Un viaggio tra testi dispersi, pseudonimi e falsi indizi nella produzione “invisibile” del famoso intellettuale e semiologo italiano.
IN COPERTINA un’opera di tullio pericoli
di Michele Marmo
Nonostante Umberto Eco sia uno degli intellettuali italiani più letti e apprezzati al mondo, una parte sorprendentemente ampia dei suoi scritti è del tutto sconosciuta sia al grande pubblico che agli studiosi più specializzati. Mi riferisco in particolare ai suoi scritti d’occasione che, nell’arco di oltre sessant’anni di attività, ha pubblicato su una vasta gamma di riviste e quotidiani. Più di un migliaio di questi interventi sono infatti caduti nel dimenticatoio perché non sono stati ristampati nelle raccolte curate dall’autore e non sono mai stati censiti dalle bibliografie dedicate alla sua Opera. Recensioni, osservazioni di costume, racconti umoristici e altre numerosissime pagine che portano la sua firma giacciono così in vecchie collezioni di periodici sparse per le biblioteche d’Italia, e nessuno finora aveva mai tentato di recuperarle.
Quando l’Università di Bologna mi ha affidato il compito di ricomporre questo corpus disperso tramite un lavoro di individuazione e catalogazione dell’intera produzione pubblicistica echiana, confesso di essermi lanciato nell’impresa senza pensarci due volte, mosso da un certo (ingiustificato) ottimismo. La ricerca mi appariva tutto sommato semplice, per quanto lunga e presumibilmente monotona. In buona sostanza, mi immaginavo a trascorrere tranquille giornate in biblioteca, sfogliando vecchi numeri dell’Espresso o del Corriere della Sera. E anche se sapevo che di biblioteche o archivi avrei dovuto visitarne parecchi pur di passare al setaccio tutte le testate con cui Eco ha collaborato nel tempo, ero comunque convinto che i miei spostamenti sarebbero stati ordinati, metodici, pianificabili con largo anticipo. Non avevo la minima idea, insomma, che stavo per entrare in realtà in un intricatissimo labirinto di libri, non poi così diverso da quello di cui si narra ne Il nome della rosa.
Sia chiaro: per tutto questo tempo nessun bibliotecario ha tentato di assassinarmi, nessuno specchio deformante è stato maliziosamente collocato in posti impensati per farmi dubitare della mia sanità mentale, e non mi è stata fatta inalare nessuna sostanza allucinogena mentre sfogliavo qualche vecchio quotidiano. Eppure, durante questa ricerca ho avuto spesso, e ho tuttora, l’impressione di muovermi proprio all’interno di un’immensa, virtuale biblioteca-labirinto, perché la vasta e frammentata produzione echiana sembra voler depistare chiunque si accinga a raccoglierla e a ordinarla. Non mi riferisco soltanto alla difficoltà di reperire periodici custoditi in luoghi molto lontani tra loro, che si tratti di una fondazione a Gorizia o di una biblioteca a Catania; parlo dell’esistenza di false piste, indizi fuorvianti, sottili tranelli che paiono esser stati progettati appositamente per mettere a dura prova la perseveranza (e la pazienza) di qualsiasi ricercatore.
Tanto per cominciare, ho dovuto imparare a diffidare delle indicazioni bibliografiche fornite da Eco nei suoi stessi libri. Non di rado, infatti, i titoli, le date e le collocazioni che offre ai suoi lettori per aiutarli ad orientarsi tra le proprie pubblicazioni si sono rivelate imprecise, se non del tutto errate. In un’intervista con Thomas Stauder contenuta nel volume Colloqui con Umberto Eco, ad esempio, ricorda di aver raccontato di un suo viaggio in Brasile in un numero dell’Espresso del 1963. Eppure, a sfogliare tutti i fascicoli di quell’anno si può facilmente scoprire che non vi ha pubblicato una sola riga — e lo stesso vale per il 1962 e il 1964. Mi è servita una vera e propria caccia al tesoro per rintracciare quell’articolo in un fascicolo di diversi anni più tardi, nel numero 44 del 1966.
In Diario minimo si legge che la stesura del testo umoristico “Do your movie yourself” risale al 1972, ma potrebbe tranquillamente capitarvi di trovarlo già pubblicato in riviste del 1971. I “100 proverbi strutturalisti” menzionati nell’introduzione a Filosofi in libertà, che Eco dice apparsi nel 1968, sono in realtà soltanto novantanove e furono pubblicati cinque anni più tardi. E così via.
Non si pensi, però, che le indicazioni fornite da altri autori siano necessariamente più affidabili di quelle dello stesso Eco. Nella bibliografia che si trova in fondo al volume Semiotica: storia teoria interpretazione, per esempio, si legge che l’intellettuale avrebbe pubblicato due saggi — “Il nuovo romanzo” e “Joyce: anatomia del mondo contemporaneo” — su una rivista intitolata Proposte di terapia. Manco a dirlo, una testata con questo titolo non è mai esistita, come una rapida verifica sul Catalogo italiano dei Periodici può facilmente confermare. Solo dopo aver girato a lungo a vuoto — e ad essermi quasi arreso a passare in rassegna, uno per uno, tutti i periodici che contenessero nel titolo le parole “proposte” o “terapia” — ho risolto l’enigma, capendo che la giusta testata rispondeva in realtà al nome di Progressi di terapia. L’aiuto decisivo e insperato mi era giunto per vie traverse, da una vecchia bibliografia di scritti su James Joyce. Ironia della sorte, scoprii di aver avuto Progressi tutto il tempo sotto il naso, comodamente disponibile in una biblioteca distante pochi metri da casa.
Non potrei però parlare di una vera e propria biblioteca-labirinto se, oltre a queste indicazioni fuorvianti, non mi capitasse di tanto in tanto di avere anche a che fare con dei testi camuffati. Mi riferisco, in primo luogo, a tutti quegli scritti di Eco che non portano la sua firma ma quella di personaggi fittizi. Alcuni suoi pseudonimi sono noti, come quel “Dedalus” sotto cui si nascondeva sulle pagine del Manifesto o del Verri, ma il problema sorge con tutti i suoi altri alter ego di cui s’è persa traccia. Studiando alcune dichiarazioni dell’autore e confrontando gli articoli originali con i testi delle loro ristampe, ad esempio, sono riuscito a capire che sono sicuramente stati scritti da lui alcuni pezzi firmati con gli pseudonimi di Lia Quilici o Telesio Malaspina e, in un caso curioso, con quello di Anonimo Ginevrino. Ma rimane difficilissimo determinare con certezza quante e quali altre finte identità l’autore abbia potuto assumere nel corso del tempo.
Talvolta mi è capitato di affrontare addirittura il problema opposto, dovendo cioè provare a capire quali articoli firmati da Eco non sono stati scritti da lui. Nel recente libro di memorie Umberto, Roberto Cotroneo ha dichiarato che almeno una delle storiche bustine di Minerva è falsa perché, pur portando la firma di Eco, è stata redatta da lui. È un vero peccato, però, che non dica quale sia. Allo stesso modo, in un numero del 1978 della rivista satirica Il Male, che spesso e volentieri pubblicava finiti pezzi giornalistici facendo il verso ad autori noti, c’è un articolo firmato “Umberto Eco” che sarebbe più che lecito considerare un falso. Eppure, in molti ne affermano l’autenticità, senza che nessuna prova venga fornita nell’uno o nell’altro senso. Si aprono così degli importanti bivi filologici, per cui mancano elementi soddisfacenti per scegliere con sicurezza una precisa direzione.
In altri casi ancora il camuffamento non riguarda la firma del testo, ma il suo stesso titolo. Ero convinto di aver fatto una grande scoperta a metter le mani su “Gli eroi della pubblicità televisiva”, saggio di Eco di cui nessuno aveva mai sentito parlare e pubblicato sulla, se possibile, ancor più sconosciuta Video: la rivista della televisione. Eppure, lette le prime righe, ho subito capito che avevo a che fare con una semplice ristampa, con titolo diverso, di un noto intervento già pubblicato in varie altre sedi e inserito persino tra i saggi della famosa raccolta Il costume di casa. Dopo aver a lungo girovagato tra gli scaffali di questo labirinto, ho realizzato così di non essermi mosso poi tanto dal punto di partenza.
Come se non bastasse, tocca anche osservare che la biblioteca in cui mi sto muovendo ha corridoi talmente intricati che di alcuni altri testi si sono poi perse completamente le tracce, e non si sa nemmeno se esistano ancora. Scritti che nel mio caso equivarrebbero, per così dire, al secondo libro della Poetica di Aristotele. Si sa per esempio che Eco ha pubblicato un saggio intitolato “L’automobile, una macchina semiotica” in un numero del 1975 di Presa diretta: rivista di automobilismo. Ma nessuna biblioteca, archivio o fondazione sembra conservare copie della testata anteriori al 1978. In altri casi non si conosce neppure la forma in cui certi suoi fantomatici scritti dovrebbero presentarsi, o addirittura se siano mai esistiti davvero: penso alle leggendarie bozze della biografia di Pannella di cui racconta Giovanni Negri ne L’illuminato, o ancora al soggetto del film Quando le donne avevano la coda, forse custodito, se ne rimane una copia, nel (per ora inaccessibile) fondo della Direzione Generale per il Cinema e l’Audiovisivo dell’Archivio di Stato.
Ecco, dunque, tra indicazioni menzognere e scritti scomparsi, un breve assaggio delle sfide che questa biblioteca-labirinto mi ha posto e che soprattutto continua a pormi. Quando un giorno il mio viaggio sarà concluso, spero di poter rendere nuovamente accessibili alla comunità degli studiosi (e dei curiosi) gli scritti che a poco a poco sto recuperando, cosicché l’opera di Umberto Eco possa essere finalmente fruita e apprezzata nella sua interezza. L’obiettivo ultimo della mia ricerca è infatti quello di dare vita a un ambiente virtuale in cui chiunque, con pochi semplici clic, potrà comodamente scoprire da casa quanti articoli Eco ha scritto, di che tipo, dove li ha pubblicati, e magari anche sotto quali pseudonimi. Risparmiandosi così le fatiche che sono state appena elencate.
Ma al momento la ricerca è ancora in corso e l’uscita dal labirinto mi appare ben lontana. Giorno dopo giorno continuano infatti a spuntare nuovi scritti e nuove piste da seguire, così come nuovi vicoli ciechi e nuovi rompicapi. Spero solo che, in tutto questo girovagare tra scaffali pieni di libri, finirò per giocare la parte di Guglielmo, che comprese il segreto della Biblioteca uscendone vittorioso, e non quella di uno sfortunatissimo Berengario.



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