A testa in giù: storie, miti, significati dell’Appeso

Come mai la figura dell’appeso nei tarocchi è una delle più importanti?  Francesca Matteoni risponde indagando la simbologia e la letteratura.


In copertina: l’appeso (mazzo Rider Waite)

di Francesca Matteoni

Nello scorrere i tarocchi, proprio a metà degli Arcani maggiori fronteggiamo l’impassibilità della Giustizia, che alza la spada e scandisce il suo verdetto, guardandoci tutti senza vederci, pesando le nostre anime, portandoci dall’altra parte a testa in giù, nella posizione dell’Appeso.

È su di lui che intendo concentrarmi adesso, quale punto di svolta ed evoluzione del primo arcano, il Mago, con cui cominciamo l’avventura. Con l’Appeso infatti si conclude la presenza prominente dell’ego nelle carte, per lasciare spazio agli incontri con le forze superne – la Morte, il Diavolo, la Temperanza, la Torre e le carte celesti. È la sua energia, apparentemente paralizzata e paralizzante, che ci condurrà di là, che aprirà il sentiero.

Impiccato, appiccato, appeso per un piede a un palo nelle raffigurazioni più classiche, stranamente la sua postura non indica costrizione: la gamba sinistra è piegata ad angolo retto dietro la destra, il volto è sereno e dalla testa si irradia una luce – aura o aureola, forse quel fuoco nella testa, che tempo prima aveva messo in moto il dio Aengus nella poesia di W.B. Yeats e il Folle dei tarocchi. Rachel Pollack sottolinea la dipendenza dalla carta che precede: a seconda di come si supera il test della Giustizia, l’Appeso sarà una carta di “gioiosa resa” oppure di blocco e sacrificio doloroso. Si può inciampare in un laccio, mentre temendo il futuro trascuriamo il presente, e finire così a spenzolare dolenti e lamentosi. Tuttavia si può anche decidere che la realtà merita di essere vista da altre prospettive, che possiamo, volontariamente, capovolgerci, invece di avanzare a testa in su. Allora L’Appeso si mostra quale liberazione, indica il coraggio di andare controcorrente, di esperire un altro tipo di movimento, portando il proprio mondo interiore a contatto con quanto sta fuori.

Se considero l’aspetto oscuro dell’arcano, certo è ai versi famosi di T.S. Eliot ne La Terra Desolata, che penso. Qui L’Appeso diviene il Marinaio Fenicio Annegato, sebbene il poema si complichi, facendo dire alla memorabile Madame Sosotris: Non trovo/ L’Impiccato. Temete la morte per acqua. L’Arcano è in effetti legato all’universo acquatico. Lo si nota bene nel Mary El Tarot, dove l’Appeso ha la parte superiore del corpo nell’acqua, e dalla sua testa fluisce una corrente rosso oro:  la sua illuminazione che traluce e gli permette di sopravvivere nel nuovo elemento. L’acqua rimanda alla passività, alla ricezione, al mistero primordiale, all’immersione in se stessi, nelle acque del nostro spirito; l’acqua è ostacolo, difficoltà, destino, vita nascosta, prossimità del mondo altro, dove l’Appeso non teme di stare. Anzi, da questo suo respirare sott’acqua trae forza.

I tarocchi di Francesca Matteoni

Scrive Barbara Moore, nel libro che accompagna il mazzo, Hidden Realm, che l’Appeso “è dotato di un punto di vista completamente nuovo (…). È pronto a ricevere”, e quindi ha “l’opportunità di cambiare”. Qui l’albero da cui pende è avvolto nell’edera, rampicante sempreverde, collegata, come la vite, a Dioniso, dio estatico per eccellenza. L’edera germoglia nell’autunno: le sue bacche, che in certe dosi provocano allucinazioni, necessitano di freddo e ombra per maturare: un altro riferimento alla visione capovolta dell’Appeso, che fiorisce… al contrario.

Più o nord, nella mitologia scandinava, incontriamo l’Appeso divino per eccellenza, Odino, padre degli Asi. Si legge che l’Appeso annunci doni profetici. Profezia quale presagio e cognizione di eventi futuri, linguaggio magico, intricato, che pochi padroneggiano e sono pronti ad accogliere. Nel poema  Havamal, il canto dell’eccelso (uno degli appellativi di Odino), è il dio in persona a raccontare di quando si sacrificò a se stesso, appendendosi ai rami del frassino cosmico Yggdrasill.

Lo so che sono stato appeso
al tronco scosso dal vento
per nove intere notti,
ferito da una lancia
e sacrificato a Ódino,
io stesso a me stesso,
su quell’albero
che nessuno conosce
dove dalle radici s’alzi.

Con pane non mi saziarono
né con corni mi dissetarono.
Guardai in basso,
feci salire le rune,
chiamandole, lo feci,
e caddi di là.

Dopo aver sacrificato un occhio alla fonte della conoscenza di Mimir, colui che ricorda (e quindi sa), Odino si appende all’albero perché da lui scivolino le rune, alfabeto sapienziale, che permette di “cadere di là”, ovvero di comprendere l’invisibile, la pluralità nascosta dentro e oltre il nostro mondo. Odino è un dio-sciamano, che percorre il buio del suo corpo e della morte, per entrare in un nuovo stato di consapevolezza, affidandosi all’albero cosmico, proprio come gli sciamani artico-siberiani incidono tacche sulle betulle sacre per salire o scendere agli altri piani di esistenza. Oscurità, malattia (il dio perde un occhio), costrizione sono i primi passi nel processo liberatorio, quando il sé superiore, rappresentato dalla testa, finalmente emana la sua propria luce – le rune.

Se in alcuni mazzi, come nel Wildwood, è il Mago ad avere l’appellativo di sciamano, è nell’Appeso che questo potere si manifesta appieno, non inganno o prestidigitazione, ma viaggio nel segreto dietro la vite, per cui si è disposti a ribaltare la propria.

L’Appeso è in questo senso un’immagine fortemente corporea, che rifiuta ogni divisione fra ricerca spirituale e dimensione fisica: siamo un tutt’uno, il nostro esistere è espressione di quanto lasciamo sgorgare fuori, dell’intraprendenza che per primi coltiviamo verso noi stessi. Fermarsi, quando il contesto spinge ciecamente avanti. Contemplare, quando tutto desidera una risposta rapida ed effimera. E come l’albero da cui si pende, sapere che le nostre radici sono nel cielo, quanto nella terra – tutto si tiene: come sopra sotto.

Odino è la rappresentazione potente e, a suo modo, trionfale, dell’Arcano. Ma ai conoscitori di miti, forse verrà in mente anche un altro episodio, che non va a finire poi così bene. È l’aspetto ombra dell’Appeso, non meno forte e non meno maestro. Mi riferisco alla storia del sileno Marsia, in Frigia, che con il suo aulòs, flauto a due canne, sfida la cetra di Apollo. Il dio accetta, le Muse vengono nominate giudici dello scontro fra l’intelletto e la vita selvatica.  E proprio grazie all’intelligenza Apollo vince, ingannando l’ingenuo sileno e proponendo di suonare al contrario i loro strumenti, performance impossibile per un flauto. La Giustizia inflessibile si allunga anche qui: non si può sfidare un dio. Per punizione Marsia viene appeso a un albero e scuoiato da Apollo – quando resta solo, massa di muscoli e carne senza pelle, accorrono a piangerlo gli abitanti del bosco e dalle loro lacrime nasce un fiume che porta il suo nome. Ancora l’acqua come esito finale di un sacrificio, in questo caso totale, attraverso cui la natura cede alla cultura: si piega, muore, trova un’altra forma mormorante e resistente per fluire via. A volte, quindi, non siamo noi ad appenderci all’albero della nostra coscienza: siamo invece appesi da altri a scontare una pena, un martirio (si veda l’esempio di San Pietro), esclusi perché inadatti al quadro sociale, messi alla berlina per la nostra inattualità, il nostro stile di vita non conformato, il nostro sognare ingenuo. È anche questo, l’Appeso. Sapere che non sempre siamo persone del nostro tempo, che la scelta può essere fra due condanne: quella di noi stessi al silenzio, quella della società al margine. Apollo viene a toglierci la pelle, la protezione, l’armatura: la luce del dio non è tuttavia quella di un nemico, ma della verità.

Il poeta polacco Zbigniew Herbert, nella traduzione di Pietro Marchesani, riprende il mito di Apollo e Marsia, raccontando in una poesia superba quel che accade dopo, quando il dio pulisce l’arma e si allontana. Nei versi il corpo esposto di Marsia diviene linguaggio, una “A” selvaggia, capace di riportare in essere un potere ancestrale, un’arte primitiva che supera la ragione e discende nelle cose pietrificandole.

Il vero duello fra Apollo
e Marsia
(orecchio assoluto
contro enorme gamma)
avviene verso sera
quando come già sappiamo
i giudici
avevano assegnato la vittoria al dio

saldamente legato all’albero
meticolosamente scorticato
Marsia
Grida
prima che il grido giunga
alle sue alte orecchie
egli riposa all’ombra di quel grido

scosso da un fremito di disgusto
Apollo pulisce il suo strumento

solo in apparenza
la voce di Marsia
è monotona
ed è formata da una sola vocale
A

in realtà Marsia
narra
l’inesauribile ricchezza
del suo corpo

i monti calvi del fegato
le bianche forre dei cibi
le selve fruscianti dei polmoni
le dolci alture dei muscoli
le giunture la bile il sangue e i fremiti
il vento invernale delle ossa
sul sale della memoria

scosso da un fremito di disgusto
Apollo pulisce il suo strumento

adesso al coro
si unisce la colonna vertebrale di Marsia
in sostanza quella stessa A
solo più profonda con l’aggiunta di ruggine

questo supera ormai la resistenza
del dio dai nervi di fibre artificiali

per il viale ghiaioso
fiancheggiato da bosso
il vincitore si allontana

chiedendosi se
dall’ululo di Marsia
non sorgerà col tempo
un nuovo ramo
di arte – diciamo – concreta

d’improvviso
cade ai suoi piedi
un usignolo pietrificato

volta la testa
e vede
che l’albero al quale era legato Marsia
è canuto

completamente

L’Appeso scorticato, è chi parla e vede oltre la mappatura individuale della pelle, che riconnette il piccolo corpo umano al grande corpo “concreto”, della natura, del suo resistere a ogni traduzione razionale e/o ragionevole. Un suono che produce pietra. In questa immagine di morte, sacrificio, selvaticità, la paralisi dell’Arcano è una forma di resa senza condizioni dell’ego, alla grandezza di tutto quanto è antico e profondo – che torna: per insegnarci o annientarci. L’intelligenza apollinea modella e spella, ma è il vento invernale delle ossa, a saperla più lunga, infine, facendo cantare proprio quelle ossa che restavano a lungo a sbattere dalle forche. Queste caratterizzavano e modificavano il paesaggio di tanta Europa medievale e moderna, quale confine tra rettitudine e colpa, monito violento dell’umano contro l’umano, e più sottilmente del tempo naturale che fa una cosa sola di vittime, criminali, carnefici, giustizieri… e giustizialisti.

Ecco che l’arcano viene a mormorarci nell’orecchio: per quanto tu proceda ben sicuro per la tua via, a bordo del Carro, il settimo Arcano, mosso da ambizione, determinazione e lungimiranza, prima o poi inciamperai, prima o poi sarai tu stesso a fermarti per accorgerti che la tua corsa in solitaria avviene dentro il vasto del vivente, che proseguire significa perfino restare immobili, viaggiare dentro, sotto, oltre, includendo nella bussola direzioni spirituali, direzioni che non fanno dell’umano il propulsore, che si allontanano, anzi, da questa comprensione miope e scellerata dell’universo. Appeso all’albero cosmico ogni umano è centro e crocevia, in quanto annichilito, ricevente, osservante, fermo, inchiodato, sofferente – obbligato a fare i conti col mondo.

È certo questa un’immagine cristica e lo ricordano i chiodi che fanno la loro apparizione nell’Appeso del mazzo di Thoth, pensato dal controverso mago britannico Aleister Crowley. L’Appeso in quanto simbolo del Cristo, rimanda all’amore sacrificale, alla salvezza che non deriva dall’eroismo, ma dal riconoscerci tutti, uno per uno e indipendentemente dal credo religioso, su quella croce (o crocevia), su quell’albero che ci trapassa gli organi vitali, ferendoci e nutrendoci.

L’Appeso è, esplicitamente, un condannato. Un anticonformista, uno sciamano, un esule, un criminale, un ingenuo, qualcuno impossibilitato ad agire se non su se stesso, qualcuno che ha il coraggio paradossale di arrendersi.

Ho sempre pensato che l’Appeso sia  uno specchio. Di quanto si sceglie, di quanto comunque accade nell’esistenza. Lei ci prende, ci scuote e ci capovolge – ci chiede di non distogliere lo sguardo.

L’ultimo pensiero per questo arcano va proprio ai tanti criminali appesi alla corda nei secoli precedenti, sui patiboli divenuti soggetto ideale per storie macabre, spiriti romantici e oscuri, riti stregoneschi.

Era credenza diffusa che un pezzo di corda di impiccato assicurasse fortuna e soprattutto funzionasse quale terapia contro il mal di testa, il mal di denti o dolori fisici vari. Per non dire delle molte qualità magiche e curative attribuite al sangue, alle ossa, ai denti e ad altri frammenti corporali dei giustiziati, dall’antichità fino al diciannovesimo secolo. Attorno alle forche, come ai crocevia, si potevano ovviamente incontrare spettri senza testa, ma ecco, questi non appartenevano, come si potrebbe supporre, ai condannati. Alle vittime, semmai di qualche brutale omicidio. Difatti il condannato aveva tutto il tempo, prima di pendere dalla forca fino a che morte non sopraggiungesse, per pentirsi, rimettersi a Dio, ricevere il perdono: punito fra gli uomini, graziato dal divino – il corpo umiliato, lo spirito mondato dal male.

Nell’Appeso questa credenza pericolosamente dualista trova una nuova dimensione: il corpo, legato, bloccato, brilla della torcia dell’anima. Perché come avrebbe detto un qualsiasi saggio rinascimentale: l’anima è il corpo e il corpo è l’anima.


Francesca Matteoni conduce laboratori di tarocchi, scrittura e immaginazione. Ha pubblicato vari libri di poesia, fra cui Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014) e il romanzo Tutti gli altri (Tunué, 2014). Scrive saggi di storia e folklore. È redattrice di Nazione Indiana.

2 comments on “A testa in giù: storie, miti, significati dell’Appeso

  1. Marisa Addomine

    Splendido percorso, costellato di spunti di approfondimento, su uno degli Arcani più complessi. Grazie, di cuore.

  2. Paola Petrini

    Certo è un articolo ricco e succoso,dai tanti risvolti-Interpretrazioni le più disparate si adattano a questo Simbolo.
    A me semplicemente ha fatto venire in mente il nostro tempo e la nostra gente;appesa da secoli in un precarissimo
    equilibrio storico esistenziale.ma mai cade nell’acqua,nè nel dramma oscuro e gotico.Cosa la salva?Un Dio
    protettore,la Madonna santa?
    Forse il nostro difetto nazionale,quel prender così superficialmente tutto.Quella voglia di vivere, che secoli di sole
    questo sì il suo miglior dio, gli hanno generosamente regalato e una forma tutta nostra di saggezza, filtrata da tante
    e tante pietre sacre,accumolo di secoli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.