Costica Bradatan e Geoff Dyer esplorano le virtù del fallimento e dell’umiltà di fronte al quasi nulla dell’esistenza umana
in copertina: J.M.W. Turner, Norham Castle, Sunrise, circa 1845
Questo articolo è la traduzione di At Ease Amid the Ruins, di Robert Pogue Harrison, pubblicato da The New York Review. Ringraziamo l’autore e l’editore per la collaborazione.
di Robert Pogue Harrison
Secondo le stime più recenti, il 99,9% di tutte le specie che hanno vissuto sulla Terra si sono estinte. Un destino analogo attende quelle attualmente esistenti. Affinché una nuova specie possa affermarsi, è necessario che concorrano favorevolmente molteplici fattori, eppure anche in tale scenario la maggior parte degli individui non partecipa al successo della specie. Molti infatti muoiono prematuramente, non riescono a riprodursi o vengono sopraffatti da nemici, rivali o avversità naturali. Considerando l’alto tasso di insuccesso nella lotta per la sopravvivenza, si potrebbe affermare che ogni organismo vivente proviene da antenati che hanno vinto contro la probabilità – che erano, in un certo senso, dei “vincenti”.
Tuttavia in questo contesto “vincere” si traduce nel perpetrare una sconfitta. Se la sopravvivenza è il metro del successo, anche gli individui più adatti di una specie sono destinati a perdere, nel lungo termine.
Nell’antichità l’umanità si appellava “mortale”, a testimonianza che il suo destino non era solo morire, ma anche soffrire per lutti, sfortune e disastri. A confronto con gli dei immortali, anche i più nobili tra i mortali alle lunghe sono destinati alla sconfitta, come Achille scoprirà nell’Ade. Nel suo libro Elogio del fallimento, il filosofo e saggista Costica Bradatan ci ricorda che esistiamo tra “due vuoti”: quello precedente alla nostra nascita e quello successivo alla nostra morte. Ontologicamente parlando, ciascuno di noi è prossimo al nulla. Ciononostante ogni persona ha qualcosa da perdere. “Miti, religioni, spiritualità, filosofia, scienza, arte e letteratura” — tutti cercano, secondo Bradatan, di rendere il nostro essere prossimi al nulla un po’ più sopportabile.
Una cosa è cercare di alleggerire la nostra condizione, un’altra fuggire in preda al panico dalla realtà. Nell’idolatria del successo e della vittoria tipica della società americana, Bradatan scorge una nociva e controproducente psicologia dell’evasione. La tendenza americana di considerare il successo come una vittoria sulla misera condizione dell’essere umano genera una patologia: la paura del fallimento. In un articolo per il New York Times del gennaio 2023, intitolato “Conosco l’orrore al cuore del sogno americano”, Bradatan narra della sua crescita in Romania, “un luogo immerso nel fallimento sin dalla sua nascita”. Ha deciso di emigrare negli Stati Uniti perché li considera “il luogo ideale per un appassionato del fallimento come me”.
Ho capito immediatamente che il fervido culto del successo in America, la sua ossessione per valutazioni e classifiche e l’incessante esaltazione della perfezione in ogni ambito sono solo una maschera. Dietro questa facciata ottimista si celava una radicata paura del fallimento: il terrore di fallire e sprofondare, di perdere la propria dignità e rispettabilità, di essere emarginati e messi da parte. Non è il successo, ma il viscerale timore del fallimento a pulsare nel cuore del sogno americano.
Questa paura viscerale è al centro di un circolo vizioso: più esaltiamo il successo, più il fallimento ci terrorizza. Arthur Miller osservò che in America “le persone di successo sono amate perché sembrano possedere una sorta di formula magica per tenere a bada la distruzione e la morte”, commentando poi che questa è “la visione della vita più brutale che si possa immaginare, in quanto esclude chiunque non sia all’altezza”. Bradatan ci fa notare che la realtà non è così semplice, visto che i “vincitori” hanno bisogno dei perdenti; non basta avere successo, è necessario che altri falliscano. Aggiunge inoltre che “il tuo successo perde di significato senza il fallimento altrui a fare da contrappeso”.
Certo, qualunque cosa si dica sull’America è vero anche l’opposto. Pertanto, mentre la psiche americana associa il successo alla virtù e il fallimento alla vergogna, la sua letteratura e cultura pop tendono a valorizzare gli emarginati, gli outsider, le vittime, i fuorilegge e, sì, anche i perdenti. Il commesso viaggiatore di Miller è un esempio lampante, così come lo sono Bartleby, Dick Diver, Joe Buck di “Un uomo da marciapiede”, i pazienti di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, Jeff Lebowski, Dewey Finn e i numerosi personaggi del genere letterario dedicato ai “losers”. I perdenti ci affascinano quando vengono rappresentati in chiave romantica o umoristica.
Bradatan identifica due modalità con cui affrontare il quasi nulla che definisce l’esistenza umana: la negazione o l’accettazione. La negazione comprende la fuga dalla realtà, le convinzioni religiose riguardo l’aldilà e l’ideologia transumanista, che vede nella tecnologia e nell’intelligenza umana i mezzi per “guarire la malattia della morte”. Elogio del Fallimento poggia sull’idea che sia la vita a essere una malattia, non la morte: “La vita è una patologia cronica, da cui abbiamo urgentemente bisogno di guarire”. Questa cura, o “terapia basata sul fallimento” come la chiama Bradatan, inizia e finisce con il riconoscimento: un confronto diretto con la sconfitta che è intrinseca alla nostra condizione umana. Contrariamente ad alcuni pessimisti che credono che solo le illusioni rendano la vita tollerabile, Bradatan ripone la sua fiducia in un lucido realismo: “Vedere le cose per quello che sono, invece per come vorremmo che siano”, ha un effetto curativo, se non addirittura redentore, perché “ci consente di liberarci, con dignità, dal groviglio dell’esistenza umana”.
In questo contesto a liberarci è proprio il fallimento, che Bradatan descrive come “qualsiasi esperienza di disconnessione, rottura o disagio che incontriamo interagendo con il mondo e con gli altri”. È solo prendendo le distanze dal mondo che possiamo comprendere la natura mortale, fallibile e destinata alla rovina dell’esistenza umana. Attraverso il crogiolo di disconnessione, rottura e disagio, sviluppiamo l’unica virtù che ci protegge dalla patologia dell’esistere: l’umiltà. L’umiltà, a sua volta, ci offre “la possibilità di essere curati dall’arroganza e dall’egocentrismo, così come dalle illusioni e dall’autoinganno”.
Il sottotitolo del libro di Bradatan, “Quattro lezioni di umiltà”, fa riferimento ai quattro soggetti principali del libro: Simone Weil, Mahatma Gandhi, Emil Cioran e Yukio Mishima (le sue pagine ospitano anche una moltitudine di personaggi secondari). Le vite e le opere di queste figure hanno elaborato il fallimento in modi diversi, tutti accomunati, secondo Bradatan, da una visione fondamentalmente condivisa della vanità dell’esistenza umana. La filosofa francese Simone Weil incarna una lezione sul fallimento fisico. Gandhi rappresenta il fallimento politico. Il saggista nichilista rumeno Emil Cioran illustra il fallimento sociale. E Mishima, che abbraccia la nobile tradizione giapponese del fallimento attraverso il suicidio, esemplifica il fallimento biologico.
Lo stile di Elogio del Fallimento incarna l’umiltà che Bradatan esalta sul piano morale. La sua erudizione e lucidità di pensiero si riflettono in frasi chiare, semplici ma ricche di senso. Un rapido sguardo all’indice svela un universo di scrittori, pensatori, teologi, attori e leader politici che vanno oltre i protagonisti principali del libro. Ogni capitolo intreccia biografia, storia sociale e politica, riflessione filosofica e osservazione esistenziale, evitando qualsiasi ostentazione accademica.
Simone Weil emerge come la figura più vicina a quella di una santa, benché decisamente atipica, in un secolo che ne ha viste poche. Insieme a Simone de Beauvoir fu tra le prime donne a diplomarsi all’École Normale Supérieure di Parigi, superando persino de Beauvoir nell’esame per il diploma in “Filosofia Generale e Logica”. Tra il 1931 e il 1938 insegnò filosofia nelle scuole superiori. La sua goffaggine fisica, così visibile da suscitare ilarità, e il suo evidente disinteresse per il cibo, la facevano sembrare come priva di corpo, eterea. Nel 1934, prese una pausa dall’insegnamento e, dopo diverse candidature, ottenne un impiego in fabbrica come operaia non qualificata. L’esperienza fu tutt’altro che positiva. Lottò per più di un anno per rispettare le quote di produzione, sperimentando direttamente l’oppressione e la deumanizzazione degli operai, ridotti a semplici ingranaggi nel processo produttivo industriale. Questo periodo di lavoro quasi da schiava conferì a Weil un’intensa consapevolezza della “pietrificazione spirituale” che in seguito avrebbe associato alla condizione di “afflizione” (malheur).
La goffaggine, vista come un fallimento fisico, appartiene alla sfera della vita quotidiana e si distingue dai fallimenti morali legati al carattere, al giudizio e alle relazioni sociali. “È la sua intrinseca materialità a renderla perturbante, quando si manifesta negli esseri umani”, scrive Bradatan. È come essere nati con una spina nella carne che ostacola l’armonioso inserimento nel flusso vitale. Tuttavia questo disagio offre degli spunti di riflessione:
La tua goffaggine crea una distanza tra te e il mondo, e la profondità della tua intuizione è proporzionale a tale distanza… Nel momento in cui la spina si fonde con la tua carne, la tua comprensione assumerà dimensioni inquietanti.
Sebbene sia improbabile che la maggior parte delle persone goffe giunga a livelli di comprensione paragonabili, Weil non era certamente come la maggior parte delle persone.
Per Weil, la sofferenza degli afflitti era intrinsecamente connessa a questa degradazione dell’essere umano a mera oggettività, del quale la goffaggine era un antipasto. L’afflizione ci assedia da ogni lato, manifestandosi nei moderni schiavi, nei senzatetto, nei disillusi e nei poverissimi. Coloro che non sono afflitti tendono a ignorare l’esistenza di questi miserabili, perché le privazioni sono repellenti e demoralizzanti; ciononostante la perdita di umanità in chi soffre strappa il tessuto dell’esistenza, permettendoci, di tanto in tanto e nostro malgrado, di scorgere il vuoto beffardo che ci circonda e che abitiamo.
Weil non desiderava sottrarsi al vuoto, ma immergersi in esso. “Dobbiamo concentrare la nostra volontà sul vuoto, desiderare il vuoto,” scriveva in “L’ombra e la grazia”. “Deve verificarsi uno strappo, un atto di disperazione, deve essere creato il vuoto “. Il concetto teologico a cui Weil allude è la kenosis, un termine greco che significa svuotamento: “Svuotarci del mondo. Assumere la forma di uno schiavo. Ridurci al punto che occupiamo nello spazio e nel tempo, cioè a niente.” Bradatan preferirebbe “quasi niente” piuttosto che “niente”, e questa distinzione è fondamentale, perché il “quasi niente” ci tiene ancorati al mondo, mentre il desiderio del vuoto di Weil mirava a una liberazione totale dal mondo.
Chi considera troppo austera la visione del mondo di Weil, troverà quella di Emil Cioran ancora più inquietante, perché per lui Dio non ci aspetta nel vuoto. Nel tratteggiare le figure di questo libro, Bradatan intreccia sapientemente biografia, esegesi e critica, arricchendo il tutto con riflessioni personali che nel caso di Cioran, suo connazionale rumeno, assumono una risonanza tutta particolare. Dove molti vedono nella filosofia dell’inazione di Cioran un pessimismo ostinato e una svalutazione di ogni valore, Bradatan intravede una forma di eroismo al contrario. Cioran incarnava la determinazione a essere désoeuvré, ozioso e privo di qualsiasi direzione. Dal 1937 visse a Parigi e fece ritorno in Romania solo una volta, nel 1940. Evitò il lavoro retribuito tutta la vita e, nelle rare volte in cui lo fece, come nel 1936, quando insegnò in un liceo a Braşov, finì per ridicolizzarlo. Bradatan ci racconta che alla sua dimissione “il preside festeggiò ubriacandosi fino allo svenimento”. “Il mio obiettivo principale era preservare la mia libertà”, diceva Cioran negli ultimi anni. “Preferivo vivere da parassita piuttosto che rovinarmi la vita con un lavoro”.
C’è qualcosa di simultaneamente ammaliante e provocatorio nella scelta di vita di Cioran, che qui definirei “Belacquismo”, con un riferimento al personaggio dantesco emblematico dell’indolenza nel Purgatorio. Quando gli chiedevano delle sue abitudini lavorative, Cioran rispondeva: “La maggior parte del tempo non faccio nulla. Sono la persona più inattiva di Parigi… L’unico a fare meno di me è una puttana senza clienti”.
Cioran sfidava apertamente l’idea esistenzialista francese che solo l’azione conferisca senso in un universo che ne è privo. “Ogni azione è in fondo inutile”, affermava. Bradatan sottolinea: “I grandi oziosi e i mistici lo hanno sempre saputo, e Cioran era entrambe le cose: c’è della perfezione nell’inazione. Meno agisci, più ti avvicini all’assoluto”. Con un sottile accenno all’ironia di Cioran, aggiunge: “Cioran era un uomo di ferme convinzioni: in un mondo sbagliato, solo la vita di un fallito vale la pena di essere vissuta”. Queste osservazioni lasciano pensare che l’ispirazione di Bradatan per il suo libro derivi in gran parte dal nichilismo tragicomico di Cioran.
Una delle intuizioni più penetranti del libro è che il concetto di decreazione di Weil, la goffa ricerca della purezza di Gandhi nei momenti di violenza seguiti all’indipendenza indiana, il rifiuto di Cioran di accettare la propria nascita e il desiderio di Mishima di sovrastare la vita con “una morte bellissima”, riflettano tutti una forma di gnosticismo moderno. Bradatan illumina le pagine associando queste figure alla convinzione gnostica che la creazione del cosmo sia stata un errore, non imputabile a Dio ma a un demiurgo maldestro. L’idea che il mondo sia il risultato di un errore appare come il fondamento non detto che, in una forma o nell’altra, sta alla base della visione metafisica dei quattro difensori del fallimento secondo Bradatan. Questa premessa sembra estendersi ben oltre questi quattro, toccando numerose altre figure del mondo moderno come Giacomo Leopardi, Arthur Schopenhauer, Samuel Beckett, Thomas Ligotti, Eugene Thacker e vari altri pensatori antinatalisti dei nostri tempi.
Bradatan descrive Elogio del Fallimento come un’opera che beckettiana. Una delle citazioni più note di Beckett, spesso abusata e fraintesa, parla del fallimento: “Prova ancora. Fallisci ancora. Fallo meglio. O peggio. Fallisci peggio. Ancora peggio.” Beckett confidava a Cioran: “Nelle tue rovine mi trovo a mio agio” Se l’obiettivo della “terapia del fallimento” di Bradatan è farci trovare a nostro agio tra le rovine, ci riesce perfettamente.
Quando si avverte la fine, persino le carriere di maggior successo sembrano ossessionate dall’idea del fallimento. Le fine ci avvicina alla nostra condizione di quasi nulla. Gli ultimi giorni di Roger Federer di Geoff Dyer parla a partire da questa prospettiva di finitudine che domina ogni tentativo umano di sfidare le sorti e ottenere successo, nella vita o nell’arte. Dyer, un autore celebre, i cui libri hanno vinto premi su premi, è in qualche modo l’icona del successo. Senza dubbio la voce che si legge in Gli ultimi giorni di Roger Federer trasuda sicurezza, mentre naviga ancora una volta attraverso temi elevati come l’arte, la musica, il tennis, il corpo che invecchia, e “un insieme di esperienze, oggetti e artefatti culturali che si sono aggregati intorno a me formando una costellazione durante una fase della mia vita.” Questa fase è quella di un uomo nella sua sessantina che sente che la storia della propria vita, anche biologica, inizia a rallentare.
Le opere di Dyer sfidano ogni categorizzazione (secondo le parole del suo editore) e gli Gli ultimi giorni di Roger Federer unisce autobiografia, saggio letterario, racconti di viaggio, critica musicale e molto altro. Il libro è organizzato in sezioni numerate, alla Nietzsche, e arricchito da un postscriptum e note; al di là di questo, si sviluppa in modo fluido, senza affidarsi a titoli di capitoli o altre guide. Dovrei dire piuttosto a guide fluviali, dato che il testo fluisce attraverso la psicogeografia delle “cose finali”. Ispirato dal saggio Il tardo stile di Beethoven di Theodor W. Adorno (“un riferimento chiave per questo libro sulle ultime cose”), Dyer dedica pagine memorabili agli stili tardivi di personaggi come D.H. Lawrence, J.M.W. Turner, Bob Dylan, Friedrich Nietzsche, Giorgio de Chirico, Ernest Hemingway, Jean Rhys, Don DeLillo e molti altri.
Dyer ha anche curato due raccolte di saggi su Lawrence. In Gli ultimi giorni di Roger Federer, alcune pagine molto brillanti si concentrano sugli ultimi anni di Lawrence, con particolare attenzione alle sue meditazioni attorno ai dipinti tardivi di Turner, dove troviamo echi dei temi gnostici di cui parlavo prima:
Sempre alla ricerca della Luce, per trasformare il corpo in luce finché non rimane altro che una traccia di sangue, un riflesso rossastro del sole all’interno del biancore… Se Turner avesse mai portato a compimento il suo ultimo dipinto, sarebbe stata una tela di bianco incandescente, la stessa bianchezza dall’inizio alla fine, un viaggio dal nulla al nulla attraverso tutta la gamma dei colori.
Affascinato dalla riflessione di Lawrence “Se Turner avesse mai realizzato il suo ultimo quadro…”, Dyer riflette su come l’opera tardiva di Turner si sia avvicinata, senza mai raggiungerla, a una tela completamente kenotica, priva di ogni macchia, di un radioso bianco privo di corpo. Lawrence scriveva, “Solo l’ombra più tenue della vita macchia la luce, è l’ultimo messaggio che si può esprimere, prima del bagliore e del silenzio senza tempo.” Weil, Cioran, i Catari e gli Gnostici conoscevano bene la natura dell’ombra a cui Lawrence faceva riferimento. Secondo Dyer, Turner, “il proto-impressionista e modernista”, “rimase nell’essenza un romantico, condannato al corporeo.” È proprio questo mancato superamento del corporeo che conferisce alla sua opera tarda una bellezza struggente, con quelle sue macchie rosse di luce solare.
Il corporeo ebbe la meglio su Lawrence nei suoi ultimi anni in modo ancor più crudele, non solo perché la sua salute vacillava ma perché, dopo aver negato inizialmente di essere malato, iniziò a convincere gli amici e se stesso di essere in via di guarigione. Non imputava la sua malattia alla tubercolosi, ma agli effetti del clima dei luoghi in cui si trovava, o del suo stato mentale: “Credo che la radice della mia malattia sia una sorta di rabbia… Mi rendo conto ora che l’Europa mi fa infuriare… È l’Europa che mi ha reso così malato.” Fu solo due settimane prima di morire che menzionò la temuta tubercolosi: “C’è un lieve problema di tubercolosi.”
Mentre il suo corpo cedeva, Lawrence non riusciva a liberarsi della sua condizione. Abbiamo qui un esempio calzante della distinzione che Dyer fa tra fallimento e sconfitta:
Il fallimento ci appare sempre come una colpa, non solo per non aver mantenuto le promesse del passato ma anche per non aver raggiunto un traguardo. Falliamo un esame, non ne siamo sconfitti. Siamo sempre sconfitti da qualcosa, anche dalla sfortuna. Il fallimento — convertire i break point — porta alla sconfitta, che può trasformarsi in un persistente senso di fallimento. Poiché il fallimento è interiorizzato, alla fine ha la meglio sulla sconfitta.
La menzione dei “break points” ci introduce al titolo intrigante del libro di Dyer: Gli Ultimi Giorni di Roger Federer.
Dyer ha una passione per il tennis, sia come giocatore che come spettatore, e dedica molto spazio alle stelle del tennis professionistico e al tributo fisico che il gioco esige dal suo corpo ormai anziano. Curiosamente, Federer viene citato solo occasionalmente—secondo i miei calcoli, in meno di una dozzina delle 180 sezioni del libro. Questo è sorprendente, visto che Federer gioca un ruolo speciale nella decisione di Dyer di scrivere un testamento sulle cose ultime: “Una delle domande che mi ha spinto a interessarmi a questo tema — le cose che finiscono, le ultime opere degli artisti, il tempo che si esaurisce — era il ritiro finale di Roger Federer.” Nel 2019 Dyer sentiva di essere in una fase della sua carriera letteraria paragonabile a quella di Federer nella sua carriera tennistica. (La stella svizzera si è ritirata ufficialmente nel settembre 2022.) “Mi sembrava importante completare un libro attorno alla mia esperienza dei cambiamenti portati dall’invecchiamento prima del ritiro di Roger.”
Capire perché Dyer metta in parallelo la parte finale della sua carriera a quella di Federer è affascinante, specialmente perché tende a evidenziare di più le sconfitte del tennista rispetto ai suoi trionfi. Questo sembra quasi dare forza all’idea di Bradatan: il fallimento come esperienza primaria e il successo come secondaria. Da fan di Federer, so bene che noi che lo adoriamo rimaniamo segnati dai momenti in cui non ha raggiunto la vittoria, lasciandoci con il cuore spezzato. È ancora troppo doloroso ripensare a quella finale di Wimbledon del 2008, quando Federer cedette a Rafael Nadal al quinto set, dopo quasi cinque ore di gioco, sotto il buio che avvolgeva il Centre Court. È difficile cancellare dalla memoria quel rovescio incredibile con cui Djokovic annullò un match point nelle semifinali degli US Open 2011, che poi vinse. E la finale di Wimbledon 2019, quando Federer non chiuse la partita nonostante due match point sul servizio contro Djokovic… è un ricordo troppo amaro da rivivere.
Nel suo epilogo, Dyer si chiede: quante volte, nella sua carriera, Federer ha avuto la peggio dopo aver avuto match point a favore? “Tra i vari record di Roger, si potrebbe annoverare anche quello, poco invidiabile, di aver perso più partite da posizione di vantaggio rispetto a qualsiasi altro giocatore?” Nel corso della sua carriera professionistica, Federer ha perso ventitré partite dopo aver avuto match point, sei delle quali nei Grand Slam. Un dato stupefacente per uno dei giganti di questo sport – per molti, il più grande. Queste sconfitte costituiscono l’8% delle sue perdite totali nel circuito ATP e solo l’1,5% dei suoi incontri giocati, ma immagino che la frustrazione di non aver convertito quei pochi punti decisivi gli lascerà un senso di rammarico maggiore rispetto alla soddisfazione dei tanti successi.
Bradatan probabilmente direbbe che Federer è diventato un uomo più autentico e più umile per essere stato privato della vittoria in quelle circostanze cruciali, vivendo con la sua intensità la vera natura della condizione umana. Chi ama Federer, lo ama ancora di più per le sconfitte che ha dovuto affrontare. Senza di esse, sarebbe stato un semidio, e il nostro affetto sarebbe stato meno profondo.
Mentre Dyer vede avvicinarsi il termine della sua illustre carriera letteraria, è particolarmente colpito dal pathos che ha avvolto gli ultimi giorni di Federer sul campo da tennis. È quella luce particolare che ci illumina quando il sole sta per tramontare. Ma c’è di più. Nella sola e unica dichiarazione rivelatrice su ciò che Federer rappresenta per lui, Dyer scrive: “Con il declino di Roger, si conclude un’epoca di bellezza.” È vero, pochi hanno giocato a tennis con la grazia di Federer, ma le epoche di bellezza del tennis sono già tramontate in passato. La grandezza di Federer sta nell’aver risvegliato un’eleganza dimenticata con il suo stile di gioco completo ed elegante. Se con il suo ritiro si dovesse chiudere davvero un’epoca di bellezza, è probabile che questa possa rinascere, anche se Dyer e quelli che tra noi hanno la sua età non saranno lì a testimoniarlo.


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