Durante un colloquio di dottorato, emerge la tensione tra una vecchia guardia accademica e una nuova generazione pronta a esplorare temi come l’intelligenza artificiale e l’intersezionalità. Ma cosa succede quando l’istituzione si oppone al cambiamento?
in copertina: Professors Welch, Halsted, Osler and Kelly (o “The Four Doctors”), di John Singer Sargent
di Caterina Orsenigo
In un’Università del Nord Italia, non fra le più centrali, da qualche tempo esiste un dottorato interdisciplinare di ricerca in “Ecologia dei sistemi culturali”, diviso fra scienze giuridiche, storia e lettere. Fra le linee di ricerca che si trovano indicate nel bando 2024 ci sono, per esempio: “la produzione di differenze in chiave intersezionale (di genere, sessuali, di razza, di classe, etniche, religiose…) e il loro riflesso nella produzione di linguaggi, testi e/o modelli estetici”; “la questione dell’umano in rapporto con gli ecosistemi e con le altre specie nell’immaginazione letteraria e nel linguaggio”; e anche “i processi di produzione, distribuzione, circolazione e ricezione di testi in un’ottica di mediazione, sia culturale sia tecnologica, sia transdisciplinare”. Colpisce perché in Italia, come vuole il cliché, di varchi per esplorare il contemporaneo non se ne trovano troppo facilmente in discipline umanistiche e soprattutto letterarie. In realtà di brecce ce ne sono un po’ in tutte le università, vanno trovate attraverso pubblicazioni eccentriche di docenti illuminati, spesso giovani, calati nel mondo in trasformazione in cui viviamo.
Ma di dottorati umanistici esplicitamente dedicati a ecologia, tecnologia, specismo, sistemi di dominio… va da sé che non sia facile trovarne. E va da sé che in questa università del nord Italia ci si immagini di veder confluire molti progetti ambiziosi.
Certo, accedervi non è per tutti: l’appuntamento è alle 9.00 mattino in una cittadina di provincia, solo allora, tassativamente in presenza, verrà comunicato se si è ammessi all’orale oppure no e magari per uno che arriva dalla Calabria o dalla Puglia o dalla Sicilia (ma anche senza andare così lontano) non è scontato permettersi un viaggio di andata e ritorno più almeno una notte in trasferta per poi magari sentirsi dire alle 9.05 che non ha passato gli scritti e non parteciperà agli orali. Non succede credo in nessun’altra università, ma lasciamo da parte questa stravaganza e torniamo alle linee di ricerca particolarmente interessanti che si trovano nel bando.
In realtà la mattina degli orali si succedono uno dopo l’altro progetti un po’ scialbi su autori secondari del Seicento da reinterpretare, o invece parallelismi fra autori già letti e riletti da cui non sarà facile stillare qualcosa di nuovo. Quando una ragazza – avrà sì e no ventisei anni – propone una riflessione sul ruolo dell’autore ai tempi dell’Intelligenza artificiale generativa, l’attenzione della platea (composta dagli altri candidati) si risveglia. La ragazza spiega che vorrebbe usare Shakespeare come caso studio, concentrandosi in particolare sui sonetti, e indagare su cosa ne sia dell’autorialità se un’AI è in grado di riprodurre sonetti “à la Shakespeare” perfettamente credibili. Il progetto è più complesso e particolareggiato di così, ma le attenzioni si concentrano su questo punto.
La commissione è composta da tre docenti, tutte fra i cinquanta e i sessant’anni. Si sono presentate all’inizio, i loro studi vertono su tematiche letterarie molto più classiche di quelle indicate nel titolo del dottorato. E infatti ascoltano la ragazza con sospetto e preoccupazione crescenti, fino a che una di loro prende la parola. “Mi faccia capire, dice alla ragazza, quindi si può nutrire questa Intelligenza artificiale con dei sonetti di Shakespeare e lei ne riprodurrà di nuovi, giusto?”. La ragazza conferma con entusiasmo, la docente invece si irrigidisce, ci pensa su un attimo, sembra innervosirsi. “Non capisco” sbotta, “perché dovremmo studiare una cosa del genere? Se non c’è l’autore, non c’è la poesia, punto”. Punto. Che bisogno c’è di studiare una cosa che a sentimento sembra ovvia? Eppure, la ricerca non serve anche a questo?
La ragazza ribatte timidamente che è proprio quello il tema del suo progetto di dottorato, è una delle sfide poste oggi dalla tecnologia. La docente è sempre più tesa, si direbbe spaventata. “Se andiamo avanti su questa strada, fra cinquant’anni nessuno saprà più chi è Shakespeare!” afferma, quasi glielo stesse portando via, il suo Shakespeare. Dal tono e la voce rotta viene da pensare che sia proprio colpa del desiderio di questa giovane aspirante dottoranda di studiare l’AI generativa, se Shakespeare un giorno scomparirà del tutto. La ragazza si fa sempre più piccola, cerca di spiegare che, se anche ci fosse questo rischio, sarebbe comunque importante studiarne i meccanismi. Insomma, anche solo per saperli gestire invece che esserne sopraffatti… no? Lo dice piano, come volesse rassicurare un bambino o a un anziano disorientato. La docente inizia a gridare: “Se andiamo avanti così, dove andremo a finire?!”.
Nulla, nelle sue reazioni, ricorda la postura del ricercatore. Si capirebbe un umile ammissione di ignoranza, basterebbe dire che purtroppo nonostante le premesse scritte sul bando di dottorato nessuno lì sarebbe in grado di seguire quel progetto. Eppure non si parla di fantascienza, le AI generative esistono da diversi anni, qui su Indiscreto se ne discute da tempo, è un tema che prima di essere divisivo dovrebbe instillare una montagna di domande. E se a queste domande non si cerca di rispondere attraverso la ricerca accademica, allora l’università ha rinunciato al proprio mandato. Dove altro dovrebbero essere indagate le trasformazioni della società, della tecnica, in questo caso della letteratura, se non lì? Dove si stanziano fondi apposta perché menti giovani, inscritte nel presente, lo interroghino con il supporto e la guida di ricercatori esperti? Il dottorato dovrebbe servire a questo. Non vuol dire che non si debba studiare anche l’autore sconosciuto del Seicento, ma indagare il rapporto fra letteratura e AI dovrebbe essere più importante, non meno. Soprattutto, non dovrebbe essere un tabù. In ogni caso l’ammissione d’ignoranza non è neanche immaginabile in questo contesto, anzi.
La ragazza ha già citato diverse volte L’opera all’epoca della sua riproducibilità, la docente, ora supportata dalle altre due la accusa invece di non aver preso in considerazione Benjamin. Sostiene che il progetto manchi di una domanda di ricerca, che non sia abbastanza scientifico, che si sia fatta prendere dall’entusiasmo per “queste cose nuove”. Un’altra docente, seduta in mezzo in quanto capo della commissione, pone fine alla seduta. “È un po’ come succede con le immagini di Che Guevara sulle magliette, sono ovunque e nessuno sa più cosa ha fatto. Vede… la riproducibilità fa perdere di vista l’archetipo”, conclude con tono beffardo, come se avesse dimostrato alla ragazza qualcosa di ovvio.
È a questo punto che arriva il mio turno. Sì, sono lì anche io. All’alba dei trentacinque anni ho deciso di provare a fare domanda per un dottorato. È stato un tentativo: la mia laurea è straniera, non l’ho mai equiparata, in molte università si richiedono equipollenza e traduzione giuridica di tutti i documenti. Ho voluto comunque provare, almeno per vedere come funziona, prima di decidere se affrontare magari l’anno prossima la burocrazia di traduzioni giuridiche ed equipollenze. Così ho scritto un progetto, ho provato a capire dove mandarlo. L’ambito in cui volevo lavorare si chiama ecocritica, ha a che fare con le cose di cui scrivo sempre: come la crisi climatica modifica il nostro immaginario, l’influenza reciproca fra la realtà e le storie che raccontiamo (in letteratura, al cinema, nelle serie televisive etc). L’ecocritica è una disciplina riconosciuta, è nata negli anni ’70, da allora si è molto evoluta e oggi ci sono anche in Italia ricercatrici e ricercatori importanti che se ne occupano, che scrivono e pubblicano per lo più in inglese testi interessantissimi sul tema. Il bando di quell’università del Nord Italia sembrava fatto apposta, anzi pareva scritto da un esperto in materia. Invece ai membri della commissione questo tema deve apparire spaventoso e ignoto quasi come l’Intelligenza artificiale generativa. Citando alcune pubblicazioni rinomate, parlo della possibilità che la consapevolezza ecologica in un romanzo o in un film si accompagni alla consapevolezza di altre forme di dominio (colonialismo, patriarcato, specismo, per dirne qualcuna) e dunque influisca sulla scelta dei personaggi, dei valori, della visione del mondo che vengono proposti. Le tre docenti ascoltano per qualche minuto, poi la stessa che aveva urlato: “Se andiamo avanti così, dove andremo a finire”, mi interrompe: “Sa, non dovreste farvi influenzare da parole di moda come… postcoloniale e, quell’altra, inter…” – controlla sui suoi appunti – “Ah, intersezionale”.

A questo punto è chiaro che il mio progetto non vincerà l’unica borsa del curriculum letterario del dottorato in “Ecologia dei sistemi culturali ed istituzionali”. Ho mentalmente già mollato il colpo, cerco però di spiegare, anche io come mi rivolgessi a un bambino o a un anziano spaesato, che non sono proprio concetti spuntati nel dibattito pubblico l’altro ieri. Anzi, sono concetti che non possono non entrare nel dibattito accademico italiano: fuori di qui, sono dappertutto. La capo-commissione interviene furibonda – questa volta è lei a gridare – affermando che “noi” (noi chi?) siamo portatori del pensiero unico e vogliamo che pure la letteratura e il cinema trasmettano il nostro pensiero unico. Immagino che se avesse conosciuto la parola “woke” avrebbe detto “la vostra cultura woke”.
Non la conosceva, e in realtà anche questo è un problema.
Un’inspiegabile fiducia nel fatto che, semplicemente, non ci stessimo capendo, mi ha spinta a rassicurarla: “No, anzi. L’idea è che prendano voce anche soggettività che prima non ne avevano o ne avevano meno. Per esempio, sono sempre più presenti in libreria ma anche nelle mostre per esempio l’arte e il pensiero di indigeni come gli Yanomami dell’Amazzonia”.
A quel punto lei mi sorprende. “Gli indigeni hanno sempre avuto voce, avrà letto Cent’anni di solitudine, parla di indigeni”. Devo aver pensato: “Siamo spacciati”.
Gliel’ho detto. Ho detto alle tre docenti che dovevano studiare, che post-coloniale non è una parola difficile inventata pochi mesi fa, che una ragazza di poco più di vent’anni che vuole parlare di Intelligenza artificiale non può essere umiliata da accademici incartapecoriti solo perché ne sanno meno di lei. Mi sono alzata con calma, senza concludere la conversazione, invitandole solo caldamente a studiare, a prendere parte al mondo che cambia, soprattutto se il tema del loro dottorato è proprio il mondo che cambia.
È un problema che le parole e le questioni del presente, attraverso cui si forma il pensiero e si interpreta il mondo, siano bandite dall’università. È proprio lì, anzi, che dovrebbero stare. È un problema che un progetto come quello sull’AI venga valutato da docenti che ne sanno meno della studentessa, che si sia talmente spaventati da linguaggio, dalla tecnologia e dalla società che cambiano da non volerli nemmeno studiare, nemmeno sentire nominare. È un problema immenso che l’università abdichi al proprio compito.
Non è un caso che lo scorso anno il romanzo La ricreazione è finita di Dario Ferrari (Sellerio, 2023) abbia riscosso un così entusiasta successo di pubblico. Ferrari raccontava con ironia un mondo universitario grigio e chiuso in se stesso, lontanissimo dalla realtà, impegnato in lotte intestine ridicole proprio perché sconnesse del tutto dal mondo esterno. Raccontava la storia di Marcello, trentenne di oggi, dottorando in Italianistica all’Università di Pisa, che si trova a lavorare sull’ex terrorista rosso e scrittore Tito Sella. E attraverso Marcello osserviamo sorridendo un mondo di baroni che si fanno dispetti, di conferenze vuote, di ricerche di poco conto utili a ottenere un appezzamento di terreno in un ambiente universitario del tutto feudale: “Conosco dei cretini che però erano i massimi conoscitori di Gozzano, o di Giovan Battista Marino” afferma un personaggio per spiegare quali sono le regole del gioco. Ci sono esilaranti descrizioni del galateo da seguire nel citare o non citare clan di ricercatori rivali, nell’organizzare convegni, nella scelta stessa dei campi di ricerca.
Oltre a essere un bel romanzo, ironico e intelligente, La ricreazione è finita ha fatto tanto successo perché racconta qualcosa di vero: chiunque sia passato per le maglie dell’accademia ha riconosciuto qualche tratto della propria esperienza.
Allo stesso modo, il cliché secondo cui per studiare tematiche che esulano da feudi e zone di confort delle schiere di baroni universitari bisogna fuggire all’estero, magari non è del tutto vero, ma del vero c’è. La ragazza ventiseienne affascinata dalle intelligenze generative forse troverà spazio in un’altra università, più probabilmente se ne andrà via, in qualche nord Europa con i piedi per terra, o ancora rinuncerà al dottorato e farà qualcos’altro.
La scena grottesca di quella mattina in quell’aula di un’università del Nord Italia è talmente caricaturale da sembrare finta, e invece è un po’ oltre il vero: è paradigmatica, come potrebbe esserlo un romanzo sulle storture del mondo accademico. Raccontarla è un modo per illuminare un problema più grande di quella singola scena – in cui magari erano state messe lì per sbaglio tre docenti che non c’entravano nulla con il titolo di dottorato in questione, magari c’erano state difficoltà nel creare una commissione per l’anno 2024, magari gli altri erano tutti malati, chi lo sa.
È qualcosa che ha a che fare in parte con il mondo accademico, in parte forse con una generazione refrattaria al cambiamento, sciatta quando si tratta di misurarsi con una cultura che richiede, per fortuna, di essere sempre più “consapevoli” (questo vuol dire woke: awake, svegli), di dismettere abitudini di pensiero ormai strette. È un lusso, questa sciatteria, che ci si può permettere fra le mura di casa propria, ma non sui giornali, non all’università, non se si occupano posizioni con il compito di indagare e interpretare il mondo. Diceva bene la docente, con parole più da salotto o da bar che da aula universitaria: Se continuiamo così, dove andremo a finire?


Sono allibito. E per varie ragioni.
1. La modalità di comunicazione dell’ammissione all’orale. Qui a Genova, quando mia figlia ha fatto la richiesta e ha inviato titoli e progetto di ricerca per la borsa di dottorato, è stata pubblicata online la graduatoria e l’ammissione dei vari candidati .
2. Le 3 docenti avranno pur letto il progetto di ricerca per poter assegnare il punteggio valido per l’ammissione (o no?).
3. Da qui discende la ragione forse più importante. Nei 2 diversi colloqui è stata dimostrata una assoluta impreparazione sull’argomento specifico del Dottorato, sia a livello dei contenuti proposto dalle 2 candidate, sia proprio su fenomeni e metodologia di ricerca ormai consolidate da anni (l’esempio di post-colonial come parola di moda, mentre gli studi risalgono ad anni in cui sia le 3 docenti che i/le candidati/e non erano nemmeno nati/e). Mi ricordo ancora invece il mio colloquio con il direttore di ricerca del Dottorato (Doctorat de 3ème cycle) per cui volevo chiedere una Borsa MAE nel lontano 1980 (era Jacques Le Goff), a cui ero arrivato senza alcuna presentazione di altri professori, ma solo con il mio progetto di ricerca, che abbiamo discusso per 1 ora, e che è finita con l’accettazione della mia candidatura da parte di Le Goff (indispensabile per poter ottenere la Borsa).
Ha fatto bene a dire alla Commissione di studiare, e di non restare ancorate alle proprie conoscenze e metodologia di ricerca. Mi chiedo quale sarà stato il progetto di ricerca che ha ottenuto l’unica borsa disponibile. Ma, alla fine, qual è questa Università?