Animali, custodi di storie, Francesca Matteoni



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In copertina, elaborazione da un’opera courtesy Pananti

Di Francesco D’Isa

Animali, custodi di storie di Francesca Matteoni (nottetempo) è un volume che sfilaccia i margini fra i generi: saggio, poesia, bestiario e memoir si compenetrano per raccontare il nostro rapporto con scoiattoli, ghiri, lontre, foche, orse, lupi e uccelli, custodi di storie che l’autrice ascolta più che narrare.

Il filo che unisce questi incontri è l’istanza antispecista: riconoscere l’alterità animale significa dissolvere la centralità umana e accogliere un orizzonte più vasto, a tratti intollerabile. Matteoni non edulcora la foresta: il folklore mostra anche la ferocia animale, il nostro essere sia predatori che prede. La lingua dell’autrice unisce chiarezza saggistica e vibrazione lirica; dati naturalistici e citazioni filosofiche scivolano in immagini in qualche modo familiari. Non c’è gerarchia fra fatto scientifico e simbolo, entrambi partecipano a un pensiero ecologico che ridefinisce la soglia tra domestico e selvatico.

Durante una presentazione del libro l’autrice ha etichettato Gaza come «ecocidio», uno sterminio trasversale che travolge corpi umani, animali e vegetali. È un termine che mette bene in evidenza come la nostra cognizione del dolore sia sempre incompleta e auto assolvente. Davanti a tanta distruzione, l’empatia diventa vertigine; accogliere il dolore di tutte le specie è troppo doloroso e impone di lasciar cadere l’ego e farsi amore senza meta, capace di includere vittime e aguzzini, umani e animali.

Il libro è una cartografia di un’empatia necessaria, mostra quanto sia arduo estendere la compassione oltre l’umano, ma insieme indica nella cura un atto di resistenza. Mentre chi legge attraversa boschi, maree e archivi mitologici, impara a disimparare, a lasciare che l’io si sfilacci, ascoltando storie che non chiedono redenzione ma vicinanza. In tempi agonizzanti il libro di Matteoni non promette salvezza, ma un silenzio che predispone all’ascolto.

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