Altre 5 cose su Umberto Eco

1 – La morte.

V0017612 Life and death. Oil painting. Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images images@wellcome.ac.uk http://wellcomeimages.org Life and death. Oil painting. Oil Published: - Copyrighted work available under Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

Umberto Eco è morto e in tanti in questi giorni lo celebrano con una frase, un ricordo o un aneddoto.

 Leggendo ormai da ore decine di messaggi pubblici e privati provenienti da persone più o meno note mi viene in mente che la prima cosa da fare per onorarne la memoria, forse, è non essere così tristi.  O almeno esserlo poco, il 29 novembre 2012 la sua rubrica La bustina di minerva recitava così:

“Ma cosa insegniamo oggi ai nostri contemporanei? Che la morte si consuma lontano da noi in ospedale, che di solito non si segue più il feretro al cimitero, che i morti non li vediamo più. O meglio, ne vediamo continuamente, che schizzano brandelli di cervello sui finestrini dei taxi, saltano in aria, si sfracellano sui marciapiedi, cadono in fondo al mare coi piedi un cubo di cemento, lascian rotolare sul selciato la loro testa – ma non siamo noi o i nostri cari, sono gli attori. La morte è uno spettacolo, persino nei casi in cui i media ci raccontano della ragazza realmente stuprata o vittima del serial killer. Non vediamo il cadavere straziato, perché sarebbe un modo di ricordarci la morte. Ci fanno vedere gli amici piangenti che recano fiori sul luogo del delitto e, con un sadismo ben peggiore, suonano alla porta della mamma per chiederle «Cosa ha provato quando hanno ucciso sua figlia?». Non si mette in scena la morte bensì l’amicizia e il dolore materno, che ci toccano in modo meno violento. Così la scomparsa della morte dal nostro orizzonte di esperienza immediato ci renderà molto più terrorizzati, quando il momento si approssimerà, di fronte a questo evento che pure ci appartiene sin dalla nascita – e con cui l’uomo saggio viene a patti per tutta la vita.


Così la scomparsa della morte dal nostro orizzonte di esperienza immediato ci renderà molto più terrorizzati, quando il momento si approssimerà, di fronte a questo evento che pure ci appartiene sin dalla nascita – e con cui l’uomo saggio viene a patti per tutta la vita.


2 – L’ironia.

Laughing jester *47 X 37 cm *1500s

L’ironia è diventata la condicio sine qua non della comunicazione contemporanea, sia essa formale o informale. Lo è diventata per chissà quanti motivi diversi, uno dei quali è sicuramente l’immediatezza, caratteristica fondamentale in tempi in cui l’attenzione del fruitore è moneta sonante. In questo senso è interessante notare come Eco sia stato in prima persona una sorta di pioniere di un certo intendere l’ironia e il sarcasmo, di una volontà dissacrante così strettamente correlata all’anticonformismo a cui ha dedicato grande parte del suo impegno intellettuale. Ecco, in qualche modo oggi che è appena morto, sarà anche banale, ma lo si sente ancor più vivo. Vivo nell’umorismo dei blog come Spinoza, negli account twitter che si occupano così spesso di rimescolare i significati della tv tradizionale, del festival di San Remo fino a Miss Italia. Se è vero che gli scrittori vivono attraverso le loro opere, nel suo caso sussistono ancor di più una serie di caratteristiche del mondo della cultura contemporanea ormai integrate nelle nostre vite. Un esempio è, appunto, l’ironia a cui abbiamo fatto ormai l’abitudine: dall’account di Gianni Morandi a Linus, dalla Tv di Mike Buongiorno ai fumetti.


Se si ride, si sorride, si scherza, si architettano sublimi strategie del risibile – e siamo l’unica specie a farlo, poiché sono esclusi da questa sorte gli animali e gli angeli – è perché siamo l’unica specie che, non essendo immortale, sa di non esserlo.


E dall’ironia si torna alla morte, perché come scrive lo stesso Eco in Tra menzogna e ironia:

«se si ride, si sorride, si scherza, si architettano sublimi strategie del risibile – e siamo l’unica specie a farlo, poiché sono esclusi da questa sorte gli animali e gli angeli – è perché siamo l’unica specie che, non essendo immortale, sa di non esserlo. Il cane vede altri cani morire, ma non sa – almeno non sa per forza di sillogismo – che anche lui è mortale. Socrate lo sa. Ed è perché lo sa che è capace di ironia. Il comico e l’umorismo sono il modo in cui l’uomo cerca di rendere accettabile l’idea insopportabile della propria morte – o di architettare l’unica vendetta che gli è possibile contro il destino o gli dèi che lo vogliono mortale».

3 – La patria.

04_percorsoSu La7 poche settimane fa Giovanni Floris ha intervistato Ennio Morricone e tra le tante domande c’era, e forse è giusto così, la domanda sul rappresentare l’Italia all’estero. Ci siamo tutto sommato abituati: dall’Oscar di Benigni all’immaginario felliniano, da Dante al neorealismo, dalle finali dei mondiali fino alla moda di Armani o di Cavalli. Rappresentare il bel paese per render grazie d’esservi cresciuti, sottolineare un’appartenenza geografica perché quell’appartenenza è innanzitutto culturale, sociale – e quindi indirettamente intimamente personale. Morricone ha risposto come ci si aspetterebbe: quando vieni premiato non pensi alla bandiera sotto la quale sei nato, ma ne sei comunque orgoglioso, e aggiunge anche che lui si sente romano, orgogliosamente romano (tanto da aver rifiutato una casa gratis a Los Angeles per continuare a stare nella capitale), ma all’atto di essere premiato non si erge a paladino tricolore o rappresentante dell’Italia.


Quando vieni premiato non pensi alla bandiera sotto la quale sei nato, ma ne sei comunque orgoglioso


In tempi in cui quando una finale di un grande slam femminile si tinge di azzurro da entrambe le metà campo il presidente del consiglio prende l’aereo come a formalizzarne l’italianità; in tempi in cui la ministra Giannini fa vanto italico di una ricercatrice italiana eccellente, ma viene zittita dalla ricercatrice stessa in quanto borsista all’estero con soldi esteri, bè in tempi come questi anche Umberto Eco ora diventa un padre della patria. Eppure quando i racconti di chi lo ricorda si fanno troppo campanilistici bisognerebbe fermarsi un minuto a riflettere sul fatto che Eco è stato innanzitutto un travalicatore di confini. Travalicatore di confini tra discipline, ma anche di quelli geografici. Lo dice Paolo Fabbri in un intervista di questo pomeriggio quando ricorda come Eco sperasse in un’università all’americana, piena di fondi e meritocrazia, lo diceva lo stesso Eco quando si raccontava orgogliosamente come un europeo de facto, perché negli Stati Uniti, quando si esce la sera tra colleghi, è molto più facile comunicare con un finlandese che con un americano. Lo dicono le lingue che parlava e le decine di università in cui teneva le sue lezioni. Non si nega l’italianità di Umberto Eco, ma, sarà anche l’ennesimo luogo comune di queste ore, certi talenti non vanno ridotti alla finitezza dell’appartenenza territoriale.

4 – La complessità.

Rebus-anagramni-transparentEco era un intellettuale, proprio nel senso di personaggio colto e influente che ha proposto soluzioni a problemi e, soprattutto, ha proposto come affrontarli.

Su L’Espresso, settimanale con cui aveva a lungo collaborato, è uscito un ricordo in suo onore firmato da Wlodek Goldkorn che lo ricorda proprio come un leader: influente e temuto.

Scrive Goldkorn: «chiunque abbia conosciuto Umberto Eco nel cuore suo, oltre a volergli bene, lo temeva». E ancora: «Infatti, qui all’Espresso l’abbiamo sempre temuto. Ma l’abbiamo anche pensato come a uno di noi, però un po’ migliore».


Chiunque abbia conosciuto Umberto Eco nel cuore suo, oltre a volergli bene, lo temeva.


Leggendo Goldkorn ho pensato a un concetto filosofico caro alla semiotica: la complessità. Complesso non vuol dire difficile, vuol dire possibilmente contraddittorio, che contiene, facendola facile: termini contraddittori tra loro. Ho pensato alla complessità perché negli anni in cui Eco ha studiato e ha insegnato semiotica, soprattutto gli anni ’70, si è dibattuto molto di gerarchie, di organizzazioni sociali e rapporti tra leader e non leader, di rapporti tra insegnanti e studenti e, in generale, di rapporti di potere. Erano, a quel tempo, discorsi iscritti in uno scenario sociale molto particolare e molto polarizzato politicamente. In questo contesto Eco ha fatto parte della rinascita della semiotica. Erano, insomma, anni in cui poli opposti si scontravano in una struttura che li comprendeva e li teneva, volente o nolente, vicini.

Il fatto che Eco fosse temuto, ma simpatico, accademico ma divulgatore, capace barzellettiere ma spesso volontariamente antipatico è prova del fatto che questa complessità semiotica, una roba da logica formale, sia in realtà un modo di vedere e vivere il mondo. Un mondo complesso merita un approccio complesso.


Eco che conosceva l’arbitrarietà dei modelli che determinano il conformismo indossava comunque sempre la cravatta.


Eco che conosceva l’arbitrarietà dei modelli che determinano il conformismo indossava comunque sempre la cravatta. Eco che conosceva bene le dispute sull’opportunità di abbattere molti di questi modelli ha scelto spesso di mantenerne alcuni, e non solo estetici: come i ruoli e le gerarchie in campo accademico e giornalistico. Ne è la prova il suo essere stato temuto anche nella redazione de L’Espresso, proprio come racconta Goldkorn.

5 – Il ricordo.

Le_penseur_de_la_Porte_de_lEnfer_(musée_Rodin)_(4528252054)C’è qualcosa di fastidioso nel raccontare i morti ancora caldi, nel coro dello sfornare ognuno il proprio coccodrillo personale. Sembra che a spingere i tanti al ricordo sia la mera opportunità personale o semplice, piccola o grande, messa in mostra di sé. Si susseguono aneddoti personali che raccontavano ieri di Bowie e oggi di Eco. A tratti la sensazione, almeno da parte mia, è che si tratti di cortesie per gli ospiti, una forma colta delle chiacchiere da ascensore. Ma sbaglio, è l’effetto cheerleader dei pensieri online.

Alcune formalità servono e i saluti forse si possono includere tra queste. I saluti definitivi poi tirano le somme, dicono magari di un po’ di emozione personale. Che siano coccodrilli dal malcelato automatismo o invece ricordi sentiti è comunque positivo che si dica e che si ricordi di chi muore se il protagonista dell’evento ha avuto un ruolo sociale di una certa importanza. Magari, in un’ottica di puro funzionalismo, che la morte di qualcuno sia uno stimolo in più nel proseguire il processo di storicizzazione del suo lavoro artistico o accademico. Se non altro, nel caso di Eco, uno stimolo per la lettura della sua immensa produzione.

Nell’enorme pagliaio dei bei pensieri scritti in queste ore per ricordare Umberto Eco spicca sicuramente quello di Gianfranco Marrone:

«La semiotica, ha scritto Eco, è una teoria della menzogna, e dunque un modo per indicare e smontare le menzogne altrui ma soprattutto le menzogne del potere, che non sta nelle cose ma fra le cose, che non agisce reprimendo ma producendo, insinuandosi nelle pieghe del linguaggio, nelle partizioni del sapere, nei dettagli di una classificazione, nei presupposti taciti di una figura retorica. In altre parole, così come con Apocalittici e integrati abbiamo imparato ad abolire ogni separazione aprioristica fra alto e basso, cultura d’élite e cultura di massa, letteratura e paraletteratura, leggendo ciascun termine grazie all’altro e viceversa, analogamente, e più in generale, l’insegnamento di Eco porta a mettere in discussione, e forse ad abolire definitivamente, quelle separazioni fra sfere dello ‘spirito’ che un crocianesimo di risulta, nel nostro Paese (e sotto altre spoglie in altri luoghi), ha voluto imporci. L’arte e la filosofia, la politica e la morale, per Eco teorico e romanziere, critico e opinionista, non sono aree distinte della cultura, ma emergenze momentanee in un continuo flusso di trasformazioni semiotiche.»

di Enrico Pitzianti


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione di Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
(c) Immagini: Wikimedia.

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