Al crepuscolo – Purgatorio Canto VII

Eccoci di nuovo col il nostro “CCC”, il Commento collettivo alla Commedia in cui decine di autori e autrici si impegnano al commentare gli altrettanti canti dell’opera di Dante. Questo è il settimo canto del Purgatorio.


IN COPERTINA ‘The Course of Empire: The Savage State‘ di Thomas Cole

di Elena Giorgiana Mirabelli


Con il contributo di  


Ombre

Il Purgatorio è impalpabile e terreno. È il luogo dell’ascesa in cui le ombre si aggirano, attendono, intonano canti. Non ci sono urla ma liturgie, non c’è carne ma trasparenza. È il crepuscolo in cui luce e tenebre si dissolvono l’una nell’altra. Il giorno si spegne nell’oscurità e così via, in un ciclo fatto di prima e dopo, di tempo e di ritmo. Nel Purgatorio il tempo è attesa.

Il giorno sta per terminare quando Virgilio e Dante si attardano con Sordello. L’ombra che è ora Sordello ha abbracciato l’ombra che è Virgilio. La luce li attraversa, quella stessa luce che ha disvelato la consistenza del corpo di Dante. Riprendere il Purgatorio per scriverne ha significato fare i conti con i ricordi, con quei fantasmi che si aggirano in testa e che si agitano, si palesano, acquistano un corpo.

Il corpo è quello di un volume. Un regalo di mio nonno a mia madre. Ha l’odore della mia infanzia che significa paesino arroccato fatto di sentieri stretti, piccoli slarghi, una vita scandita da feste religiose, appuntamenti comunitari e nulla.

La mia adolescenza è un fantasma che si trasferisce a valle. Ci sono altri stradoni. Altri ritmi e rituali.

Per diverso tempo ho pensato al mio personale Monte Analogo. E nel riprendere il volume per parlare del Canto VII ho avvertito che la mia ricerca a volte non è illuminata.

Il volume ha illustrazioni e incisioni. E mi scopro a guardare e a fare attenzione al pavimento, a vedere se anche lì vedrò le ombre a segnalare chi è corpo e chi è trasparenza.

Dopo l’abbraccio fra le due ombre, Sordello chiede e indaga, vuole sapere da dove l’ombra che è Virgilio provenga. Parla al Virgilio poeta – «O gloria de’ Latin […] per cui mostrò ciò che potea la lingua nostra» – e mostra rispetto e riverenza. Virgilio descrive il Limbo, luogo di tenebra «ove i lamenti non suonan come guai, ma son sospiri», dove il tormento non è infernale. Un’altra soglia. Un luogo di buio che anticipa il ciclo del giorno e della notte del Purgatorio. Nelle immagini gli occhi sono sempre rivolti altrove. 

I fantasmi infantili a volte sono corpi che bisbigliano, altre sono ombre sui pavimenti della chiesa. Casa di mia nonna che sta giù, la salita per raggiungere il centro, la piazza, dove i corpi attendono.

Per iniziare l’ascesa del monte e così poter essere illuminati dalla grazia, Virgilio ha bisogno che venga indicato loro il cammino, il sentiero giusto, quello più breve, ma Sordello potrà accompagnare i due solo fino a un certo punto, fino a dove potrà; è un’ombra che può fluttuare e muoversi attorno al monte, ma non può superare la porta che apre alla vera ascesa. Anime attendono che il tempo lavi via e purifichi. Il tempo e la liturgia, il tempo e le preghiere dei vivi.

Sordello informa i viandanti dell’esistenza della “regola della salita”: non si potrà ascendere se non quando arriverà di nuovo la luce. Dovranno fermarsi. Aspettare che il ciclo della notte passi, che l’oscurità lasci il posto all’alba.

Regola

Virgilio chiede ragioni, vuole conoscere a cosa sia legata questa regola: esiste una forza oscura che impedisce alle anime di ascendere col buio o è il buio a smorzare la volontà? E a questo punto Sordello traccia col dito un segno sulla terra, lo indica e dice che non varcherebbe neanche quella linea con le tenebre. L’oscurità potrebbe ricacciare dietro le ombre. Farle tornare in basso. 

Lì il fantasma che sono inizia a produrre associazioni. Il buio, mi dico, facilita la contemplazione interiore, acuisce i sensi e le capacità profetiche, è il luogo dove il «cogito balbetta», le potenze immaginative esplodono. Ma l’ascesi ha bisogno di altro. Inizio a sentire che c’è nel divieto qualcosa di profondamente pragmatico oltre che allegorico. Prendo a pensare a quello che accade quando pratico tai chi, quando durante l’esecuzione delle forme chiudo gli occhi. Il mio corpo ricorda tutta la sequenza, al buio mi concentro sul respiro e la tensione. A volte, però, perdo l’equilibrio. E non è solo la posizione errata della caviglia, soprattutto la sinistra o quell’attimo di incertezza che si ha quando la paura di non ricordare il gesto ti fa perdere il centro. Al buio sento la vertigine. Non sono radicata. E non solo col corpo. Quando apro gli occhi acquisto fluidità. Il sentiero della salita deve essere rischiarato. Il buio, a volte, è un impedimento. Dopo aver raggiunto la vetta del Monte si accetterà la possibilità che la luce attraversi e abbagli. 

Al crepuscolo

È quasi il tramonto quando si apre agli occhi la bellezza di un luogo simile all’Eden. È la valletta fiorita che brilla di oro e argento, di verde e luce, di rosso e indaco. È una porta su ciò che sarà. Così diversa nei colori e negli odori rispetto agli stretti sentieri già percorsi. Attenderanno qui l’alba.

“Expulsion from the Garden of Eden”, di Thomas Cole

Il canto, integrale

Canto VII, dove si purga la quarta qualitade di coloro che, per propria negligenza, di die in die di qui a l’ultimo giorno di loro vita tardaro indebitamente loro confessione; li quali si purgano in uno vallone intra fiori ed erbe; dove nomina il re Carlo e molti altri.

Poscia che l’accoglienze oneste e liete
furo iterate tre e quattro volte,
Sordel si trasse, e disse: “Voi, chi siete?”.

“Anzi che a questo monte fosser volte
l’anime degne di salire a Dio,
fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.

Io son Virgilio; e per null’altro rio
lo ciel perdei che per non aver fé”.
Così rispuose allora il duca mio.

Qual è colui che cosa innanzi sé
sùbita vede ond’e’ si maraviglia,
che crede e non, dicendo “Ella è … non è …”,

tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
e umilmente ritornò ver’ lui,
e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.

“O gloria di Latin”, disse, “per cui
mostrò ciò che potea la lingua nostra,
o pregio etterno del loco ond’io fui,

qual merito o qual grazia mi ti mostra?
S’io son d’udir le tue parole degno,
dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra”.

“Per tutt’i cerchi del dolente regno”,
rispuose lui, “son io di qua venuto;
virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.

Non per far, ma per non fare ho perduto
a veder l’alto Sol che tu disiri
e che fu tardi per me conosciuto.

Luogo è là giù non tristo di martìri,
ma di tenebre solo, ove i lamenti
non suonan come guai, ma son sospiri.

Quivi sto io coi pargoli innocenti
dai denti morsi de la morte avante
che fosser da l’umana colpa essenti;

quivi sto io con quei che le tre sante
virtù non si vestiro, e sanza vizio
conobber l’altre e seguir tutte quante.

Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
dà noi per che venir possiam più tosto
là dove purgatorio ha dritto inizio”.

Rispuose: “Loco certo non c’è posto;
licito m’è andar suso e intorno;
per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.

Ma vedi già come dichina il giorno,
e andar sù di notte non si puote;
però è buon pensar di bel soggiorno.

Anime sono a destra qua remote;
se mi consenti, io ti merrò ad esse,
e non sanza diletto ti fier note”.

“Com’è ciò?”, fu risposto. “Chi volesse
salir di notte, fora elli impedito
d’altrui, o non sarria ché non potesse?”.

E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito,
dicendo: “Vedi? sola questa riga
non varcheresti dopo ’l sol partito:

non però ch’altra cosa desse briga,
che la notturna tenebra, ad ir suso;
quella col nonpoder la voglia intriga.

Ben si poria con lei tornare in giuso
e passeggiar la costa intorno errando,
mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso”.

Allora il mio segnor, quasi ammirando,
“Menane”, disse, “dunque là ’ve dici
ch’aver si può diletto dimorando”.

Poco allungati c’eravam di lici,
quand’io m’accorsi che ’l monte era scemo,
a guisa che i vallon li sceman quici.

“Colà”, disse quell’ombra, “n’anderemo
dove la costa face di sé grembo;
e là il novo giorno attenderemo”.

Tra erto e piano era un sentiero schembo,
che ne condusse in fianco de la lacca,
là dove più ch’a mezzo muore il lembo.

Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,

da l’erba e da li fior, dentr’a quel seno
posti, ciascun saria di color vinto,
come dal suo maggiore è vinto il meno.

Non avea pur natura ivi dipinto,
ma di soavità di mille odori
vi facea uno incognito e indistinto.

Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori
quindi seder cantando anime vidi,
che per la valle non parean di fuori.

“Prima che ’l poco sole omai s’annidi”,
cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,
“tra color non vogliate ch’io vi guidi.

Di questo balzo meglio li atti e ’ volti
conoscerete voi di tutti quanti,
che ne la lama giù tra essi accolti.

Colui che più siede alto e fa sembianti
d’aver negletto ciò che far dovea,
e che non move bocca a li altrui canti,

Rodolfo imperador fu, che potea
sanar le piaghe c’ hanno Italia morta,
sì che tardi per altri si ricrea.

L’altro che ne la vista lui conforta,
resse la terra dove l’acqua nasce
che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:

Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
fu meglio assai che Vincislao suo figlio
barbuto, cui lussuria e ozio pasce.

E quel nasetto che stretto a consiglio
par con colui c’ ha sì benigno aspetto,
morì fuggendo e disfiorando il giglio:

guardate là come si batte il petto!
L’altro vedete c’ ha fatto a la guancia
de la sua palma, sospirando, letto.

Padre e suocero son del mal di Francia:
sanno la vita sua viziata e lorda,
e quindi viene il duol che sì li lancia.

Quel che par sì membruto e che s’accorda,
cantando, con colui dal maschio naso,
d’ogne valor portò cinta la corda;

e se re dopo lui fosse rimaso
lo giovanetto che retro a lui siede,
ben andava il valor di vaso in vaso,

che non si puote dir de l’altre rede;
Iacomo e Federigo hanno i reami;
del retaggio miglior nessun possiede.

Rade volte risurge per li rami
l’umana probitate; e questo vole
quei che la dà, perché da lui si chiami.

Anche al nasuto vanno mie parole
non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,
onde Puglia e Proenza già si dole.

Tant’è del seme suo minor la pianta,
quanto, più che Beatrice e Margherita,
Costanza di marito ancor si vanta.

Vedete il re de la semplice vita
seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:
questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.

Quel che più basso tra costor s’atterra,
guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
per cui e Alessandria e la sua guerra

fa pianger Monferrato e Canavese”.


A questo link potete trovare i commenti a tutti i canti dell’Inferno.

Il prossimo canto sarà commentato da Francesca Bocca-Aldaqre


Elena Giorgiana Mirabelli, Nata a Cosenza nel 1979, laureata in Filosofia, ha curato volumi per Carocci, Laterza e altri editori. Collabora con la rivista dedicata all’arte e alla letteratura erotica «Queef Magazine». È redattrice della rivista Narrandom e dell’agenzia Arcadia b&s di Cosenza. Ha esordito a febbraio con il romanzo Configurazione Tundra (Tunué).

0 comments on “Al crepuscolo – Purgatorio Canto VII

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *