Anno zero

«In un futuro lontano, quando gli oceani avranno sommerso le coste e la maggior parte della terra sarà un deserto, un uomo primitivo, tra le sabbie dell’antica Mesopotamia, troverà su un supporto sconosciuto una storia che crederà di conoscere già...»


IN COPERTINA: Antonio Ligabue, Leopardo attaccato da serpente

di Chiara Cocciarini 

In un futuro lontano, quando gli oceani avranno sommerso le coste e la maggior parte della terra sarà un deserto, un uomo primitivo, tra le sabbie dell’antica Mesopotamia, troverà su un supporto sconosciuto una storia che crederà di conoscere già.

«Ecco la città. Ciascuno ha il suo proprio nome là dentro», diceva lei guardando avanti. E nel dirlo puntava il dito e chiamava quelle cose lontane come fossero vicine. “Grattacielo”, “casa”, “tempio”, “divinità”.

Lui non riusciva a capire. Quella carne morbida che aveva stretto per sette notti e quegli occhi di gazzella erano quanto di più lontano avesse mai potuto incontrare, e se chiamava “Shamkhat”, lei, avvicinandosi, sembrava allontanarsi ancora di più.

“Re”, “sacerdote”, “immortale”, continuava a dire. A vederla muovere le labbra così sentiva un male tra le scapole, una specie di fitta, come quando era stato colpito dal ferro dei cacciatori. E anche la voce, quel suono dolce, interrotto, tutto diverso dai lamenti continui delle femmine di leopardo, e i passi, lenti e sicuri, e i fianchi, che andavano da una parte all’altra, gli facevano un gran male. Che cosa poteva essere quella creatura, che avvicinandosi si allontanava, e pur restando distante e senz’armi riusciva a ferirlo in mezzo al petto?

«Questa è la porta. Qui dentro tutto è bello, e ogni cosa sta ferma al suo posto», diceva lei, arrivati davanti alla muraglia che separava il deserto dalla città. I palazzi, montagne rosse, blu e bianche, oscuravano il cielo, l’aria era immobile, mentre da ogni parte le “macchine”, come le chiamava, sembravano passargli per le cavità delle orecchie. Fino a che non si era fermata, con la lingua e con le gambe. Adesso che lo guardava dal dolore tra le scapole sentiva salire un liquido, una specie di sangue più fluido che usciva dalle aperture degli occhi e che sapeva di sabbia.

«Tu piangi», gli disse toccandogli una guancia. «Non devi. Il Sovrano ti aspetta».

Avrebbe tanto voluto prenderle la mano e stringerle i capelli, come faceva sempre sulle montagne. Ma lei guardava già oltre, riprendendo a parlare e a camminare. Non sarebbero più stati soltanto loro due. E soltanto adesso, mentre lei camminava più avanti di qualche passo, si era accorto che la sua pelle aveva l’odore della resina fresca.

Ogni cosa aveva preso a scricchiolare. Le tubature sotterranee, le intercapedini degli edifici, le assi dei pavimenti. L’aria cominciava a tremare e un odore di gas e di zolfo saliva dai tombini e si diffondeva per le strade e per le case. «Questi pilastri saranno polvere», pensava il Sovrano, camminando su e giù per i tetti dell’ultima città del mondo. Arrivato alla balaustra del suo palazzo si fermava, socchiudeva gli occhi e credeva di avvistare nelle macchie bluastre all’orizzonte l’uomo che faceva tremare la terra. Ma tutto tornava a confondersi nella sabbia, e in fondo allo spirito, nel luogo dove nascono i sogni, gli sembrava di sentire il silenzio spaventoso che regna nel deserto. A urlare il suo nome, inciso su tutte le pietre della città, soltanto la roccia gli avrebbe risposto. “Gilgamesh”, avrebbe detto, senza nemmeno sapere chi fosse.

La luna, sopra le montagne, si alzava lentamente, mentre le stelle riprendevano il loro posto. Qualcun altro, prima di lui, aveva già guardato il cielo con la stessa ansia, uno che aveva avuto la sua stessa sorte e che, forse, aveva portato il suo stesso nome. «Tutto dovrà disfarsi. Tutto dovrà rifarsi», dicevano i vecchi.

«Nessuno qui ha ancora visto la morte», diceva lei, camminandogli sempre di qualche passo più avanti. Quella che chiamava “città” non era altro che uno scoppio di suoni che gli feriva i timpani, una caverna di cose mai viste che gli facevano dimenticare di guardarsi le spalle.

Finalmente un odore conosciuto. L’odore della carne viva, impregnata di sangue, un attimo prima che cominci a marcire. Da una tana scura escono degli uomini con un’enorme carcassa sulle spalle, e «hanno preso un leopardo!», urla forte lei. Un tempo, prima di conoscerla, avrebbe lottato contro di loro fino ad ammazzarli. Quando sulle montagne avvistava i cacciatori riempiva tutte le loro buche e liberava le vittime dai lacci e dalle trappole, poi si nascondeva, li aspettava e li uccideva.

Lei gli stringe la mano, poi la lascia e sparisce dentro una di quelle montagne squadrate. Lui guarda la montagna, ma lei non c’è già più, e per la prima volta da quando si sono incontrati al pozzo resta solo. È solo in mezzo alla via, come il leopardo, lasciato per un attimo a terra dai cacciatori. Tutto si è fermato, le gambe non si muovono e tremano, mentre l’animale che vive in mezzo al petto, quella creatura che lei chiamava “cuore”, sembra essersi risvegliato e comincia a saltare, arrivandogli fino ai polsi e sulla gola. Come quando, durante una tempesta, precipitando per un burrone era rimasto abbracciato a una roccia e aveva guardato giù. È solo, come solo è il leopardo e sola è lei, persa dentro la montagna squadrata. È solo “Enkidu”, come lo chiamava lei, e nient’altro. È come guardare giù e sentire che il mondo è troppo, troppo grande per le proprie forze. Il leopardo è immobile, e tutto il suo sangue si mescola con la polvere della strada.

Finalmente vede con chiarezza quella creatura che da sempre gli stava alle spalle e ogni giorno gli annusava la pelle, la cosa invisibile e vicina che nessuno in città aveva ancora visto e che lei chiamava “morte”.

La luna sembrava più alta e più lontana del solito, e per le scale dell’osservatorio era un continuo salire e un continuo scendere. Gli astrologi salivano, gli scienziati scendevano, ansiosi di interrogare i fenomeni geotermici più che le stelle. «Com’è l’acqua nelle fontane? Com’è l’acqua nelle case?», chiedevano ai passanti. Ma quelli non sentivano, o non volevano sentire. Nessuno si fidava più degli uomini di scienza da quando il deserto aveva invaso ogni luogo. Le porte dei templi, sempre chiuse dopo il mezzogiorno, quella sera erano ancora aperte, e ognuno si affrettava a portare offerte alla propria divinità. Un fiore viola dal gambo lungo, spuntato per caso chissà dove. Un uccello verde in una gabbia di plastica. Una zucca cresciuta fuori dalle serre. I sacerdoti depositavano quelle rarità ai piedi di enormi fantocci di pietra, addobbati con fiori di gomma e profumati con oli sintetici. La terra poteva anche sfiatarsi e tremare, ma i loro occhi vigili non si sarebbero mai chiusi. Di questo ogni devoto, riguardo al suo proprio dio, poteva dirsene più che certo.

Neppure il Sovrano si fidava degli scienziati. Preferiva gli indovini, gli astrologi, i maghi, e in generale chiunque cercasse le cause ultime dei fenomeni e promettesse di modificarli a proprio piacimento. Non era l’eccessivo calore a far tremare la terra. La notte prima, durante il sonno, gli era sembrato che la volta del cielo con tutte le stelle ricadesse proprio sulle sue spalle. Aveva cercato di sostenerla, ma inutilmente: nelle sue braccia non c’era abbastanza forza. Sua madre, che conosceva la tecnica dell’interpretazione dei sogni, lo aveva avvisato. «Ti vanti che nessuno dentro le mura abbia ancora visto la morte, ma dalla montagna sta per arrivare un uomo. È lui che fa tremare la terra, e sarà lui a mostrarti il destino di tutte le cose».

Da qualche parte, nella città, una sentinella vibra un colpo di tamburo. Un’altra, più vicina, le risponde, poi un’altra, e poi un’altra ancora, fino a che le guardie che fanno la ronda sotto il palazzo non danno anche loro il segnale convenuto.

«È arrivata la donna, e l’uomo è con lei», annuncia uno dei ministri alle sue spalle.

Sui confini, sui limiti e sulle soglie vaporano i fantasmi, il mondo di sopra si confonde col mondo di sotto, infinitamente più grande, e i sogni e gli incubi, per un attimo, sembrano farsi di carne e ossa.

L’uomo della montagna arriva alle sue spalle scortato dalle guardie e con i polsi legati. Appoggiandosi alla balaustra, il Sovrano lo guarda. Grosso come la roccia, come se l’era immaginato, eppure timido, intimorito perfino dalle rose che crescono sotto le serre della terrazza. La donna, scortata anche lei, sbadiglia e si strofina gli occhi, mentre l’uomo gli sorride, mostrando i denti da bestia selvatica. Non sembra capire di esser stato preso al laccio, le sorride e tende le mani legate verso di lei.

Poi lo guarda. Guarda lui, il Sovrano, con la corona sul capo e lo stemma sulla veste. Nello stesso istante, con gli occhi dell’animale, spezza la corda che gli lega le mani e fa per buttarglisi addosso, trattenuto solo dalle lance delle guardie. Lui indietreggia e guarda giù dalla balaustra. Sotto la terrazza si apre il vuoto, il cuore comincia a saltargli in mezzo al petto e per un momento, nonostante le guardie e i ministri e la donna, sente che è  solo. Il mondo è troppo grande per le sue forze, le gambe si immobilizzano e cominciano a tremargli. Anche la terra comincia a tremare, tutti corrono a ripararsi sotto le architravi e, finita la scossa, corrono via per le scale, mentre l’uomo della montagna, lui solo, non fugge e resta lì, in piedi davanti a lui.

I vetri delle serre si sono incrinati, i vasi di rose sono caduti a terra, così come la stele di pietra con inciso il suo nome. Il Sovrano si gira, guarda ancora il vuoto oltre la balaustra e poi cade in ginocchio, senza più forza.

«Ho perso. Come un tempo, come sempre», dice soltanto.

L’uomo, senza più lacci e lance che lo trattengano, si fa avanti, si gira di scatto come a guardarsi le spalle e gli tende una mano.


Chiara Cocciarini È nata nel 1986. laureata in lettere antiche all’università degli studi di firenze, insegna lingua e letteratura italiana.

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