C’è un delicato equilibrio tra la vita nel mondo digitale e quella nel mondo fisico, ma la tecnologia non annulla o svaluta la nostra esistenza corporea.
In copertina: Enrico D’Assia, Senza titolo (1974) – Acquerello su cartoncino – Asta Pananti in corso
Questo testo è un adattamento dell’autore da “I confini dell’umano” di Davide Sisto, ringraziamo l’autore e l’editore il Mulino
di Davide Sisto
Gli esseri umani del XXI secolo stanno acquisendo, in virtù della rivoluzione tecnologica in corso, la capacità di muoversi e di agire contemporaneamente nei molteplici ambienti di un mondo digitalmente integrato e, addirittura, attraverso più momenti temporali. Lo fanno permettendosi il lusso di lasciare a riposo la propria struttura corporea e di ignorare – almeno, in parte – il carattere transitorio dell’esistenza. Lo scienziato Michio Kaku immagina come probabile destino futuro dell’intera umanità quello di diventare una specie multiplanetaria in grado di vivere fra le stelle. La rivoluzione digitale – nel frattempo – ci permette di plasmare una società («solo») planetaria, occupando però una moltitudine di spazi, luoghi, ambienti e tempi uniformati, il più delle volte senza la seccatura di varcare la porta di casa. Come interpretare da un punto di vista antropologico-filosofico questo tipo di capacità acquisita? […] Come cambia di per sé la nostra corporeità? È davvero profetica la battuta che Sandra Bullock recita nel film The Net. Intrappolata nella rete del 1995: «Nessuno esce più di casa, nessuno fa sesso: la rete è il profilattico del 2000»?
Una lettura interpretativa frettolosa offre un’immediata risposta di retroguardia, dando ragione all’attrice statunitense. È tutt’oggi frequente la rimarcata contrapposizione tra l’abilità più o meno acquisita di vivere concretamente in un mondo analogico-digitale e il suo contemporaneo rifiuto categorico, almeno a parole. […] Da una parte, ci sarebbe il reale dotato di autenticità perché immediatamente tangibile e, dall’altra, il virtuale intento a violarne le regole, a smaterializzarlo all’interno di una dimensione inautentica, portatrice di alienazione, controllo e disagio tra gli esseri umani. Con la consueta fine dell’umanità dietro l’angolo. Mi viene in mente, a proposito, il libro di Pamela Paul, 100 cose che abbiamo perso per colpa di internet (2022): nel celebrare nostalgicamente il bel tempo che fu, ricorda in maniera del tutto arbitraria la supposta gentilezza di un’umanità pre-digitale, smarrita probabilmente nella navigazione tra un sito web e l’altro. Ancora, meritano menzione le reazioni pubbliche colme di giubilo davanti a qualsivoglia iniziativa impegnata a vietare l’uso dello smartphone, per esempio durante un concerto dal vivo (Bob Dylan docet) o durante le lezioni scolastiche (come è avvenuto in un liceo di Bologna). Reazioni pubbliche entusiastiche manifestate, generalmente, sui social media proprio tramite il tanto vituperato smartphone. È, d’altronde, innegabile che il movimento degli esseri umani attraverso gli schermi alluda a primo acchito a una sorta di passaggio dal corpo biologico alla sua immagine digitale, da una dimensione materiale a una – solo in apparenza – immateriale. Il singolo corpo fisico è posizionato in maniera passiva davanti agli schermi dei computer e dei mobile devices, i quali sembrano tracciare nitidi confini. Le dita delle mani, motore di innesco o di arresto della vita online, producono – ogniqualvolta pigiano sulle tastiere dei computer e sfiorano gli schermi dei mobile devices – un’azione che sposta le svariate forme di socialità in spazi lontani dalla posizione del corpo stesso, simulato tramite il computer. […] Questo è un tema che diventa ricorrente durante la rivoluzione digitale: lo è, soprattutto, in riferimento al drammatico problema degli hikikomori o di chi, semplicemente, pensa di essere insieme agli altri pur stando sempre da solo davanti a uno schermo. […] L’autonomia diviene automazione, il libero arbitrio è sostituito dalla predeterminazione artificiale, la realtà muta in informazione, la creatività spirituale si riduce ad asettico meccanicismo. Gli algoritmi, le applicazioni e i programmi di intelligenza artificiale, di cui facciamo quotidiano uso, corrispondono – secondo una tale prospettiva – soltanto a divoratori famelici e ingordi di dati umani; la loro sazietà coincide con la definitiva cancellazione della nostra indipendenza, con l’eliminazione di ogni modalità comportamentale non inquadrabile da un punto di vista razionale e, quindi, con la duplicazione e la sostituzione artificiale della specie umana. […]
Ma è proprio vero che il progresso tecnologico […] determina una svalutazione del corpo biodegradabile e rende la realtà analogica uno «scarto esponenziale», il cui destino ultimo è occupare un posto nei «bidoni della spazzatura della storia», come ripete Baudrillard? […] A mio modo di vedere, la possibilità di un concreto distacco dell’agire del cittadino digitale dal luogo e dal tempo in cui è sito il suo corpo non necessariamente comporta il ridimensionamento o la svalutazione della sua struttura organica. Anzi. È un pregiudizio credere che il movimento generato dalle dita delle mani sugli schermi lisci degli smartphone ponga necessariamente l’intero corpo organico in stand-by. Lo abbiamo sperimentato durante la pandemia da Covid-19 e la frequentazione dei vari luoghi online a distanza (scuola, ospedale, cimitero, ecc.). La presenza digitale non è equiparabile banalmente alla duplicazione robotica dell’essere umano, alla sua riproduzione virtuale o – detto ancora meglio – alla rappresentazione multipla di una singolarità psicofisica intesa come unica e limitata. Gli schermi, a loro volta, non sono soltanto mere finestre o semplici porte che, favorendo il passaggio da una dimensione all’altra e viceversa, generano l’allontanamento della rappresentazione virtuale dal rappresentato reale. Questi sono, semmai, gli effetti collaterali principali di un uso patologico della presenza digitale e degli schermi, un uso che va combattuto con le armi dell’educazione, della responsabilità e della conoscenza. […]
Antonio Caronia […] evidenzia una caratteristica che accomuna curiosamente l’essere umano ibridato ai mistici e agli allucinati della tradizione religiosa. Entrambi condividono l’esperienza preziosa dell’estasi, ex-stasis: ossia stare fuori da sé stessi, o, meglio, come uscire da sé e dallo «stato abituale». Se i mistici e gli allucinati della tradizione religiosa ci riescono solo tramite la mente e l’immaginazione, l’essere umano alle prese con il progresso tecnoscientifico esce dallo stato abituale in senso letterale e fisico. La sua estasi non è un’esperienza eccezionale e straordinaria, ma una condizione quotidiana e permanente, che lo separa man mano dai suoi antenati. Lo rende, quindi, sempre meno «creatura» (di un Dio o di una natura immutabile e intangibile) e sempre più «creatore» (di sé e delle proprie prerogative); lo spinge, infine, a non distinguere più in termini qualitativi l’interno dall’esterno, dunque a non tracciare una linea di demarcazione valida una volta per tutte tra il dentro e il fuori, tra il contenitore e il contenuto. Ciò che conta è l’armonia tra gli opposti, quella simbiosi che cambia i connotati specifici delle cose che unisce e che considera l’inabituale un valore non negoziabile. […]

È, a mio avviso, più consono interpretare la metamorfosi biotecnologica dell’umanità, prodotta dal mondo iperconnesso, nei termini di una rilevante modernizzazione digitale di quel materialismo spiritualistico tipicamente occidentale che ha diffuso, a partire dal XIX secolo, l’uso del concetto di «teleplasma», cioè di carne a distanza, per soddisfare alcune aspettative relazionali e creative. John Durham Peters, nel 1999, sostiene, a proposito, che il particolare potere degli apparati contemporanei di comunicazione («quasi letteralmente il medium») non consiste tanto nel creare repliche umane visibili, udibili e parlanti, ma è in grado «di trasportare o di “energizzare” […] la condivisione carnale della forma umana. La materializzazione è quasi letteralmente il tentativo di ricreare la carne in un medium di telecomunicazioni». Negli stessi anni in cui scrive Peters, numerosi interpreti delle prime forme di connessione popolare alla Rete – penso, per fare un solo esempio, a Pierre Lévy – si muovevano in una direzione simile. Consideravano, cioè, le tecnologie digitali come mezzi capaci di rendere ogni corpo mutante, costantemente in bilico tra l’organico e l’inorganico, parte singola e fluida di un ipercorpo collettivo, abituato a mescolarsi con gli altri corpi esattamente come succede da qualche decennio, in ambito medico, con il trapianto d’organi o le trasfusioni di sangue. Un corpo, cioè, abituato a fluire da una condizione specifica all’altra per potenziare le proprie non negoziabili peculiarità. Oggi, il tentativo di ricreare digitalmente la carne a distanza o di plasmare un ipercorpo mutante e collettivo, sordo ai richiami della pelle, si traduce nel prolungamento, nell’ampliamento e nella continuità tra spazi e ambienti che, dotati di caratteristiche specifiche e differenti, si influenzano in modo reciproco e aumentano il numero delle rispettive qualità. Queste azioni, per mezzo delle quali ha luogo lo stare o uscire fuori di sé, non presuppongono, ovviamente, la capacità da parte del corpo di attraversare con il suo ingombrante spessore materiale gli schermi dello smartphone e del computer, navigando tra le pagine del web. Indicano invece, da un lato, la possibilità di concepire gli schermi come processi metamorfici in corso o, in alternativa, come strumenti mediatori tra forme di interazione differenti, intente a certificare il potenziamento qualitativo dell’umano iperconnesso del XXI secolo rispetto ai suoi antenati solo analogici. Suggeriscono, dall’altro, il risultato di un triplice processo di produzione, registrazione e condivisione online di dati, informazioni e documenti, i quali prolungano, ampliano e danno continuità alle vive tracce della nostra singolarità psicofisica sottoforma di incalcolabili parole scritte, immagini fotografiche, suoni e prodotti audiovisivi. Il loro insieme, quando viene creato in maniera volontaria, determina la nascita e lo sviluppo progressivo dei profili personali o degli avatar all’interno dei social media, nelle caselle di posta elettronica, nei blog, nei videogiochi, nella realtà virtuale, ecc. con i quali estendiamo nella dimensione online le attività lavorative, sentimentali, familiari, ludiche, ecc. svolte di solito nella sola realtà analogica. Caratteristica propria del prolungamento, dell’ampliamento e della continuità digitale dell’umano è la costante possibilità di sottoporre le vive tracce della nostra esistenza a processi ininterrotti di copia e incolla, a mutamenti di formato (pdf, jpg, ecc.), a tecniche di ingrandimento o di rimpicciolimento, a meccanismi di taglia e cuci, a svariate forme di frammentazione, a sovrapposizioni più o meno ilari di immagini e linguaggi, ecc. Questi processi, se rendono particolarmente ardua la realizzazione di una ragionata e coerente ricognizione delle tracce personali online nell’ottica della creazione di un uniforme gemello digitale, rimarcano implicitamente il carattere eterogeneo del nostro modo di stare al mondo. Ogni tentativo di coerenza o di uniformità si sbriciola dinanzi alla moltiplicazione dei propri frammenti digitali in più luoghi online, i quali a volte compongono, più volte scompongono, la silhouette di ogni utente della Rete. Lo fanno spargendo frammenti qua e là nel web, a partire da cui si permette alla nostra presenza digitale di occupare più spazi e zone interstiziali e più momenti temporali, anche a prescindere dalle intenzioni di partenza. Daniel Pennac, nel libro Storia di un corpo (2012), descrivendo in forma di diario le trasformazioni del corpo di un uomo contemporaneo, dall’età pre-adolescenziale sino all’ultimo giorno di vita, osserva come il suo corpo sia anche quello della sua amata, di suo padre e di tutti coloro con cui ha intessuto una relazione, la quale si incarna nel rapporto di reciprocità. Pennac si sofferma, quindi, sui diversi momenti in cui non siamo concentrati sui movimenti corporei. A proposito, soprattutto, delle funzioni meccaniche (produrre saliva, deglutire, sudare, farsi venire la pelle d’oca, perdere i capelli e i peli, ecc.), scrive: «mi chiedo quanti quaderni ci vorrebbero solo per descrivere tutto ciò che il nostro corpo fa senza che noi ci pensiamo». Lo stesso succede anche con le carnalità digitali, le quali disseminano – una volta connesse alla Rete – una serie di dati di cui non hanno minimamente né coscienza né controllo. Pensiamo alla mappatura dei nostri movimenti e viaggi da parte degli smartphone, quindi alla loro successiva ricognizione e archiviazione all’interno di Google Maps o nelle applicazioni che ci informano, per esempio, del numero di passi compiuti. Lo scrittore francese conclude dicendo che sono talmente numerose le funzioni meccaniche del corpo che non ci facciamo mai caso. Basta, però, che una si inceppi ed ecco che non pensiamo ad altro. Esattamente come quando, tra le innumerevoli app presenti sullo smartphone, smette all’improvviso di funzionare Facebook, Instagram o Twitter o, in alternativa, WhatsApp o la casella di posta elettronica.
Questo particolare modo di occupare la dimensione online mi ricorda la tecnica linguistica del cut-up a cui fa riferimento William S. Burroughs e che è ispiratrice implicita del fenomeno del mash-up su YouTube. L’applicazione alla scrittura del metodo del montaggio comporta, proprio come avviene nella gestione online delle tracce personali, il ritagliare, mescolare e ricomporre testi, immagini e suoni in vista di giustapposizioni, concatenazioni e legami sempre nuovi, solo apparentemente privi di coerenza o di dimensione identitaria. L’idea che ne è alla base consiste nel non porre troppi limiti alla creatività testuale. Ugualmente, lo stare online intercetta ed evidenzia l’aspetto mutevole, incoerente ma non per questo privo di una logica, multiplo e narrativo a fondamento di ogni identità individuale. La possibilità di incarnarsi in strutture corporee multiple e diverse da quelle delimitate dalla pelle permette una presa di coscienza più matura della propria sensibilità, della propria creatività, del proprio controllo motorio, delle proprie interazioni con gli altri corpi (come dimostra, per esempio, l’esperimento dell’«illusione della mano di gomma», che consiste nel percepire sensazioni tattili riferite a un arto alieno sintetico). Può, di contro, anche intensificare i traumi, le incomprensioni relazionali, l’abuso di potere e di violenza, l’inibizione o il disagio nei confronti della propria presenza psicofisica, ecc. Ma […] sostare nella dimensione online non differisce, dal punto di vista delle cause e degli effetti, dal sostare in un qualsiasi luogo della realtà offline. Siamo, infatti, sempre noi i soggetti che varcano i confini, checché ne pensino gli interpreti più apocalittici o metafisici delle tecnologie digitali. Dunque, trasponiamo nella dimensione online i nostri pregi, i nostri difetti e la nostra volontà di indipendenza, facendo aderire le nostre caratteristiche comportamentali alle proprietà del web. Per dirla in modo semplice: quando ero un bambino che cominciava a uscire da solo, per le vie del mio quartiere di Torino, era tangibile la contrapposizione tra il mio desiderio di libertà e i rischi di incontrare un malintenzionato. Lo stesso malintenzionato che un bambino odierno può incontrare girovagando libero tra gli spazi online, tramite la mediazione degli schermi. Se le due diverse situazioni producono conseguenze differenti ma ugualmente pericolose, ciò è dovuto all’integrazione armonica tra online e offline. Un’azione compiuta in un luogo digitale genera effetti anche in un luogo fisico. Le novità tecnologiche e medico-scientifiche, mentre risolvono o superano determinate mancanze o lacune in virtù di questa integrazione, ne originano delle altre. Le nuove mancanze o lacune aderiscono a un nuovo modo di vivere, tipico del XXI secolo. Pertanto, ci spingono a evolverci senza accontentarci mai, cercando ulteriori soluzioni alle nuove mancanze o lacune. L’evoluzione dell’essere umano ha sempre presentato questi tratti e, durante qualsivoglia metamorfosi, continuerà a presentarli, seppure con caratteristiche differenti.


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