Dalla scomparsa della borghesia russa alla metamorfosi del putinismo: ecco le strutture sociali, le tecniche di governo e il lessico politico della Russia contemporanea. Neofeudalesimo, repressione, propaganda, memoria della Grande guerra patriottica e tradizione culturale diventano le coordinate di un regime che cerca legittimità nel passato imperiale e sovietico mentre l’invasione dell’Ucraina ne rivela limiti e fallimenti.
IN COPERTINA e lungo il testo opere di Maria Prymachenko
Di Massimiliano Caroli
Русь, куда ж несешься ты? дай ответ. Не дает ответа.
Russia, ma dove corri? Dammi una risposta. Non mi dà una risposta.
(Nikolaj Gogol’, Le anime morte)
Borghesia e neofeudalesimo
La borghesia russa, come ceto e classe sociale, fu annientata dalla Rivoluzione d’ottobre e durante i settant’anni di esistenza dell’Unione sovietica non ci furono le condizioni ideologiche (vigeva il marxismo-leninismo), nonché quelle politiche ed economiche (stato di diritto, riconoscimento della proprietà privata, economia di mercato e libertà di pensiero per dirne alcune) per la sua rinascita. Né la nomenklatura, intesa come classe sociale secondo lo storico e dissidente sovietico Michail Voslenskij, né l’intelligencija, come ceto in senso weberiano delle persone istruite, ne raccolsero l’eredità, a causa della dipendenza dallo Stato per il potere e il tenore di vita l’una e perché priva di mezzi economici e di voce rappresentativa l’altra.
Dopo il collasso dell’Unione sovietica, sono sorti dalle ex repubbliche socialiste sovietiche degli Stati in cui la difesa dei diritti e delle libertà civili, il riconoscimento della proprietà privata e l’economia di mercato sono più accessori retorici che fondamenti istituzionali (con l’esclusione delle repubbliche baltiche, che infatti sono entrate nell’Unione Europea). Questo vale soprattutto per la Federazione russa, che non è mai diventata uno Stato di diritto, né un’economia di mercato.
In particolare, la classe media urbana, che all’inizio del XXI secolo si andava affermando e che con il tempo avrebbe potuto esprimere almeno una solida borghesia professionale, viene ora schiacciata verso il basso dall’assenza dello stato di diritto, dalle insufficienti politiche sociali e fiscali e dall’inconsistenza delle istituzioni democratiche. Non è cambiato molto dal tempo dell’Unione sovietica: gli oligarchi, che rappresentano la nuova nomenklatura, sono sempre dipendenti dallo Stato e la vecchia intelligencija, forse con la casa di proprietà e non del tutto priva di mezzi economici, viene però lentamente schiacciata verso la fascia di reddito più bassa e non ha la possibilità di far sentire la sua voce attraverso la stampa o attraverso associazioni o partiti.
Nel suo intervento al Forum economico di Mosca dello scorso aprile, lo scienziato e analista russo Bulat Nigmatulin (già viceministro dell’Energia atomica a cavallo del millennio), criticando l’inefficienza delle politiche economiche federali, ha confermato indirettamente questo quadro sociale ed economico quando ha citato il numero di ingegneri meccanici, «quattro milioni nel 1999, ora quattrocentoquarantamila. […] L’industria leggera: tre volte meno. In compenso, il numero di corrieri e di guardie di sicurezza è di un milione e mezzo.»
La distanza sempre più marcata tra oligarchia e masse diversamente povere non è una condizione esclusiva della Federazione russa, ma è un fenomeno di scala planetaria (i dati forniti dalla Banca mondiale e dalle altre organizzazioni internazionali, nonché gli studi degli economisti sono pubblici e sovrabbondanti). Il concetto di neofeudalesimo offre un modello di interpretazione di questa dinamica sociale ed economica. Con riferimento all’ordinamento feudale dell’ancien régime, l’urbanista e demografo statunitense Joel Kotkin, in The coming of the neo-feudalism (Encounter Books, 2020), individua a un estremo una élite globale tecno-capitalista (aristocracy), che è indipendente dallo Stato e dispone di potere, ricchezza e del supporto di professionisti di elevate competenze e qualifiche accademiche (clerisy), e all’altro estremo i nuovi servi della gleba (third estate, terzo stato), cioè lavoratori precari e gig workers insieme alla classe media impoverita (yeomanry).
Secondo Kotkin esiste una corrispondenza diretta tra l’indebolimento delle istituzioni democratiche e l’erosione della classe media, perché la aristocracy concentra nelle sua mani prima il potere economico e poi quello politico e perché la yeomanry, una volta persa la sua autonomia materiale, perde anche la capacità di far sentire la propria voce attraverso associazioni o partiti e cade nell’apatia politica.
Il modello neofeudale di Kotkin, che si applica con pieno successo alle democrazie occidentali, funziona solo parzialmente con la Federazione russa. Da un lato, la natura dell’economia russa, che è basata soprattutto sull’esportazione di materie prime (oltre il 60% del prodotto interno lordo, secondo l’Agenzia dell’ONU sul commercio e lo sviluppo), favorisce strutturalmente la concentrazione della ricchezza in poche mani. Inoltre non richiede né la quantità di mano d’opera, né la specializzazione che sono necessarie all’industria manifatturiera e ai settori terziario e quaternario, che invece trainano le economie delle democrazie occidentali.
Dall’altro lato, l’intelligencija, che ha le competenze e le qualifiche della clerisy, non è alleata dell’oligarchia (la aristocracy russa), come non lo era della nomenklatura sovietica, ma, economicamente e socialmente, è simile alla yeomanry.
In un punto molto importante, però, il modello neofeudale di Kotkin vale sia per le democrazie occidentali che per la Federazione russa, cioè per quanto riguarda la frattura tra i due estremi, che si allontano sempre di più economicamente, socialmente e politicamente, con la differenza che nelle democrazie occidentali prevale un orientamento liberal nella aristocracy e nella clerisy e un orientamento di destra o populista nel terzo stato, mentre nella Federazione russa prevale l’orientamento di destra nell’oligarchia e quello liberal nell’intelligencija, che però appartiene al terzo stato.
Il romanzo distopico La giornata di un opričnik di Vladimir Sorokin (Atmosphere Libri, 2014), ambientato nel 2027, offre una rappresentazione letteraria sorprendentemente coerente con la visione neofeudale, in cui la Russia è separata dall’Occidente da un muro, colonizzata economicamente dalla Cina e governata autocraticamente da uno zar che ha ripristinato la nobiltà. Nel Paese immaginato da Sorokin si riscontrano tratti della Russia zarista, dell’Unione sovietica e della Federazione russa attuale. Ce n’è uno in particolare, che è comune a tutti e tre i regimi: il governo autocratico. Che sia lo zar, il segretario del Partito comunista o il presidente della Federazione russa, il Paese è sempre governato da un autocrate (Unione sovietica e Federazione russa, formalmente democrazie rappresentative, nella realtà erano e sono regimi autocratici). Cambiano solo i mezzi che l’autocrate in carica usa di volta in volta per reggere la Russia.
Paura e manipolazione
In Spin Dictators (Pinceton University Press, 2022), l’economista russo Sergej Guriev e il politologo americano Daniel Treisman hanno analizzato l’evoluzione delle forme di governo dittatoriale tra il XX e il XXI secolo e hanno individuato caratteristiche simili nei dittatori del XX secolo (Stalin, Mao, Hitler, Mussolini e Castro tra gli altri) e in quelli del XXI (Chávez, Putin, Orbán, Fujimori e Nazarbaev tra gli altri): i primi sono stati definiti fear dictators (dittatori della paura), i secondi spin dictators (dittatori della manipolazione). Nelle dittature della paura il potere si fonda sul terrore e su un’ideologia totalitaria, i suoi strumenti sono violenza pubblica e spettacolare, propaganda dogmatica per la mobilitazione delle masse e censura totale. Nelle dittature della manipolazione il potere del leader si basa sulla sua popolarità e su un’immagine di competenza manageriale; attraverso violenza episodica, censura selettiva e propaganda tecnocratica, si cercano la passività e l’apatia politica delle masse e non la loro mobilitazione.
Ovviamente la divisione non è netta e Guriev e Treisman hanno trovato dittatori della paura anche nel XXI secolo, come Muammar Gheddafi, Bashar al-Assad, Mohammed bin Salman, Xi Jinping e Kim Jong-un. Nel libro, che è uscito il 5 aprile del 2022 e che quindi non poteva tener conto dell’invasione su larga scala dell’Ucraina del 24 febbraio dello stesso anno, Putin è definito dittatore della manipolazione. Di fronte al relativo fallimento dell’invasione e in seguito alle imponenti manifestazioni di protesta contro la guerra a Mosca, San Pietroburgo e in altre cinquanta città russe, che hanno coinvolto decine di migliaia di cittadini, il regime putiniano ha assunto molti dei tratti caratteristici delle dittature della paura, come la repressione violenta del dissenso e la censura preventiva e punitiva. I numeri raccolti da centri di ricerca, organizzazioni non governative e media indipendenti non lasciano dubbi.
Secondo una relazione del Centro Studi sull’Europa orientale di Stoccolma, che riporta i dati di Memorial, si è passati dai 35 detenuti politici del 2012 ai circa 4900 della fine del 2025. L’organizzazione non governativa OVD-Info ha studiato i fermi durante le manifestazioni di protesta e ha calcolato che da poche migliaia per anno dal 2012 al 2020 si raggiungono picchi di circa 17000 e 20000 rispettivamente nel 2021 (arresto di Aleksej Naval’nyj) e nel 2022 (invasione su larga scala dell’Ucraina), per poi tornare ai valori degli anni precedenti; è però aumentato il numero di procedimenti penali avviati dopo il fermo: da percentuali trascurabili fino al 2020 si arriva a una media di circa il 10% dal 2021 in poi (tra i reati contestati ci sono diffusione di fake news sull’esercito, screditamento dell’esercito, giustificazione del terrorismo, estremismo e riabilitazione del nazismo).
L’organizzazione no profit Ooni ha contato 139 domini di testate giornalistiche bloccati nel 2023 e 279 nel 2024, mentre secondo l’organizzazione non governativa Roskomsvoboda dal 2022 sono stati bloccati addirittura venticinquemila siti che riportavano notizie sulla guerra in Ucraina.
Il sito d’informazione indipendente Mediazona ha studiato i profili ricorrenti nei procedimenti penali e ha trovato che l’opposizione politica è composta soprattutto dall’intelligencija, cioè dalla classe media urbana. L’organizzazione non governativa Levada-Centr riconosce l’esistenza anche di un’opposizione sociale che vive in provincia ed è costituita dagli strati economicamente più fragili. Mentre l’opposizione politica, mossa dalla difesa dei diritti e delle libertà civili, ha saputo coordinarsi e riunirsi in associazioni o partiti, quella sociale, che nasce dal disagio economico e dalla frustrazione, non è organizzata e spesso è invisibile.
Ideologia e propaganda
Nonostante il regime putiniano abbia acquisito molte delle caratteristiche di una dittatura della paura, non può essere definito tale, almeno secondo la classificazione di Guriev e Treisman (non per questo il regime è meno brutale e corrotto): al putinismo manca un’ideologia. Putin «si ispira a pensatori come Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev e Ivan Aleksandrovič Il’in, pur tuttavia questi autori non fanno parte di un insieme organico di dottrine», scrive Andrea Borelli, ricercatore presso l’Università della Calabria, ne Nella Russia di Putin (Carocci, 2023). «Il termine “ideologia” è screditato nel paese, così come anche la figura degli “ideologi”, che a fatica riescono oggi ad aiutare il governo nella sua costruzione politico-identitaria. In Occidente si sente spesso parlare degli “ideologi di Putin”. Per alcuni anni il più accreditato è stato Surkov, che ha in effetti ricoperto ruoli di responsabilità ai vertici del putinismo prima di cadere in disgrazia. Oggi invece si ritiene sia Aleksandr Gel’evič Dugin l’uomo più influente nel dibattito pubblico russo. […] In realtà entrambi hanno avuto o hanno una loro importanza, ma nessuno dei due è stato ritenuto ufficialmente dal Cremlino l’ideologo del putinismo.»
I dittatori della manipolazione sostituiscono l’ideologia con forme più o meno forti di nazionalismo, ma la Federazione russa è un impero multietnico e, sebbene la componente etnica russa conti per circa i tre quarti della popolazione, l’adozione di politiche nazionaliste avrebbe effetti disastrosi sull’unità del Paese (tra le cause del collasso dell’Unione sovietica si annoverano anche politiche contraddittorie e oscillanti tra il riconoscimento del carattere nazionale delle repubbliche socialiste sovietiche e la russificazione politica e culturale). Lo stesso Putin preferisce parlare di comunanza di lingua, di valori e di percorso storico quando si rivolge al pubblico interno a quello dei Paesi dell’ex Unione sovietica.
Kollektivnyj Zapad
Per Riccardo Nicolosi, professore di Letterature slave alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera e autore di Putins Kriegsrethorik (La retorica militare di Putin, Konstanz University Press, 2025), «la fonte centrale del discorso politico russo» sono le esternazioni di Putin, in assenza di una ideologia di riferimento. Dall’analisi di Nicolosi emergono alcune espressioni chiave usate da Putin nei suoi discorsi. Nonostante queste espressioni non discendano da dogmi ideologici, ma rappresentino piuttosto concetti fluidi che variano in base alla platea di riferimento e alla congiuntura internazionale, a nostro avviso se ne possono isolare tre tra le più ricorrenti, che definiscono una precisa strategia comunicativa e, soprattutto, una chiara agenda politica.
Il primo passo è l’individuazione del nemico. A questo riguardo Putin si serve dell’espressione kollektivnyj Zapad, Occidente collettivo. Occidente collettivo definisce il nemico, ma non in maniera univoca. Infatti, fino alla rielezione alla Presidenza degli Stati uniti di Donald Trump (tornato in carica il 20 gennaio 2025), l’Occidente collettivo era formato da Europa, Stati uniti e NATO (l’aspetto militare dell’Occidente collettivo), ma poiché il secondo mandato di Trump è considerato dal Cremlino un evento favorevole, l’Occidente collettivo si è ridotto a Europa e NATO.
Nella narrazione putiniana l’Occidente collettivo tiene il mondo sotto controllo, fomenta in ogni modo la russofobia e ordisce complotti che vanno dall’isolamento geopolitico della Federazione russa al genocidio del popolo russo. Alcuni anni fa, ad esempio, i media controllati dal Cremlino sostenevano «che le aziende americane hanno propagato il virus Zika nell’Ucraina orientale per avvelenare la popolazione russa, che gli Stati Uniti stanno raccogliendo il DNA russo per creare armi genetiche, che gli USA stanno circondando la Russia di laboratori segreti per la guerra batteriologica», come scrive il giornalista britannico Peter Pomerantsev in Questa non è propaganda (Bompiani, 2020).
Denacifikacija Ukrainy
Il secondo passo è l’individuazione di un obiettivo. L’espressione che Putin usa è denacifikacija Ukrainy, denazificazione dell’Ucraina. La denacifikacija non è solo il pretesto perfetto per giustificare l’invasione su larga scala dell’Ucraina al pubblico interno (si vorrebbe dire “all’opinione pubblica”, ma, con tutti i media sotto il controllo statale, non esiste di fatto un’opinione pubblica nella Federazione russa). Nella cultura russa, infatti, il termine nazista non evoca come in Occidente la shoah (che anzi è del tutto assente dall’immaginario storico russo), né il nazionalsocialismo politico, è piuttosto un sinonimo di cattivo, stupido, malvagio. “Liberiamo l’Ucraina dai cattivi”, questo sarebbe il messaggio putiniano al pubblico russo. Ma la posta in gioco è molto più alta.
In un incontro a Kyiv del 2003 con l’allora presidente ucraino Leonid Kučma e il presidente bielorusso Aljaksandr Lukašenka, Putin regalò ai suoi omologhi una copia de Il canto della schiera di Igor’, opera medievale in versi composta in antico slavo orientale, lingua da cui discendono il russo, l’ucraino e il bielorusso. Il poema racconta le gesta di Igor’ Svjatoslavič, principe di Novhorod-Siverskyj, città dell’Ucraina settentrionale. Con il suo piccolo esercito Igor’ attacca i poloviciani e, dopo un iniziale successo, tutti i suoi soldati sono uccisi e Igor’ finisce prigioniero, ma poi riesce a evadere e il poema si chiude con la sua trionfale marcia di ritorno non a Novhorod-Siverskyj, ma a Kyiv, la madre della città della Russia.
Nel luglio del 2021, sette mesi prima dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, Putin ha pubblicato il saggio Sull’unità storica di russi e ucraini, in cui sostiene l’appartenenza a un unico popolo di russi, bielorussi e ucraini. Putin chiama questo popolo obščerusskij narod, nazione panrussa, servendosi di un termine usato dagli irredentisti russi del XIX secolo. Nella narrazione putiniana, quindi, ucraini e bielorussi sono sostanzialmente russi e la denazificazione dell’Ucraina è da intendersi come una forma di difesa: “liberiamo il nostro popolo (russo) dai cattivi”.
Chi siano i cattivi è evidente: il nemico è l’Occidente collettivo. Che la Federazione russa sia in guerra con la NATO Putin del resto l’ha affermato più volte. Ad esempio lo scorso 9 maggio, den’ pobedy, il giorno della vittoria, in cui si celebra la fine della Grande guerra patriottica (come i russi chiamano la Seconda guerra mondiale). Nel discorso tenuto in questa occasione Putin ha affermato che i soldati russi impegnati in Ucraina sono ispirati dalla «grandiosa impresa della generazione dei vincitori» (cioè dalla Grande guerra patriottica) e «affrontano una forza aggressiva, armata e sostenuta dall’interno blocco NATO».
Con la denazificazione dell’Ucraina Putin ha giocato infatti anche la carta del reenactment della Grande guerra patriottica. La sua narrazione è costantemente tesa a «inquadrare il presente nella cornice di un’infinita seconda guerra mondiale contro l’eterno ritorno dei fascisti», come ha sintetizzato Pomerantsev. Il legame emotivo nei popoli dell’ex Unione sovietica con la Grande guerra patriottica è ancora molto sentito e molto intenso, a questo riguardo Putin non ha inventato niente. Nei film, nelle serie e nelle campagne sui social media, però, la Grande guerra patriottica si è trasformata in una marcia trionfale su Berlino e la sofferenza, le vittime e le sconfitte sono state rimosse.
Specoperacija
Il terzo passo è l’individuazione del mezzo per raggiungere l’obiettivo: cioè la special’naja voennaja operacija (operazione militare speciale), più nota nella crasi specoperacija (operazione speciale). Non una guerra, quelle le fa l’Occidente collettivo, ma un’operazione speciale per ripulire l’Ucraina dai nazisti.
Torna in mente la tracotanza di Pavel Gračëv, ministro della difesa della Federazione russa a metà degli anni Novanta del secolo scorso, che affermò, poco prima dello scoppio della prima guerra cecena, che per prendere Grozny, capitale della Cecenia, sarebbero bastate due ore a un reggimento di paracadutisti. In realtà, per domare l’irredentismo ceceno furono necessarie due guerre, la seconda delle quali durò dieci anni. Le vittime di entrambe le guerre si contano nell’ordine delle centinaia di migliaia.
Gli strateghi del Cremlino erano sicuri che l’invasione su larga scala dell’Ucraina sarebbe stata una trionfale marcia su Kyiv, come quella del principe Igor’ Svjatoslavič, ma è stato subito evidente che l’occupazione e l’annessione dell’Ucraina (o quanto meno la sua riduzione a stato satellite, come la Bielorussia) fosse un traguardo irraggiungibile e infatti è stato poi ridimensionato all’acquisizione di quattro province dell’Ucraina meridionale. Nemmeno questa sembra interamente conseguibile, almeno nell’immediato, nonostante la dichiarazione di annessione.
Se il successo non gli ha arriso sul campo di battaglia, Putin può consolarsi con quello che raccoglie nell’agone politico internazionale: quando ha definito l’operazione speciale una lotta anticoloniale contro l’imperialismo occidentale e ha presentato la Federazione russa come baluardo dei valori tradizionali rispetto a un’Ucraina in mano alle lobby gay (argomenti che è difficile tenere insieme nella stessa frase), ha scatenato l’entusiasmo dei suoi sostenitori, rispettivamente della bolla di sinistra e della bolla di destra.
Smirenie
Il discorso politico putiniano ha fagocitato anche molte espressioni che appartengono alla tradizione culturale russa. Lo slavista Gian Piero Piretto, che ha insegnato la cultura russa a generazioni di studenti della Statale di Milano, ne ha raccolte e analizzate venti ne Il paese di Putin (Cortina, 2026). Il libro è una rocciosa e al tempo stesso intima dichiarazione d’amore alla lingua e alla cultura russa, nonché un’amara ricognizione degli sfregi del putinismo. Piretto attinge a fonti come la letteratura, la religione o la vita quotidiana, che rivelano gli aspetti più profondi della russkost’ (la russicità).
Ad esempio smirenie, traducibile come remissiva accettazione o umiltà interiore, è un concetto che a prima vista appare lontanissimo dal lessico politico e ideologico. Piretto lo descrive come una disposizione spirituale che nasce dalla consapevolezza della propria insignificanza e dalla rinuncia all’orgoglio. Nella letteratura russa è un tema centrale. Ad esempio, Dostoevskij lo interpreta come fondamento della fratellanza cristiana e della rinuncia dell’ego. Nel famoso Discorso su Puškin, lo scrittore invita l’uomo russo a spezzare il proprio orgoglio e a riconnettersi alla terra natia. Nel romanzo breve La mite, Dostoevskij mostra come lo smirenie possa diventare una forma di oppressione delle donne e come, per la protagonista, il suicidio rimanga l’unica via di fuga da un’umiltà deformata in annientamento.
La tradizione religiosa ortodossa ha trasformato lo smirenie in pedagogia morale, il populismo ottocentesco l’ha idealizzato come virtù contadina e il potere sovietico l’ha reinterpretato come dovere civico di obbedienza al partito. Nella retorica putiniana torna a essere instrumentum regni per promuovere obbedienza e sacrificio e viene presentato come antidoto all’individualismo occidentale (non si dimentichi che la Russia non ha avuto una Riforma, né una Controriforma e che i principi dell’Illuminismo si sono diffusi assai più lentamente che in Occidente).
Možem povtorit’
Uno slogan apparso nella Federazione russa alcuni anni prima dell’invasione su larga scala dell’Ucraina diceva: možem povtorit’ (possiamo farlo ancora). Fino al 24 febbraio 2022 nessuno aveva capito cosa significasse farlo ancora. Ora lo sappiamo: significava “possiamo combattere di nuovo la Grande guerra patriottica e rivincerla”.
L’invasione su larga scala dell’Ucraina è il reenactment della grande guerra patriottica. Nel paradiso artificiale della propaganda non ci sono sofferenza, vittime, sconfitte, c’è solo una marcia trionfale su Kyiv. Ma nella realtà, ci sono sofferenza, vittime e sconfitte, le forze armate ucraine non sono state rapidamente distrutte e non c’è stata nessuna marcia trionfale su Kyiv.
La guerra è ancora in corso e non sappiamo come e quando finirà. Quello che sappiamo è che, comunque vada, il putinismo, con tutta la sua manipolazione e violenza, ha fallito: l’Ucraina non è caduta. Con l’operazione militare speciale non è stato possibile farlo ancora.




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