Abolire la libertà in nome della libertà

L’Unione Europea sta sbagliando nei modi di gestire il dissenso sui temi di politica estera?


IN COPERTINA opere di francisco goya: il colosso e il manicomio.

Nell’ottobre 2024 il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato la Decisione 2024/2643 concernente due «misure restrittive» in relazione ad «attività destabilizzanti della Russia». Il Consiglio è composto da ministri degli stati membri, inviati di volta in volta in base al tema trattato e autorizzati a impegnare il proprio governo; le Decisioni, se rivolte agli stati membri, sono atti giuridici vincolanti in vista di un risultato da raggiungere entro un certo termine. Preso atto che la Federazione Russa utilizza con frequenza crescente «tattiche ibride» di ostilità (la combinazione di forza militare e operazioni non militari, in particolare campagne di disinformazione nello spazio digitale); preso atto che tali attività di disinformazione, «caratterizzate da una malevolenza e una portata senza precedenti», rappresentano un modello comportamentale per lo più non illegale che minaccia valori, procedure e processi politici della UE, la Decisione 2643 adotta le due misure per contribuire «alle azioni dell’Unione volte a salvaguardare i suoi valori, i suoi interessi fondamentali, la sua sicurezza, la sua indipendenza e la sua integrità, consolidare e sostenere la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti dell’uomo e i principi del diritto internazionale». Le misure, dirette contro persone oppure organizzazioni responsabili di azioni riconducibili all’offensiva propagandistica della Federazione russa, sono secondo il Consiglio «coerenti con i diritti e le libertà fondamentali riconosciuti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea». 

La prima misura è il divieto di ingresso e di transito nel territorio degli stati membri, la seconda è il congelamento delle risorse economiche. La Decisione 2643 stabilisce un primo elenco di persone e organizzazioni colpite dalle misure restrittive e proibisce ogni attività intesa a eludere le misure stesse (come dare soldi o lavoro a chi è colpito dalle misure); invita inoltre gli stati membri ad adottare misure analoghe. L’elenco, aggiornato nel maggio e nel dicembre 2025, comprende al momento cinquantanove individui e diciassette organizzazioni. In esso appaiono quattro categorie di persone fisiche: della prima fanno parte rappresentanti dell’apparato politico-economico-amministrativo russo o filorusso ed ex-sovietico (militari, vertici dei servizi segreti, proprietari di aziende di telecomunicazione digitale, direttori di agenzie statali); la loro presenza nell’elenco è dovuta ad atti che «minacciano la democrazia, lo stato di diritto, la stabilità o la sicurezza dell’Unione». Le sanzioni nei confronti di questa categoria sono un atto difensivo di natura bellica nel contesto della guerra «ibrida» non dichiarata. Della seconda categoria fanno parte giornalisti/e di cittadinanza russa oppure ex sovietica che nello spazio mediatico interno alla Federazione hanno «usato la propria influenza presso il pubblico per dare risonanza alla propaganda russa»; come chiunque appaia nell’elenco, minacciano democrazia, stato di diritto, stabilità e sicurezza della UE. Con ciò, ampliando la propria sfera di intervento, la Decisione 2643 osteggia interpretazioni storiche e politiche divergenti dalla propria in merito alla guerra in corso tra la Russia e l’Ucraina: alla giornalista Kandelaki viene addebitato per esempio di fungere da «simbolo» del supporto alla guerra e di essere vicedirettrice di una holding mediatica che giustifica l’aggressione russa all’Ucraina. Della terza categoria fanno parte giornalisti o imprenditori non russi accusati di attività «filorusse e antioccidentali» che danneggiano «l’immagine» dell’Unione Europea: uno è l’ivoriano Harouna Douamba, direttore del Groupe Panafricain pour le Commerce et l’Investissement, ritenuto responsabile di una «rete di disinformazione» nella Repubblica Centrafricana e in Burkina Faso; un altro è Justin Tagouh, amministratore delegato della International Afrique Media, che «ha legami diretti con le autorità russe e propaga narrative russe e antioccidentali nei paesi africani». Della quarta e ultima categoria fanno parte fanno parte giornalisti/e, blogger e attivisti con cittadinanza europea o doppia cittadinanza: il tedesco Thomas Röper «propaga sistematicamente false informazioni circa la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina», la svizzera-camerunense Nathalie Yamb, nota per le sue posizioni anticoloniali, «sostiene fermamente la Russia, segue le direttive di Mosca e prende di mira in particolare la Francia e l’Occidente al fine di allontanarli dal continente africano».

Se nel primo elenco dell’ottobre 2024 apparivano quasi esclusivamente cittadini/e russe o nati nell’ex Unione Sovietica, gli aggiornamenti del maggio e del dicembre 2025 hanno da un lato aggiunto nuovi opinionisti, russi ma anche europei, non allineati alla prospettiva UE-Nato sulla guerra in Ucraina o sugli equilibri mondiali: l’analista militare svizzero Jacques Baud (secondo cui la rinuncia dell’Ucraina alla Nato avrebbe evitato la guerra), il politologo Andrej Suschentsow nelle cui analisi – recita la Decisione 2025/2572 – «l’ordine mondiale unipolare” guidato dagli Stati Uniti sta crollando e la Russia, insieme alla Cina e al “Sud globale”, sta costruendo un mondo multipolare più equo; le sanzioni occidentali sono illegittime e autodistruttive e sono utilizzate come strumenti di coercizione contro Stati sovrani». Dall’altro lato gli aggiornamenti hanno esteso le sanzioni ad attività giornalistiche che non hanno a che fare con la guerra russo-ucraina. Al giornalista di origini turche e cittadinanza esclusivamente tedesca Hüseyin Doğru, residente a Berlino e fondatore del canale online red.media, viene addebitato di propagare in modo sistematico informazioni false su temi politicamente controversi al fine di fomentare discordia etnica, politica e religiosa presso il proprio pubblico prevalentemente tedesco, ivi compresa la diffusione della narrativa [sic] su gruppi terroristi dell’Islam radicale come Hamas. Durante un’occupazione violenta di un’università tedesca da parte di vandali anti-israeliani ci sono stati accordi tra gli occupanti e RED per diffondere sui canali online di RED le immagini degli atti di vandalismo, nelle quali si potevano vedere anche i simboli di Hamas, offrire in questo modo agli occupanti una piattaforma mediatica esclusiva e attenuare il carattere tendenzialmente violento della protesta.

Nella prospettiva che ci interessa il caso di Doğru ha qualcosa di esemplare. I sospetti contro di lui iniziarono quando nel giugno 2024 il quotidiano tedesco «Tagesspiegel» pubblicò un articolo secondo cui non specificati «circoli tedeschi della sicurezza» (Deutsche Sicherheitskreise) «assumevano» che red.media (RED nel testo sopra citato) fosse il successore di Redfish, canale digitale di cui erano stati accertati i legami finanziari con l’agenzia Ruptly (riconducibile al governo russo). Redfish nel frattempo è stato chiuso; del nuovo red.media fondato da Doğru, che fino all’adozione delle sanzioni ha documentato la solidarietà in territorio tedesco con i palestinesi, il genocidio a Gaza e i crimini di guerra dell’esercito israeliano, contestualmente contrastando la prospettiva occidentale che vede in ogni combattente islamico un terrorista, le autorità tedesche ed europee non hanno trovato rapporti diretti o indiretti con il governo russo. Doğru peraltro ha dichiarato più volte che la guerra in Ucraina è guerra tra potenze imperialiste (Russia/Nato), e che per questo non si schiera né con l’una né con l’altra.

In un nuovo articolo del settembre 2024 lo stesso quotidiano rese noto che il governo USA, «richiamandosi esplicitamente alle ricerche del Tagesspiegel», indicava red.media come un canale influenzato dall’agenzia russa RT. Gli articoli del «Tagesspiegel» vennero ripresi e amplificati dalla «Tageszeitung» senza verifica dei contenuti né menzione della fonte («si presume che la piattaforma berlinese “Red” sia finanziata dalla Russia»); non venne specificato che le dichiarazioni del governo statunitense si appoggiavano alle non verificate ricerche del «Tagesspiegel» («secondo il ministero degli esteri USA, RT – già Russia Today – dirige “Red” di nascosto»). L’articolo della «Tageszeitung» puntualizza che red.media «pubblica i propri contenuti in collaborazione con il deputato della Linke Ferat Koçak o con gruppi antiisraeliani come Palästina Spricht o Jüdische Stimme» (Koçak è un deputato federale di origini turche, Jüdische Stimme è un’organizzazione di ebrei tedeschi che osteggia l’apartheid a Gaza e nel West Bank); deplora questa «propaganda finanziata secondo ogni apparenza dalla Russia» e rende noto che la dichiarazione del governo USA «ha indotto Meta, l’azienda-madre di Facebook e Instragram, a bloccare il sedici settembre tutti gli account RT, compreso Red». Con una sola significativa eccezione che vedremo più avanti, l’establishment mediatico tedesco («Die Welt», «Süddeutsche Zeitung», «Deutsche Welle») si è conformato alla prospettiva sopra esposta senza svolgere ricerche proprie; è stato invece Doğru a rendere noto che tra il 2024 e il 2025 l’autore dell’articolo sulla «Tageszeitung» è stato visiting journalist al «Jerusalem Post».

Ovunque, negli articoli sopra indicati, si percepiscono da un lato la preoccupazione per il grande successo di red-media a causa della sua posizione pro-Palestina («su Instagram il numero dei follower è raddoppiato in pochi mesi, oggi sono circa 220.000. Alla cosa potrebbero aver contribuito anche i resoconti pro-palestinesi»; «più di 360.000 volte» è stata vista l’intervista a Greta Thurnberg alla manifestazione “Gloria alla resistenza”; red-media ha «un canale Telegram con 18.000 abbonati, un account X con 90.000 follower»). Dall’altro un’ombra di sospetto gettata sui critici del governo israeliano o la loro criminalizzazione: «il “Tagesspiegel” aveva scoperto legami particolarmente stretti di “Red” con gli organizzatori delle proteste antiisraeliane»; «“Red” avrebbe partecipato all’organizzazione delle proteste in Germania»; in fondo al testo «c’è il motto Free Palestine – From the River to the Sea!, inteso spesso come appello alla distruzione dello Stato ebraico di Israele e proibito dal ministero degli interni tedesco».

Scusate questa lunga e peraltro incompleta ricostruzione, ma volevo mostrare in che modo, adducendo l’affiliazione del defunto Redfish a un’agenzia russa, spostando il fuoco sul giornalismo di Doğru in relazione a Israele e Gaza, senza produrre prove e nel circuito in ogni senso chiuso di servizi segreti, governo statunitense e media fedeli al “discorso” Nato, il governo tedesco e l’Unione Europea mettono a tacere il dissenso con un gesto così francamente autoritario che perfino la «Frankfurter Allgemeine», roccaforte conservatrice della borghesia liberale, ha dichiarato in un articolo di poche settimane fa «tali strumenti politici sono discutibili»; ha riportato le esternazioni di Doğru circa una campagna di diffamazione da parte di «media tedeschi, giornalisti, sindacati e ONG» e ha ricordato che le sanzioni non erano previste per cittadini dell’Unione Europea, «soprattutto non per i giornalisti». È appena il caso di ricordare che il governo tedesco è il secondo fornitore di armi a quello israeliano, che è in corso in Germania una militarizzazione della società e dell’industria in vista di un nuovo ruolo internazionale, e che il governo tedesco si è distinto in Europa negli ultimi anni per la repressione delle voci pro-Palestina (si veda per esempio https://archiveofsilence.org). 

Il conto bancario di Doğru (che ha tre bambini) è stato bloccato, per un certo tempo anche quello di sua moglie e di sua madre. Gli è proibito lavorare per un corrispettivo in denaro e chi lo aiuta finanziariamente rischia fino a dieci anni di reclusione. Il suo caso però va oltre le conseguenze personali, perché non è il solo e perché di lui viene fatto un esempio per tutti i giornalisti dissidenti. Non è un caso che il portavoce del Ministero degli Esteri tedesco Martin Giese, sostenendo durante una conferenza stampa le sanzioni europee all’analista militare svizzero Jacques Baud, abbia dichiarato nel dicembre 2025 «chiunque si muova in questa direzione deve aspettarsi che potrebbe succedergli la stessa cosa». Nemmeno la procedura usata nei confronti di Doğru è un caso isolato: nel corso di un’audizione al Parlamento Europeo (sulla quale torneremo) l’avvocato Juan Branco, membro del gruppo di difesa di Julian Assange, ha reso noto che le sanzioni vengono spesso comminate sulla base di informazioni provenienti dalle agenzie di intelligence occidentali, da think-tank vicini alla Nato o finanziati dall’Unione, addirittura dai media («secondo quanto riportato dai media,» recita l’aggiornamento 2025 a proposito del moldavo Prizenko, «l’operazione destabilizzante è stata eseguita a beneficio dell’intelligence militare russa, il GRU, e mirava a suscitare tensioni nella società francese»). Al contrario di un giudice, davanti al quale si può contendere la credibilità dell’accusa, la UE e i governi statali puniscono in silenzio adducendo quanto pubblicato dai media. 

Mentre le strade d’Europa sono tappezzate dai manifesti della campagna UE «Proteggiamo ciò che conta», il cui sito internet avverte «oggi i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa», l’Unione reprime il dissenso tramite atti amministrativi che – presentati come strumento di difesa contro la «strategia ibrida» della Russia – danneggiano, screditano e impauriscono i propri stessi cittadini senza contestazione di reato, senza processo e senza possibilità di contraddittorio, delineando una pratica di governo che si allontana dallo stato di diritto già nelle premesse: la Decisione 2024/2643 adotta le due misure restrittive per contrastare ciò che il preambolo definisce come un «modello di comportamento per lo più non illegale». Sottratto ai tribunali e alle garanzie che regolano l’emissione della condanna penale, il giornalismo indesiderato viene disciplinato per via  extragiudiziaria. Una perizia giuridica dell’ottobre 2025, commissionata da due membri del Parlamento Europeo a Ninon Colneric e Alina Miron (la prima giudice emerita della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la seconda titolare della cattedra di diritto internazionale dell’Università di Angers), ha individuato nel regime sanzionatorio numerose infrazioni al diritto comunitario.

Ho cercato di mostrare altrove, dettagliatamente, come la propaganda sia capillare sui media occidentali, come la manipolazione subliminale «comportamentista» della popolazione sia da tempo una pratica standard della “governance” europea a ogni livello. Tutti ricordiamo le proibizioni di manifestazioni, il ritiro di riconoscimenti istituzionali a intellettuali dissidenti, le violenze e gli arresti della polizia ai cortei permessi ma sgraditi. Abbiamo visto negare il visto d’ingresso a studiosi o attivisti invitati a convegni. Settimane fa il «Guardian» ha reso noto lo studio di un’università londinese secondo cui la Gran Bretagna ha moltiplicato le leggi anti-protesta e creato un nuovo tipo di prigionieri politici, imprigionando in modo sistematico gli attivisti che si oppongono al disastro climatico o all’annichilimento di Gaza. La Decisione 2024/2643 dichiara di voler respingere «i tentativi di ingerenza nel processo democratico dell’Unione», ma democratico questo processo non lo è più da tempo. In un quadro del genere le accuse di autoritarismo rivolte a paesi non occidentali  appaiono pretestuose e interessate, la campagna «Proteggiamo ciò che conta» («in alcune parti del mondo i giornalisti sono messi a tacere, i media sono sottoposti a restrizioni») assume un volto canzonatorio.

La buona coscienza liberale non ha mai accettato la tesi della propria prossimità al fascismo, ma è importante non dimenticare che i fascismi storici ottennero un consenso travolgente in un’epoca che era già pesantemente autoritaria: i governi socialdemocratici della Repubblica di Weimar sospesero più volte i diritti civili, la Lega di Spartaco venne repressa nel sangue, l’antisemita Deutschnationale Volkspartei ebbe rappresentanti in parlamento e in alcuni casi nel consiglio dei ministri. La «dittatura costituzionale», come venne chiamata, annunciò la fine e non la salvezza di una società nella quale all’autoritarismo del governo si accompagnò negli anni precedenti il nazismo un’onda di violenza politica da parte di organizzazioni e di singoli. Oggi negli Stati Uniti questo processo è già iniziato, la gente spara per motivi politici (Luigi Mangione, Thomas Matthew Crooks, Tyler Robinson, Cole Tomas Allen) nel contesto di un governo autoritario, razzista e violento che la lotta dei singoli stati e della magistratura tiene al di qua della dittatura fascista. In Europa per il momento non si spara ma crescono gli atti di sabotaggio: l’attacco alle infrastrutture della difesa e alle aziende legate a Israele, i ripetuti atti di distruzione dell’apparato di sorveglianza digitale, delle torri di trasmissione, della rete elettrica e ferroviaria; l’incendio del «Tourbus» di Google a Francoforte nel 2019, quello allo stabilimento brandeburghese della Tesla nel 2021. Le autorità perseguono i responsabili equiparandoli a terroristi: ma chiudere la strada democratica significa lasciare solo quella della violenza. Nel 1964, a Pretoria, davanti al tribunale che lo avrebbe condannato all’ergastolo per sabotaggio, Nelson Mandela dichiarò di avere scelto la violenza contro le infrastrutture solo dopo aver tentato e visto preclusa ogni altra possibilità politica. È peraltro significativo che anche lui – come i cinquantanove individui della lista UE – venne accusato di agire sotto l’influenza di poteri stranieri («i comunisti»); anche l’African National Congress venne dichiarato criminale come oggi i gruppi di resistenza e solidarietà vengono dichiarati terroristi. 

Nulla indica che nel futuro prossimo l’Unione Europea e i singoli stati recederanno da questa pratica di governo che tacitamente, tramite atti amministrativi e sotto travestimenti democratici, abolisce lo stato di diritto: libertà di parola, di spostamento e di manifestazione, garanzie processuali, non perseguibilità dei familiari, inviolabilità della sfera intima e della proprietà privata. Al contrario, tutto indica che il potere intensificherà le tecniche autoritarie e risponderà al dissenso con la punizione, alla protesta con la violenza, alla violenza con maggiore violenza; a camminare oggi in certi quartieri di Atene si trova una città presidiata quotidianamente dalla polizia in assetto antisommossa. In un quadro del genere gli atti di sabotaggio da un lato appaiono come una conseguenza fisiologica: come ci ha insegnato Polanyi in relazione alla rivoluzione industriale inglese, la società è un organismo in cui le cose accadono certo attraverso un agente politico, ma non necessariamente per calcolo o esclusivo interesse dell’agente stesso. Davanti alla minacciata rovina di tutta la società, un agente singolo (classe sociale, partito, ente pubblico, individuo) si fa portatore della comune esigenza di salvezza. Dall’altro lato gli atti di sabotaggio suscitano ammirazione nello stesso senso in cui Baudrillard ammirò i terroristi delle Twin Towers in un articolo pubblicato da Le Monde poche settimane dopo l’attentato. 

La condanna morale, l’unione sacra contro il terrorismo, sono commisurate al giubilo prodigioso che nasce dal veder distruggere la superpotenza mondiale, meglio ancora, dal vederla autodistruggersi, suicidarsi in bellezza. Perché è lei, con la sua potenza insopportabile, ad aver fomentato questa violenza infusa in tutte le parti del mondo, e quindi anche quell’immaginazione terroristica (senza saperlo) che ci abita tutti. Che abbiamo sognato quell’evento, che tutti senza eccezione l’abbiamo sognato – perché nessuno può non sognare la distruzione di una potenza, una qualsiasi, che sia divenuta tanto egemonica –, è cosa inaccettabile per la coscienza morale dell’Occidente, eppure è un fatto, e un fatto che si misura appunto attraverso la violenza patetica di tutti i discorsi che vorrebbero cancellarlo. Al limite, sono loro che l’hanno fatto, ma siamo noi che l’abbiamo voluto. («Lo spirito del terrorismo», 3 novembre 2001)

È un articolo che stupisce per la sua franchezza, come fosse il documento di un’altra epoca. Che possa sembrarci audace è solo il segno che il potere oggi ci intimidisce e ci mette a tacere, e anche per questo è importante che a inizio maggio di quest’anno tre parlamentari europei – Ruth Firmenich, Danilo Della Valle e Michael von der Schulenburg – abbiano convocato presso il Parlamento l’audizione «EU Sanctions. Rule of law and fundamental rights under attack». Il video integrale dell’audizione è reperibile online; qui riporto il lucido e penetrante discorso tenuto da Hüseyin Doğru, che ha partecipato a distanza perché gli è probito viaggiare anche per andare a difendersi.

«Signore e signori, membri del Parlamento Europeo, colleghi, amici, compagni – in particolare chi ha organizzato questo importante evento – grazie per avermi invitato e avermi dato l’opportunità di parlare oggi. Sfortunatamente non posso essere con voi di persona perché il governo tedesco non mi ha dato il permesso di partecipare a questo evento sulla libertà di parola dei giornalisti. Oggi sono di fronte a voi non perché io sia stato assolto. Sono di fronte a voi perché non sono mai stato accusato. E la cosa dovrebbe preoccuparvi tutti. Come alcuni forse già sanno, il mio nome è Hüseyin Doğru. Sono un cittadino tedesco, padre di tre figli, giornalista e fondatore di red., un portale di informazione in lingua inglese nel frattempo non più operante. Il 20 maggio 2025 sono stato messo su una lista di sanzioni europee. Non a seguito di una condanna penale. Non a seguito di un processo. Non dopo che un tribunale aveva esaminato le prove contro di me. Sono stato messo su una lista. La ragione addotta non è stata la violenza. Non l’istigazione. Non un accertamento da parte di un tribunale. La ragione è politica: il mio giornalismo. I miei resoconti su Gaza, sulle proteste e sulle manifestazioni di solidarietà con i Palestinesi sono stati incastonati in Germania all’interno del discorso sulla Russia, sulla destabilizzazione, sulla manipolazione delle informazioni e sulle minacce ibride. Da anni la Germania cerca di criminalizzare la solidarietà con la Palestina attraverso divieti, violenza della polizia, campagne di diffamazione e dichiarazioni che spesso crollano davanti a una corte di giustizia. Quando mancano le basi per un’accusa penale, diventa allettante un’altra strada: non la corte ma la lista. Non posso provare qui quale governo abbia spinto di più perché venissi inserito nella lista, ma i fatti di cui dispongo indicano con decisione la Germania: a causa dei nostri resoconti pro-Palestina l’intelligence tedesca stava monitorando red. prima ancora che Bruxelles mi mettesse in lista. Più o meno nello stesso periodo siamo stati vittime di una campagna di diffamazione sui media tedeschi. E poi è arrivata la lista europea.

Su questa lista vengo descritto come cittadino turco. Non è vero, sono un cittadino tedesco. Non ho doppia nazionalità. I miei avvocati hanno informato il Consiglio di questo errore dopo la pubblicazione della lista. Non è ancora stato corretto. Non si tratta di una svista da parte di un impiegato: la sanzione è molto più facile da digerire se al pubblico viene detto che la UE ha sanzionato un cittadino turco. È molto più difficile ammettere la verità: che la UE ha sanzionato uno dei suoi cittadini, che vive in Europa, per il suo giornalismo. Da allora i miei conti correnti sono stati congelati. Mi è proibito lavorare. Di fatto sto vivendo come in esilio nel mio stesso paese. Non mi è permesso nemmeno di partecipare a questo evento al Parlamento Europeo per parlare della libertà di stampa. In seguito sono stati congelati temporaneamente anche i conti di mia moglie, che non è sanzionata: una mossa che può essere descritta soltanto come punizione collettiva. Non posso comprare pannolini o medicine per i miei figli. E chi li compra per me rischia un procedimento giudiziario per aggiramento delle sanzioni: fino a dieci anni di prigione. Ecco perché le sanzioni non prendono di mira soltanto me. In pratica puniscono i miei due neonati gemelli e l’altro figlio di sette anni. Ma questo discorso non parla delle mie difficoltà personali. Parla di ciò che il mio caso singolo rivela a proposito dello stato della democrazia in Europa – o meglio, a proposito della sua erosione. 

Prima di spiegarvi come funziona il sistema delle sanzioni, voglio essere concreto quanto alle prove usate contro di me. O meglio, quanto all’assenza di prove – che è di per sé la prova più schiacciante di tutte. Quando i miei avvocati hanno chiesto al Consiglio di riconsiderare le sanzioni, la domanda è stata respinta. Le prove usate per comminare le sanzioni sono state definite confidenziali. Di fatto mi è proibito pubblicare il dossier delle prove usate contro di me. Nella lista il mio giornalismo viene definito un’«insidia» e una «minaccia» alla stabilità europea, e viene collocato tra le attività di disinformazione della Russia. Ma il dossier delle prove non lo dimostra. Non mostra un controllo da parte della Russia. Non mostra una condotta criminale. Non mostra che il mio giornalismo sia stato diretto da uno stato straniero. In nessuna delle trentotto pagine del dossier appare la parola Russia. Si citano invece miei post giornalistici e mie opinioni politiche sostenendo che siano atti di disinformazione. Si cita la mia critica al cancelliere Merz e alla politica europea degli armamenti – critica nella quale ho descritto la guerra in Ucraina come una guerra inter-imperialista, lo stesso concetto marxista che Lenin usò nel 1914 per descrivere la prima guerra mondiale. Questa non è una posizione filorussa. Tratta la Russia come una potenza imperialista, non come una forza da celebrare. Il dossier menziona che l’intelligence tedesca stava monitorando red. a causa dei nostri resoconti pro-Palestina. E di nuovo, questo viene classificato come disinformazione. Si basa inoltre su una campagna di diffamazione orchestrata dai media tedeschi, che ci considerarono “colpevoli per associazione” perché nel nostro team qualcuno aveva lavorato in passato per un canale fondato dalla Russia. Qui non ci sono prove di reato, il dossier non menziona legami finanziari con l’apparato statale di propaganda russa, né che il mio giornalismo fosse diretto da uno stato straniero. Se le prove alla base delle sanzioni sono queste, allora l’abituale lavoro giornalistico – raccontare le cose, criticare, esprimere opinioni, fare analisi politiche – può essere trasformato in prova contro un giornalista. Se questa può essere chiamata disinformazione, allora il dissenso è diventato disinformazione. Se questa può essere chiamata una minaccia ibrida, allora l’opposizione politica è diventata un problema di sicurezza.

In origine le sanzioni europee non sono state concepite per casi come il mio. Sono emerse da una lunga storia di embargo e coercizioni in politica estera. E gli embargo hanno già mostrato la loro brutalità: Iraq, Cuba, Iran. A intere popolazioni è stata inflitta una sofferenza che mirava a cambiare il comportamento del governo. Si stima che in Iraq siano morti cinquecentomila bambini. Sono scomparse le medicine, le economie sono state soffocate. E nonostante questo gli sperati risultati politici non sono mai arrivati. Vennero allora proposte, come alternativa più umana, le “sanzioni intelligenti”. Non intere società, ci è stato detto. Non la gente comune. Soltanto individui, solo i responsabili delle decisioni. Il problema però restava: punizione extragiudiziaria, imposta politicamente, con conseguenze spropositate e scarsa protezione legale. Le sanzioni intelligenti non vennero concepite come un meccanismo per disciplinare i giornalisti o il dissenso interno, ma piano piano si sono espanse. Prima presero di mira quelli che venivano etichettati come terroristi. E in pochi protestarono, perché la parola “terrorismo” bastava a sospendere l’esame critico. Poi presero di mira gli stati nemici. E di nuovo in pochi, troppo pochi protestarono, perché il discorso della sicurezza bastava a sospendere il dubbio. Poi presero di mira gli oligarchi, le aziende, i media, i soci, le famiglie, i facilitatori, i presunti network. E ancora una volta troppo pochi protestarono, perché ogni allargamento delle sanzioni veniva presentato come eccezionale, temporaneo, necessario. Il pastore Martin Niemöller ci ha avvisato sul modo in cui la repressione cresce: prima contro coloro che ci si dice di non difendere, poi contro coloro che riteniamo troppo lontani da noi, alla fine contro coloro che si credevano protetti finché fossero restati in silenzio. Ma i poteri eccezionali restano di rado eccezionali. E ogni silenzio diventa assenso. Ogni precedente diventa una piattaforma per l’attacco successivo. Ogni emergenza diventa un metodo. Poi arrivò il salto concettuale: le sanzioni si espansero nel campo della “manipolazione delle informazioni” e delle “minacce ibride”. Adesso poteva essere preso di mira anche un giornalista. Un canale mediatico. Un editore. Una persona coinvolta nella produzione e circolazione dell’informazione. Lo strumento di politica estera era entrato nella sfera domestica pubblica.  

E dunque, come funziona questo regime? Nel mio caso ha funzionato così: da un punto di vista formale il procedimento è amministrativo e politico. Il Consiglio ha adottato una Decisione in relazione alla Politica Estera e di Sicurezza Comune. Poi ha adottato un regolamento. Il mio nome è stato aggiunto alla lista in allegato. Una volta pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale EU, la misura ha avuto effetto immediato – prima ancora che venisse notificata a me. Non sono stato convocato per un’udienza. Non sono stato processato. A nessuna corte è stato chiesto di trovarmi colpevole oltre ogni ragionevole dubbio. La soglia è stata più bassa: “ragioni sufficienti”. Ho ricevuto queste ragioni soltanto a fatto compiuto, e solo allora ho potuto avanzare delle osservazioni. Ma per allora la punizione era già cominciata. Congelati i conti correnti, bloccato il lavoro, imposto il marchio d’infamia. Per prima cosa sono stato isolato. Quel che è venuto in seguito da parte mia non è stata una difesa degna di questo nome: è stata una lotta contro una punizione che era già cominciata. In realtà dunque l’aggiunta del mio nome alla lista è un atto amministrativo dalle conseguenze ancora più severe di una condanna criminale. La cosa è importante perché la UE insiste che le sanzioni sono preventive, non punitive. Non sono una punizione, ci viene detto. Sono strumenti per infuenzare il comportamento. Sono misure di politica estera. Ma cosa significa questo se l’obiettivo è un giornalista qui in Europa? Significa forse che verrò sanzionato finché non comincerò a scrivere cose diverse? Finché continuerò a mettere in discussione la politica tedesca? Finché non la smetto di documentare la solidarietà alla Palestina? Finché non la smetto di parlare dei crimini che commettiamo in Europa, o dei quali siamo complici? Se le sanzioni mirano a una modifica del comportamento, allora diciamo chiaramente qual è il fine: fare pressione su di me perché io cambi il mio discorso politico. Mi si punisce finché il mio giornalismo non sarà diventato compatibile con la politica estera europea. Si sta facendo di me un avvertimento per gli altri. Queste non sono misure puramente finanziarie. Sono misure disciplinari – un avvertimento per ogni giornalista, editore e dissenziente: la non-conformità politica non verrà tollerata. E siccome formalmente le sanzioni non sono una punizione, le garanzie del codice penale non vengono applicate. È la contraddizione legale al cuore di questo sistema.

Giusto processo. Presunzione di innocenza. Il diritto di conoscere le accuse a proprio carico. Il diritto di contestare le prove prima che la pena diventi effettiva. Non sono cavilli tecnici. Sono le protezioni minime che si interpongono tra l’individuo e il potere statale. In dubio pro reo significa: in caso di dubbio, proteggi l’accusato. Le sanzioni capovolgono questo principio. Sono stato messo in lista senza processo, senza udienza preliminare e senza accesso integrale alle prove. Il dubbio non mi ha protetto, mi ha punito. Il principio diventa dunque: in caso di dubbio l’individuo non va protetto, viene soggetto a restrizioni. Il tempo stesso diventa parte della punizione perché una causa può protrarsi per anni davanti al Tribunale della UE. Nel frattempo la mia professione, finanze, reputazione e vita di famiglia vengono distrutte. Il Tribunale della UE potrebbe decidere più avanti che c’è stato un errore, la sanzione però ha avuto le sue conseguenze. Se la colpevolezza viene stabilita al di fuori di una corte, le sanzioni smettono di difendere la democrazia. Cominciano a smantellarla. 

C’è anche un più vasto contesto politico. La Russia è la giustificazione centrale, la Cina viene infilata sempre più spesso dentro lo stesso lessico strategico insieme a una lista crescente di altri paesi. Il linguaggio è: riduzione del rischio, minacce ibride, interferenza straniera, manipolazione delle informazioni. Permettetemi di essere chiaro. Io qui non difendo l’operato di un qualche governo. Avviso che l’Europa sta cominciando a riprodurre quegli stessi metodi ai quali sostiene di opporsi. Accusiamo gli altri di mettere a tacere il dissenso, di trattare il giornalismo come una minaccia alla sicurezza, di usare il potere amministrativo per disciplinare il discorso politico, di sostituire il dibattito pubblico con dei test di lealtà. Ma cos’è questa se non la stessa identica logica, tradotta in termini europei? In Germania questo spostamento legale è collegato a un più vasto spostamento politico ed economico. La Germania si sta militarizzando – non solo retoricamente, ma industrialmente. La sua economia è stagnante. Il suo vecchio modello industriale è sotto pressione. Le sue aziende automobilistiche non riescono più a dominare la concorrenza, in particolare quella cinese. E ora alcuni settori della base industriale vengono ridiretti verso l’industria della difesa – uno schema di cui conosciamo le conseguenze dal periodo più buio della storia tedesca recente. Lenin analizzò questa dinamica oltre un secolo fa. In Imperialismo, fase suprema del capitalismo, descrisse come il capitale di monopolio, toccando i limiti del profitto in territorio nazionale, si volge alle spese militari, alla produzione di armamenti, all’esportazione dei capitali sostenuta dall’esportazione della forza. La guerra non è un incidente dell’imperialismo, è la sua logica. E dal momento che la Germania è nella UE uno dei poteri dominanti, questa militarizzazione si europeizza. Per giustificarla serve una permanente atmosfera di minaccia: la Russia, la Cina, i migranti, la protesta, il giornalismo. La solidarietà con la Palestina. La guerra diventa la risposta al declino economico. Il riarmo diventa programma industriale. Il dissenso dev’essere gestito, perché una società che il potere prepara alla guerra non può tollerare troppo dubbio nel dibattito pubblico.   

Questo mi porta alla parte centrale del mio discorso: la militarizzazione dell’informazione. Marx descrisse l’ideologia come una sovrastruttura che rispecchia la base economica. Quando la base economica si riorganizza intorno alla guerra, la sovrastruttura ideologica deve adeguarsi. Il dibattito pubblico deve essere reso sicuro per il riarmo. Il dissenso deve essere gestito. Il giornalismo deve essere reso docile o impossibile. Se l’Europa deve essere riorganizzata intorno alla guerra, allora il dibattito pubblico deve seguire la stessa direzione. Le sanzioni contro gli individui e la regolamentazione dei contenuti attraverso la Normativa sui Servizi Digitali possono sembrare appartenenti a settori distinti. Non lo sono. Hanno lo stesso obiettivo: la gestione della sfera pubblica tramite il linguaggio del rischio e delle minacce. Nel regime istituito dalla Normativa, le piattaforme di informazione devono valutare e mitigare i rischi sistemici, inclusa la disinformazione. Al tempo stesso, il linguaggio della politica estera della UE è passato da «disinformazione» a «FIMI» – Foreign Information Manipulation and Interference. Il concetto di disinformazione (per il quale non c’è una definizione legale) sembrava se non altro porre una domanda circa il contenuto: questa cosa è vera o falsa? La FIMI invece fa una domanda diversa: chi sta parlando, e in che tono? È amichevole o ostile? La stessa definizione della UE è eloquente: la FIMI non riguarda solo condotte illegali. Descrive un «modello di comportamento per lo più non illegale» che minaccia o influenza in modo potenzialmente negativo i valori, le procedure e i processi politici. Per lo più non illegale

È una frase che dovrebbe allarmare ogni democratico in questa stanza. Perché se il comportamento è per lo più non illegale, allora qui non è questione di crimine. È questione di interpretazione. Di etichette politiche. Parliamo del potere di decidere chi viene trattato come una minaccia. La questione si sposta da ciò che è stato detto a chi l’ha detto. Dalla verità all’allineamento. Dalla prova al sospetto. Dal giornalismo alla valutazione della minaccia. È qui che le sanzioni e la Normativa sui Servizi Digitali si incontrano. Le prime agiscono sulla persona, la seconda agisce sullo spazio in cui la persona può parlare. Insieme creano un sistema nel quale lo stato non ha bisogno di sospendere le pubblicazioni di un giornale. Basta mettere in lista il suo direttore, congelare i suoi conti, impaurire la sua banca, le sue piattaforme, e chiamare tutto ciò “resilienza democratica”. Ma non è resilienza. È censura per via infrastrutturale, senza firma del censore – censura operata attraverso banche, piattaforme, fornitori di servizi di pagamento, uffici di sorveglianza e di gestione del rischio, di modo che lo stato possa dire: non ti abbiamo messo a tacere. È il sistema. Il potere viene esercitato tramite attori privati. O nel mio caso, esportato dalla Germania alla UE. E siamo onesti a proposito della Palestina. Una lunga lista di studiosi del genocidio, esperti legali e organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno confermato che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Ci sono procedimenti in corso alla Corte Internazionale di Giustizia. Parliamo di fosse comuni, fame, distruzione di ospedali, scuole, università e interi quartieri cittadini. L’Europa non è osservatore neutrale. L’Europa è politicamente, diplomaticamente e materialmente implicata. Per cui quando il giornalismo documenta le proteste contro questa complicità, non si tratta di “destabilizzazione”. Si tratta di un dovere giornalistico e di una minima risposta morale di fronte al massacro.

Quando documentare la protesta diventa prova di destabilizzazione, lo stato ha smesso di trattare il giornalismo come una funzione democratica e ha cominciato a trattarlo come un’attività nemica. La questione non è più: questa persona ha commesso un crimine? La questione diventa: ciò indebolisce la nostra narrativa? Quando il campo del dibattito pubblico adotta il lessico militare – rischio, minaccia, manipolazione – la libertà di stampa non è più un diritto. Diventa una questione di sicurezza. È per questo che oggi non vengo a chiedere la vostra simpatia. Sono qui per dire una cosa semplice: le sanzioni non devono mai essere usate come strumento per sopprimere il discorso pubblico. Il giornalismo non dovrebbe mai essere sanzionato. Non perché un giornalista abbia sempre ragione o perché ogni suo atto sia al di là della critica. Ma perché la risposta al giornalismo è più giornalismo, dibattito pubblico, prove, rettifiche e – se necessario – un tribunale. Non dossier segreti. Non liste amministrative. Non esilio finanziario. Perché la democrazia non viene difesa scavalcando le corti di giustizia. Voglio ricordarvi quanto ho detto all’inizio. Oggi sono di fronte a voi non perché io sia stato assolto. Sono di fronte a voi perché non sono mai stato accusato. E proprio questo è il problema. Un regime di sanzioni che decide della colpevolezza al di fuori dei tribunali non è uno scudo per la democrazia. È la sua tomba.»


Stefano Jorio ha scritto di letteratura, cinema, politica e filosofia per L’Indiscreto, alfabeta2, Il Tascabile, Micromega, pagina 99 e altre riviste. Ha pubblicato i romanzi Radiazione (minimum fax 2010) e Berlin Song (Transeuropa 2023). È stato traduttore e consulente di letteratura tedesca per Fazi e L’orma. Vive da diversi anni a Berlino.

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