Abe Kōbō, La donna di sabbia



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Di Diego De Angelis


Se si andasse a controllare cosa c’è esposto sugli scaffali delle librerie italiane si penserebbe che i giapponesi scrivono solamente di mostri del folklore, storie romantiche, storie con gatti, qualcosa di erotico. Un bias dovuto a un’idea precisa di importazione di una letteratura che piace molto a un certo tipo di lettori se venduta con quei toni, ma che taglia fuori, spesso, un enorme spazio di letteratura di qualità e dimenticata. Per dirne una è introvabile in edizione fisica La donna di sabbia di Abe Kōbō, in Italia pubblicato per l’ultima volta da Guanda nel 2012. Autore in patria riconosciuto grande tanto quanto Taniguchi o Mishima, Kōbō ha scritto un romanzo che imprigiona il lettore e lo tortura, proprio come succede al suo protagonista. Un anonimo professore, entomologo per piacere, giunge in un villaggio di pescatori mentre è alla ricerca di nuovi insetti da catalogare. Nel giro di poche ore la vacanza assolata del maestro si trasforma in un incubo: viene fatto prigioniero dagli abitanti del villaggio e costretto a spalare (in eterno) all’interno di una fossa di sabbia, grande per contenere una catapecchia e la compagnia di una donna. Le dune mettono a rischio l’esistenza del villaggio e i locali hanno trovato un modo assurdo – quanto efficiente – per resistere: creare una classe di prigionieri-lavoratori e senza nessuna libertà di fuga. Ci sono due elementi che rendono grande il romanzo, uno è sicuramente l’elemento della donna che accompagna la prigionia, melliflua ma resiliente, enigmatica e laboriosa, affascinante tanto quanto le protagoniste dei manga di Kazuo Kamimura. Ma è la sabbia la vera protagonista della storia. La duna che tutto copre è l’allegoria di quella che era la metropoli giapponese degli anni del romanzo (1962). Ningen sabaku, che significa deserto di umanità, è il termine che i giapponesi usavano per descrivere Tokyo. Negli anni sessanta era il simbolo dello stravolgimento sociale ed economico del paese, di un contemporaneità laboriosa al quale l’individuo deve soccombere, destinato a vivere all’ombra di milioni d’altri granelli di sabbia. Kōbō in un incredibile esercizio letterario, con la sapienza chirurgica derivata dai suoi studi universitari in medicina, trasforma la sabbia in una composto chimico crudele, nemica della vita ma dotata di qualcosa di vitale, ma che è opprimente, fa addirittura marcire le cose, la pelle, invade ogni singolo poro del mondo dello sventurato protagonista. Garantito che durante la lettura del romanzo verrà voglia di farvi una doccia fresca.

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