle forme di mediazione che lasciano aperta la possibilità di modificare i rapporti di forza ed eventualmente sanare la frattura tra schiavi e padroni. Se la violenza appare in certi casi come la sola forma possibile di tale mediazione, l’unica che gli emissari del mostro sembrano capaci di comprendere, non è ai Tom Joad o ai Luigi Mangione che ciò può essere imputato.
Mentre viaggia verso la West Coast a bordo di un autocarro, la famiglia Joad perde un pezzo dopo l’altro, per i motivi più vari – chi muore, chi semplicemente si dà alla macchia. Alla fine, sarà lo stesso Tom a dover sparire, dopo aver ucciso, in un impeto di furia cieca, la guardia che aveva appena assassinato il predicatore Jim Casy, che guidava lo sciopero dei braccianti. Il passo più famoso di Furore è rimasto quello in cui Tom dice addio alla madre (per molti verso il personaggio più memorabile del romanzo) e scompare nella notte, per evitare l’arresto e per evitare di aggravare la situazione di quel che resta della famiglia. Stando alle parole del predicatore, “uno non ha un’anima tutta sua ma solo un pezzo di un’anima grande”, che coincide al limite con l’intera società statunitense. Allora, poco importa che Tom debba dire addio alla madre:
“Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutt’i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito… be’, io sarò lì. Capisci? Perdio, sto parlando come Casy. È che lo penso tutt’il tempo. Certe volte è come se lo vedo.”
Non è un caso che Springsteen abbia scelto questo passo come climax di The Ghost of Tom Joad. Al termine del romanzo, Tom scompare; se seguiamo l’immagine di Springsteen, Tom diventa un fantasma. Steinbeck non sembra farsi troppe illusioni sulla possibilità di un cambiamento improvviso della struttura sociale. Quello che rimane al termine di Furore è invece l’impressione che qualcosa di spettrale continui a infestare il mostro, un senso di giustizia appena avvertito che, al suono dell’“io sarò lì” con cui Tom cerca di rassicurare la madre, potrebbe consolare gli oppressi e castigare gli oppressori. È una trasfigurazione o una spettralizzazione della lotta di classe che ha qualcosa in comune con quella operata da Jacques Derrida in Spettri di Marx (1993), dove al partito che prepara il terreno per la rivoluzione subentra un “messianismo senza religione”, la consapevolezza-speranza che qualcosa potrebbe intervenire in maniera imprevedibile e aprire delle falle nella struttura. Oggi, ad annunciare la venuta di una rivoluzione molto diversa da quella immaginata dalla tradizione marxista, e a ricordare che il cambiamento può partire da una comunissima stampante 3D, potrebbero essere proprio i fantasmi, i Tom Joad che sentiamo vicini e che, nei momenti in cui il mondo non sembra offrire altra possibilità, sussurrano all’orecchio di chi voglia ascoltare: “io sono qui”.




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