Adelphi è l’Anticristo?

Una leggenda intorno a uno dei più celebri editori italiani apre a una domanda piuttosto seria: che cos’è la gnosi, e perché fa tanta paura? 


IN COPERTINA e lungo il testo opere dell’artista Ger Langeweg

 di Erik Boni

È il 1993. Il giornalista Maurizio Blondet sta intervistando il filosofo Massimo Cacciari, che si sta preparando a diventare sindaco di Venezia per la prima volta. La conversazione – piuttosto alta e impegnativa – non riguarda però temi di cronaca ma i massimi sistemi della teologia politica: partendo da una domanda sui valori dell’etica laica si comincia a parlare di dissoluzione del tradizionale ethos che teneva insieme le civiltà dell’antichità – con i suoi costumi e le sue norme rigidamente osservate – a scapito della morale individuale che sovverte le basi della polis, processo di dissoluzione e sovversione del quale il cristianesimo (insieme alla condanna di Socrate) è una delle tappe fondamentali.

Il cristiano non ha infatti radici in uno specifico ethos legato a un popolo, a una polis particolare, ma abita in una città di Dio che è al di sopra di tutte le città dell’uomo. Con ciò l’individuo è gettato anche nel doloroso stato della libertà, perché non è più limitato e costretto a seguire i costumi della polis – e adorare i suoi dei – ma si trova in ogni istante a dover scegliere, a decidere da quale parte combattere anche a costo di macchiarsi del sangue dei suoi fratelli. Gesù (come dice il Vangelo di Luca) non è venuto a portare la pace ma la divisione, e “saranno divisi il padre contro il figlio e il figlio contro il padre; la madre contro la figlia, la figlia contro la madre; la suocera contro la nuora e la nuora contro la suocera”.

L’ipotesi che si affaccia è quella di una Chiesa che potrebbe diventare vittima di un processo di secolarizzazione – ovvero di distruzione di tutti i valori sacri della comunità – da essa stessa innescato nel momento in cui ha dichiarato la superiorità della fede – della legge divina che si manifesta all’interno della coscienza di ciascuno – sull’ethos della polis: l’illuminismo laico e libertino e la Chiesa avrebbero la stessa radice. Con la differenza non trascurabile che nel cristianesimo permane la consapevolezza dell’insufficienza dell’uomo a se stesso, e quindi della necessità di un principio trascendente, mentre l’illuminismo nega l’idea del peccato originale, crede che il bene si trovi già radicato nella natura umana e che basti seguirla.

Il duello all’ultimo sangue, preannuncia Cacciari nello svolgimento del suo discorso escatologico, si svolgerà proprio fra questo principio trascendente e il Nuovo Ordine Mondiale neoliberista borghese che proclama l’assoluta autosufficienza e che nel suo principio di tolleranza universale non tollera in realtà niente che gli sia esterno, tendendo piuttosto a inglobare tutto fra le sue spire. Una volta caduto il comunismo – in precedenza scambiato col nemico – la Chiesa si trova di fronte all’avversario finale: un sistema economico totalmente secolarizzato che non esiterà a usare anche contro la Chiesa la più inaudita violenza, a meno che questa non si adatti a diventare un semplice supporto del sistema (cosa che non può fare se non tradendo la sua missione).

È precisamente a questo punto del discorso che Cacciari si lascia sfuggire un’esclamazione che attira la curiosità morbosa di Blondet, e che avrà uno strano destino: “Il Papa deve smettere di fare il katéchon!”. Esclamazione che Blondet estrae completamente dal suo contesto, pure finora correttamente riportato, per costruirci sopra un bizzarro castello di carte e una teoria cospirativa esposta nel libro Gli Adelphi della dissoluzione (pubblicato nel 1994 per Ares), del quale l’intervista che abbiamo qui riassunto costituisce il primo capitolo. 

Il katéchon (in greco “colui o ciò che trattiene”) è una misteriosa figura introdotta dall’apostolo Paolo nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi. Paolo rimprovera agli abitanti di Salonicco di comportarsi come se la fine dei tempi sia davvero imminente, con la conseguenza di trascurare i loro doveri mondani. L’apostolo ricorda quindi che – come già anticipato da lui in altre occasioni – devono verificarsi alcune condizioni prima del ritorno di Cristo. Intanto deve realizzarsi il trionfo del falso Messia, l’Anticristo (destinato ovviamente a essere sconfitto da quello vero nella battaglia finale), ma prima ancora deve essere spazzato via, appunto, ciò che “trattiene” l’Anticristo dal manifestarsi, il katéchon. Che cosa rappresenti questa figura (l’impero romano? la Chiesa?), e quale sia la sua effettiva funzione, è ciò su cui esegeti del Vangelo e pensatori politici come Carl Schmitt non hanno mai cessato di interrogarsi. 

Per quale motivo – si chiede comunque Blondet – Cacciari non vuole che il pontefice svolga questa funzione di “freno”? Vuole forse anticipare il trionfo dell’Anticristo? Si tratta di una nichilistica cupio dissolvi? Si può naturalmente rispondere che nel frenare l’Anticristo il katéchon svolge anche una funzione di freno nei confronti dell’auspicato ritorno di Cristo e della sua vittoria finale, ma se fosse questa vittoria che il filosofo vuole accelerare cadrebbe proprio nell’errore dei Tessalonicesi (la fretta) rimproverato da Paolo, ovvero in una sorta di eresia. In ogni modo Blondet sembra propendere per una spiegazione meno benevola, e a partire da questa ipotesi il suo libro è costruito: non sarà che Cacciari fa il tifo per l’Avversario, per Satana?

Gli Adelphi della dissoluzione è un libro sicuramente affascinante che negli anni è diventato oggetto di un certo culto, e sul quale si è voluta costruire una leggenda di censura e di ostracismo da parte dei soliti “poteri forti” nonostante sia sempre stato largamente accessibile (per essere pubblicato da una casa editrice minore, almeno). Ed è un libro che incidentalmente contribuirà anche alla fortuna e al culto parallelo della casa editrice Adelphi, già in fase di consolidamento (ulteriore motivo per cui trovo poco credibile la leggenda secondo cui ci sarebbero stati tentativi di seppellire l’opera). La tesi di Blondet in breve è che la missione della Adelphi, portata avanti da personaggi come appunto Cacciari ma anche Roberto Calasso, Elémire Zolla, Sergio Quinzio, consista nel preparare il terreno culturale alla venuta dell’Anticristo.

Si tratta in realtà di una tesi che ha una sua plausibilità e anche un buon supporto empirico, quando espressa in maniera meno forte, ovvero che la politica editoriale della Adelphi consiste in buona parte nel recupero della riflessione intorno a temi della tradizione spirituale gnostica e occultistica (pubblicando quindi autori come Guénon, Gurdjieff, Daumal e, in senso largo, Nietzsche), nel tentativo di creare un’alternativa culturale sia all’ortodossia marxista di sinistra, che al razionalismo di stampo illuministico, che al conservatorismo cattolico. Ma se talvolta Blondet riesce a trattenersi nei binari della critica e della genealogia culturale (pur se farcita di elenchi di nomi associati fra loro con esili collegamenti nel tentativo di descrivere appunto una rete cospirativa che nasce da lontano) va detto che non mancano le pagine che sembrano suggerire al lettore scenari più concreti e inquietanti, quali veri sacrifici umani, riti satanici e orge (ovvero scenari nei quali è davvero difficile inserire le figure di Cacciari e Calasso senza ridere). Qui noi vorremmo mettere da parte il delirio e fare alcune considerazioni che prendono spunto dalla parte più solida del libro di Blondet, ma per questo occorre prima di tutto affrontare un paio di questioni: che cos’è la gnosi, e perché fa tanta paura?

“Assaggia questa mela, sarai come un Dio”

Lo gnosticismo è un movimento religioso e filosofico di ispirazione neoplatonica diffuso specialmente nei primi secoli dell’era cristiana, talvolta considerato come un’eresia del cristianesimo. “Gnosi” in greco significa “conoscenza”, il che ci aiuta a considerare una delle caratteristiche del movimento: si tratta cioè di un insieme di pratiche e credenze che pongono l’accento – piuttosto che sulla fede e sull’abbandonarsi a Dio – sul percorso di conoscenza che l’individuo acquista autonomamente e sul potere – il controllo sul mondo e sugli altri – che tale conoscenza gli conferisce.

Lo gnostico è cioè un “iniziato”, un “risvegliato” che ha “aperto gli occhi” e si è accorto del carattere illusorio della realtà in cui si trova, della trappola in cui è imprigionato e dalla quale può liberarsi appunto tramite l’acquisizione della conoscenza. Una delle dottrine più blasfeme dal punto di vista religioso tradizionale consiste in effetti nella credenza che il mondo in cui viviamo non sia in realtà la creazione di un Dio infinitamente buono e onnipotente, ma il prodotto di una divinità imperfetta quando non malvagia – il Demiurgo – identificato col Dio dell’Antico Testamento. L’anima deve liberarsi dalle prigioni create per lui dal Demiurgo –  il corpo e la materia – per approdare al regno della mente e dello spirito. Per fare questo deve assaggiare il frutto dell’albero della conoscenza proibito dal Demiurgo, la mela (diventata nella modernità tecnologizzata e medicalizzata una “pillola rossa”). L’insistenza sullo spiritualismo non deve ingannare: non si tratta di un atteggiamento di passiva e mistica rassegnazione in quanto l’iniziato – tramite incantesimi e formule – acquista il potere sulla realtà de-negata e diventa in grado di manipolarla. Diventa cioè egli stesso “simile a un Dio”.

Si comincia a capire, da questi ultimi paragrafi, come le correnti di idee ispirate allo gnosticismo non siano relegate all’antichità ma facciano in realtà parte dell’immaginario collettivo contemporaneo che le converte in prodotti di grande impatto mediatico come il film Matrix o i romanzi di fantascienza di Philip K. Dick. Ultimamente lo gnosticismo è stato spesso messo in collegamento con le più bizzarre teorie di complotto che sembrano oggi andare in voga, proprio per l’accento che mettono sul processo di “risveglio” dall’incubo che è diventata la nostra realtà e l’offerta di una conoscenza alternativa, inaccessibile ai più comuni mortali, che propongono. Se ne parla fra l’altro inquesto articolo di Gianluca Didino.

Ma le idee gnostiche potrebbero essere ancora più pervasive, fino a costituire addirittura –secondo la lettura del pensatore tedesco naturalizzato statunitense Eric Voegelin (1901-1985) – il fil rouge che accomuna gli altri -ismi della modernità (comunismo e nazismo) con tutto il loro carico di morte e violenza. Il totalitarismo politico altro non sarebbe, infatti, che il coerente sviluppo del tentativo di trasformare o annullare il male del mondo negando la possibilità di una salvezza che viene da un principio trascendente (religione come oppio dei popoli) e ricorrendo alla “magia” della tecnologia (eugenetica, medicina, psichiatria) e delle scienze sociali (prima fra tutte l’economia). L’analisi di Voegelin è in effetti uno studio sulla presenza strisciante del “demoniaco” nella scienza politica moderna, è la storia della ribellione di Lucifero nel tentativo di sostituirsi a Dio.

Come nello gnosticismo tradizionale la conoscenza non consiste in un mero e passivo rispecchiamento della realtà com’è ma in un aumento della presa su questa realtà, così nella filosofia dialettica di Hegel e Marx il progresso nella conoscenza consiste, ipso facto,  in una nuova costituzione del mondo. La distinzione fra teoria e prassi viene ad annullarsi: il mondo che conosciamo è cioè una funzione della scienza che lo organizza, è creato dalla nostra stessa ricerca, dallo Spirito che raggiunge la propria autoconsapevolezza o dal lavoro dell’uomo. Si capisce allora perché una caratteristica dei movimenti politici moderni consista anche nella proibizione della ricerca in certe direzioni, ovvero nella censura e nel controllo del pensiero dissidente (nonostante una superficiale somiglianza, si tratta di un atteggiamento del tutto opposto a quello proprio dell’orientamento epistemologico pragmatista, che presuppone invece una ingenua fiducia nella coincidenza ultima fra il “vero” e il “buono”).

Nella raccolta Science, Politics, and Gnosticism Voegelin esamina il fenomeno della proibizione negli scritti di Marx e di Comte, quando liquidano certe obiezioni sostenendo che la questione sollevata dall’obiettore (“se è l’uomo che costruisce e modifica la natura col proprio lavoro, da dove viene l’uomo?”) è semplicemente inconcepibile all’interno del nuovo sistema-mondo da loro costruito, ovvero è “frutto di astrazioni”. Ogni possibile contro-argomentazione viene cioè rimandata alla fine dell’esposizione del sistema, quando la sua accettazione avrà reso impossibile la stessa formulazione dell’obiezione, dimenticando che l’accettazione del sistema potrebbe dipendere dalla sua capacità di rispondere all’obiezione.  Ed è vero, in effetti, che nel mondo costruito dai seguaci di Marx certe domande diventano letteralmente impossibili da porre (forzando forse un po’ la mano Voegelin paragona questo atteggiamento a quello dei soldati nazisti che non riuscivano a mettere in discussione gli ordini che provenivano dai superiori).

Ma cosa rende possibile a Marx questa disinvoltura nel cavarsela con trucchi di prestigio? Non si tratta forse della stessa libido dominandi, di quella volontà di potenza che desidera emanciparsi persino dalla sfera dell’oggettività, e di cui Nietzsche è stato il più fervente cantore? La filosofia di Nietzsche – o forse dovremmo dire anti-filosofia – non è proprio una rivolta demoniaca contro la Verità, intesa come ciò su cui la Volontà non ha il controllo in quanto non creato da essa, e quindi identificata col Dio trascendente? Se la filosofia è – etimologicamente – amore per la verità la gnosi è invece desiderio di dominio sull’essere (e infatti “posto che la verità sia una donna” non sono tutti i filosofi degli imbranati con le donne?). La consapevolezza dell’autoinganno celato in questa dottrina si rivela comunque chiaramente nel famoso aforisma nicciano: “Se vi fossero degli dei come potrei sopportare di non essere Dio? Dunque non vi sono dei”.

Perché l’uomo possa liberarsi dalle proprie catene e superare sé stesso (diventare un oltre-uomo) occorre quindi che Dio muoia. La filosofia di Nietzsche, un attimo prima della pazzia che porrà termine alla sua ricerca, ha il suo culmine nell’annuncio della vittoria dell’Anticristo e nel beffardo ritratto autobiografico contenuto in Ecce Homo. Ma non è la stessa follia nicciana, più che un tragico esito, un epilogo perfettamente coerente col suo discorso, e forse un rifugio volontario? È questa l’interpretazione di Klossowski (Nietzsche e il circolo vizioso) e poi di Roberto Calasso nel saggio che accompagna l’edizione Adelphi di Ecce Homo. La paradossale elevazione dell’uomo tramite il suo degrado è un altro dei tratti dello gnosticismo antico: il percorso iniziatico verso la conoscenza si svolge con una discesa nel peccato, col voluttuoso abbandono all’umiliazione spirituale e corporale, con l’annullamento di sé che coincide col proprio trionfo.

Rallentare l’Anticristo

Se rileggiamo le prime pagine de Gli Adelphi della dissoluzione ci accorgiamo subito del debito che le riflessioni di Cacciari hanno con Eric Voegelin, con forse la differenza che mentre Voegelin identificava soprattutto il comunismo come principale avversario del cristianesimo Cacciari vede il suo nemico nel nuovo ordine mondiale instauratosi dopo la caduta del muro di Berlino e il regime sovietico. È abbastanza evidente cioè che egli in realtà – che pure è ateo – simpatizza col cristianesimo contro il neo-gnosticismo che vuole sostituire il progresso immanente della scienza e della politica al piano della provvidenza.

E allora il katéchon? Perché Cacciari chiede al papa di non frenare l’Anticristo? Nel 2013 – vent’anni dopo la fatidica intervista – Cacciari pubblica (naturalmente presso Adelphi) Il potere che frena – un intero libro dedicato alla faccenda del katéchon – mostrando quindi di non essersi fatto troppo intimorire dalle accuse di Blondet, o magari proprio in risposta alle tesi del giornalista che comunque non viene nominato ed è diventato nel frattempo sempre più innominabile (Blondet infatti ha ormai sposato la deriva complottistica più estrema che non esita a identificare la stirpe ebraica come responsabile di ogni malefatta del mondo e rispolverando addirittura la tradizionale e antisemita “accusa del sangue”).

Quel che Cacciari intende mostrare è l’irriducibile antinomicità della figura catecontica, che non si lascia incasellare in nessuno schieramento: da quale parte sta, veramente, il katéchon? Se sta dalla parte di Cristo perché ne ritarda l’avvento, e se sta dalla parte dell’Anticristo perché lo frena? E se il katéchon stesse semplicemente dalla sua parte? Se fosse un terzo partito indipendente? E in questo caso, come valutarlo nella prospettiva provvidenzialistica cristiana? Si tratta di un utile alleato contro l’Anticristo comunemente avversato o di un ulteriore e ancor più insidioso nemico? O addirittura di un travestimento dell’Avversario?

Pur prendendo in esame altre letture (ad esempio, katéchon come funzione della pietà divina che dilaziona l’Apocalisse per lasciare agli uomini il tempo di salvarsi) Cacciari sembra propendere per la più tradizionale e ovvia interpretazione antica, che identificava il katéchon nell’impero romano o più in generale nel potere temporale (si può immaginare il motivo per cui Paolo non volesse essere troppo esplicito prospettando la fine dell’impero). Se nel piano divino la fine del mondo non è davvero imminente, in effetti, al cristiano deve pure porsi il problema di chi comanda nel tempo dell’attesa, chi amministra la giustizia e impedisce la violenza anarchica, e proprio comandando e mettendo ordine nel mondo ne ritarda la fine.

Il problema è che questa missione non può essere svolta dalla Chiesa, la quale non ha certo la funzione di conservare l’esistente ma semmai vive nell’attesa messianica della distruzione di quest’ordine e per preparare gli uomini alla fine. Essa deve quindi necessariamente allearsi con l’Impero ma anche questa alleanza non può non essere conflittuale e irta di problematiche. È nella natura di ogni Impero, infatti, darsi uno scopo che non è puramente di conservazione ma che si sovrappone alla missione escatologica della Chiesa. Chi governa non può limitarsi ad amministrare ciò che possiede ma tende naturalmente a espandere i propri confini, a darsi un significato che va oltre l’esistente e si proietta verso un futuro e trascendente Regno dei fini rispetto ai quali la sua azione rappresenta il semplice mezzo.

Se l’Impero e la Chiesa sono così destinati a entrare in un conflitto di valori contrastanti, ma pur sempre in un orizzonte escatologico comune, ancora più radicale è il conflitto che appunto oppone la Chiesa rispetto a quel katéchon che volesse porsi come puro e semplice argine al caos, e questo proprio per la negazione di ogni orizzonte escatologico, di ogni trascendenza. In tal caso infatti il katéchon non potrebbe vedere la differenza fra il Cristo e l’Anticristo, essendo entrambi nemici dell’ordine. Non solo, ma siamo poi sicuri – suggerisce Cacciari – che quello dell’Anticristo sia il regno del caos e della violenza distruttrice? Non potrebbe essere misconosciuto e venire accettato semplicemente come un certo tipo di ordine successivo ad altri? E in questo caso il katéchon – questa specie di vigile urbano col compito di regolare il traffico – non rischierebbe davvero di lavorare per l’Avversario?

L’identificazione più sinistra del katéchon  per Cacciari è quella con la figura del Grande Inquisitore, nella leggenda narrata da Ivàn Karamàzov all’interno de I fratelli Karamàzov  di Dostoevskij. Cristo fa ritorno sulla terra, compie miracoli, viene riconosciuto da tutti e acclamato come salvatore, ma l’inquisitore lo fa arrestare per interrogarlo. Dal monologo dell’inquisitore si capisce come egli lo abbia riconosciuto benissimo, ma non per questo è pronto ad accoglierlo: “Sei tu? Sei tu? […] Non rispondere, taci! E poi, che cosa potresti dire? So anche troppo bene quel che diresti. Ma tu non hai il diritto di aggiungere nulla a quel che già dicesti una volta. Perché sei venuto a infastidirci? Perché sai anche tu che sei venuto a infastidirci. Ma sai cosa accadrà domani? Io non so chi tu sia né voglio sapere se tu sia proprio Lui o gli somigli, ma domani ti condannerò, ti brucerò sul rogo come il più empio degli eretici”.

Stavamo così bene senza Cristo, governando nel nome di Cristo, è il pensiero dell’inquisitore. La libertà (di scegliere fra il bene e il male) che Cristo ha predicato è infatti insostenibile e ciò di cui l’uomo ha davvero bisogno è la soddisfazione dei bisogni materiali, che possono essere garantiti solo da un’autorità forte e dall’obbedienza a essa. E infine l’inquisitore fa la sua rivelazione: “Allora senti: noi non siamo con te, ma con Lui, ecco il nostro segreto! Da un pezzo non siamo più con te ma con Lui: da ormai otto secoli”. Il racconto finisce con Cristo che come unica risposta bacia l’inquisitore sulle labbra e se ne va. “Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea”.

Accelerare il capitale

Nel 1995, due anni le risposte che Cacciari dava a un perplesso Blondet sull’opportunità o meno da parte del Papa di fare il katéchon, in Inghilterra in gruppo di intellettuali e artisti raccolti attorno ai filosofi Sadie Plant e Nick Land dava vita a quello che sarà poi chiamato il movimento accelerazionista, una dottrina che si proponeva di non frenare le trasformazioni operate dal capitalismo ma anzi di esasperarle al fine di giungere al suo superamento. Non si trattava di una semplice riproposizione della storica profezia di Marx – sul capitalismo destinato a crollare sotto il peso delle sue contraddizioni interne – perché riprendendo le suggestioni di Deleuze e Guattari nell’Anti-Edipo l’idea era piuttosto quella di cavalcare la dinamica intrinsecamente distruttiva (e perciò rivoluzionaria) delle trasformazioni capitaliste a fini non di controllo ma di liberazione del desiderio. 

La CCRU (Cybernetic Culture Research Group) all’inizio ha una collocazione più o meno istituzionale presso l’Università di Warwick, ma viene presto costretta ad abbandonarla a causa della sua refrattarietà alle regole tradizionali della ricerca accademica. I suoi aderenti hanno letto i post-strutturalisti francesi, ma hanno soprattutto consumato una enorme quantità di libri, fumetti, videogame e film di fantascienza, oltre che di sostanze psichedeliche. Nella teorizzazione di Nick Land viene a cadere la distinzione fra fiction e realtà perché romanzi come Neuromante di William Gibson oppure film come Terminator non sono soltanto storie di fantasia, ma iperstizioni, ovvero narrazioni dotate di un potere performativo, anticipazioni del futuro che hanno l’effetto di avverarsi, di trasportare quel futuro immaginato nel presente.

Questa, che entro certi limiti è banalmente la capacità dell’immaginario di incidere sul reale, diventa presso i primi accelerazionisti una sorta di credenza (di gusto gnostico) nel potere magico di certe formule o incantesimi. Gli interessi della CCRU convergono così verso un eclettico guazzabuglio di cabala ed ermetismo rinascimentale, occultismo alla Aleister Crowley, musica tecno e rave party, psichedelia, horror lovecraftiano, fantascienza cyberpunk, e internet culture. La trasformazione invocata non è però quella verso un futuro utopico di pace e felicità per tutti gli esseri umani. Al contrario, la catastrofe prodotta dalla tecnologia è voluttuosamente attesa e anticipata nell’immaginazione come unica via per superare finalmente l’umano – vero ostacolo alla liberazione delle potenzialità del capitalismo – e andare verso il post- e oltre-umano. Lo scopo dell’accelerazione è infatti produrre quella singolarità che pone fine all’umano in direzione della piena automazione e della fusione con le macchine.

Nel giro di pochi anni, comunque, è la CCRU che si scioglie sotto il peso delle sue contraddizioni, e i suoi protagonisti prendono vie diverse. Negli anni 2000 ritroviamo Nick Land, per esempio, a Shangai, dove scrive articoli su commissione per il Partito Comunista Cinese. Ma negli stessi anni acquista sempre più fama e influenza il blogger k-punk, altro ex esponente della CCRU, ovvero quel Mark Fisher che diventerà il punto di riferimento della sinistra che invece non vuole arrendersi al capitalismo e rifiuta l’implacabile realismo thatcheriano del “non ci sono alternative”. È la nascita di una spaccatura di senso politico all’interno del movimento accelerazionista: vi sarà quindi un “accelerazionismo di sinistra” – ispirato dalle idee di Fisher e teorizzato da Nick Snricek e Axel Williams in un Manifesto accelerazionista – e un “accelerazionismo di destra”.

Possiamo considerare l’accelerazionismo di sinistra come un tentativo di domare le componenti più nichilistiche del movimento originario per tornare alla riflessione dei post-strutturalisti francesi e alla dinamica territorializzazione-deterritorializzazione. Il capitalismo è allo stesso tempo un potere che frena (territorializza) e un potere che libera (deterritorializza); nel suo procedere sprigiona energie che subito però riesce a catturare e inglobare al suo interno annullandone le potenzialità eversive. Il lavoro dell’accelerazionista di sinistra sarà quindi quello di favorire la fase di  deterritorializzione rispetto alle nuove tecnologie impiegate dal capitalismo per usarle in maniera veramente rivoluzionaria, e concepire un futuro realmente alternativo all’eterno presente proposto dal capitalismo. D’altra parte il proposito dei left accelerationists potrebbe essere descritto come il tentativo di porsi come potere frenante nei confronti delle potenzialità distruttive del capitalismo, per esempio riguardo all’ambiente. 

Nell’accelerazionismo di destra, che nasce dall’incontro di Nick Land con gli ambienti conservatori e alt-right americani, opera invece pienamente la seduzione dell’Anticristo. Le forze scatenate dal progresso capitalistico sono troppo grandi per essere frenate e governate dall’uomo, sono anzi essenzialmente sovra-umane, e possono al massimo essere assecondate. Di fronte a questa processo “alieno” si erge, destinata a essere spazzata via come il katéchon, quella che gli accelerazionisti di destra chiamano la Cattedrale, identificata sostanzialmente con la democrazia, la difesa dei diritti umani, e tutte le forze cosiddette “progressiste”, incompatibili con la piena liberazione del potenziale espresso dal capitalismo. Il moderno stato democratico – secondo alcuni accelerazionisti che si identificano come libertari – sarà quindi sostituito da entità sovrane o meglio proprietarie rette con gli stessi criteri di un’azienda privata, il cui unico compito sarà quello di “funzionare”, massimizzare i profitti.

Attorno a questo nucleo dottrinale si raccolgono tutti i nuovi e vecchi movimenti di pensiero di estrema destra precedentemente relegati ai margini e che ora godono di maggiore visibilità grazie anche alla diffusione virale dei loro contenuti su Facebook e altre piattaforme: incel e maschilisti redpillati, fondamentalisti cristiani, suprematisti bianchi, teorici del pizzagate, e QAnonisti. Alcuni suprematisti per esempio – messa temporaneamente da parte la riflessione sul capitalismo – ritengono utile esasperare i conflitti etnici per arrivare a una guerra civile che vedrà finalmente l’instaurarsi di uno stato bianco razzista. Curiosamente questi sono alcuni dei moventi attribuiti a Charles Manson per la strage di Cielo Drive nel 1969.

Se il pizzagate è una folle ipotesi cospirativa che vede una particolare pizzeria di Washington al centro di un immondo traffico di esseri umani, QAnon è una teoria di complotto nata nello stesso periodo su 4chan (e poi fusasi col pizzagate) dove si sostiene che Hillary Clinton insieme ad altri esponenti dell’élite mondiale (Barack Obama, George Soros, Lady Gaga…) siano membri di una società segreta dedita fra le altre cose a riti satanici e alla pedofilia.  Sarebbe certamente esagerato dire che l’elezione di Trump sia stata favorita dalla diffusione di simili fake news, ma la sensazione è che i tentativi di inquinare i pozzi dell’informazione stiano diventando sempre più numerosi e sfacciati, e sempre più pericolosi.


Epilogo: l’età di Epimeteo

Il dibattito intorno a questi temi è molto americanocentrico, ma è forse possibile sostenere che in Europa è l’Italia il paese che ha offerto maggiore sponda alle teorie accelerazioniste di sinistra, grazie per esempio agli editori Not e Minimum Fax che pubblicano le opere di Mark Fisher. Per quanto riguarda l’accelerazionismo di destra invece il nostro paese soffre (o gode) di un divario culturale e tecnologico con gli Stati Uniti rispetto all’uso dei nuovi media tale da limitare la diffusione di alcuni contenuti virali, ma fra i giornalisti che diffondono le teorie del pizzagate e di QAnon troviamo, non sorprendentemente, Maurizio Blondet, ovvero colui che in un certo senso potrebbe rivendicarne la paternità con più di vent’anni di anticipo.

Il cerchio sembrerebbe chiudersi, ma in maniera strana, sghemba.  È consapevole, Blondet, degli evidenti legami e affinità esistenti fra le sue teorie di complotto preferite e le sette neognostiche alle quali Cacciari e gli intellettuali della Adelphi, secondo lui, partecipano? Non è quindi legittimo chiedersi da quale parte sta Blondet? Non è forse vero che l’Anticristo, quando verrà il suo turno, si presenterà come il Messia? E non potrebbe in fondo l’Anticristo ingannare persino se stesso? L’autoinganno – il disprezzo nei confronti della realtà – è dopotutto una componente dell’atteggiamento gnostico, per cui non dovremmo sorprenderci troppo nel trovare un pensatore che contribuisce alla temperie neognostica proprio denunciando un complotto gnostico.

Certamente non faremmo troppo fatica a cucire addosso a certi personaggi i panni del Grande Inquisitore. Non tanto per il fatto che amano inquisire e accusare, ma perché si ha l’impressione che non riescano a sopportare il principio della libertà morale rappresentato da Cristo (almeno nell’interpretazione di Dostoevskij) e quindi si costruiscono un altro Messia (un Anticristo, appunto) che semplicemente dica loro cosa fare e cosa pensare, magari indicando un nemico di comodo da combattere. C’è da chiedersi in effetti se dietro la retorica dell’accelerazione non si nasconda una nostalgia per quell’ethos saldo e immutabile che reggeva le antiche comunità, che già allora era anti-umano (come dimostrano del resto le tragedie) e che in fondo non poneva problemi di coscienza, perché andava semplicemente seguito senza farsi domande. 

Alla fine del suo libro Cacciari prospetta un futuro immediato, che forse è già il nostro presente, nel quale l’Apocalisse è già arrivata, proprio perché nessuno ormai si riconosce nella forma-stato catecontica e al tempo stesso prometeica, che sa sfidare gli Dei in nome di un progetto alternativo: è questa piuttosto l’età di Epimeteo, il fratello saggio e prudente di Prometeo. Si tratta appunto di limitarsi a gestire il risultato imprevedibile e caotico delle azioni individuali, avendo rinunciato a individuare un bene comune che possa indirizzarle.

Gli accelerazionisti (di destra o sinistra) amano dipingere il mondo contemporaneo come guidato da forze ostili all’umanità, in primis quelle del libero mercato e del capitalismo. Ma in realtà queste forze  – che appaiono impersonali proprio perché non è possibile individuare un organismo superiore in grado di controllarle e guidarle – sono appunto il prodotto di miliardi di decisioni individuali, compiute da esseri umani. È il risultato finale di queste miriadi di interazioni a risultare mostruoso, o forse sono proprio queste minuscole libertà – quella di consumare un prodotto piuttosto che un altro, di desiderare un corpo piuttosto che un altro – ad essere divenute fastidiose in quanto ricordano l’idea ormai intollerabile della libertà tout court, quella che ci obbliga a scegliere fra il bene e il male?

Eppure è proprio questa libertà assoluta – per chi crede che esista una cosa simile –  che la fine dei tempi ci richiede di impiegare. Non siamo in grado di sapere quando avverrà l’Apocalisse, se avverrà, o se è già in corso, e certo non pretendiamo di sapere da quale parte occorre schierarsi. Ma forse siamo dalla parte giusta anche solo col pretendere che ognuno conservi la sua facoltà di scelta.


Erik Boni, Nato nel 1972, laureato in filosofia, studioso di archivistica, impiegato presso una prestigiosa biblioteca italiana, ha una passione per le idee libertarie che di solito cerca di comunicare tramite un blog l’albero di maggio.

2 comments on “Adelphi è l’Anticristo?

  1. Molto bello questo articolo che coniuga aspetti spirituali con correnti filosofiche contemporanee che sinceramente non conoscevo. Grazie

  2. Pingback: Adelphi è l’Anticristo? – Tutti a Zanzibar

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