“All Eyes on Rafah” e l’attivismo performativo



La grafica “All Eyes on Rafah” ha scatenato una catena di condivisioni su Instagram e anche qualche polemica. È giusto paragonarla al quadrato nero di #BlackLivesMatter? Esploriamo le somiglianze e le differenze di questi fenomeni.


In copertina: All eyes on Rafah

 

di Marco Biondi

Quanto è corretto paragonare la storia instagram “All Eyes on Rafah” al quadrato nero pubblicato nel 2020 per mostrare sostegno al movimento #blacklivesmatter?

Partiamo dall’inizio: una grafica pubblicata su instagram da una persona proveniente dalla Malesia in supporto alla causa palestinese è stata ricondivisa a catena da decine di milioni di persone nelle storie di Instagram, grazie alla funzione “tocca a te”. All eyes on Rafah è uno slogan presente sui social già da alcuni mesi, da quando la totalità popolazione palestinese a Gaza è stata costretta a muoversi verso l’ultima città della Striscia prima del confine con l’Egitto. Israele ha annunciato che stava pianificando un’invasione di terra a Rafah, nonostante i continui moniti della comunità internazionale e gli apparenti segnali che gli Stati Uniti, i principali sostenitori militari di Israele, avrebbero posto il veto su questa operazione. Come riportato da Al Jazeera, a pronunciare questa frase per la prima volta è stato Richard Peeperkorn, rappresentante del World Health Order a Gaza e nel West Bank, dicendo che tutti gli occhi del mondo erano sull’imminente offensiva a Rafah. Anche in seguito all’ordine della Corte Internazionale di Giustizia, l’offensiva non si è fermata, con le bombe dell’IDF che hanno colpito le tendopoli, con armi su cui sono presenti anche le firme di esponenti di spicco della politica americana come Nikki Haley, repubblicana, già ambasciatrice alle Nazioni Unite durante l’amministrazione Trump.

Probabilmente non è così importante chiedersi perché questa immagine sia diventata più virale di altri contenuti sul tema, venendo condivisa anche da persone che non avevano mai pubblicato in precedenza contenuti sulla questione palestinese e sul massacro in atto. Tra i motivi della viralità di questo specifico contenuto, oltre alla mera “fortuna” e al tempismo, vi sono l’immediatezza del messaggio e  l’edulcorazione dell’immagine, che non mostrando alcun tipo di violenza ha permesso anche di “aggirare” l’algoritmo e la censura avvenuta in altre occasioni sul social network, con dinamiche ancora poco chiare. Con il format “tocca a te”, solitamente utilizzato per condividere aspetti più personali della propria vita, basta effettivamente un click, inoltre non richiede alcun tipo di fact checking e può generare un senso simbolico di appartenenza. 

Quanto è rilevante che questo manifesto sia stato realizzato attraverso un sistema di intelligenza artificiale? Molto poco. La stessa grafica avrebbe potuto essere realizzata con qualsiasi altra tecnica, ma molte critiche su questo aspetto vertevano sul fatto che l’intelligenza artificiale sia stata anche utilizzata dall’IDF per selezionare gli individui da assassinare e i luoghi da bombardare, come dimostrato dall’inchiesta condotta dal giornalista Yuval Abraham per +972 Magazine e Local Call. Può sembrare banale dirlo, ma ogni altra tecnologia viene utilizzata anche per scopi di guerra e oppressione: internet, gli smartphones, la radio, il motore a scoppio e persino l’energia elettrica. Inoltre, in guerra non sono certo state usate IA generative. Nessuno bombarda con DALLE 2.

Come per ogni forma di attivismo online, ci sono sempre delle critiche sull’effettiva utilità delle condivisioni: partecipare a questo trend non è abbastanza, su questo non ci piove, questa forma di slacktivism – ovvero una pratica di supporto a una causa tramite azioni che richiedono minimi sforzi, come i repost o la firma di petizioni online – può certamente far parte di un processo di posizionamento, virtue signaling e di omologazione. In molti casi però può essere il primo passo per far avvicinare delle persone fuori dalla bolla, che non avevano una conoscenza adeguata della situazione in corso (come dimostrato dal picco di ricerche su google della parola Rafah), persone che possono essere coinvolte in segnali e forme di attivismo più efficaci di questa. 

Secondo uno studio condotto da Nature, gli effetti del contagio via social media consentono alle cause sociali di raggiungere un gran numero di individui interconnessi in modo rapido, efficiente e a basso costo. Alcune cause diventano virali e ottengono un supporto significativo in maniera molto rapida; altre hanno meno successo. Comprendere la natura dell’altruismo virale e le sue caratteristiche comportamentali fondamentali può aiutarci a sostenere un cambiamento sociale positivo. La ricerca mostra alcuni esempi positivi del passato come l’Ice Bucket Challenge, dove coloro che partecipavano erano sfidati a farsi rovesciare addosso un secchio colmo d’acqua ghiacciata e a donare ad un centro di ricerca statunitense sulla Sclerosi Multipla, azioni che hanno portato a raccogliere 115 milioni di dollari.Sander Van Der Lynden, autrice della ricerca, definisce come “altruismo virale” la rete che si crea da gesti positivi di individui che ispirano altre persone a replicare tale azione. Anche se ogni causa è diversa nel suo focus, spiega l’autrice, alcuni dei primi successi delle campagne popolari per cause sociali virali possono essere spiegati da ciò che hanno in comune: la loro implicita dipendenza da “una serie di leve psicologiche consolidate” che chiama criteri SMART – un acronimo per le campagne che sfruttano con successo i i processi di influenza sociale (S), stabilscono un imperativo morale (M) ispirano reazioni affettive (AR)  e sono in grado di tradurre (T) e convertire il momentum dei social in contributi effettivi nel mondo reale. La questione chiave della ricerca sui movimenti social è quella di capire secondo i principi della psicologia comportamentale come tenere viva la fiamma (non quella del MSI) dopo il momentum favorevole iniziale creando un engagement più profondo, ma solitamente la vita di queste campagne è piuttosto breve. 

Sono state fatte alcune analogie tra questa catena e i quadrati neri pubblicati nel 2020 a sostegno di “Black Lives Matter”, in quel caso i post di dissenso verso la morte dell’afroamericano George Floyd per mano degli agenti di polizia sono andati a occupare in modo ingombrante e controproducente i risultati delle ricerche dell’hashtag #blacklivesmatter, come denunciato successivamente da molte persone del movimento. Occorre tuttavia ricordare i diversi fattori che rendono dissimili i contesti di queste due azioni social. Sebbene il manifesto generato tramite l’utilizzo dell’intelligenza artificiale non rappresenti la situazione attuale di Rafah in modo realistico, cosa peraltro comune a qualunque manifesto politico che non sia di carattere fotografico, la scritta “All Eyes On Rafah” è un messaggio inequivocabile, a differenza di un quadrato nero. Nel 2020, a causa del lockdown, le manifestazioni in piazza erano molto più sporadiche rispetto ai giorni d’oggi, specialmente in Europa. La copertura mediatica di ciò che stava avvenendo negli Stati Uniti non può essere paragonata a quello che abbiamo visto negli ultimi otto mesi, dove anche i giornalisti presenti a Gaza sono diventati un obiettivo militare, insieme alle loro famiglie. Se inoltre la stampa statunitense non poteva che essere allineata contro le violenze della polizia sulle persone afroamericane, lo stesso non si può dire per l’attuale situazione a Gaza, tra disumanizzazione delle vittime e salti mortali per non definire le cose con il proprio nome. Anche i social sono cambiati nel corso di questi anni, META ha intrapreso politiche volte a oscurare maggiormente, se non censurare, i contenuti politici, mentre il fu Twitter (X) gestito da Musk è divenuto il regno del caos dove disinformazione e discorsi d’odio sono liberi di fiorire, con una moderazione dei contenuti portata al minimo. 

Nel mezzo di questa gara a chi fa il miglior attivismo, un Ministro della Repubblica ha definito “imbecilli” i manifestanti per la Palestina che hanno occupato la Stazione di Bologna nel pomeriggio del 28 maggio, ma gesti come questo non possono più diventare virali, sono già stati normalizzati. Chissà che anche le persone di destra non si lamentino dell’attivismo performativo di un Salvini, che “sta sempre a twittare ma non reprime abbastanza!”


Marco Biondi È Studente del corso Magistrale  di Relazioni Internazionali e Studi Europei all’Università di Firenze. Ha una pagina su instagram di nome @assistente.civico dove parla di politica e attualità condividendo notizie, opinioni personali e meme. Ha collaborato con Valigia Blu, Voice Over Foundation e La Svolta. 

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