A Città del Messico con Bolaño

Raccontare Città del Messico, la città più grande del mondo, è un’impresa. Provarci, però, si può. Basta partire dal seguire alcune guide, una su tutte: lo scrittore Roberto Bolaño.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un’opera di luca alinari, “paesaggio marino” oggi all’asta da pananti casa d’aste.

di Alessandro Raveggi 


Questo testo è tratto da “A Città del Messico con Bolaño“, ringraziamo Giulio Perone Editore per la gentile concessione.


Il semplice è sempre falso. Ciò che non lo è, è inutilizzabile.
Paul Valéry

Sometimes I confuse myself with my shadow, and sometimes don’t. Samuel Beckett, The Unnamable

Da dove cominciare? Be’, sì, certo: da un’impossibile nostalgia. Cominciamo così, nella difficoltà di parlare di una cosa troppo grande e mostruosa, dalla distanza. Facciamolo dall’isolamento. Il modo migliore per iniziare a parlare di una megalopoli è sicuramente prenderne fiato, porre un limite, uno schermo. Nel mio caso: tutta Italia era colta da un imprevedibile isolamento collettivo – ne sappiamo le ragioni, rimarranno nei libri di storia, preferisco non ripeterle. E io mi trovavo, alle porte di una Pasqua calduccina nel 2020, speranzosa ma anche lunatica, ad avere nostalgia della Città Impossibile. Ogni megalopoli è in fondo, nei suoi anfratti più nascosti o nelle sue evidenze più lampanti, dalle fogne ai grattacieli, dai suoi slums più dimenticati ai suoi lustri monumenti più retorici, la figura di un’impossibile nostalgia. Chissà, nostalgia di troppa libertà personale, forse nostalgia della nostalgia stessa di qualcosa, ovvero di molte cose, cose conquistate, cose perdute. La melancolia e il lutto hanno una certa affinità, notava pure Freud, e il senso di perdita che certe megalopoli possono lasciarti addosso, quel senso di prendere molte e troppe strade, e di perdersi in ognuna di esse con grande caparbietà, è un fatto. Insomma, io mi trovavo in un indolente confinamento sanitario sospeso tra l’aria mortifera fuori dai balconi e il senso profondo di noia borghese e sicura del mio appartamento di Firenze, a sognare inaspettatamente Città del Messico. O meglio a vagheggiarla nei ricordi.

Troppo facile connessione, forse, perché ogni Città Impossibile va a braccetto da sempre con l’Apocalisse. E Città del Messico ci va in tanti modi, diversi a mio avviso rispetto a una Pechino o a una Mumbai, a una di quelle decine di sovrappopolate città irrespirabili a oriente, dove vivono e si stritolano miliardi di persone inzeppate che poi periscono, e non se ne sa niente come di una zanzara schiacciata nel Borneo – e, insomma lo vedremo, vedremo quel senso di ultimità costitutiva e assieme rimandata che possiede Città del Messico –, perché cos’è l’Apocalisse se non anche una scusa perfetta o meglio La Scusa Perfetta e Scenografica per Rimandare la (vera) Fine, che viene sempre prima del senso di originalità? A dispetto del fatto che Città del Messico è anche una città profondamente originale, autentica. Non solo perché radicata da sempre in una mitologica Fondazione lagunare sul lago di Texcoco, ma in quanto profondamente vissuta da molti strati differenti di umanità, etnie, lingue, stili di vita. Per quanto sia una città sorprendentemente infida verso il viaggiatore: ad esempio, nel 2009 mi sono trovato nell’incipit più spettacolare di una pandemia scampata, io appena arrivato in città, esaltato dalla novità di quel trasferimento, a confrontarmi senza pensarci due volte con un’orda simbolica di maiali infetti, e con l’esercito per strada che intimava di rintanarsi nelle case: ecco il primo rapporto con il Mostro visto dallo schermo di cui parlavo prima, dalla distanza di un finestrone di casa messicana, le palme del viale antistante come intristite dal tempo sospeso di quella (quasi) pandemia, la famosa Suina.

Da dove cominciare, quindi? La Città Impossibile, il luogo dove ero stato magneticamente trattenuto per più di quattro anni della mia vita, che mi aveva sconvolto, cambiato, camuffato, esterrefatto, innamorato e poi stufato amaramente, mi richiamava… Io mi misi a fare la cosa più scontata e più paradossale che si possa fare oggi, ovvero: accendere il computer, andare ratto ratto su Google Maps, digitare piano piano le vie in cui avevo vissuto, inquadrare di sghimbescio, per poi rimirarmeli io stesso più volte da varie angolature, i già citati finestroni luminosissimi della mia prima casa in avenida Doctor José María Vértiz; o i balconi sbrecciati della mia seconda casa in calle Puebla; o ancora l’imponente cancello color perla che sbarra la vista della casa su due piani dei miei suoceri in calle Guadalupe, mentre gli uccellini cinguettano fuori e il famigerato Anillo Periférico (la temibile e scombussolante circonvallazione che stringe come un serpentone la città) a pochi metri ruggisce balzando nella selva di smog giorno e notte – se leggete questo mio racconto come una mappa utile per il viaggio nella megalopoli (o sicuramente per perdervici), e volete passare a salutarli per me, sappiate che a) esistono sicuramente una decina di calles Guadalupe a Città del Messico nella lista di ricerca di Google e b) qualora la indovinaste, dovrete passare noiosamente dal check-in di una guardia giurata che vi chiederà molti documenti, perché la strada è, come in realtà non poche in città, privata, e oltretutto piena di telecamere – ma questo forse è un suggerimento troppo grande, e quindi vi prego, se vi capita, di recare i miei saluti ai miei cari suoceri, gracias!).

Mi trovavo così lì, scomodamente seduto nella mia realtà fiorentina, davanti però a quel mondo virtuale e familiare assieme, con le scritte in spagnolo, las avenidas, las calles, las calles privadas, las plazas, los parques, e ovviamente i raccordi anulari e le sopraelevate… Perché la Città Impossibile si mangia così tanto lo spazio in terra da conquistare a suo modo anche il cielo, costruendo su più livelli ponti e pontili dove sfrecciano SUV enormi. Mi trovavo lì nella speranza di vedere cosa, però? Chissà, forse volevo accedere alla vita come era stata vissuta, da me, senza prescindere dalla presenza degli altri, amici, conoscenti, fantasmi.
Ovviamente Google Maps, nella sua modalità Street View che tanta curiosità mista a timore detta alle generazioni un po’ più grandi della mia, nata negli anni Ottanta, ha qualcosa di cimiteriale, la vita non vi si trova se non piallata, imbalsamata, resa lapide nei pixel. Ma la verticalità di certi palazzi, o l’apparire di certi fantasmi umani o animali dimezzati dallo scatto, le insegne inquadrate male dei negozi e dei bar dove ti recavi, a volte persino i volti sfigurati di un passante che forse avrebbe potuto essere un conoscente o un amico, spalmato dalla ripresa della telecamera dell’auto con su scritto “Google” – che a volte viene salutata, specie nei paesini, come l’avvento della papamobile o di determinati sacerdoti venuti a benedire le case con lo Sguardo Divino dell’azienda di Santa Clara – quelle presenze seppur dissimili dal vivere, sono i dettagli che ti fanno dire “Accidenta a te, amico Street View, mi hai portato proprio dove volevo andare a parare!”. E che ti trasmettono, clic dopo clic, sguardo sghembo dopo sguardo sghembo, un’enorme nostalgia, mai appagata. Nostalgia del lì e del Me-Lì. Degli innumerevoli suoni, odori, dissapori, incroci, affastellamenti di realtà, sopraelevamenti, sottoelevamenti, dell’ubiquità perenne ma assieme buco nero esistenziale che si vive a Città del Messico. Quindi non pensate che menta se vi dico che è la Città Impossibile, il centro di di una Nostalgia Impossibile.

Street View mi concedeva le fugaci nostalgie di sveglie mattutine luminosissime e sorprendentemente pacate – la megalopoli sa essere molto silenziosa in angoli inaspettati, popolatissimi di colibrì che sbattono le ali quasi a scacciare via tutto il male sonoro della città stessa, che si può percepire girato l’angolo deflagrante di una strada qualsiasi – oppure di notti brave e un po’ stupide a saltare da un taxi all’altro alla ricerca dell’ultima cerveza da comprare in confezioni da sei bottiglie di fortuna al 7-Eleven – o, come spesso si chiamano, OXXO – o dell’ultimo taco di salvataggio, arrivando alla taqueria di fiducia, salutando il taquero che oramai vi conosce ma non la smette in fondo di considerarvi stranieri, ebbri e felici nonostante l’olezzo di carni sfrigolanti che a volte non era dei migliori e sapeva di cane, o meglio dell’odore che ci si aspetta a cucinare i cani randagi – che frequentano, si sa, le strade di Città del Messico, ispirando i sonetti di certi poeti.

Quello strumento online sul quale si potrebbero passare ore a rincorrere esistenze altrui spalmate su una superficie mi metteva alla ricerca di vita così come lo aveva fatto mentre cercavo di dissipare un lutto: quando è morto mio padre, sono andato a ricercare se lo Sguardo-Divino-diGoogle non mi avrebbe potuto donare il suo fantasma affacciato alla finestra della nostra casa in campagna, una, dieci, cento volte l’ho cercato, nell’inquadratura del 2012, nella versione del 2015, in quella del 2016 poco prima della sua morte, e persino nella lancinante inquadratura del 2017, dove la sua auto non era più parcheggiata davanti casa e invece di lui vidi mia mamma che sconsolata scuoteva la tovaglia solinga in terrazza – e io avrei voluto essere lì, come avrei voluto essere con il fantasma di mio padre nel frame.
Lo strumento di Google, eccolo: ancora una volta. Mi cercavo ora, a Città del Messico, alle porte di quella Pasqua calduccina, in estasi in mezzo a un capannello di studenti della celebre Universidad Nacional Autónoma de México, la UNAM. Ovvero mi faceva giocare con le identità temporali sempre cangianti, grazie alle sue varie inquadrature, di uno dei luoghi che più avevo amato, e che non si può non amare se si va nella megalopoli. Come ho detto parlando del fantasma di mio padre che mai riuscii a visualizzare, Street View assembla non solo vari sguardi di realtà ma anche vari tempi, la realtà non è mai Ora ma è sempre un Prima vicino all’Ora, dove cambiano le luci, fa più freddo, fa più caldo, passano gli anni, ci si incanutisce subito di fronte alla tecnologia. Facevo ad esempio un passo (o un clic che dir si voglia), e mi trovavo colto in una giornata nuvolosa mettiamo del 2009, anno del mio arrivo in città – le nuvole dense eppur vaporose della città, nuvole che mai si teatralizzano, mi pareva già all’epoca, ma semplicemente si chiudono e piovono (tutt’altre nuvole rispetto a quelle di un deserto provinciale o di città del Nord del Messico, oppure di pueblos mágicos come San Cristóbal de las Casas, San Miguel de Allende, o Tepoztlán) – un pomeriggio che doveva essere stato di giugno o luglio, a giudicare dal grigiore del cielo, durante il periodo estivo monsonico che caratterizza Città del Messico – al mattino si leva un sole cocente, e al pomeriggio giungono improvvisi forti piovaschi fino a notte, praticamente ogni giorno, da fine maggio ai primi di ottobre. Sì, sorpresa!, Città del Messico non è affatto una città messicana in cui vige un clima sempre soleggiato per mesi, ma ha tutta la variabilità improvvisa tipica dei tropici, benché condensata in alcuni mesi, e scrivo questo perché a volte mi pare di intendere che a parlare di lei o del Messico si parli come di un’isola greca, senza considerare l’enorme differenza climatica da nord a sud.

Proseguendo per salti di spazio e di tempo, rimanendo sempre all’università-teatro delle glorie patrie messicane, incontrai ancora gli studenti immortalati da Street View, ovvero quelle due studentesse minuscole sulle scale che potrebbero essere state anche le mie – ero in Messico per lavorare a vario titolo all’università –, due piccinotte simpatiche intente forse a leggere romanzi italiani un po’ tosti che io avevo assegnato loro al seminario, e dietro di loro si intravedeva il chioschetto di insipidi panini vegetariani con dentro i germogli di soia e l’immancabile avocado, boccone o meglio burro degli dei, al quale mi affezionai nei pomeriggi di studio e lavoro.

E andai così avanti nella mia ricerca sullo schermo del computer: mi trovai prima a zoomare la vista della biblioteca, famosa per il murale di aztechi messianici di O’ Gorman, che pare un robottone che ti guarda nelle pupille coi suoi occhi oracolari, e quella biblioteca un po’ sfornita anche ricettacolo di tanti pomeriggi pigri degli studenti meno volenterosi – se cercate una foto, vi chiederete infatti da dove entri la luce per le sale di lettura dei piani alti, che si rivelano ottimi incunaboli del sogno – e persino di qualche barbone che entra per schiacciare un bel pisolino sonnecchiando sulle scrivanie, russando su qualche dizionario della Real Academia de España nella sua piccola Contro-conquista a uon di grandissime russate… Il robottone messianico della Biblioteca Centrale sta lì a controllare come una divinità gli ariosi giardini rasi della UNAM, che sono una lustra lente per l’aria secca della città su cui brillano le giornate, si evidenziano i corpi giovani degli studenti e delle studentesse, i loro jeans sdruciti, i maglioni di lana grossa nonostante il clima mite, e sotto le ombre verdi degli aceri americani e della acacie nere, scappano, saltellano, abbaiano qua e là i cani (non randagi, stavolta) degli scrittori messicani contemporanei (come quelli di Emiliano Monge), che qui a volte vengono all’alba un po’ come a messa a confessarsi.

Ad alzare però un po’ lo sguardo da Street View verso la visione di Maps, che è un po’ come lasciare la prospettiva di un Angelo messaggero per raggiungere la Prospettiva-di-Dio, l’Università pubblica più famosa della città vi si rivelerà in tutta la sua complessità: un celebre stadio olimpico, i vari dipartimenti disseminati come Lego nell’enorme campus-città, la zona del favoloso Museo Universitario de Arte Contemporáneo, il teatro universitario, le altre biblioteche di facoltà, persino un ristorante stellato (l’Azul y Oro, dalla cucina tipica messicana eccellente) e ancora la vegetazione un po’ allo stato brado che si estende verso il sud della città, quella del famoso Espacio Escultórico dove tra la vegetazione e la roccia lavica spuntano come contemporanee Stonehenge varie sculture di artisti di alto livello, e di nuovo le isole dei giardini che con la pietra spezzano il discorso, l’overstory, delle chiome degli alberi. E poi zoomando, immancabilmente ancora verso l’alto, andando a vedere come la città insidia il campus, il verde polmone della UNAM pare contrastato da un esercito di fanteria di strade e arterie, attorno alle quali troverete tetti grigi, immondi, brutti, pieni di serbatoi e panni e mutandoni lerci di smog, e terrazzini a volte più curati, e anche, però, speranzosi parchi e parchetti come può essere il parco Viveros de Coyoacán o certe zone del quartiere di San Ángel, a macchia di leopardo, e spiazzi, e poi olocausti di bellezza e ancora viadotti, viadotti che feriscono la città, dovunque si guardi nella bussola impazzita, come uno scheletro, come una possibilità di bellezza assoluta subito infranta. E siamo solo a una parte del sud della città.
Città del Messico vista dall’alto è un colabrodo dove il mondo vegetale, spintonando, lotta per la sopravvivenza assoluta e il cemento prova la sua forza a ogni recesso della mappa. Un orto sorretto dal grigio della tecnica e del moderno di torri e grattacieli, ma coi suoi frutti colorati e le sue foglie verdi, a tratti abbandonato, bombardato, altre volte lasciato selvaggio, edenico.
Posseggo un volume dal titolo appunto Above Mexico City, che consiste in fotografie aeree di questa città sconfinata a opera di Robert Cameron e Herb Lingl: divide la città in spazi (troppo) perfetti, ci illude che abbia un centro (storico, turistico, patriottico come lo è la zona del famoso Zócalo, la piazza più grande della città, luogo di manifestazioni, di parate, di concertoni, di picchetti che durano mesi, di fiere del libro, e su cui si affaccia il Palacio Nacional con i murales di Diego Rivera), che nei pressi del centro ci siano i quartieri notori di Chapultepec e Polanco, e che il resto – los alrededores – sia mera bussola sud-est-ovest-nord, con il solo compito di annunciare il mondo inimmaginabile di ciò che sta en las afueras della città, quando si sa che oltre Città del Messico niente esiste veramente in Messico, perché i cartelli autostradali ti dicono che hai appena lasciato “México” e quindi ti trovi in una specie di vuoto cosmico, nell’antimateria messicana fuori della Capitale.

Molte di queste fotografie, specie quelle relative alla zona del Centro Histórico, mostrano il mosaico di terrazze e tetti che caratterizzano la città. Non c’è modo, a guardarle, di capire che in origine, e almeno fino ai primi del Novecento, molte di quelle strade nel fitto della trama cittadina erano canali e canaletti, oggi prosciugati, collegati al lago di Texcoco: Città del Messico era infatti… Venezia. Città del Messico ab origine; immaginiamoci adesso la vista di Hernán Cortés, in una giornata particolarmente luminosa di quel febbraio del 1519, quando arrivò e si trovò davanti la rigogliosa e cinguettante Valle de México e la maestosa capitale degli Aztechi, Tenochtitlán, pre-Città del Messico: una visione da perderci il sonno, una capitale brulicante di vita, oro, orti, frutteti, e varietà di persone – il sovrappopolamento credo sia stato uno dei problemi della città fin dall’avvento degli spagnoli, che tutto sbilanciarono e tutto votarono alla sovrapproduzione, rispetto a quel tipo di vita tutto sacrificale e quindi in qualche modo equilibrato dal sangue dei sacrifici – coi suoi mercati, i suoi palazzi, i negozi, la piramide o Templo Mayor rubizza al centro, e i vari canali navigabili, e le chinampas, quel modo geniale che gli Aztechi avevano di costruirsi degli orti galleggianti sopra il lago, riscattando magicamente la terra dal fango, e dal fango ricavare nutrimento – un tipo di coltura che oggi può essere apprezzato al sud più remoto della città, nella zona rurale di Xochimilco.
Cortés non fu solo capace di “vedere” la città ma anche di spacciarsi come una sorta di messia in carne e ossa, sfruttando un po’ scaltramente la mitologia. La disfatta degli Aztechi, che ancora oggi i messicani sembrano portarsi appresso, contiene infatti un paradosso irrisolvibile, un rivolgimento delle forme, una doppia e fatale illusione della vita: il ritorno promesso di un dio, di un messia, il serpente piumato Quetzalcóatl, avvenimento da venerare grandemente, che avrebbe coinciso con la fine concreta e repentina di un’epoca, la sconfitta ideale del bellicoso Huitzilopochtli, il colibrì azzurro, protettore e fondatore spirituale di Città del Messico, ma anche un tipo abbastanza dittatoriale. Ma Quetzalcóatl arrivò con le sue piume iberiche e venne a spacciare civilizzazione con la guerra. Pensiamo anche alla sorte negativa, o beffa, del famoso imperatore Montezuma, ultimo regnante della Città del Messico preispanica e amico-prigioniero di Cortés nel lungo assedio della città: la sua sorte fu proprio quella di dividersi tra il serpente piumato, dio di saggezza e semidio di tutta la Mesoamerica, le cui sembianze il tlatoani di Tenochtitlán rivide fatalmente in quelle di Cortés, e il colibrì azzurro, il potente dio della guerra e del sole. La sua incertezza ingenua, che a me lo fa più moderno di Cortés, lo rese ridicolo di fronte al suo popolo e alla Storia.

Lo stesso mito fondatore di Tenochtitlán – si trova in molte mappe antiche: quello della profezia dell’aquila che ghermisce il serpente in punta di piedi su di un cactus e che ritorna raffigurato nella bandiera messicana, quel simbolo precario che fu visione e ultimo approdo dell’esilio di una primigenia tribù azteca, quell’esilio raffigurato didascalicamente dal Codice Boturini, conservato nella Bibliothèque nationale de France – riletto alla luce della conquista successiva della città, e alla luce della mappa contemporanea, racconta le fondamenta pericolanti di Città del Messico, nata su di un lago e sprofondante in esso ogni anno di qualche centimetro, basti vedere, nello Zócalo, come oramai pende la cattedrale, affossandosi nel cemento come fosse una Torre di Pisa.

La città è così un labirinto basculante maneggiabile solo se hai le tue tecniche per perderti, come ci ricorda Walter Benjamin nella sua Berliner Chronik. I suoi quartieri hanno in fondo la dimensione di città europee e lo stile di epoche passate e future: ti puoi trovare nell’arco di una giornata (forse un po’ faticosa, per le distanze) nello stile coloniale di Coyoacán, in quello misto art nouveau e neoclassico di alcuni palazzi della Colonia Condesa e della Colonia Roma, nel De Stijl americanizzato e frenetico di Polanco e nelle architetture futuriste di Santa Fe, quartiere del terrore adatto solo all’upper class messicana, lontano dal fermento della città, ma simbolicamente sorto anni fa sopra la bonifica di un enorme canyon, deposito d’immondizia della città. Oppure ti puoi perdere in un paesino messicano doc inglobato dal Mostro, come Tlalpan, dove lo sterrato è stato da pochi anni sostituito con un asfalto spaccato da rami e radici di alberi secolari e dove ancora vigono tradizioni folcloristiche semirurali e si alzano in cielo fuochi d’artificio a ogni compleanno. Fino agli scenari, alcuni da Striscia di Gaza, delle periferie e dei sobborghi più malfamati, la Colonia Doctores, la Colonia Buenos Aires, El Hoyo di Iztapalapa. Scenari che fanno di una megalopoli una megalopoli: coi suoi lati oscuri, i suoi slums, da temere come da scoprire, e che comunque la vitalizzano, la rendono un discorso completo.

Non so se Città del Messico sia il prototipo della mercantilistica città postmoderna – sicuramente non è il prototipo della città superficiale, della Las Vegas degli architetti, quella teorizzata da Jencks e Venturi – o della città-mostro e trappola, ma sicuramente è il prototipo di una metropoli sempre al bordo del collasso, tagliata da una natura, procreatrice di popoli e flore, che ogni volta pare prendere il sopravvento su un razionalismo impossibile. Questo è il Distrito Federal, l’abbreviato e leggendario DF, città più grande della sua stessa giurisdizione, città dell’Apocalisse, dell’influenza AH1N1 che mi toccò vivere, del disastroso terremoto del 1985 che da decenni si ripresenta (e si è tragicamente presentato anche di recente, proprio il giorno dell’anniversario!), a rischio di devastanti inondazioni per le sue fogne strabordanti o di tremendi conflitti sociali per l’acqua a causa di un sistema idrico colabrodo.
Un training per l’Apocalisse, però con moltissimi tratti di felicità dinamica, briosa come gli scoiattoli che camminano sui cavi della luce davanti alle case. Perché è una città florida di uccelli, di rettili, di fauna non solo metropolitana (i suoi giovani messicani punk, emo, metal, skater, eccetera che la riempiono di risa e di baci pubblici e voraci, e riempiono i suoi numerosi luoghi della bella movida). Città ricca di suoni ricorrenti che annunciano l’arrivo di alcuni lavori a domicilio, molti dimenticati da noi europei: non solo il campanello del camion della spazzatura, che si annuncia nel pomeriggio, ma anche il fischio lugubre della fornace del camotero, che vende nell’oscurità dei miti inverni messicani i suoi camotes, le patate dolci. O il lamento da muezzin del venditore di gas la mattina presto: il gaaas, il gaaas.
A Città del Messico, non ti alleni così solo a degli zapping postmoderni, che, dotati di profondità e trauma, cioè capito realmente il loro gioco di superficie e profondità, servono da stimolo vitale in periodi come questi, di violenza repressa, impasse e tristezza postpandemica e prebellica. Ma anche ti orienti alla possibile caducità futura, non solo alla reale metropoli-mostro, ma anche alla reale estinzione della specie, alla non-città. Sei sul bordo, a fare surf su un’onda bella e sudicia a un tempo, che prima o poi scenderà, ma almeno puoi guardare oltre, e anche al tuo passato.

Forse Città del Messico è a tratti la città letteraria perfetta, la città al bordo del caos, che sa contenere il nostro caos naturale interiore, come direbbe Calvino. La metropoli perfetta, quella che sta sprofondando nel suo fango, ma che anche resiste nelle sue differenze e ci fa resistere. La giungla di giungla e asfalto, di sterminate buganvillee e glicini in festa, di viadotti e vedute d’aereo di quaranta minuti, pullulante di schifo, pattume, macchine rotte che stanno in piedi nella loro carrozzeria arrugginita, dalle pance e dai serbatoi sfondati. La giungla di dolcezze, di patii verdeggianti di ambasciate e centri culturali, di mercatini multicolore come a San Ángel o a Lagunilla, di prelibatezze e sapori di primissimo livello, che nascondono sempre qualche frutto o carne marcia, come a volerti ancora una volta svegliare dal sogno per farti vedere le sue dissonanze. È quella città senza fine che Burdett descrive nel suo libro The Endless City: spazio antropico, spazio entropico, spazio di troppo umano e di sua sparizione, dove si fa troppo e non si fa mai abbastanza contro l’oblio.

Le mappe preispaniche e quelle della successiva colonia spagnola, così come quelle dall’alto che i fotografi ci hanno donato di recente, o ancora quel tappeto di tetti, di mappe esplose e forate, che possiamo apprezzare arrivando dopo un atterraggio all’Aeroporto Internazionale Benito Juárez, sono tutte in fondo mappe precarie e galleggianti, ma l’acqua come unico elemento vitale non c’è più, la vita stessa è affannata da smog, povertà e altezza – siamo sempre a duemilacinquecento metri sul livello del mare! – ma è anche una vita affamata: affamata di incontri, di amore, di passioni furiose, di eccessi, che vale la pena di vivere, chiudendo finalmente Google Maps – strumento tra l’altro impossibile da usare quando si è in macchina per le strade del DF, perché va letteralmente in tilt spostandovi verso luoghi immaginari e indefiniti sullo schermo – e chiudendo Street View, i suoi aggiornamenti.
Andiamo là, ma non ci andremo soli: “Totò, ho l’impressione che non siamo più nel Kansas”.
Al che rispose lo scrittore Carlos Fuentes, nel suo romanzo-mappa sulla città, L’ombelico della luna: “Aquí nos tocó. Qué le vamos a hacer. En la región más transparente del aire”.

Stazioni delle Mappe

TACUBAYA potrebbe essere fondamentale, perché a pochi passi da questa stazione trovate il Museo Nacional de la Cartografía, un curioso conventino incastonato tra due roboanti avenidas.

VIVEROS, uno degli accessi di Coyoacán, ha nei suoi pressi, oltre al famoso parco pieno di scoiattoli, il Centro de Estudios de Historia de México, tra mappe, documenti, riviste per celebrare la Storia Patria a cui tanto tengono, con qualche incertezza, i chilangos.

ALLENDE, nel centro della città, vi porterà invece al Museo del Templo Mayor, dove troverete non proprio una mappa, ma una riproduzione in scala e tridimensionale della antica Tenochtitlán.

ZÓCALO sarà invece la fermata principale per trovarsi al Palacio Nacional, per andare ad ammirare i murales sulla vita azteca di Diego Rivera.


ALESSANDRO RAVEGGI (1980) Vive a Firenze. Insegna letteratura alla New York University. Ha fondato e diretto la rivista letteraria “The FLR”. Ha scritto due romanzi (Grande karma, Bompiani 2020, e Nella vasca dei terribili piranha, Effigie, 2012), i racconti de Il grande regno dell’emergenza (LiberAria, 2016), quattro raccolte poetiche, un libro su Italo Calvino e uno introduttivo a David Foster Wallace, oltre a curare l’antologia di racconti Panamericana (La nuova frontiera, 2016). Scrive di libri e cultura su riviste nazionali e internazionali, tra le quali «Wired» e «Esquire». È curatore della collana di narrativa straniera di LiberAria editrice.

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